Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Podemos. Mostra tutti i post

Spagna, Iglesias e la compagna deputata comprano villa da 600mila euro: iscritti Podemos votano se confermarli o no

Risultati immagini per Pablo Iglesias

Fatto Quotidiano

Pablo Iglesias può rimanere leader di Podemos anche se si è comprato una villetta borghese con giardino e piscina da 600mila euro? Lo deciderà un referendum interno al partito di sinistra che porterà al voto 490mila iscritti. Le votazioni saranno possibili da oggi fino a domenica. I risultati saranno comunicati lunedì. Agli iscritti verrà chiesto se vogliono mantenere Iglesias come leader del partito “anti-sistema” e la compagna Irene Montero come capogruppo al Congresso dei deputati. La coppia, in attesa di due gemelli, ha appena acceso un mutuo trentennale per comprare la villetta che si trova poco fuori Madrid. L’acquisto ha sollevato proteste e ironie sul web, dato il passato stile pauperista di Iglesias. Ed è stato ricordato un suo polemico tweet di qualche anno fa in cui l’erede politico della protesta degli indignados si scagliava contro il ministro dell’economia Luis de Guindos per l’acquisto “di un attico di lusso” proprio dal prezzo di 600mila euro.


Davanti alle critiche, in questi giorni, Iglesias e Montero hanno spiegato di avere comprato la nuova casa “per portare avanti un progetto di vita, non per speculare”. Alla decisione ha contribuito anche il fatto che Montero sia incinta. I due politici hanno acceso un mutuo su 30 anni e pagano 1.600 euro al mese, il doppio di quanto guadagnino ogni mese molti elettori del partito “viola”. “Nella sua traiettoria politica – ha scritto il giornale online El Confidencial tracciando ironicamente un parallelo con la Santa Inquisizione – Iglesias ha dato infinite lezioni di etica pubblica e privata, ha attaccato molta gente, ha beneficiato dell’indignazione o della disperazione di chi vive male. Per sostenere l’autorità del sinistro tribunale come guardiani della fede e martello degli eretici dovevano privarsi dei beni di cui il resto dei mortali poteva godere senza scandalo”.

Podemos, Pablo Iglesias vince la battaglia e resta leader

Risultati immagini per Pablo Iglesias podemos

Di Francesco Olivo

A pochi chilometri di distanza i due volti della Spagna si prendono tutto il potere. Da una parte il Partito Popolare sempre più solido al governo che nel congresso rinnova la leadership di Mariano Rajoy con risultato bulgaro (95%). Poco più in là, in un altro palazzetto di Madrid, l’assemblea di Podemos sancisce il trionfo di Pablo Iglesias, con il 51% di voti al suo documento politico (ma era l’80% due anni fa), dopo una battaglia interna dalla ferocia inaspettata. 

Gli indignados lacerati  
Era stato proprio il leader con la coda a scegliere la contemporaneità dei due congressi, per celebrare una sfida aperta, di là la Spagna della corruzione, di qua quella della “gente”. Dalla scelta della data però molto è cambiato. La destra spagnola pur governando in minoranza naviga con assoluta serenità, trovando accordi parlamentari con un partito socialista a sua volta stremato dalle lotte intestine. Podemos, al contrario, è lacerata come mai nella più classica delle guerre civili dei partiti di sinistra: scontri personali, colpi proibiti, polemiche feroci a tutti i livelli. Tutto nasce dalla spaccatura del tandem che finora aveva governato il partito nato dalle piazze degli indignados, il leader Pablo Iglesias contro il suo vice Inigo Errejon. Due visioni del movimento diverse che sono deflagrate con una guerra di bande. Iglesias più movimentista, Errejon più istituzionale e incline a un accordo con i socialisti, ipotesi vista con ostilità dal primo. La campagna elettorale è stata talmente dura che i militanti arrivati al palazzo dello sport di Vistalegre, nella periferia di Madrid, hanno accolto i dirigenti al coro di “unità unità”. “Abbiamo dato un brutto spettacolo”, ha ammesso Iglesias. L’esito però dà ragione al leader che, aveva promesso (o minacciato) l’addio in caso di sconfitta. Ora il compito è arduo: ricucire un partito diviso sin nel profondo. 

I socialisti commissariati  
Resta a guardare un partito socialista uscito malconcio dalla defenestrazione del segretario Pedro Sánchez e dalla conseguente astensione in parlamento che ha dato il via libera al governo della destra. In vista delle primarie e del congresso di giugno sono scesi in campo due candidati della sinistra del partito (lo stesso Sánchez e l’ex presidente basco Patxi Lopez), mentre la favorita è in arrivo, Susana Díaz presidente dell’Andalusia, con la benedizione di Zapatero e Felipe Gonzalez. La segreteria del partito è commissariata, in parlamento si fanno accordi (anche non spregevoli in ottica socialista, come quello sul salario minimo) e i sondaggi dicono che la situazione è difficile, ma il tracollo è finito, e la rimonta su Podemos è possibile. Dopo le lotte interne servono contenuti, così si sono messi al lavoro due volti noti, il deputato basco Eduardo Madina (vittima di un attentato dell’Eta nel 2002) e l’economista José Carlos Díez, gran divulgatore su giornali e tv, ora passato a redigere un difficile programma.  

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

Risultati immagini per podemos congresso

Di Carlo Formenti

Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista. 

Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo. 

Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase inziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate. 

Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip che sostiene, fra le altre cose: 1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione; 2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale); 3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”; 4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà surfare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos. 

Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo, questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti. 

Il documento di Iglesias muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco. 

Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica ridistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.

Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal -socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie. 

Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo - che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse - deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico  (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.

Il documento di Errejón dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.

Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!). 

Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci). 

Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://temi.repubblica.it/micromega-online/gramsci-o-laclau-i-dilemmi-di-podemos/

Populismo Democratico e Nuovo Senso Comune


Risultati immagini per populism

Di Emanuele Ferragina
https://www.left.it/

I media mainstream di molti Paesi occidentali continuano a discutere di populismo come fosse solo un fenomeno reazionario e di destra. La sua accezione negativa (prevalente), affibbiata dai sostenitori dello status quo neoliberale, tende a svuotare di significato la parola stessa – orientandola verso l’estrema destra – nel tentativo di rendere poco credibile la proposta di una politica fatta partendo dal senso comune del popolo.

Tuttavia, l’ascesa del Movimento 5 Stelle e quella di Podemos in Spagna, hanno mostrato che il populismo – come suggerito dal filosofo politico Argentino Ernesto Laclau – può essere declinato anche in senso progressista. Queste forze politiche vengono definite “populiste” in virtù del contenuto della loro narrazione: il riavvicinarsi alle esigenze del popolo come soluzione alla crisi di rappresentanza che imperversa nella politica di tutto il mondo occidentale. Il populismo democratico cerca d’intercettare un largo consenso elettorale ispirandosi al senso di comunità, come contrapposizione all’individualismo cui la società è oggi soggiogata, individuando i nemici del popolo nel vertice della piramide economica e incolpandoli per l’attuale stato di cose (l’1% contro il 99% porta to alla ribalta da Occupy). In ogni caso, il filo comune è quello di un fermento ideologico che viene dal basso e che cerca di rompere il dualismo destra/sinistra proponendo un discorso nuovo, legato inestricabilmente all’incapacità della vecchia politica di rappresentare le istanze degli “ultimi”. Anche i populismi progressisti stanno raccogliendo moltissimi consensi, nonostante spesso si siano dovuti arrendere alle regole di quelle élite che volevano combattere (vedi il caso greco). Anche in Italia inizia a nascere una corrente di pensiero ispirata dall’idea del populismo democratico. Un esempio è Senso-Comune, un manifesto nato in risposta alla crisi di rappresentanza politica (http://www.senso-comune.it/manifesto/).

Il manifesto mira a riallineare l’operato delle Istituzioni alle esigenze del popolo per garantirgli centralità nel processo decisionale, come cura al crescente astensionismo e all’indifferenza degli elettori verso le questioni politiche.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:https://www.left.it/2016/12/11/populismo-democratico-e-nuovo-senso-comune/

Elezioni in Spagna:Podemos e Ciudadanos spaccano il bipolarismo


Di Alessio Fratticcioli

Dal voto del 20 dicembre esce uno scenario politico radicalmente mutato: il bipolarismo spagnolo è in frantumi e i due maggiori partiti ne pagano le conseguenze.
Dopo quattro anni di maggioranza assoluta, i popolari di Mariano Rajoy crollano dal 45% al 28,7% con la conseguente perdita di un terzo dei seggi.
Sono andati male, se non malissimo, anche i Socialisti, che scendono al 22%, il loro peggior risultato nella storia. Dieci anni fa erano al 44%.
Si tratta dunque di un vero e proprio crollo dei due partiti che si sono alternati al governo della Spagna post-franchista.
Elezioni in Spagna: risultati completi.A spaccare il bipolarismo iberico sono stati i due partiti emergenti, Podemos (20,7%) eCiudadanos (13,9%), che insieme valgono un terzo dell’elettorato.
Podemos, guidato dallo scienziato politico ed europarlamentare Pablo Iglesias, ha conquistato 69 seggi alla Camera, mentre l’altra formazione emergente, i “Cittadini” dell’avvocato Albert Rivera, si sono aggiudicati 40 seggi, un risultato importantissimo anche se notevolmente inferiore rispetto alle aspettative e a quanto predetto dai sondaggi.
In sostanza in Spagna si è ripetuto un film molto simile a quello visto di recente in altri Paesi europei, dalla Grecia al Portogallo, dalla Polonia ala Francia.
Sotto i colpi di una crisi economica che sembra infinita, milioni di cittadini puniscono i vecchi partiti e spostano il voto su altre formazioni.
In Paesi dove la povertà e la disoccupazione hanno raggiunto dimensioni tragiche, chi critica l’austerità e l'”Europa” guadagna voti, sia quando le soluzioni proposte sono quelle sovraniste e nazionaliste, come nel caso del Front National in Francia, sia quando si cercano vie d’uscita progressiste e neosocialiste, come nel caso di Podemos e Syriza.
Cosa succederà ora? Chi andrà al governo?
Numeri alla mano, Popolari e Socialisti hanno abbastanza seggi per formare una Grande Coalizione. Ma probabilmente non lo faranno, o almeno questo è quanto i leader di entrambe le formazioni, Rajoy e Sanchez, hanno giurato durante la campagna elettorale.
Questo lascia il campo aperto a possibili alleanze totalmente nuove.
Ideologicamente, il partito più vicino ai Popolari sono i “Cittadini”, ma insieme non avrebbero la maggioranza assoluta di 176 seggi (sui 350 della Camera).
Se Rajoy non riesce a formare un governo, la palla passa ai Socialisti, arrivati secondi. I Socialisti però possono dare vita ad un governo di maggioranza solo formando una larghissima coalizione con dentro tutte le forze di centrosinistra e autonomiste. Un’alleanza solo con Podemos e Izquierda Unida, infatti, varrebbe solo 162 seggi: 14 meno della maggioranza assoluta.
Rimane l’ipotesi di un governo di minoranza, che però per partire avrebbe bisogno dell’astensione di uno dei principali gruppi parlamentari di opposizione. Ipotesi che sembra altamente improbabile.
Sorprese a parte, dunque, quella iberica è una legislatura destinata ad avere una vita molto breve.

Monedero, fondatore di Podemos:"abbiamo capito che non serviva più a nulla parlare di destra o sinistra, in questo ci ha aiutato molto guardare alle esperienze dell’America Latina"


Di Francesca Morandi

Non alla destra né alla sinistra ma è alla “maggioranza silenziosa”, quella massa di cittadini solitamente indifferenti e inclini a tacere perfino di fronte alle dittature, come sosteneva Antonio Gramsci, che si è rivolto “Podemos”, il movimento spagnolo nato “dal basso” sull’onda delle proteste degli Indignados contro corruzione e politiche di austerità. Ed è questa una delle ragioni del successo del partito “Possiamo” in italiano, fondato nel gennaio del 2014 da un gruppo di intellettuali di sinistra, che, in meno di due anni, è riuscito a rompere il vecchio bipartitismo spagnolo, e oggi, dopo aver vinto le elezioni in città come Barcellona e Madrid, potrebbe diventare il primo partito in Spagna.

A spiegare il fenomeno politico di “Podemos” è stato uno dei suoi fondatori e ideologi, Juan Carlos Monedero che venerdì scorso ha presentato il suo libro “Corso urgente di politica per gente decente” (ed. Feltrinelli) presso la Fondazione Feltrinelli di Milano. 

In due ore di conversazione sulla nascita di “Podemos”, “nato dalla consapevolezza della crisi della sinistra europea”, ma anche dallo “studio di altri movimenti europei, incluso il Movimento Cinque Stelle” e “soprattutto guardando alle esperienze in America Latina”, Monedero ha raccontato come il successo del partito sia dovuto innanzitutto alla “buona diagnosi che siamo riusciti a fare su ciò che stava accadendo in Spagna”.

Di fronte alle “pressioni della troika (Fmi, Bce e Commissione Ue, ndr) sui partiti spagnoli per una ristrutturazione del debito contro la nostra Costituzione”, alla “crisi della sinistra europea, anche italiana” e al “disorientamento dei sindacati”, ha spiegato Monedero, “abbiamo capito che era necessario un ricambio totale” della classe politica spagnola.  “I partiti tradizionali, di destra e sinistra, avevano smesso di funzionare, ma ciononostante continuavano a sostenere che non c’era loro alternativa - ha aggiunto Monedero, professore di Scienze politiche presso l’Università Complutense di Madrid, come il leader di “Podemos”, Pablo Inglesias -. Abbiamo abbandonato i vecchi riferimenti e iconografie, abbiamo usato un linguaggio nuovo, e soprattuttto abbiamo capito che non serviva più a nulla parlare di destra o sinistraIn questo ci ha aiutato molto guardare alle esperienze dell’America Latina, dove la rivoluzione l’hanno fatta i poveri perché il proletariato non esisteva. Le rivoluzioni bisogna farle con la gente del posto”.
“Abbiamo capito – ha evidenziato Monedero - che era necessario creare una maggioranza e imparare dagli errori della sinistra tradizionale, a partire da difetti teorici come la statalizzazione dei mezzi di produzione”, “una gestione paternalistica del sistema” oppure “principi per cui la classe operaia dovesse collocarsi in un unico partito o che la giustizia è più importante della libertà, tutti fattori che hanno portato anche a pessime cose, e a un'esclusione di parte della cittadinanza” dai processi politici. Citando più volte Gramsci, Monedero ha sottolineato come i fondatori di “Podemos” avessero compreso che la gran parte degli spagnoli faceva parte di quella “maggioranza silenziosa di cui parlava Gramsci” ed era necessario “operare cambiamenti sia nella coscienza collettiva della società sia negli strumenti, in quel momento spuntati, della sinistra”, perché “la democrazia è tale solo se i cittadini sono attivi. Ma non solo quelli di sinistra, tutti i cittadini”.
Abbiamo usato molto le emozioni perché, prima di ogni pensiero c’è un’emozione - ha detto ancora Monedero -. Abbiamo capito che dovevamo essere generosi, perché c’è gente che non vuole farsi chiamare di sinistra, ma che rientra in uno spazio di sinistra che abbiamo cercato di ricostruire. Con gli Indignados la gente è tornata a parlare di politica e tutto quel dialogo di politica andava scaldato in un enorme calderone”.  

L’alternativa post-ideologica al neoliberismo

Di Marcello Ravveduto
Dopo la vittoria a Madrid e a Barcellona si torna a parlare di Podemos come la novità politica del Vecchio continente. L’appeal del soggetto politico risiede nella sua caratura post ideologica, senza rinunciare alla giustizia sociale. L’altra caratteristica affascinate è la ricongiunzione tra la sfera intellettuale e l’azione politica. Infatti, il gruppo che ha dato vita al soggetto politico è composto da docenti, ricercatori e precari della Complutense (il campus universitario di Madrid) appartenenti in gran parte alle facoltà di sociologia, scienza della politica e filosofia. Le loro fonti d’ispirazione sono i testi di GramsciSpinelli,Pasolini e Bobbio, oltre a riferirsi alle più innovative esperienze di governo dell’America latina (la Bolivia di Morales e l’Ecuador di Correa).
Un partito pensato con la logica del movimento: c’è un segretario, un vice, una segreteria, una direzione, ma la scelta delle cariche avviene tramite web, così come le iscrizioni. Usano, inoltre, il crowdfunding come forma di finanziamento elettorale. Sono critici verso l’Unione europea ma non sono euroscettici, né schierati contro la moneta unica. Il comune dominatore è l’analisi “scientifica” e spietata delle trasformazioni sociali avvenute con la globalizzazione; una critica, interventistica e non platonica, divenuta urgente di fronte al montare della corruzione, delle caste di privilegiati e del sequestro di sovranità nazionale da parte di poteri economici extraterritoriali.
È, dunque, un partito alla cui base c’è una preparazione culturale che ha consentito di compiere una diagnosi del divenire storico post novecentesco mettendo fine al secolo delle ideologie. L’obiettivo, da quel che comprendo, è sostituire l’era del centralismo politico, come luogo di equilibrio tra forze contrapposte, con la centralità sociale. Una centralità che si conquista con la logica del conflitto che, privato dell’additivo ideologico dell’estremismo extraparlamentare, smorza eventuali rigurgiti di lotta armata.
Del resto, la Democrazia è scontro tra posizioni diverse che aspirano ad ottenere consenso maggioritario nel rispetto delle regole costituzionali. Il fulcro della battaglia di Podemos è la contrapposizione all’egemonia del pensiero neoliberista che ha condizionato negli ultimi quarant’anni il modo di pensare e gli atteggiamenti quotidiani. Gli alfieri dell’austerity ci hanno convinto che l’unica società plausibile sia quella dell’egoismo e della competizione; ci hanno persuaso che il privato sia migliore del pubblico (ma ovunque in Europa le privatizzazioni hanno comportato aumento dei costi e diminuzione dei servizi) e che il solo modello di vita ideale sia quello del desiderio di consumo.
Insomma, leggendo le tesi di Podemos ti pare di sfogliare un libro di Bauman o di Bourdieu e di ritrovare le tesi storiche di Judt sulla sconfitta antropologica della sinistra europea che, folgorata sulla strada dei mercati finanziari, ha immaginato di poter realizzare un “neoliberismo social”, ovvero un ossimoro indigesto da cui, in Italia, ha preso forma il Partito democratico. Un cartello elettorale che si attarda ad inseguire il centralismo politico perdendo di vista la centralità sociale.
Come si combatte l’egemonia culturale del neoliberismo? La strada indicata dagli spagnoli è chiara: sfruttare i social network, con una narrazione alternativa, per aggirare la barriera ideologica e di potere dei media Broadcast (controllati da monopoli privati o dai governi in carica). Aumentando il flusso delle informazioni, che rimbalzano tra new e old media, si può passare dalla scena underground a quella mainstream raggiungendo il pubblico distante, e deluso, dalla politica. Si è riconiugato, in soldoni, il sentire comune alla rappresentanza democratica occupando uno spazio (l’enorme area dell’astensionismo) – lasciato vuoto dai partiti eredi del Novecento – che rischia di essere conquistato da forze avvezze all’uso della violenza politica.
TITOLO ORIGINALE:"La sagra del Possibile nella stagione della Grande incertezza"

Spagna come la Grecia:un altro castello plutocratico in caduta in Europa



Da http://failedevolution.blogspot.gr/

La Spagna potrebbe seguire il percorso della Grecia durante le elezioni nazionali a dicembre
E' quasi certo che i risultati delle recenti elezioni regionali in Spagna hanno innescato un altro allarme e hanno portato ulteriore ansia all'impero economico neoliberale europeo. La perdita di potere da parte del partito popolare al governo (PP) e dei socialisti, mentre Podemos e i partiti  anti-austerità a sinistra dello spettro politico “hanno il prestigio di mantenere il potere a Barcellona, potrebbero formare una coalizione per guidare la capitale spagnola.” (podemos -stanno-arrivando). Questo è stato sicuramente un terremoto politico che colpisce l'establishment politico della Spagna .
Varrebbe la pena ricordare che la Grecia è passata attraverso un percorso similare.


Il partito di sinistra, SYRIZA, ha segnato una chiara vittoria alle elezioni europee e una significativa impennata a quelle regionali, tenutesi nel solito periodo. Sebbene SYRIZA avesse perso in gran parte delle 13 regioni, il partito era riuscito a vincere nelle più popolose (Attica) e a prevalere anche nelle isole ioniche. Meno di un anno dopo, SYRIZA è riuscito a vincere le elezioni nazionali e a formare un governo di coalizione.

L'elite politica tedesca e i burocrati di Brussels hanno tutte le ragioni per preoccuparsi riguardo la situazione in Spagna, visto che il paese potrebbe seguire il percorso della Grecia durante le elezioni nazionali a dicembre. Comunque, le marionette plutocratiche hanno opzioni limitate per reagire alla prossima “minaccia” di sinistra e per prevenire un potenziale effetto domino (l'europa-si-prepara-alla-guerra) che si potrebbe rivelare disastroso per i loro piani.

Come già analizzato nell'articolo precedente, sembra che l'unica opzione disponibile per gli eurocrati riguardo alla Grecia, è quella di imporre una sorta di default controllato senza Grexit (default - controllato- senza – Grexit). Tuttavia, questo scenario non sarebbe un caso facile per Bruxelles e Berlino. Il governo greco ha preso una posizione chiara e ha dichiarato che pagherà le pensioni e gli stipendi, piuttosto che la rata FMI successiva del prestito, nel caso che i finanziatori insistano su un ulteriore catastrofica austerità e sui tagli al fine di fornire liquidità.

Inoltre, la parte più radicale di Syriza parla ora apertamente della loro volontà di affrontare i finanziatori direttamente, rompere il processo di negoziazione e prepararsi per il ritorno ad una moneta nazionale. Durante la recente conferenza del partito di SYRIZA, la parte radicale ha perso solo per pochi voti contro quello che è stato deciso, che sarebbe di mantenere vivo il processo di negoziazione, senza, tuttavia, che il governo ritratti le linee rosse di base.


Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RONZINA

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=15111

Grecia, l'accordo tra Tsipras e Bruxelles è vicino?

Alexis Tsipras, primo ministro della Grecia, e Pablo Iglesias, leader di Podemos.
A seguire le vicende della crisi greca ci si sente un po’ come sulle montagne russe. Il governo di Alexis Tsipras promette tutto e il contrario di tutto. Le trattative proseguono da mesi ripetendo lo schema dello «stop and go» ed è anche per questo che i mercati finanziari sembrano assopiti davanti al pericolo del Grexit: considerato a lungo un’ipotesi più vicina a un bluff che a una probabilità statistica.  Ora, però, dopo il successo di Podemos alle elezioni spagnole, c’è da aspettarsi che la crisi greca possa finalmente giungere al gran finale.
Dalla minaccia del default all’accordo con Bruxelles
Il ministro dell’Interno del governo greco, Nikos Voutsis,  aveva dichiarato giusto un paio di giorni fa, in diretta tv, che la Grecia non avrebbe rimborsato al Fondo Monetario Internazionale la rata di giugno. Queste dichiarazioni avevano fatto temere il peggio perché equivalevano all’annuncio del default. Ecco, invece, che oggi i toni si fanno di nuovo più pacati: una fonte anonima del governo greco alla Reuters ha rivelato non solo che il prestito dell’istituto di Washington verrà rimborsato, ma anche che Atene e i creditori riuniti nel «Brussels Group» arriveranno presto a un accordo. Come la Grecia possa pagare 1,5 miliardi di euro al Fmi entro il mese di giugno – senza gli aiuti di Bruxelles – non ci è dato sapere; ma il governo greco potrebbe comunque riuscire a prendere tempo senza dover dichiarare il default.
Gli escamotage per evitare il pagamento delle rate al Fmi
Esistono infatti altre scappatoie, oltre a quella utilizzata  per pagare la rata del 12 maggio scorso, che ha permesso a Tsipras di usare i diritti speciali di prelievo per risarcire il Fmi. Le regole dell’Istituto di Washington prevedono, infatti, che il paese debitore possa raggruppare diverse rate per pagarle tutte insieme: la Grecia potrebbe quindi chiedere che vengano rimandate tutte a fine mese, guadagnando altro tempo prezioso per le trattative con l’Ue. Inoltre, anche nel caso in cui a fine mese ritardasse il pagamento, il Fmi ha tempo un altro mese per dichiarare insolvente lo stato debitore. Questi tempi supplementari lasciano ad Atene ampi margini di manovra per arrivare all’accordo con i partner europei senza dover dichiarare il fallimento. Ma non finisce qui.
Podemos aiuta Syriza
Un’altra buona notizia è quella che riguarderebbe l’imminente accordo tra Alexis Tsipras e Bruxelles. Notizia confermata dallo stesso leader di Syriza. Angela Merkel e Francois Hollande avevano dato come scadenza il 31 maggio per il raggiungimento dell’intesa con Atene, e questa potrebbe essere la volta buona. Le trattative sono già in corso – secondo le fonti del governo greco – e proseguiranno anche questa sera a Dresda, a margine della riunione dei ministri delle Finanze e dei governatori del G-7. Due sono i punti non trattabili per Tsipras: l’aumento del salario nominale a 751 euro mensili e la reintroduzione della contrattazione collettiva; c’è invece margine di manovra sulla riforma del sistema pensionistico e sulla riforma dell’Iva. Forse il successo elettorale di Podemos potrà indurre Bruxelles ad avere un atteggiamento più conciliante nei confronti del governo panellenico, e traghettare l'Ue verso la risoluzione della crisi greca.

L'influenza del pensiero di Gramsci su Podemos

Di Andrea Ortu
Gli studi che provano a decifrare le ragioni del successo di Podemos ormai si sprecano, e non sto qui ad elencarli. Quello che però vorrei rimarcare – per esserne stato testimone oculare a partire dal maggio del 2011 qui a Madrid – , è chePodemos non è nato dal nulla, semmai è stato il naturale sbocco a quello straordinario episodio di partecipazione democratica conosciuto in Spagna come 15-M (in riferimento alla data della sua costituzione), o movimento degliIndignados. Il quale, non essendosi evoluto allora in azione politica concreta, si è andato negli anni affievolendo (pur mantenendo sino ad oggi una presenza attiva in iniziative assembleari di quartiere), per rinvigorirsi e convergere ora su Podemos, abile nel riproporre quelle stesse rivendicazioni politiche e sociali emerse nel 2011.
L’altro aspetto saliente di Podemos, a differenza di altri movimenti o partiti di recente formazione (come, ad esempio, il Movimento 5 Stelle in Italia), è che questo si appoggia su solidissime basi teoriche e consolidate dottrine politiche. E se dalle cattedre della facoltà di scienze politiche dell’Università Complutense di Madrid provengono alcuni dei principali leader e teorici del partito (Pablo Iglesias, per l’appunto, ma anche Juan Carlos Monedero o Íñigo Errejón), è a un sardo di umili origini che si deve il merito di aver concepito la struttura ideologica portante di tale artificio politico.
Un sardo poco conosciuto in Spagna, e ahimè ormai abbastanza ignorato anche in Italia, ma che in America Latina è attualmente tra i politologi più studiati e apprezzati di sempre: Antonio Gramsci. Proprio lui, filtrato da ricercatori postmarxisti del calibro di Ernesto Laclau (e, prima ancora, materia di approfondimento per gli intellettuali argentini Héctor Agosti e José Aricó, o elemento ispiratore del Simposio Internazionale tenutosi a Santiago del Cile nel 1987), è entrato a pieno titolo nel programma di Podemos, e per questo motivo viene citato in continuazione dal suo nucleo dirigente.
In particolare, tra gli elementi del gramscismo che piacciono maggiormente a Iglesias e compagni, c’è l’idea che la rivoluzione sia un obiettivo dinamico, in continua transformazione, e che tale rivoluzione si debba adattare alla società contemporanea in modo trasversale, implicando tutte le classi sociali, senza cadere nella trappola della contrapposizione tra queste.
Altro punto di contatto, sta nella necessità di formare una cultura popolare (opposta a quella borghese ufficiale), per far nascere nel popolo l’esigenza della rivoluzione e di cambiamenti sociali, come logiche conseguenze. A favorire il processo di creazione dei nuovi valori culturali, etici e morali sono chiamati gli intellettuali che, nel caso specifico di Podemos, agiscono coinvolgendo ed educando la base elettorale tramite metodi assembleari e partecipativi innovativi, in gran parte spinti attraverso le reti sociali.
La rivalutazione di Gramsci in terra di Spagna è già di per sé un fatto di notevole importanza, che ci dovrebbe far riflettere. In primo luogo perché conferma quanto imprescindibile sia l’eredità che l’intellettuale ci ha lasciato, e quanto poco ne siamo coscienti. E poi perché ci dimostra che le periferie possono apportare idee nuove e concetti stimolanti nello stagnante panorama politico tradizionale. Antonio Gramsci, infatti, se è riuscito a penetrare nell’immaginario di una certa classe politica e culturale latinoamericana, è perché ha affrontato la questione meridionale come un problema specifico di una realtà periferica, vittima degli strascichi del colonialismo centralizzante (militare, culturale o economico).
O quando parla di un occidente centrale contrapposto ad un occidente periferico. La Sardegna, sua terra d’origine, era – ed è – periferia dell’Italia, così come i Paesi latinoamericani sono stati – e in parte sono – ai margini di un occidente dominato dalle grandi potenze coloniali. In questo sta il riconoscersi dgli analisti Argentini, Brasiliani, Messicani o Cileni nelle teorie gramsciane, e su questo fanno leva gli ideologi di Podemos (o quelli di Syriza in Grecia), quando denunciano il sordo centralismo dell’Unione Europea nei riguardi della periferica Spagna, rivendicando un maggiore protagonismo e una partecipazione più determinante nelle decisioni politiche ed economiche comunitarie.
Se una cosa positiva ha portato la globalizzazione, è che ogni punto del mondo, persino il più piccolo e isolato, può essere per una volta anche il suo centro. Così, non deve stupire che un Antonio Gramsci da Ghilarza sia portato alla ribalta internazionale da intellettuali d’oltre oceano o da uno dei partiti di maggior successo della Spagna. Sperando che, quando di questo in Sardegna ci accorgeremo, riusciremo noi rassegnati isolani periferici a saperci meno isolati, se non anche al centro del mondo, per un momento.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *