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Di Maio ha annunciato le dimissioni da capo politico


Di Salvatore Santoru

Luigi Di Maio ha annunciato le dimissioni da capo del Movimento 5 Stelle.
L'annuncio, riporta il Fatto Quotidiano(1), arriverà alle 17 del 22 gennaio 2020.
Di Maio, segnala sempre il Fatto Quotidiano, aveva già annunciato la sua decisione ai ministri e ai viceministri pentastellati.

 Il discorso di Di Maio si terràsarà al Tempio di Adriano a Roma.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/01/22/di-maio-annuncia-ai-ministri-m5s-le-dimissioni-da-capo-politico-alle-17-il-discorso-pubblico-crimi-reggente-come-previsto-dallo-statuto/5681587/

Paragone espulso dal M5s, Di Battista: “È più grillino di molti, sempre d’accordo con lui”


Di Stefano Rizzuti

Dopo l’espulsione di Gianluigi Paragone dal Movimento 5 Stelle, a sua difesa interviene un esponente pentastellato di spicco, seppur non più direttamente coinvolto nella politica nazionale: l’ex deputato Alessandro Di Battista. Lo fa con un commento su Facebook sotto il post di un’attivista del Movimento 5 Stelle (Angela Bosco) che difende Paragone e che commenta criticamente l’espulsione decisa dai probiviri il primo di gennaio. Di Battista, però, non scrive dal suo account verificato, quello utilizzato per tutti i suoi post politici. Il commento arriva, invece, da un account personale, con poco più di 4.200 amici e circa 180mila followers. Il suo account verificato conta invece circa un milione e mezzo di like.

Il commento di Di Battista è una difesa a spada tratta di Paragone e, implicitamente, una critica alla decisione di espellerlo: “Gianluigi è infinitamente più grillino di molti che si professano tale. Non c'è mai stata una volta che non fossi d'accordo con lui. Vi esorto a leggere ciò che dice e a trovare differenze con quel che dicevo io nell'ultima campagna elettorale che ho fatto. Quella da non candidato, quella del 33%. Buon anno a tutti amici mie”. 

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.fanpage.it/politica/paragone-espulso-dal-m5s-di-battista-e-piu-grillino-di-molti-sempre-daccordo-con-lui/

Nave Gregoretti, Salvini indagato per sequestro di persona. Di Maio: “Da noi sì all’autorizzazione a procedere contro di lui”


“Chissà come voterà il M5s”. “Diremo sì all’autorizzazione a procedere contro di lui”. Salvinichiama, Di Maio risponde. Come ai tempi del governo Conte 1, anche perché i fatti in questione si riferiscono proprio quando al governo c’erano Lega e Movimento 5 Stelle. La questione è tutta politica ed è deflagrata dopo la notizia della richiesta di autorizzazione a procedere da parte del Tribunale dei ministri di Catania contro Matteo Salvini, accusato di sequestro di persona nell’indagine sulla nave Gregoretti, che fu fatta sbarcare il 31 luglio scorso, dopo 3 giorni in mare con 131 persone. È stato lo stesso leader della Lega a suggerire la strada da seguire. Perché il dubbio dell’ex ministro era proprio quello di capire come voteranno i componenti del Movimento 5 Stelle nella giunta per le Immunità di Palazzo Madama, convocata per giovedì 19 dicembre alle 13.30 con all’ordine del giorno il caso in questione. Un dubbio durato solo poche ore, nonostante un precedente storico non di poco conto.
Per il caso Diciotti (precedente e molto simile a quello della Gregoretti), infatti, i colleghi senatori avevano sottratto Salvini al giudizio della magistratura, anche grazie al voto online sulla piattaforma Rousseau, che aveva sancito il no a procedere anche da parte delMovimento 5 stelle. Oggi però, con il Carroccio all’opposizione e il M5s al governo col Pd, gli equilibri sono cambiati. E Salvini lo sa: “La magistratura italiana butta soldi e tempo a perseguire me che ho agito nel pieno interesse del Paese sulla scorta di accordiinternazionali e non persegue chi davvero delinque – ha detto – Sono curioso di vedere che posizione terrà il Movimento Cinque Stelle che sulla vicenda analoga della Nave Diciottivotò contro la richiesta del Tribunale dei Ministri”.
La risposta è arrivata direttamente dall’ex collega di governo. “Quando bloccammo la Diciotti era perché non si ridistribuivano i migranti – ha detto Di Maio a Porta a porta – Il blocco della Gregoretti non fu un’azione decisa dal governo perché allora la redistribuzione era stata decisa: fu un’azione personale del ministro degli Interni”. Da qui la decisione del capo politico del Movimento: “Voteremo sì alla richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini”. Di Maio, poi, ha precisato ancora meglio la sua posizione: “Il caso Diciotti fu un atto di governo perché l’Ue non rispondeva e servì ad avere una reazione, che poi arrivò. Quello della Gregoretti, dopo un anno, fu invece un atto di propaganda, perché il meccanismo di redistribuzione era già rodato e i migranti venivano redistribuiti in altri Paesi Ue. È questa la differenza enorme tra i due casi, la differenza enorme tra la realtà e la bugia”. Non si è fatta attendere la controreplica della Lega, per voce del deputato ed ex sottosegretario al Viminale Nicola Molteni: “Il commento di Di Maio alla vicenda Gregoretti è da piccolo uomo. Più che l’onore potè la poltrona“.

Salvataggio Popolare di Bari, volano stracci tra Italia viva e Pd. M5s frena: decreto rinviato



Finisce senza un accordo ma con l’ennesimo sfibrante scontro nella maggioranza il Consiglio dei ministri convocato d’urgenza per il salvataggio di Banca popolare di Bari, commissariata da Banca d’Italia, attraverso un aumento di capitale di Mediocredito centrale. Tema delicato quello delle banche, che rievoca vecchie battaglie tra grillini e renziani, che sui casi dei fallimenti delle banche popolari, i decreti salva-banche e il caso Etruria-Boschi non si sono mai risparmiati colpi bassi.
Italia viva, come annunciato, diserta il Consiglio dei ministri convocato a tarda sera per un decreto che, secondo l’ordine del giorno, avrebbe dovuto porre le basi «per la realizzazione di una banca di investimenti». Perché è questo il progetto, come conferma a tarda sera il Mef.

Lo scontro

Ma Iv alza subito il tiro: si diffonde la voce, poi smentita, che Renzi voglia aprire la crisi di governo. Voce poi smentita. Italia Viva comunque diserta il Cdm («Non ci avevano neanche avvertiti», lamentano) e denuncia i 5 stelle, che accusavano Renzi del salvataggio di Etruria e ora salvano una banca col Pd.
Il nervosismo sale e il M5s non sta a guardare: nessun decreto può passare senza un supplemento di riflessione, avverte Di Maio dalla Calabria. Conte resta a lungo riunito con il ministro Roberto Gualtieri. In attesa ci sono i ministri Dem e 5S: la riunione rischia di saltare. Il veto M5S blocca il decreto. Il problema però è solo rinviato: un provvedimento si rende necessario per garantire l’operatività della Banca, su cui è intervenuta Bankitalia.

L’informativa di Gualtieri

Il Consiglio dei ministri avvia i suoi lavori e Gualtieri fa un’informativa, illustrando i contenuti dello schema del provvedimento. Dario Franceschini, a nome del Pd, si scaglia contro l’irresponsabilità dei colleghi. Da fuori, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti chiedono le dimissioni di Conte che nel pomeriggio aveva negato la necessità di un salvataggio.
Il braccio di ferro nella maggioranza sul decreto non ferma però Bankitalia che convoca il Cda della Bari per l’adozione di provvedimenti di vigilanza. Una formula a cui fa seguito il commissariamento della banca, messa in amministrazione straordinaria previo scioglimento del cda e del collegio sindacale. Ai commissari Enrico Ajello e Antonio Blandini, assieme ai componenti del comitato di sorveglianza Livia Casale, Francesco Fioretto e Andrea Grosso, è stato affidato il compito di predisporre le «attività necessarie alla ricapitalizzazione! e di finalizzare le «negoziazioni con i soggetti che hanno già manifestato interesse all’intervento di rilancio», cioè il Fitd e Mediocredito centrale.
«La banca prosegue regolarmente la propria attività. La clientela può pertanto continuare ad operare presso gli sportelli con la consueta fiducia» è il messaggio tranquillizzante lanciato dalla banca. Ma «la convocazione improvvisa di un Consiglio dei ministri sulle banche, senza alcuna condivisione e dopo aver espressamente escluso ogni forzatura o accelerazione su questa delicata materia, segna quindi un gravissimo punto di rottura nel metodo e nel merito» ha tuonato Luigi Marattin, vicepresidente dei deputati di Italia Viva.

L’idea del decreto salva-Pop di Bari

Il progetto, che con un decreto il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri aveva portato sul tavolo del Consiglio dei Ministri e che molto probabilmente arriverà all’esame della prossima riunione lunedì prossimo, aveva l’ambizione di salvaguardare non solo la Popolare di Bari ma anche quella di creare una banca di investimento per accompagnare la crescita e la competitività delle imprese, con particolare attenzione al Sud.
In particolare per la Bari, che non rispetta i requisiti patrimoniali minimi e necessita di un miliardo di euro, il decreto ipotizza un salvataggio in tandem con il sistema bancario, attraverso il Fidt, e dello Stato, che dovrebbe mettere in campo Mediocredito Centrale. Lo schema di Decreto predisposto dal Mef prevede un potenziamento delle capacità patrimoniali e finanziarie della Banca del Mezzogiorno-Mediocredito Centrale (MCC), interamente controllata da Invitalia, attraverso un primo aumento di capitale per consentire a MCC, insieme con il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi (FITD) e ad eventuali altri investitori, di partecipare al rilancio della Banca Popolare di Bari (BPB).
Per il Fondo interbancario ha in agenda due riunioni il 18 e il 20 dicembre e attende una richiesta d’aiuto corredata da un piano industriale che faccia emergere il fabbisogno di capitale e chiede di essere affiancato da un partner industriale, che sarebbe poi il Mediocredito Centrale, dotato dei mezzi per un primo intervento tampone che ripristini ratio patrimoniali superiori ai minimi regolamentari.
Bankitalia si è mossa nonostante la decisione del cda di promuovere l’azione di responsabilità verso l’ex ad Giorgio Papa, l’ex responsabile dei crediti Nicola Loperfido e l’ex condirettore generale Gianluca Jacobini. Una mossa che appare tardiva in presenza di una banca in condizioni gravissime e sottoposta alle indagini della magistratura che, senza risparmiare l’ad Vincenzo de Bustis, sta verificando la corretta gestione della banca nel corso degli anni. Per un salvataggio che si apre, uno si avvia alla chiusura. L’offerta dell’aumento di capitale di Carige ha registrato adesioni, da parte dei vecchi soci, pari al 19,7% della tranche in opzione. Sono state sottoscritte azioni per un controvalore di 16,8 milioni di euro, una quota sufficiente a ricostituire un flottante superiore al 10%, scongiurando il rischio che Carige sia esclusa da Piazza Affari.
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M5s, sindaca di Imola Sangiorgi annuncia le dimissioni: “Non posso diventare un burattino del Pd”


Di Annalisa Cangemi

Cade dopo meno di un anno e mezzo dalle elezioni la giunta monocolore del Movimento 5 Stelle. La sindaca pentastellata di Imola, città romagnola, Manuela Sangiorgi, lascia l'incarico: domani, in consiglio comunale, rassegnerà ufficialmente le sue dimissioni da prima cittadina. Davanti agli imolesi la pentastellata Sangiorgi ha detto di non sentirsi più parte del Movimento 5 Stelle, con cui aveva vinto le elezioni nel giugno del 2018 al ballottaggio strappando il 55,4% dei voti, e che non ci sarebbero più le condizioni politiche per andare avanti.

Per questo ha annunciato questa sera in piazza Matteotti le sue dimissioni irrevocabili dalla carica. "Non c'erano più le condizioni per andare avanti", ha detto durante un discorso tenuto davanti a circa 200 cittadini. "Ho bisogno dell'appoggio per fare quello per cui i cittadini mi hanno votata – ha aggiunto – non posso rischiare di diventare un burattino in mano al Pd".

Il successo di Sangiorgi nella sua città aveva segnato una sconfitta particolarmente simbolica per il centrosinistra dell'Emilia-Romagna, perché Imola era sempre stata considerata una roccaforte inespugnabile, sia per il fortissimo radicamento del partito, sia per la presenza di moltissime grandi cooperative che per anni sono state una forma di finanziamento e un bacino di consenso per lo stesso centrosinistra. Nel corso dei 15 mesi di governo della città, piuttosto travagliati, Sangiorgi ha visto andar via, per dimissioni o revoca dell'incarico, cinque assessori della sua compagine, Massimiliano Minorchio, Ezio Roi, Ina Dhimgjini, Maurizio Lelli e Rosa Lucente, e nelle ultime settimane l'appoggio di numerosi consiglieri di maggioranza.

FONTE: https://www.fanpage.it/politica/m5s-sindaca-di-imola-sangiorgi-annuncia-le-dimissioni-non-posso-diventare-un-burattino-del-pd/

Elezioni Umbria, i flussi: “Un elettore del M5s su due si è astenuto"


Elezioni Umbria, i flussi: “Un elettore del M5s su due si è astenuto. Disorientamento e distacco per l’alleanza con il Pd”

Il laboratorio Umbria ha prodotto una disfatta. Non solo per il Pd, che qui governava da cinquant’anni, ma anche per il Movimento 5 stelle che fa segnare “il livello più basso mai raggiunto dal M5s dal 2013 ad oggi”. Lo certifica l’istituto Cattaneo, in un’analisi del voto che sembra confermare il commento di Luigi Di Maio. “Tutta la teoria per cui si diceva che se ci fossimo alleati con un’altra forza politica saremmo stati un’alternativa non ha funzionato. Il M5s va meglio quando va da solo”, ha detto il capo politico dei 5 stelle, confermando il post del Movimento pubblicato nella note. “Pd o Lega”, ha sottolineato Di Maio fanno “male lo stesso ai 5 stelle“. Parole che lasciano aperte una domanda: il patto civico con i dem sarà ripetuto dopo l’esperienza dell’Umbria? “Farò un incontro con i consiglieri di Emilia Romagna e Calabria e decideremo il percorso. Per le prossime Regionali la terza via il Movimento la può creare fuori dai due poli, il patto civico era un esperimento che non ha funzionato”, ripete il capo politico. Una posizione leggermente diversa da quella di Giuseppe Conte, secondo il quale l’appoggio congiunto di dem e 5 stelle a Vincenzo Bianconi è stato “un esperimento partorito tardi, ci si è mossi tardi. Si presta a varie valutazioni, lascio ai leader delle varie forze di fare le valutazioni, ma dico anche di prendersi del tempo, se un esperimento non è andato bene ci si può fermare a valutarlo, c’è tempo per fare riflessioni, ci sono altre competizioni regionali che ci aspettano”.

“Da M5s disorientamento e distacco per alleanza Pd” – Le analisi dell’istituto Cattaneo sembrano dare più ragione a Di Maio. “L’elettorato cinquestelle non sembra aver aderito alla nuova alleanza: in prevalenza manifesta disorientamento e distacco“, scrive il ricercatore Rinaldo Vignati in un’analisi sui flussi che si concentra sui dati di Perugia. La valutazione estesa all’intera regione certifica come “il bilancio dell’operazione giallo-rossa si presenta nettamente in perdita. Le forze di centrosinistra sommate a quella del M5s nel 2015 avevano raccolto 203mila voti, cioè quasi 50mila voti in più rispetto a quelli ottenuti domenica scorsa degli stessi partiti (153.784). In termini percentuali, l’esperimento giallo-rosso ha perso 21 punti, vedendo scendere i loro consensi dal 57,9% al 36,8%”, ragionano Marco Valbruzzi, Davide Pellegrino e Matteo Pascale Guidotti Magnani. A livello numerico alle ultime regionali del 2015 “il partito di Di Maio aveva ottenuto circa 51mila voti ed oggi si è arrestato sulla soglia dei 31mila, con un calo che in termini percentuali corrisponde a 7,2 punti. In pratica, nel giro di cinque anni il M5s ha dimezzato i suoi consensi, passando dal 14,6% al 7,4% dei voti”.
“Alla Lega 1/5 dei voti del M5s” –
Dove sono finiti gli elettori dei 5 stelle che non si sono astenuti? Semplice: hanno votato soprattutto Salvini. “È la Lega la principale beneficiaria dei voti in uscita dal M5s (il flusso verso il partito di Salvini è al 3,6% del corpo elettorale, circa 1/5 dell’originario bacino cinquestelle)”. Addirittura “dall’ampio bacino di consensi accumulato nel 2018, la quota che si dirige verso il partito di Salvini è persino superiore a quella di chi conferma il voto per le cinque stelle. Il Pd e gli altri simboli della coalizione di centrosinistra beneficiano in misura trascurabile di voti ex grillini”. È soprattutto il patto col Pd ad aver fatto male ai grillini. “Di certo – conclude il ricercatore Rinaldo Vignati – l’elettorato cinquestelle non sembra aver aderito alla nuova alleanza: in prevalenza manifesta disorientamento e distacco. Nemmeno nel centrosinistra la nuova alleanza sembra aver suscitato entusiasmo: le perdite che i flussi stimano verso il centrodestra potrebbero essere il segno che una parte degli elettori di questo partito non si riconosce in questa alleanza”. Concetto confermato anche dell’istituto Swg, secondo il quale il 54% degli elettori M5S non ha approvato l’accordo con il Pd. Tra i dem, i numeri sono più contenuti: il 38%. Secondo l’analisi rispetto alle europee il 76% degli elettori del Pd ha confermato la loro scelta, mentre solo il 61% degli elettori di M5s ha fatto altrettanto.

Salvini, l'attacco dei 5 Stelle: 'Parlaci dei legami con Malofeev'


Di Salvatore Santoru
I 5 Stelle tornano a criticare l'atteggiamento assunto da Matteo Salvini in merito alla vicenda del 'Russiagate italiano'. Entrando nello specifico, sullo stesso 'Blog Delle Stelle' è uscito un post dove si sostiene che l'ex ministero dell'Interno dovrebbe dare delle spiegazioni in merito ai legami tra la Lega e alcune personalità influenti russe(1). 
Andando nei dettagli, l'articolo si incentra sui rapporti tra il partito guidato da Salvini e l'uomo d'affari soprannominato 'oligarca di Dio' Konstantin Malofeev. Nel post del blog pentastellato si riportano delle dichiarazioni fatte dallo stesso Malofeev al giornalista Giorgio Mottola di 'Report', secondo cui la Lega sarebbe il partito più pragmatico e tradizionalista in Italia.
Inoltre, si fa riferimento alle dichiarazioni anti-Lgbt fatte da Malofeev e si parla del suo sostegno finanziario all'Internazionale ultra-tradizionalista che legherebbe alcuni settori della destra religiosa statunitense e russa.
Oltre a ciò, si parla dei rapporti tra l'uomo d'affari russo e alcuni movimenti e partiti dell'estrema destra e della destra populista come il Front National francese(2).

Pochi giorni fa Salvini è stato interpellato al riguardo dei rapporti con Malofeev e ha affermato di averlo incontrato una volta, ma di non avergli chiesto assolutamente dei soldi.


NOTA:


(1) https://www.ilblogdellestelle.it/2019/10/quattro-domande-a-matteo-salvini-i-rapporti-con-malofeev-salvinirispondi.html 


(2) https://www.informazioneconsapevole.com/2019/10/chi-e-konstantin-malofeev-loligarca-di.html

Ceta, l’accordo di libero scambio con il Canada divide Pd e M5s. Fa crescere l’export del 13%, “ma riduce standard di sicurezza alimentare”


Il Ceta fa crescere l’export in Canada, ma i dati disponibili a quasi un anno dall’applicazione in forma provvisoria dell’accordo di libero scambio tra Ue e Canada, non accorciano le distanze tra le forze di maggioranza del Governo Conte-bis e non bastano a spazzare via i dubbi (di parte dell’esecutivo, ma anche di associazioni e organizzazioni internazionali), sugli effetti concreti della ratifica da parte del nostro Paese dell’accordo che prevede l’abolizione della quasi totalità dei dazi doganali. Conseguenze che riguardano sia la tutela del made in Italy sia la sicurezza alimentare dei prodotti che arrivano dal Paese americano. I dati sull’export italiano in Canada sono quelli elaborati dal Centro Studi di Sace (Gruppo Cdp) e dicono che da gennaio a maggio 2019 è cresciuto di quasi il 13% rispetto allo stesso periodo del 2018. Si tratta di oltre 4 miliardi di euro. Resta il fatto che, senza l’approvazione all’unanimità da parte di tutti i Parlamenti dell’Ue, il Ceta non potrà essere definitivamente operativo e la questione della ratifica, tornata in agenda politica, porta con sé vecchi nodi mai sciolti e una vera e propria diatriba tra i sostenitori e i detrattori del trattato.

LE RAGIONI DEL NO ALLA RATIFICA – Tra questi i pentastellati, che condividono alcune perplessità già manifestate, ad esempio, da Greenpeace e l’Institute for Agriculture and Trade Policy, ma anche da Coldiretti (“così la Ue legittima la pirateria alimentare”), sul fatto che il Canada abbia standard inferiori rispetto a quelli europei e un’economia agricola che dipende in modo più massiccio da additivi chimici e ogm. Basti pensare che nel 2016 le autorità canadesi hanno autorizzato il commercio del salmone ogm, il primo approvato per il consumo umano e diverse tonnellate di filetti sono state vendute senza alcuna etichettatura.
I DATI SUGLI EFFETTI DEL CETA – Poi c’è l’altra faccia della medaglia. A quasi un anno dall’applicazione (per circa il 90 per cento) del Ceta, oggi per ogni prodotto canadese che entra in Italia, ce ne sono tre nostrani che vengono esportati nel Paese del Nord America. Un risultato dovuto principalmente ad alcuni settori. La meccanica strumentale, primo settore di esportazione, registra un aumento di oltre il 21 per cento, mentre la farmaceutica sfiora il 40 per cento. E se l’export dei metalli registra più del 30 per cento, anche se con percentuali più basse, vanno bene anche i settori degli alimentari e delle bevande (+1,6%) e tessile e abbigliamento (+5,7%), che sono da anni in costante crescita.

LE AZIENDE INTERESSATE – Sono circa 13mila le aziende italiane che esportano in Canada e se il dato sul valore dei beni arrivati Oltreoceano nel 2017 è in crescita del +4,4%, il Sace prevede un aumento del 4,6% l’anno, tra 2019 e 2022. Come ricordato dal Centro studi, con il Ceta l’Italia ha ottenuto 41 denominazioni protette, più della Francia, quasi il doppio della Spagna e il quadruplo della Germania. Ma sono sempre 41 su circa 300 prodotti Dop e Igp, troppo poche per i detrattori dell’accordo. A riguardo, in una recente intervista a Il Sole 24 Ore, il senior economist di Sace, Pierluigi Ciabattoni, ha sottolineato che da parte del Canada c’è un’apertura ad allargare il numero delle indicazioni geografiche garantite nella prima stesura del trattato. Una possibilità offerta dall’approvazione della nuova normativa che permette di aumentare il numero delle registrazioni protette previa domanda da parte dei soggetti interessati.
LA POLEMICA POLITICA – Così la neo ministra delle Politiche agricole, Teresa Bellanova, ha manifestato la volontà di lavorare “perché si arrivi alla ratifica con l’obiettivo di dare competitività al Sistema Italia”, anche in considerazione del fatto che hanno già firmato Spagna, Francia e altri 14 Paesi Europei. Eppure gli stessi dati non hanno convinto i senatori del M5s in commissione Agricoltura, convinti che la ratifica danneggi “pesantemente il made in Italy e tutta la filiera nostrana”. E se il senatore Michele Giarrusso è passato all’attacco (“La battaglia contro il Ceta è una battaglia identitaria del Movimento 5 Stelle. Mi pare che qualcuno non ha capito nulla e vuole fare saltare il governo prima che nasca”), il presidente Commissione Agricoltura della Camera Filippo Gallinella, che ha chiesto un confronto interno alla maggioranza prima di prendere posizione su “temi sensibili” come il Ceta. D’altro canto, l’ex governo alla guida del Paese aveva già in passato dichiarato di non voler ratificare l’accordo, ritenuto contrario agli interessi nazionali. Anzi, nel corso di un intervento durante un’assemblea di Coldiretti, l’allora vice premier Di Maio, oggi ministro degli Esteri con competenze proprio sul commercio estero e sul made in Italy, aveva persino minacciato la sospensione dei funzionari che lo avessero difeso.

LE RAGIONI DEI DETRATTORI – Durante il primo Governo Conte, il ministro alle Politiche agricole, Gian Marco Centinaio, aveva spiegato che il no del Carroccio era dovuto proprio alla questione della tutela parziale dei nostri prodotti. Come sottolineato da Coldiretti su 292 denominazioni italiane riconosciute, sono 250 quelle che non godono di alcuna tutela. Ma i dubbi riguardano anche altri aspetti. Come la controversa questione della clausola che permette alle aziende basate in Canada di sfidare direttamente le norme sulla sicurezza degli alimenti e i regolamenti agricoli dell’Ue e nazionali, facendo causa a uno Stato davanti a un arbitrato internazionale, sulla base di presunte discriminazioni o perdita di possibili profitti e di ricevere per questo compensazioni. Un esempio? Il grano duro che importiamo in grandi quantità dal Canada e con cui viene fatta la pasta prodotta in Italia. Di fatto, già nei mesi scorsi l’Italia è finita nel mirino della CropLife (l’associazione internazionale delle aziende agrochimiche) per le misure di etichettatura di origine del grano, la diffidenza verso il glifosato e il divieto di Ogm. In un dossier scritto insieme alla Camera di Commercio canadese, l’associazione ha indicato gli ostacoli al libero commercio che le multinazionali del settore vogliono rimuovere proprio attraverso il comitato per la cooperazione regolatoria istituito dal Ceta. Il pericolo concreto, per Greenpeace, è che questo sistema previsto dal trattato alimenti una corsa verso il basso. Tra le norme a rischio, ci sarebbero proprio le restrizioni sull’uso di organismi geneticamente modificati, di ormoni della crescita e di sostanze chimiche antimicrobiche per il ‘lavaggio’ della carne.

La Cina si prenota per il Conte 2 (e sul 5G gli Usa si organizzano con la Polonia)



La Cina non sembra temere l'avvento di un esecutivo italiano a tinte giallorosse, con il quale spera anzi di rafforzare una relazione che negli ultimi anni l'ha vista in ottimi rapporti con tutti i governi che hanno visto nelle loro fila Pd e Movimento 5 Stelle
GLI AUSPICI DI PECHINO
A dirlo, senza nascondere le attese, è stato Geng Shuang, portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, che in conferenza stampa ha spiegato che la Repubblica Popolare “è pronta a lavorare con il nuovo governo italiano per continuare a promuovere una cooperazione pragmatica, in modo da ottenere risultati vantaggiosi per tutti”. Cina e Italia, ha spiegato, sono partner strategici integrati l’uno con l’altro. E ha poi aggiunto che Pechino “attribuisce grande importanza allo sviluppo delle relazioni con l’Italia”, unico tra i Paesi G7 ad aver aderito al progetto infrastrutturale e geopolitico della nuova Via della Seta.

I LEGAMI CON 5S E PD
In realtà, ha raccontato più volte Formiche.net, quello tra la Cina e i due partiti che potrebbero presto essere assieme al governo è un legame strettissimo ormai da tempo. Sono note le diverse aperture fatte negli anni dai Dem agli investimenti strategici di Pechino, che hanno rappresentato un elemento di continuità in tutti gli ultimi governi guidati da un esponente del Nazareno. Più recentemente, invece, pezzi importanti del Movimento 5 Stelle non hanno mai celato di vedere di buon occhio una presenza del colosso cinese delle telco Huawei – al centro dello scontro tech tra Washington e Pechino – nelle nuove reti 5G.
L’ESEMPIO POLACCO
Proprio sul fronte delle nuove reti mobili di quinta generazione è giunta oggi una novità che potrebbe costituire un valido modello per la Penisola. Il primo ministro polacco, Mateusz Morawiecki, e il vicepresidente degli Stati Uniti, Mike Pence, hanno firmato oggi a Varsavia una dichiarazione congiunta sulla sicurezza nel quadro della costruzione e dello sviluppo del 5G. Una scelta, questa, che nasce dalla consapevolezza che le scelte tecnologiche che si compiono in un determinato Paese possono mettere a rischio anche le comunicazioni degli alleati. Pertanto, la Polonia ha deciso di compiere questo passaggio in autonomia – avvalendosi di fornitori ritenuti affidabili come la svedese Ericsson – ma confrontandosi e collaborando con gli Stati Uniti nella preparazione di adeguate misure di sicurezza.
OTTIMISMO CINESE (E PERPLESSITÀ INTERNAZIONALI)
In Italia, invece, si è ancora in fase di stallo. E ripercorrendo la cronaca degli ultimi anni si comprende meglio l’ottimismo della Cina, già intenta a ‘prenotarsi’ per interloquire in modo privilegiato anche col prossimo esecutivo. Nessuno sembra invece curarsi troppo degli effetti che il lento distacco di Roma dalla sua tradizionale collocazione euro-atlantica sta comportando. L’adesione alla Bri, le titubanze sul 5G, il silenzio su Hong Kong, ha evidenziato questa testata con articoli e interviste, sono tutti segnali di uno scivolamento verso Oriente che preoccupa gli alleati (nonostante le parole rassicuranti spese in questi mesi dal presidente del Consiglio incaricato Giuseppe Conte), e che rischia ben presto di isolare ulteriormente la Penisola sul piano internazionale, come lasciano presagire alcuni preoccupanti indizi raccolti durante l’ultimo G7 di Biarritz. Invertire questa rotta si può, anzi, si deve, prima che sia troppo tardi.

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