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Piazza Fontana e la psicologia delle masse


Di Enzo Pellegrin

Nell’anniversario del tragico 12 dicembre 1969, mi è capitata sott’occhi un’intervista allo Storico Miguel Gotor, titolata “Non chiamiamola strage di Stato” (1). Come spesso avviene, il titolo ingigantisce le parole dell’intervistato anche oltre il lecito, ma è significativo un passo dell’intervista dell’autore sul punto:
“La Strage di Stato è stato il titolo di un libro che ebbe molto successo all’epoca. Cosa pensa di questo concetto?
Fu un’espressione efficace sul piano politico, propagandistico e militante allora, ma oggi, dal punto di vista storico, la trovo insufficiente e persino ambigua. In primo luogo perché deresponsabilizza i neofascisti che ormai lo usano anche loro in questo senso. Se è stato lo Stato, nessuno è stato. Per capire, invece, bisogna anzitutto fare lo sforzo di distinguere. E poi perché, se è ormai accertato sul piano giudiziario e storico che nei depistaggi furono coinvolti esponenti degli apparati, dei servizi segreti e dell’ “Alta polizia” sopravvissuti al fascismo, vi furono anche magistrati come Pietro Calogero e Giancarlo Stiz o agenti come Pasquale Juliano che imboccarono da subito la strada della pista nera, con coraggio e andando controcorrente. Non erano anche loro esponenti dello Stato? Nella notte della Repubblica, nonostante il fango deliberatamente sollevato, il faro della giustizia e della ricerca della verità rimase acceso e non è giusto dimenticare l’impegno personale e professionale di quegli uomini con formule genericamente autoassolutorie.” (2)
Gotor si scaglia anche contro il concetto di “manovalanza neofascista” della strage. Partendo dal materiale processuale, che più di ogni cosa ha provato il coinvolgimento della “pista nera”, lo storico afferma che, ritenere i neofascisti dei puri esecutori, rischia di attenuare il loro ruolo militante nell’attacco alla democrazia.
Non c’è dubbio che, senza la partecipazione ed il concorso di una fitta rete di neofascisti, gli orrori delle bombe del 1969 non sarebbero venuti alla luce. Tuttavia, i distinguo di Gotor, alla fine non mi convincono, perché rischiano di anestetizzare la verità storica più importante che scaturisce da Piazza Fontana: lo Stato, macchina direttiva, pienamente responsabile, è intervenuto nelle dinamiche sociali, esercitando ed organizzando una sostanziale operazione sotto falsa bandiera, ed ha tentato di gestire la formazione dell’opinione e della coscienza dei cittadini, mediante tecniche afferenti alla psicologia delle masse.
Che all’interno dello Stato vi siano state figure individuali che abbiano esercitato un’azione meritoria in posizione di indipendenza non può sminuire la verità storica, per la quale la macchina direzionale statale ha imboccato, organizzato, costruito e sostenuto, fin dai primi momenti, un’operazione volta a creare tensione e caos, in un momento di lotta sociale, al fine di scaricare l’orrore su parti in lotta aventi proprie rivendicazioni contro il potere.
Non a caso, Gotor cita quale esempio di indipendenza i Magistrati delle Procure Venete. Ma questi furono soggetti istituzionali per loro natura indipendenti, soggetti che, comunque, per precetto costituzionale, non potevano essere direttamente ed impunemente riportati in rotta dalla macchina direzionale dello Stato.
Ben diverso fu il caso degli apparati di Polizia e dell’Esercito, i quali non solo non si discostarono da un sentiero poco virtuoso, ma che appaiono coinvolti in momenti anche precedenti alle bombe del 12 dicembre.
D’altronde, pochi passi prima, è lo stesso Gotor che si lancia giustamente contro un altro luogo comune, quello dei “servizi deviati”:
“Non si può usare questo concetto quando furono i vertici del Sid (il vecchio servizio militare), cioè i generali Vito Miceli e Gianadelio Maletti, e i vertici dell’Ufficio Affari riservati (Umberto D’Amato e Silvano Russomanno) i principali promotori dei depistaggi, funzionali a occultare la pista nera con quella anarchica. Costoro promossero depistaggi di provocazione, di copertura e di omissione, in particolare non informando la magistratura di quanto già sapevano sull’effettivo ruolo svolto dai neofascisti nella strage e, in alcuni casi, aiutarono i neofascisti inquisiti a fuggire all’estero.” (3)

Quella destra cresciuta e coccolata all’interno dello Stato Atlantico
Al di là di ciò, la storia processuale ha dimostrato la collaborazione tra apparati dello Stato e neofascismo veneto intenti ad armare complotti sin da prima delle bombe del 12 dicembre.
Già nel 1966, Freda e Ventura fanno giungere a mezzo posta ad oltre duemila Ufficiali delle Forze Armate Italiane, appartenenti a comandi ed unità stanziati nel Triveneto volantini contenenti un appello per la formazione di “Nuclei a Difesa dello Stato”, con i quali rovesciare l’ordinamento vigente per imporre i rigidi principi dell’autorità e della gerarchia (4).
Ciò che è rilevante non è tanto il tenore istigatorio del volantino, ma il fatto che i due giovani neofascisti veneti, poco più che ventenni, erano in possesso degli elenchi, degli indirizzi, delle aggiornate assegnazioni degli Ufficiali di una delle regioni militari più sensibili d’Italia. Materiale informativo di tale importanza suggerisce collegamenti di una certa levatura, non solo con l’ambiente delle Forze Armate, ma anche con quello della NATO. Ruggero Pan, personaggio coinvolto nelle indagini per la strage del 12 dicembre ebbe a dichiarare di aver visto siffatti elenchi a casa di Ventura, nascosti all’interno di una gamba del tavolo (5).
Il Pubblico Ministero Alessandrini, nella sua requisitoria 13.12.1974, primo processo sulla Strage, affermò che sin dal 1966 Freda e Ventura erano in contatto con l’imputato Giannettini installato all’interno del SID (6), ma è verosimile che un tale materiale non potesse essere conosciuto e nemmeno liberamente utilizzato ed “agitato”, senza una certa inerzia o complicità dell’apparato NATO. Infatti, per molto meno, ed in anni più lassisti, altri furono accusati di spionaggio e condannati a pene detentive (7).
Sin dai primi momenti delle indagini, documenti ufficiali mostrano l’interessamento degli apparati dello Stato al filone nero dell’inchiesta, sviluppato dai Pubblici Ministeri veneti. Ecco cosa scrivono operatori veneti del SID al quartier generale ai primi di novembre del 1971, quando sta venendo alla luce un arsenale fornito anche di armi ed esplosivi verosimilmente utilizzati e procurabili solo all’interno delle dotazioni degli eserciti NATO, occultato a Castelfranco Veneto per conto di Freda e Ventura:
“Non è stato possibile acquisire precisi dati di fatto sulle varie tappe dell’istruttoria e sulle motivazioni delle decisioni della magistratura, la quale si è chiusa in un riserbo impenetrabile e ha fatto capire, in occasione di cauti tentativi per eventuali approcci, di non gradire interferenza alcuna nell’inchiesta. Serpeggia da tempo l’impressione che la magistratura sia rimasta invischiata nelle mene di una vicenda intricatissima e che stia tentando ora una via d’uscita attraverso una serie di appigli procedurali. Tutta la questione potrà essere agevolmente ridimensionata”. (8)

PIAZZA FONTANA, IL CASO DEL COMMISSARIO JULIANO: POTEVA FERMARE LA STRAGE MA FU FERMATO DAI SERVIZI SEGRETI


Di Salvatore Santoru

La strage di piazza Fontana è stata considerata come la 'madre di tutte le stragi' che insanguinarono l'Italia durante gli anni della 'strategia della tensione'.
Inizialmente la strage fu attribuita, tramite alcuni depistaggi, agli anarchici ma in seguito si scoprì essere opera di alcuni individui legati al terrorismo di matrice neofascista.

Più specificatamente, si trattò di esponenti legati al gruppo Ordine Nuovo del Veneto che agirono con la copertura e una certa supervisione di alcuni settori dei servizi segreti, in modo particolare dell’ufficio Affari Riservati.
Nel 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che l'evento criminoso fu opera di alcuni membri dell'organizzazione eversiva formata a Padova nell'ambiente di Ordine Nuovo, capitanata da Franco Giorgio Freda e Giovanni Ventura.
Tra gli aspetti meno conosciuti della vicenda, riporta La Luce News(1), ci sono quelli che riguardano la fase di preparazione dell’attacco e la possibilità di sventarlo. 

Entrando nei dettagli, nel 1969 il poliziotto del commissariato di Padova Pasquale Juliano aveva fatto partire un'indagine a seguito di un ennesimo attacco terroristico all’Università di Padova.

Tale indagine individuò lo stesso gruppo di Ordine nuovo capeggiato da Franco Freda che, tra l'altro, era coinvolto nel traffico di esplosivi e di armi.
Lo stesso Juliano fece intercettare il telefono di Freda e riuscì ad incastrare l'organizzazione, dopo aver fatto appostare la sua squadra d'investigazione sotto la casa dell'estremista neofascista Massimiliano Fachini, il quale era ritenuto essere l’armiere della cellula veneta.
La polizia riuscì ad intercettare un giovane esponente neofascista appena uscito dall’abitazione di Fachini con un pacchetto che conteneva una rivoltella e, sopratutto, dell’esplosivo.Allora Iuliano fece disporre l’arresto di Fachini che, però, fu scagionato dalle accuse.
In seguito un testimone che poteva avere la possibilità di scagionare Juliano, Alberto Muraro, morì in circostanze misteriose e lo stesso commissario fu sospeso dal servizio e venne accusato di aver costruito prove false.
Alla fine, Juliano venne assolto da tutti i capi d’imputazione e ci vollero 10 anni per dimostrare la sua innocenza.

Piazza Fontana, lo speciale di Atlantide sulla strage che inaugurò la ''strategia della tensione''



ANTIMAFIA DUEMILA

Mezzo secolo. Tanto è passato da quel pomeriggio di dicembre del 1969 in cui tutta l’Italia si paralizzò per la tragica esplosione di un ordigno piazzato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, nel cuore della città di Milano. La strage di piazza Fontana provocò 17 morti e 88 feriti e fu il primo atto di una lunga serie di attentati eversivi che caratterizzarono la famosa “strategia della tensione”.


Un eccidio del quale ancora oggi, a distanza di 50 anni, emergono pezzi di verità. Una pagina nera del Paese. "Neri" erano gli autori dell'attentato appartenenti a cellule del movimento neo-fascista di Ordine Nuovo(collegati a doppio filo ai servizi segreti del SID), e "neri" erano i vari omissis, depistaggi e segreti di Stato posti in essere sul complesso lavoro d’indagine. 
Ciò che emerse dalla strage fu che l’Italia non avesse ancora fatto fino in fondo i conti con gli uomini del regime fascista. Un sentimento diffuso negli apparati dei servizi, dell’esercito e dei carabinieri. I servizi segreti alleati infatti si sono serviti dei nostalgici del Duce per il loro obiettivo: soffocare la minaccia comunista nel mediterraneo come avvenne in Grecia con la Dittatura dei Colonnelli e in Spagna con il regime di Francisco Franco


Su questa linea parve chiaro solo col passare del tempo che quella tragedia avvenne proprio in quel contesto che vede l’Italia, una delle potenze uscite sconfitte dalla seconda guerra mondiale, come una democrazia a sovranità limitata da accordi militari e alleanze strategiche dipendenti dall’egemonia statunitense. 
Il giornalista Andrea Purgatori, nello speciale di Atlantide “Piazza Fontana, la strage”, ha riavvolto il nastro della storia passando per le trame nere di quegli anni, rivelandone, con interviste esclusive, gli aspetti più oscuri di quella che ormai appare chiaro essere stata una “Strage di Stato”.

Su Piazza Fontana sappiamo tutto, o quasi. Malgrado un'infinità di depistaggi


Di Andrea Purgatori

Molte teste, e non solo italiane. Molte mani. E un’infinità di depistaggi che per decenni hanno coperto una verità che ormai oggi conosciamo. La bomba di Piazza Fontana – in realtà quel 12 dicembre 1969 gli ordigni piazzati furono cinque, due a Milano e tre a Roma, e il bilancio avrebbe dovuto essere ben più spaventoso dei 17 morti e 88 feriti nella sola Banca Nazionale dell’Agricoltura – fu il parto di un combinato disposto tra istituzioni deviate e terroristi di Ordine Nuovo, tra servizi segreti e neofascisti. Una strage pianificata con l’obiettivo di trascinare il Paese verso un colpo di stato mascherato da una condizione di necessità. Un golpe che avrebbe militarizzato l’Italia, mettendola sotto tutela “atlantica” come già lo erano la Spagna franchista e la Grecia dei colonnelli.
Era tutto pronto e previsto. Le carte da far firmare all’allora presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, per dichiarare lo stato d’emergenza e sospendere ogni garanzia costituzionale. E i colpevoli da consegnare in pasto all’opinione pubblica e sbattere sulle prime pagine dei giornali: gli anarchici. Ma il piano funzionò solo a metà. Perché Rumor, per opportunismo o per paura, si rifiutò di firmare. E si dice che lo fece dopo aver visto la folla di operai, studenti e semplici cittadini che aveva riempito piazza del Duomo nel giorno dei funerali. Una folla muta e composta, ma determinata a non farsi usare né ingannare.
Per quel passo indietro dell’ultimo minuto, Rumor doveva essere punito con la morte. Lo racconta l’ex militante di Ordine Nuovo Vincenzo Vinciguerra, che ancora sconta un ergastolo per la strage di Peteano (1972, tre carabinieri uccisi da un’autobomba), al quale i neofascisti avevano dato il compito di ucciderlo nella sua casa di Vicenza, d’accordo con i servizi e la stessa scorta di Rumor. Ma anche quest’operazione fallì, perché Vinciguerra si rese conto che subito dopo l’esecuzione avrebbe fatto la stessa fine del leader democristiano: “La scorta si sarebbe distratta quando sarei entrato, ma non quando sarei uscito”. Così, nella micidiale trappola di Piazza Fontana rimasero incastrati soltanto gli anarchici.


La notte del 15 dicembre, tre giorni dopo la bomba, il ferroviere Giuseppe Pinelli volò dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, al quarto piano della questura di via Fatebenefratelli. Di fatto, la diciottesima vittima innocente di quella strage. E poche ore dopo, il ballerino Pietro Valpreda fu indicato come esecutore materiale dell’attentato. Colui che aveva portato la valigetta imbottita di esplosivo nel salone della Banca dell’Agricoltura, mentre alle quattro e mezza del pomeriggio erano in corso le contrattazioni. E lo avrebbe fatto facendosi trasportare in taxi per soli cento metri, dalla Scala a Piazza Fontana, a bordo di un taxi il cui conducente Cornelio Rolandi disse di averlo riconosciuto durante un confronto all’americana i cui contorni sono rimasti per sempre oscuri.
Ci sarebbero voluti più di vent’anni per capire cosa si celava dietro la strage, grazie all’inchiesta del giudice Guido Salvini che fu capace di riprendere i fili delle indagini condotte prima tra depistaggi e omertà. Ma nonostante lui, perché le prove che avrebbero potuto inchiodare i responsabili, arrivarono sempre un minuto dopo le sentenze delle decine di processi che si svolsero, nessuno ha mai pagato il conto. Né i neofascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale (Freda, Ventura, Maggi, Digilio…). Né una delle menti che sono emerse dietro il complotto, il capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, il prefetto piduista Federico Umberto D’Amato. Né gli uomini del Sid, il Servizio Informazioni della Difesa, a cominciare dal generale Gianadelio Maletti, fuggito in Sudafrica.
Quanto a Giuseppe Pinelli, l’incredibile conclusione a cui arrivò la procura di Milano con l’inchiesta guidata dal giudice Gerardo D’Ambrosio, fu che sarebbe precipitato nel cortile della questura a causa di un “malore attivo”. Mentre Luigi Calabresi, che al momento della morte di Pinelli non era nel suo ufficio, fu vittima di una feroce campagna di stampa che si concluse nel 1972 con il suo assassinio, per il quale furono condannati molti anni dopo quattro esponenti di Lotta Continua: il reo confesso Leonardo Marino (sulle cui dichiarazioni restano ombre e sospetti), Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi.
Fu l’inizio della cosiddetta strategia della tensione. Di altre bombe e altre stragi (Piazza della Loggia, Italicus…) e di un decennio di piombo, morti e terrore che attraversò il Paese fino al delitto di Aldo Moro. Ma affermare che di quell’incipit sanguinoso che il 12 dicembre 1969 fece perdere al paese la sua innocenza non sappiamo nulla, sarebbe un clamoroso errore. Perché sappiamo tutto o quasi. E sappiamo che alla fine la nostra democrazia ha tenuto. Non è affatto poco, se non si vanificherà lo sforzo di non perdere la memoria di quei giorni e di quegli anni.

Cosa fu la strage di piazza Fontana


Di Davide Maria De Luca

Nel pomeriggio del 12 dicembre del 1969 quattro bombe piazzate da un gruppo neofascista esplosero tra Milano e Roma. Quella che causò i danni maggiori scoppiò in mezzo alla sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, nel centro di Milano. Diciassette persone morirono, più di 80 furono ferite: le indagini conseguenti furono sviate e ostacolate da interventi di esponenti delle istituzioni, che divennero un lungo strascico delle responsabilità dell’attentato stesso. E la strage rimase, tra le altre cose, come una svolta storica e una “fine dell’innocenza” per i movimenti giovanili di cambiamento sociale del ’68 e del ’69 che si trovarono da allora di fronte a una risposta violenta e sanguinaria che determinò parte degli sviluppi violenti e sanguinari nella vita italiana degli anni successivi.
Il processo sulla strage di piazza Fontana è divenuto famoso per il ruolo dei servizi segreti nel depistare le indagini e nel proteggere i responsabili, che contribuì a far crescere un’intera generazione di militanti e simpatizzanti della sinistra con la convinzione che lo Stato approfittasse e fosse addirittura complice della violenza stragista (la cosiddetta “strategia della tensione”). Le falsificazioni compiute inizialmente dalle indagini, l’indicazione di colpevoli che non lo erano, la ricerca di capri espiatori nei movimenti anarchici e di sinistra, e il tempo impiegato e le difficoltà nel giungere a una sentenza di condanna nei confronti del gruppo neofascista responsabile dell’attentato costruirono un diffuso disincanto sulla capacità della giustizia di fornire risposte soddisfacenti e sulle complicità nelle istituzioni. Ma a cinque decenni dalla strage esiste un quadro quasi completo di quel che accadde.
L’attentato
Il 1969 era stato un anno di grandi tensioni in tutto il paese. Piccoli attentati che non avevano causato morti si erano succeduti per tutta la primavera e l’estate, a Milano e in altre città. Le contestazioni degli studenti iniziate in varie università negli anni precedenti si erano fatte sempre più forti, e più dura si era fatta anche la reazione della polizia. Nell’autunno di quell’anno, quello che venne chiamato “l’autunno caldo”, alla protesta degli studenti si affiancò quella degli operai di molte fabbriche e aziende, che iniziarono un periodo di proteste e scioperi per ottenere aumenti contrattuali. Quando esplosero le bombe del 12 dicembre, anche la situazione politica era molto precaria.
Le esplosioni quel giorno furono quattro: una a Milano e tre a Roma (una quinta bomba fu trovata inesplosa a Milano in piazza della Scala). L’unica a uccidere delle persone fu quella avvenuta intorno alle 16.30 nella sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, dove decine di agricoltori si erano trattenuti oltre l’orario di chiusura per depositare i loro guadagni di giornata (era venerdì, giorno di mercato). La bomba era costituita da sette chili di tritolo chiusi in una scatola di metallo all’interno di una valigia in pelle. La sala della banca, dall’alto soffitto a cupola, fu devastata dall’esplosione. Diciassette persone furono uccise, di cui tredici sul colpo. Altre 88 rimasero ferite dalle schegge e dalla potente onda d’urto. Poco dopo un’altra bomba esplose in un sottopassaggio della Banca del Lavoro a Roma, ferendo 14 persone. Seguirono altre due esplosioni, all’Altare della Patria e di fronte all’ingresso del museo del Risorgimento. Era l’attacco armato più esteso e violento dalla fine della guerra.
Fin da subito i commenti sulla strage di Piazza Fontana si divisero in base allo schieramento politico. La sinistra, in particolare quella più radicale extraparlamentare, vide nell’attacco un’azione degli estremisti neofascisti, forse in combutta con settori più o meno deviati delle istituzioni che con le bombe puntavano a spaventare gli elettori e spingerli a votare per la Democrazia Cristiana e i partiti di centro e destra che promettevano sicurezza (è questa, in sostanza, la base della famosa “strategia della tensione”). Moltissimi militanti e attivisti di sinistra hanno raccontato come furono profondamente segnati dalla strage, e molti di coloro che poi sarebbero entrati nei gruppi armati di sinistra la indicarono come il momento più importante della loro radicalizzazione.
I partiti di centro e i grandi giornali furono dapprima prudenti nell’attribuire responsabilità, ma le indagini si orientarono invece fin da subito verso una ipotesi opposta a quella denunciata dai militanti di sinistra: la pista anarchica, cosiddetta. Gli anarchici non solo erano già ritenuti responsabili di una serie di esplosioni avvenute il 25 aprile nella fiera nella Stazione Centrale di Milano (successivamente attribuite ai neofascisti), ma erano considerati anche gli autori della maggior parte degli attacchi dinamitardi di tutto il biennio precedente (di piccoli attacchi dimostrativi con bombe a bassissimo potenziale).
Le indagini sugli anarchici
La sera stessa dell’attacco circa 150 persone furono fermate e interrogate in questura dalla polizia. Erano quasi tutti “soliti sospetti”, giovani con simpatie politiche radicali, in buona parte anarchici, fermati per controlli generici e senza che ci fossero particolari prove nei loro confronti. Tra loro c’era anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico di 41 anni, ex partigiano. Pinelli, in circostanze mai del tutto chiarite, fu trattenuto in questura e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni, più delle 48 ore in cui la legge permette di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato. Il terzo giorno Pinelli morì dopo essere precipitato dalla finestra al quarto piano dell’edificio. Molti suoi compagni sostennero, e sostengono ancora oggi, che Pinelli sia stato gettato dalla finestra: o per coprire le ragioni della sua morte nella violenza dell’interrogatorio, o per errore mentre lo si minacciava di gettarlo. Della morte di Pinelli fu accusato il commissario Luigi Calabresi (che sarà ucciso in strada a Milano due anni dopo: per il suo omicidio sarà condannato 25 anni dopo un gruppo di militanti del gruppo di estrema sinistra Lotta Continua, al termine di un processo lunghissimo, con sentenze alterne e tuttora molto contestato). Il processò sulla morte di Pinelli stabilì la sua totale estraneità alle accuse e risolse le molte contraddizioni nelle testimonianze e misteri sulla sua morte assolvendo i responsabili dell’interrogatorio con la formula del “malore attivo” che avrebbe portato Pinelli a perdere coscienza e cadere dalla finestra. Ma questo sarebbe successo comunque molto dopo: nei giorni immediatamente successivi le autorità di polizia – il questore per primo, che parlò persino di “un balzo felino” – annunciarono che Pinelli si fosse suicidato perché scoperto come responsabile della strage, e che il suicidio fosse una conferma della fondatezza della pista anarchica.
Il giorno dopo la morte di Pinelli, il 16 dicembre, un altro anarchico venne arrestato: Pietro Valpreda, un ex ballerino 37enne. Valpreda era stato riconosciuto da un tassista che sostenne di averlo portato di fronte alla Banca dell’Agricoltura, dove avrebbe depositato una misteriosa valigia prima di tornare sul taxi. Valpreda fu immediatamente indicato come il sicuro colpevole da tutta la grande stampa italiana. Il quotidiano comunista L’Unità, per esempio, lo chiamò «il mostro di piazza Fontana»; il giornalista del TG1 Bruno Vespa lo definì il «sicuro colpevole». Ma oltre alla testimonianza del tassista non c’era nient’altro, e man mano che la pista neofascista appariva più plausibile in molti iniziarono a dubitare del suo coinvolgimento. Nel 1972, dopo aver trascorso oltre 1.100 giorni di carcere, Valpreda fu liberato grazie a una legge ad personam che introduceva i limiti alla custodia cautelare anche per gli accusati di reati gravissimi, come la strage. L’assoluzione definitiva per lui sarebbe arrivata soltanto nel 1987.
La pista neofascista 
La pista neofascista iniziò a svilupparsi già nei giorni immediatamente successivi all’attacco, ma impiegò un paio d’anni a concretizzarsi. Al centro di questa pista c’era Giovanni Ventura, all’epoca un giovane libraio ed editore padovano e membro del gruppo neofascista “Ordine Nuovo”. Il giorno dopo la strage, Ventura, parlando con un suo amico, si sarebbe fatto sfuggire un paio di frasi in cui ammetteva di aver avuto qualcosa a che fare con gli attacchi del 12 dicembre. Se dopo l’attentato le forze politiche non si muoveranno, avrebbe detto Ventura al suo amico, «bisognerà fare qualcos’altro». L’amico di Ventura ne parlò con il suo avvocato e poi andò a raccontare ai magistrati non solo le frasi ambigue di Ventura, ma che Ventura si vantasse di essere capo di un gruppo paramilitare di estremisti di destra, parte di un movimento più ampio che aveva lo scopo di utilizzare stragi e attentati per rovesciare l’ordine sociale e politico. Nelle settimane e nei mesi successivi, Ventura e il suo amico Franco Freda, un altro neofascista di Ordine Nuovo, furono sottoposti a diversi controlli, perquisizioni e persino intercettazioni, ma i magistrati che si occupavano del caso, alcuni a Treviso, altri a Padova e altri ancora a Roma, ritennero che non ci fossero abbastanza elementi per procedere contro di loro.
La svolta arrivò due anni dopo la strage, nel novembre del 1971, quando in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione in una casa nella campagna trevigiana furono ritrovate in un’intercapedine armi, munizioni e simboli fascisti. Il proprietario dell’edificio disse che era stato Ventura a chiedergli di nascondere lì l’arsenale. Sembrava la conferma dell’esistenza di un movimento eversivo di estrema destra basato tra Padova e Treviso. Proseguendo le indagini, i magistrati e trovarono esplosivi dello stesso tipo usati per le bombe del 12 dicembre, e, in una cassetta di sicurezza di cui disponevano la madre e la sorella di Ventura scoprirono documenti interni e segreti del SID, uno dei servizi segreti italiani del tempo. Grazie a tutti questi elementi, il 3 marzo del 1972 Freda e Ventura furono arrestati.
I depistaggi
La fase istruttoria del processo e il procedimento vero e proprio furono lunghissimi e tormentati. Fin dall’inizio c’era parecchio disordine tra gli investigatori. Sul caso indagavano procure, corpi di polizia e servizi segreti, divisi da reciproche rivalità e impegnati a consultarsi soltanto saltuariamente, senza una chiara gerarchia che ne ordinasse le ricerche. Per esempio soltanto nel 1972 i magistrati furono informati che già nei primi giorni dopo l’attacco un negoziante di Padova aveva detto alla polizia di aver venduto quattro valigie dello stesso modello usato negli attentati a un uomo che gli sembrava Franco Freda.
Ma le sentenze nel corso degli anni hanno dimostrato che alcuni degli ostacoli alle indagini non erano frutto di errori e incomprensioni. Il SID, e in particolare la sua sezione “D” che si occupava di controspionaggio, ostacolò le indagini, per esempio aiutando a fuggire dall’Italia due testimoni importanti: Marco Pozzan, un neofascista amico di Freda che aveva riferito ai magistrati il contenuto di alcuni incontri riservati tra gli ordinovisti e che, secondo gli investigatori, conosceva altri aspetti della vicenda che non aveva ancora rivelato; l’altro sospettato aiutato a fuggire, salvo poi tornare in Italia ed essere arrestato, fu Guido Giannettini, un giornalista finanziato dal SID che da anni frequentava Ventura al quale passava informazioni e documenti riservati (come le informative del SID trovate nella cassetta di sicurezza di Ventura). In un altro episodio, una comunicazione del SID datata pochi giorni dopo l’attentato, ma scoperta dai magistrati soltanto mesi dopo, ipotizzava l’esistenza di una pista neofascista con mesi di anticipo rispetto alla scoperta di Ventura e Freda, ma indicava come sospetto un altro militante neofascista, poi rivelatosi estraneo alla vicenda e appartenente a un diverso gruppo da quello dei “veneti”. Quando i magistrati chiesero spiegazioni sull’accaduto, il SID oppose il segreto militare. Anni dopo l’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti ammise che opporre il segreto era stato un errore, che Giannettini era un informatore del SID e che la vicenda era stata gestita in maniera oscura dai servizi (i quali saranno sottoposti negli anni successivi a una profonda opera di riforma).
Il processo infinito
Il primo processo su piazza Fontana si concluse soltanto nel 1979, a dieci anni dalla strage. Dopo aver girovagato per tutta Italia, alla fine il processo era arrivato a Catanzaro, per ragioni di legittimo sospetto e di ordine pubblico (Milano era ritenuto un luogo troppo pericoloso dove tenerlo). Soltanto nel 1974 la Cassazione aveva poi ordinato di riunire i due procedimenti fino a quel momento separati, quello contro gli anarchici e quello contro i neofascisti. Tutti i filoni furono riuniti a Catanzaro, dove proseguirono anche le indagini sui depistaggi di stato.
La sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro del 1979 condannò Freda e Ventura per strage e gli agenti e collaboratori del SID per i depistaggi; gli anarchici furono assolti per la strage ma condannati per altri reati. A questa prima sentenza seguì un complicato scambio tra tribunali. Nel 1981 la Corte d’Appello di Catanzaro ribaltò la sentenza e assolse tutti dai reati principali, ma poi la Cassazione ordinò di rifare tutto. Il processo d’appello ricominciò per una seconda volta nella Corte d’Appello di Bari. Nel 1985 la Corte confermò in gran parte la seconda sentenza di Catanzaro: Freda e Ventura, ma anche Valpreda, furono giudicati non colpevoli per insufficienza di prove. Infine, nel 1987 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione dei neofascisti.
Per i giudici, insomma, le prove raccolte non erano sufficienti a condannare gli imputati. In particolare, non considerarono sufficienti le testimonianze contro Freda e Ventura (quasi tutte provenienti da testimoni considerati non molto affidabili e che avevano cambiato più volte versione), né fu considerato sufficiente il fatto che Freda avesse acquistato diverse decine di timer dello stesso tipo di quello ritrovato sul luogo delle esplosioni e che fosse fortemente sospettato di aver acquistato quattro valigie identiche a quelle usate negli attacchi. Per i numerosi giudici che si occuparono del caso, Freda e Ventura facevano sì parte di un’organizzazione eversiva di estrema destra e avevano partecipato ad azioni e attacchi terroristici, ma non c’era modo di collegarli con certezza alla strage di piazza Fontana. Due importanti ufficiali del SID furono condannati per i depistaggi, ma quanto i loro superiori e i responsabili politici fossero a conoscenza delle loro azioni non è mai stato chiarito. In un famoso interrogatorio sulla vicenda, Andreotti rispose per 33 volte “non ricordo” alle domande dei magistrati.
Insomma, la strage di piazza Fontana sembrava destinata a rimanere senza un responsabile. Subito dopo la fine del processo, però, altre due inchieste portarono nuovi elementi. Nel primo processo, che si svolse di nuovo a Catanzaro, erano imputati Stefano Dalle Chiaie e Massimiliano Fachini, due neofascisti accusati da un ex membro del loro gruppo – divenuto collaboratore di giustizia – di essere gli autori materiali dell’attentato (confermò anche il ruolo di Freda, che invece era appena stato assolto). Nel 1991 i due furono assolti definitivamente (ma saranno coinvolti in numerosi altri processi e Fachini sarà poi condannato per associazione sovversiva e banda armata).
Nel 1994, poi, un giudice milanese riprese nuovamente a indagare sugli autori della strage in seguito alle informazioni fornitegli da un altro collaboratore di giustizia ex membro di Ordine Nuovo, Carlo Digilio. Il collaboratore confermò ancora una volta il ruolo di Freda e Ventura emerso nel corso del primo processo, e indicò i nomi di altri partecipanti all’attacco o alla sua organizzazione (tutti e tre già implicati in vicende di violenza politica e terrorismo). Il processo si concluse in Cassazione nel 2005 con un’assoluzione per insufficienza di prove di tutti e tre i neofascisti indicati. Il collaboratore, Digilio, divenne invece l’unico condannato in relazione alla strage, anche se grazie alle attenuanti generiche dovute alla collaborazione il suo reato era caduto in prescrizione.
Nella sentenza definitiva su quest’ultimo stralcio di processo su piazza Fontana, la Cassazione tornò a esprimersi anche sul ruolo di Ventura e Freda. Grazie ai nuovi elementi emersi negli ultimi anni, in particolare le parole dei collaboratori di giustizia, la corte scrisse che Ventura e Freda parteciparono all’organizzazione della strage di piazza Fontana al di là di ogni dubbio, ma non avrebbero potuto essere processati perché per quel reato erano già stati assolti in via definitiva nel 1987.
A oggi la storia dei processi racconta con estesa completezza come andarono le cose, come non andarono, e come diversi esponenti di istituzioni e polizia cercarono di raccontarle.

Quello sconosciuto “anello” della Repubblica. “Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro” nella ricostruzione di Aldo Giannuli


Di Antonella Beccaria

Per lungo tempo sembrò poco più di un parto di fantasia. Eppure oggi si può dire non solo che è esistito davvero, ma che i suoi uomini hanno avuto ruoli in alcune vicende di primo piano nella storia della prima Repubblica. Si parla del libro di Aldo GiannuliIl noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco Tropea Editore) e di un apparato conosciuto anche con il nome di Anello, un servizio segreto “ufficioso” fondato nella fase calante della seconda guerra mondiale dal potente generale Mario Roatta e poi sopravvissuto ai riassetti – talvolta solo di facciata – degli apparati dello Stato dopo la fine del fascismo.
Notizie – o frammenti di esse – che ne parlano si rintracciano nelle indagini del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana e in qualche commissione parlamentare. E poi ci sono i faldoni del Viminale, quelli scoperti nel 1996, oltre inchieste che hanno portato a processi come quelli per la strage di piazza della Loggia, a Brescia, del 28 maggio 1974. In tutto questo materiale documentale – disponibile anche negli archivi di Stato maggiore, dei ministeri o dei servizi segreti – ecco che emerge una struttura d’intelligence che avrà una proposta “testa”: quella di Giulio Andreotti, che condivideva l’informazione con uno sparuto gruppo di politici nazionali, tra cui Aldo Moro e Bettino Craxi.

L’autore del libro, Aldo Giannuli, riunisce in questo lavoro le risultanze delle consulenze condotte per le procure e un quindicennio di studi. E ne esce una spy story degna di questo nome. Peccato che non di fantasia dello scrittore si tratti. Si tratta invece di tentati colpi di Stato, come quello di Junio Valerio Borghese, di nazisti protetti, di “vicende eccellenti”, come il caso Moro, il rapimento dello statista democristiano sequestrato a Roma dalle Brigate Rosse e assassinato dopo cinquantacinque giorni di prigionia.
Ma si racconta anche di massoneria, di Vaticano e degli scontri consumatisi al suo interno, di una finanza disinvolta che ha condotto a crac in giro per il mondo. E di mafia, dimostrando che la parola “trattativa” è stata a lungo un tabù, qualcosa da non pronunciare, ma è un fattore tutt’altro che recente e tutt’altro che solitario nella vita politica dell’Italia. E così è stato almeno dagli anni Cinquanta e dal trionfo della logica delle correnti all’interno della Democrazia Cristiana. Anche questa volta dobbiamo tributarne il “merito” a un politico, sempre lo stesso, il Divo Andreotti.
Il noto servizio, Giulio Andreotti e il Caso Moro di Aldo Giannuli
Marco Tropea Editore – Collana Saggi
Isbn 9788855801799
350 pagine – € 18
(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2011 del mensile La voce delle voci)

Il Noto Servizio e il Movimento di Azione Rivoluzionaria di Carlo Fumagalli


7 – Un caso particolare: il Movimento di Azione Rivoluzionaria di Carlo Fumagalli.

Di Giorgio Marenghi 
La nota informativa del giugno 1974, sottolinea pesantemente il nesso fra “noto servizio”, Carabinieri e FUMAGALLI e questo ci spinge ad una digressione a tale proposito.
Da un documento – la segnalazione del 2 settembre 1970 rinvenuta presso l’Archivio della Dcpp – apprendiamo della presenza – al momento – del ricercato CARLO FUMAGALLI in Valcamonica. Subito dopo si legge:
“Si sarebbe fatto osservare che la presenza del medesimo nella zona sarebbe nota al SID e che nessuna azione è stata finora intrapresa contro il medesimo. L’Arma dei Carabinieri sarebbe interessata acchè il FUMAGALLI non cada nelle mani della PS in quanto potrebbe rivelare un certo accordo reciproco sulla responsabilità delle azioni sinora attuate dal M.A.R.”

Questa seconda parte è cancellata a mano e, infatti, non figura nelle segnalazioni inviate alle Questure.

Peraltro, il rapporto fra FUMAGALLI ed i Carabinieri era oggetto anche di circostanziate accuse del parlamentare socialista DELLA BRIOTTA al Colonnello dei Carabinieri MONICO (38).

Sempre a questo proposito, è interessante leggere l’appunto 5 luglio 1974(Dcpp) relativo alla vicenda ZICARI:

“Il maggiore avversario di ZICARI e di DI BELLA, in questo momento, è il ten. Colonnello ROSSI, il quale opera in stretta collaborazione con un colonnello di Firenze. L’obiettivo dei Carabinieri sarebbe quello di convincere il Magistrato che indaga sul M.A.R. ad emettere mandato di cattura contro lo ZICARI, nel convincimento che una volta arrestato lo ZICARI racconterebbe tutti i retroscena dei suoi rapporti con la Divisione Affari Riservati del Ministero, ma più ancora dei suoi vecchi rapporti con BENEFORTI e TOM PONZI. I Carabinieri, infatti, non vogliono che ZICARI parli del M.A.R. – del quale si sa già abbastanza – ma dei vecchi rapporti con BENEFORTI e PONZI, anche e soprattutto in relazione alla situazione MONTEDISON- CEFIS”.

Come si vede, i Carabinieri avrebbero avuto timore, già nel 1970 di un arresto di FUMAGALLI da parte della PS, per le rivelazioni che il capo del M.A.R. avrebbe potuto fare circa i rapporti con la stessa Arma.

Poi il processo di Lucca, come si sa, ebbe esito favorevole agli imputati, per cui la questione ebbe una momentanea schiarita, ma, quando FUMAGALLI venne nuovamente colpito da mandato di cattura, i timori tornarono e ben più gravi.

In particolare la questione si intrecciava con quella di ZICARI che stava facendo dichiarazioni sui rapporti FUMAGALLI-Carabinieri. Di qui l’intervento dell’Arma per fare arrestare ZICARI e portare il discorso sulla vicenda MONTEDISON (si noti la ricorrenza dei nomi di PONZI e BENEFORTI, nel frattempo coinvolti nello scandalo delle intercettazioni).

Altra riprova dei sonni inquieti dei Carabinieri sulla vicenda M.A.R., la si ha nella vicenda, ben posteriore, del falso passaporto di ORLANDO durante la sua latitanza in Venezuela.

A fornire il passaporto falso era stato tal BUCCIARELLI che, dopo essere stato arrestato a Caracas, pochi giorni dopo veniva rimpatriato, ma, a richiesta del SID, veniva fermato all’aeroporto di Fiumicino, in quanto si sarebbe presentato all’ambasciata italiana di Caracas come colonnello dei Carabinieri (Appunto del 21 maggio 1977 – Dcpp).

Un gruppo di funzionari ed agenti del SID e dell’Ispettorato Antiterrorismo si recava, quindi, all’aeroporto di Fiumicino, ma BUCCIARELLI rifiutava di sottoscrivere alcuna dichiarazione e chiedeva di poter conferire con il colonnello TRAVERSA (l’ufficiale dell’Arma che lo aveva consigliato di portare il passaporto ad Orlando), che, raggiunto telefonicamente, ne confermava il racconto. 
Nel corso dell’incontro all’aeroporto, BUCCIARELLI avrebbe fatto alcune rivelazioni sul conto del coinvolgimento di ORLANDO nel delitto OCCORSIO (magistrato romano ucciso da PIERLUIGI CONCUTELLI, terrorista di ORDINE NUOVO, nota g.m.) e fatto il nome di alcuni suoi finanziatori (tali VANNETTI e BALDASSINI).

Tuttavia, aggiunge l’appunto: 
“Dal colloquio conclusosi verso le 22.30 si è avuta l’impressione che il BUCCIARELLI fosse in possesso di altre notizie che desiderava riferire soltanto al colonnello TRAVERSA. Ha infatti aggiunto di aver appreso che uno dei finanziatori e certamente il più importante è il segretario di un personaggio italiano molto in vista, ma non ha voluto precisarne il nome. Si è riservato di comunicarlo al col. TRAVERSA”.

Della vicenda si perdono le tracce, mentre il SID sembra rispettare la volontà di BUCCIARELLI. Si noti, peraltro, che Traversa avrebbe confermato di aver autorizzato BUCCIARELLI a dare il passaporto falso a ORLANDO (M.A.R.).

Probabilmente il M.A.R., nelle vicende della strategia della tensione, ha avuto un ruolo maggiore di quello, pur rilevante, che le sentenze gli attribuiscono.

Ad esempio, il legame – ormai documentato anche fotograficamente – fra il capo del M.A.R. (Carlo Fumagalli) e LUCIANO LIGGIO (COSA NOSTRA), sin qui è stato considerato come un aspetto connesso al suo “secondo lavoro”, comunque qualcosa di estraneo al filone politico della vicenda. E ciò, oggi, alla luce di quanto va emergendo, fa sorgere legittimi interrogativi.

Infatti, LUCIANO LIGGIO risultava in rapporti anche con ETTORE CICHELLERO, il maggior contrabbandiere europeo degli anni sessanta e settanta, meritevole di qualche cenno.

Già dagli anni cinquanta CICHELLERO stabilì la sua residenza fra Bellizona, Lugano e Agno dove avrebbe avuto a disposizione un aereo, notoriamente simpatizzante dell’estrema destra, venne coinvolto nel sequestro di CRISTINA MAZZOTTI e alcune inchieste stampa lo accusarono di essere il riciclatore del denaro dei sequestri (39).

Visitando il fascicolo dell’istruttoria milanese a carico suo e dei suoi collaboratori, abbiamo rinvenuto tabulati bancari, dai quali si ricava un movimento di tre assegni – pur se di cifre assai modeste – fra l’avvocato di CICHELLERO e quello di NARDI, proprio poco dopo l’arresto di questi (40): un elemento molto probabilmente casuale, ma non indegno di qualche attenzione.
(Continua al Capitolo 8 – Alcune considerazioni finali)

NOTE AL CAPITOLO 7

38) Il che fa tornare in mente la nota successiva alla strage bresciana, per la quale negli ambienti socialisti si nutriva la convinzione che, l’inchiesta sull’evento, avrebbe portato al “fantomatico servizio” per il tramite di Fumagalli.
39) Campo nel quale risultò coinvolto anche il Mar di Fumagalli: ricordiamo il sequestro Cannavale.
40) Il primo dei tre assegni è di poche settimane dopo l’arresto per un traffico d’armi del noto neofascista, avvenuto, come si ricorderà, al valico di Brogeda. Qualche elemento, peraltro, fa pensare che Cichellero avesse interessi anche nel traffico d’armi.

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Piazza Fontana, il nuovo libro del giudice Salvini rivela l'esistenza di una cinepresa segreta utilizzata durante l'attacco


Di Salvatore Santoru

Nel suo nuovo libro intitolato "La maledizione di Piazza Fontana", il giudice Guido Salvini ha riportato alcuni inquietanti fatti e verità relative alla strage di Piazza Fontana, avvenuta a Milano il 12 dicembre del 1969.

Nel libro, edito da Chiarelettere e scritto con Andrea Sceresini(1), Salvini ha rivelato che la strage è stata ripresa in diretta grazie ad una cinepresa segreta.
Il film girato in diretta è stato, riporta Claudio Bernieri su un articolo di Affari Italiani ripreso anche dal sito del progetto Ecn Antifa(2), realizzato probabilmente con la complicità di alcuni agenti del Counter Intelligence Corps statunitense di stanza in Germania.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) http://www.affaritaliani.it/milano/piazza-fontana-nuovo-libro-rivela-cinepresa-segreta-ha-ripreso-lo-scoppio-635099.html?fbclid=IwAR3UrEOdh6ukTdQ7PIpDQIwOVFu5RpNC-42NxEFDN6WtpefMsKj_kr4hLPo

(2) http://www.ecn.org/antifa/article/6202/piazza-fontana-nuovo-libro-rivela-cinepresa-segreta-ha-ripreso-lo-scoppio

Chi era Licio Gelli e che cos’era la P2

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Di Ermes Antonucci

Loggia massonica segreta, di carattere eversivo, guidata da Gelli a partire dal 1970 in qualità di “Gran Maestro”. È finita al centro dei principali scandali della storia italiana degli ultimi trent’anni: dalla strage di Bologna allo scandalo del Banco Ambrosiano, passando per il tentato golpe Borghese, il sequestro Moro e Tangentopoli. La lista degli appartenenti alla loggia fu rinvenuta il 17 marzo 1981 durante una perquisizione della residenza di Gelli, Villa Wanda, e di una sua fabbrica a Castiglion Fibocchi (Arezzo), e fu resa pubblica il 21 maggio seguente dal presidente del Consiglio Arnaldo Forlani, poi dimessosi in virtù dello scandalo. 

I nomi  
La lista includeva 962 nomi, tra cui l’intero gruppo dirigente dei servizi segreti italiani, ministri (Gaetano Stammati e Paolo Foschi, entrambi Dc), parlamentari, imprenditori come Silvio Berlusconi, finanzieri come Michele Sindona e Roberto Calvi, magistrati, editori e giornalisti come Roberto Gervaso e Maurizio Costanzo. In tanti, tuttavia, nel corso degli anni hanno smentito la loro appartenenza alla loggia. 

Il Piano di rinascita democratica  
Il documento, ritrovato e sequestrato nel 1982, elenca le finalità politiche ed istituzionali dell’azione della P2. Tra gli obiettivi la trasformazione del sistema politico di allora, attraverso l’istituzione di una dinamica bipartitica, una riforma costituzionale per la modifica delle competenze delle due Camere, un forte controllo sui media e sull’informazione, e una riforma della magistratura. 

Il golpe Borghese  
Licio Gelli avrebbe avuto un coinvolgimento nel colpo di Stato tentato dall’ex comandante della X Mas Junio Valerio Borghese nella notte tra il 7 e l’8 dicembre del 1970. Negli anni è emerso, infatti, come Gelli fosse stato uno dei primi associati al Fronte nazionale di Borghese, tanto che, come dichiarato dall’allora capitano dei servizi segreti Antonio Labruna, il “venerabile” avrebbe dovuto addirittura partecipare al golpe catturando il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Secondo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia P2, però, fu proprio Gelli ad impartire il contrordine ai complottisti per farli rientrare nei ranghi. 

Il caso Moro  
Licio Gelli fu più volte accusato di aver rivestito un ruolo attivo nel caso del sequestro del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, avvenuto tra marzo e maggio del 1978. I principali posti di responsabilità all’interno dei servizi segreti erano infatti occupati da uomini iscritti alla loggia P2, come il comandante della Guardia di finanza Raffele Giudice. Secondo alcuni, il Gran Maestro sarebbe intervenuto per ostacolare la liberazione del leader democristiano ed evitare che venisse a realizzarsi la politica di compromesso storico avviata per condurre il Pci di Enrico Berlinguer nell’area di governo. 

Strage di Bologna  
Il 2 agosto 1980 l’esplosione di un ordigno alla stazione ferroviaria di Bologna provocò 85 morti e 200 feriti. Assolto in via definitiva dall’accusa di associazione eversiva, nel 1994 Gelli fu condannato a 10 anni per calunnia aggravata dalla finalità di terrorismo per aver tentato di depistare le indagini sulla strage. A caratterizzare il processo fu anche la misteriosa rinuncia all’incarico da parte di uno dei legali di parte civile Roberto Montorzi, che abbandonò il collegio dopo due incontri con Gelli a Villa Wanda. 

Banco ambrosiano  
Nel 1994 Gelli fu condannato definitivamente a 12 anni per bancarotta fraudolenta nell’ambito dell’inchiesta relativa al fallimento del Banco Ambrosiano, una delle principali banche cattoliche private. Gelli entrò anche nell’inchiesta sulla misteriosa morte di Roberto Calvi, presidente dell’istituto bancario, ritrovato impiccato a Londra il 18 giugno 1982 sotto il Ponte dei Frati Neri sul Tamigi, ma il procedimento venne archiviato nel maggio del 2009. 

Tangentopoli  
Gelli finì anche al centro dell’inchiesta milanese di “Mani pulite“. Il suo coinvolgimento riguardò l’esistenza del famoso “conto protezione”, il conto bancario svizzero aperto all’ Ubs di Lugano da Silvano Larini per permettere a Roberto Calvi di versare tangenti dal Banco Ambrosiano al Psi. Condannato in primo grado e in appello, la Cassazione decise l’annullamento della condanna per Gelli per improcedibilità dell’azione penale, essendo stata la sua posizione definita nel processo per il crac del Banco Ambrosiano.  

La fuga  
Una vita in fuga, quella di Licio Gelli. Rivelata l’esistenza della P2 e dei suoi iscritti, il “venerabile” scappò in Svizzera dove fu arrestato nel 1982 e rinchiuso nel carcere di Champ Dollon. Da qui però, un anno dopo, riuscì misteriosamente a scappare, trovando rifugio in Sudamerica, dove restò a lungo tra Venezuela e Argentina prima di costituirsi nel 1987, di nuovo a Ginevra. Solo nel febbraio del 1988 Gelli venne estradato in Italia, dove restò in carcere solo pochi giorni, ottenendo ad aprile la libertà provvisoria per motivi di salute. 

La dittatura argentina  
Molto discussi furono gli ottimi rapporti che Gelli intraprese con il generale e presidente argentino Roberto Eduardo Viola e l’ammiraglio Emilio Massera durante il periodo della dittatura nel paese sudamericano (1976-1983). Furono circa 30.000 le persone uccise o scomparse (desaparecidos), e molte altre migliaia vennero imprigionate e torturate. Pochi giorni dopo il golpe, Gelli, sostenitore dei militari argentini, ricevette una lettera da parte di Massera, dove quest’ultimo espresse “la sua sincera allegria per come tutto si fosse sviluppato secondo i piani prestabiliti”. A dimostrazione dei buoni rapporti, il Gran Maestro della P2 ottenne dalle autorità argentine anche un passaporto diplomatico. 

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