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Greta, l'attacco di Bolsonaro: 'Mocciosa'


Di Salvatore Santoru

Il presidente del BrasileJair Bolsonaro, ha recentemente criticato Greta Thunberg.
L'attacco di Bolsonaro è arrivato a seguito delle affermazioni critiche fatte dall'attivista svedese  sull'aumento della violenza contro gli indigeni, a seguito dell'omicidio di due indios brasiliani(1).

Bolsonaro ha definito la Thunberg una "mocciosa" e ha sostenuto che sarebbe impressionante che la stampa gli dia tanto spazio.

NOTA:

(1) https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2019/12/10/bolsonaro-deride-greta-una-mocciosa_3CQIMFSa6y24iXIsRrHSFJ.html

Brasile, il piano anti-ambientalista di Bolsonaro: 'Meno controlli e multe per la coltivazione dell'Amazzonia, le riserve degli indios sono troppo ampie'


Di Salvatore Santoru

 Il candidato alla presidenza del Brasile Jair Bolsonaro ha una linea politica decisamente anti-ambientalista. Andando nei particolari, il politico brasiliano vorrebbe prima di tutto abolire il ministero dell’Ambiente e incorporarlo a quello dell’Agricoltura. Ciò, riporta il Corriere Della Sera(1), fa parte del suo «progetto Fenix». Inoltre, il progetto di Bolsonaro prevede meno controlli e multe per la coltivazione dell'Amazzonia. Oltre a ciò, un'altra proposta di Bolsonaro è quella di ridurre a tre mesi i termini per le autorizzazioni di impatto. Per quanto riguarda gli indios, secondo il candidato del Partito Social-Liberale le loro riserve sono troppo ampie e la sua linea politica prevede anche la lotta ai movimenti dei senza terra, considerati come una sorta di 'eserciti clandestini comunisti' legati al Partito dei Lavoratori di Lula. 

NOTA:

Brasile:l'altra faccia dei mondiali

Foto: Bra$il 2014: + calcio - favelas

MiNGUZ - Voxartwork 2014

www.voxartwork.wordpress.com

Di Lorenzo Pennacchi
Durante i mesi precedenti agli Europei di calcio del 2012, il governo ucraino intraprese un vero e proprio genocidio di cani randagi, per “liberare” le strade della città. La “PETA” (People for the Ethical Treatment of Animals) stimò che, in un solo anno a Kyev furono uccisi circa quindicimila animali, nei modi più disparati: soppressi a bastonate, bruciati vivi o letteralmente annegati nel cemento. Contro questo massacro, in ogni parte del globo, si mobilitarono diverse associazioni e movimenti animalisti, i quali, uniti ad una forte indignazione popolare, riuscirono perlomeno a smascherare quelle incredibili atrocità. Tuttavia, come il mondo moderno ci insegna spesso, la giustizia ha raramente la meglio sugli interessi economici. La manifestazione sportiva, infatti, incominciò regolarmente e delle migliaia di vittime non interessò più a nessuno. La “UEFA”, ovvero l’organo di governo del calcio nel Vecchio Continente, sostenne di aver donato più di quattro milioni di euro per sterilizzare i cani, ma questi soldi o furono intascati dai governanti o non arrivarono mai. Così, la Spagna vinse il trofeo, mentre esseri innocenti, invece di essere regolarmente sterilizzati, continuarono a perire, per rendere più presentabili i festeggiamenti di quella grande vittoria. Arrivati a quel punto, neanche a dirlo, la preoccupazione della maggior parte degli italiani fu quella di aver perso la finale.
Per più di un anno, nella testa di chi non avrebbe mai dimenticato quel massacro istituzionalizzato, non ci sarebbe più stata nessun’altra manifestazione sportiva paragonabile, parlando in termini di violenza e crudeltà, a quella di Ukraine 2012. Sfortunatamente, però, non è stato così. Brazil 2014 è un qualcosa di più che simile agli scorsi Europei. Anzi, a seconda dei punti di vista, può essere un qualcosa di ben peggiore. Le vittime questa volta non sono i cani, ma direttamente gli umani. Non si parla di uccisioni, ma di sfratti di massa. Non c’è il fuoco, ma ci sono le ruspe. Non è responsabilità della “UEFA”, ma della “FIFA”, ovvero la federazione internazionale del calcio. Da svariati mesi, alcune migliaia di famiglie non hanno più una casa. Il numero dei soprusi tende ad aumentare di giorno in giorno. L’ultimo caso in ordine di tempo è rappresentato dallo sgombero dell’insediamento di Jardim Sao Luis, a San Paolo, occupato da cinquecento famiglie, provenienti da altre favelas a loro volta abbattute per rendere più presentabili le città.
 Mentre la gente muore di fame ed urla “we need food, not football”, in Brasile vengono costruiti alberghi e negozi di lusso, per rendere indimenticabile il soggiorno ai tifosi provenienti da ogni parte del mondo. Invece di investire soldi in settori quali l’istruzione e la sanità, il governo ha speso svariati miliardi di euro (senza contare le spese di mantenimento) per la costruzione degli stadi e per favorire la mobilitazioni all’interno ed all’esterno delle grandi metropoli. Come se non bastasse, le politiche di Dilma Rousseff a favore dell’agricoltura intensiva stanno ulteriormente danneggiando la foresta Amazzonica e chi la abita. Per questo, pochi giorni fa, alcune centinaia di indios hanno marciato contro il palazzo presidenziale per protestare contro le spese del mondiale. Il dissenso, è stato represso dai lacrimogeni, mentre gli indigeni tiravano delle frecce. 
Da Patria del calcio, a centro di violenza: questa è la metamorfosi del Brasile che ha indotto il giornalista danese Mikkel Jensen a ritornarsene a casa, dopo aver aspettato una vita per testimoniare i mondiali. Così si è espresso il reporter: “In Brasile la notte si uccidono i bambini per strada per ‘ripulire’ la città e dare una buona immagine al mondo”. In questi giorni si è parlato molto, in particolare sul web, dell’attendibilità di questa notizia. Al di là di questa dichiarazione, comunque, la cosa importante da capire è che oggi stanno avvenendo episodi di violenza inaudita in Brasile, così come accadde in Ucraina nel 2012. Lo sport dovrebbe rappresentare un incontro tra persone e culture, non alimentare soprusi verso i già troppo poveri del mondo. Si può definire “sportiva” una manifestazione che non rispetta la vita? Se la risposta è no, allora, invece di starsene sul divano davanti alla tivù per più di un mese con tanto di birra e patatine, si dovrebbe seriamente pensare di boicottare la tanto amata nazionale. Certo, il calcio e gli “azzurri” rappresentano molto per l’Italia, ma “forse” non valgono tanto quanto una casa, un trattamento sanitario ed un’istruzione obbligatoria.
L’altra faccia del capitalismo, quella che, dopo aver relegato i poveri alla morte, soddisfa i bisogni superflui degli altri, è presente anche in Brasile. Dinnanzi alla miseria, come già accennato, c’è anche lo splendore, il divertimento e soprattutto l’ipocrisia. Non a caso, ma come al solito, gli sponsor sono tutti grandi marchi multinazionali, tra cui: “Adidas” con il suo spot pubblicitario molto “educativo”, nel quale il calciatore tedesco Lukas Podolski ha in mano un cuore di vacca; “Coca-Cola” che a seguito dei numerosi episodi di sfruttamento in Amazzonia “merita” questo ruolo; ed ovviamente “McDonald’s”, il più grande fast-food al mondo, maggior responsabile, tra i suoi innumerevoli crimini, dell’obesità tra i bambini del pianeta, molto in linea con quelli che dovrebbero essere i messaggi di una manifestazione sportiva. Mettiamoci anche il fatto che saranno anche i primi mondiali a cui parteciperanno squadre nazionali, di nazioni praticamente inesistenti, sempre più omologate e depredate dalle politiche globali.
Brasil 2014 sponsor e1390291367768 Tutti gli sponsor di Brasil 2014 (infografica)
Non sappiamo che Mondiale sarà, ma molti in Brasile ne hanno già fatto le spese. E questo dovrebbe bastarci per non rimanere impassibili. (Non) si parte il 12 giugno.

Brasile, gli Indios occupano il Parlamento


BRAZIL-INDIGENOUS-TERRITORY-PROTEST

Di Andrea Salati
http://dailystorm.it

Un gruppo di Indios ha occupato il Parlamento di Brasilia per protestare contro un emendamento che mette il Governo in condizione di stabilire i confini delle loro terre…

L’ATTACCO CHE NON TI ASPETTI – Considerati i tempi che corrono, l’occupazione di un Parlamento risuonerebbe un pò come la notizia che prima o poi ti aspetti. Eppure, se gli occupanti fossero “Indios” il fenomeno sarebbe di certo più inaspettato e non potrebbe lasciare indifferenti. L’irruzione di un centinaio di nativi di varie etnie il 16 aprile nel Parlamento di Brasilia, accompagnati da grida di battaglia, ha colto di sorpresa anche i deputati, spaventandoli e costringendoli alla fuga.
Gli indigeni, provenienti da ogni parte del Brasile, dopo aver superato la sicurezza, sono riusciti ad invadere l’aula della Camera senza troppi ostacoli pur mantenendo un atteggiamento pacifico. Il motivo della loro irruzione è quello di impedire l’approvazione di un pacchetto di riforme mirate a ridefinire i confini delle loro terre secondo le spietate logiche del profitto e delle multinazionali. Invitati ad esporre le proprie istanze, hanno deciso di restare ed imporsi nel tavolo delle trattative fino all’esito dell’incontro programmato per quel giorno. In seguito, a causa del persistere dei disagi provocati dai nativi, il Presidente della Camera, Henrique Alves, ha deciso di rinviare l’approvazione del pacchetto al prossimo semestre, quando al tavolo dei negoziati sarà presente anche una rappresentanza indigena.
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PEC 215 – E’ così che viene soprannominato l’emendamento costituzionale che trasferisce dal Governo al Congresso il potere di delimitare i territori destinati alle comunità indigene. Di fatto, l’accusa mossa dai nativi è quella di favorire i cosiddetti “ruralistas“, latifondisti che tutelano gli interessi dei grandi produttori agricoli e delle multinazionali a discapito delle popolazioni locali. Nonostante le continue rassicurazioni da parte del Governo, i timori degli indios sembrano essere del tutto fondati.
Nonostante esistano infatti oltre 300 comunità indigene con più di 200 dialetti diversi, tutte quante hanno assistito distintamente negli ultimi anni al progressivo depauperamento della foresta amazzonica e delle sue aree adiacenti in nome di uno sviluppo industriale che non conosce confini. La cessione di competenza da parte del Governo potrebbe di fatto segnare una fondamentale svolta in senso negativo, legando le mani a tutte le realtà indigene coinvolte, chiaramente impotenti di fronte ai bulldozer delle multinazionali. Per bocca del “cacique” Raoni, capo del popolo Kayapò, gli abitanti delle foreste hanno detto: «siamo contrari all’invasione delle nostre terre. Noi siamo i primi abitanti e l’uomo bianco ci sta comandando, questo non ci piace». Sostanzialmente una rivendicazione di appartenenza a quelle terre ormai finita nel bersaglio delle multinazionali nonostante ricoprano il 12% del territorio brasiliano e oltre il 20% di quello amazzone. L’irruzione ha portato a galla un problema che da tempo veniva celato alla comunità brasiliana contribuendo indubbiamente a sensibilizzare molti tra cittadini, realtà territoriali e comitati per la tutela ambientale.
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NON E’ UN CASO ISOLATO - Fa ridere l’idea che sia il Congresso brasiliano a decidere i confini di una popolazione nativa che non conosce residenza o appartenenza ad uno stato. Eppure, con le dovute differenze dettate dalle circostanze,  è prassi diffusa quella di commettere soprusi verso indigeni, incapaci di difendersi e di capire perché gli venga sottratta la propria terra per far spazio a colate di cemento o grandi opere. Basti pensare infatti alle popolazioni native dello Yasuni Park in Ecuador, agli abitanti del Delta del Niger, ai nativi indiani e sudafricani scacciati per far posto a dighe che non apporteranno alcun beneficio e devasteranno la morfologia territoriale dei luoghi interessati. Il diritto al rispetto delle culture locali e della natura sembra troppo distante dalle logiche di uomini che si ritengono civilizzati perché portano la cravatta e tengono i capelli in ordine.
L’esempio di Correa, leader ecuadoregno, di istituire il diritto alla Madre Terra, sta per ora salvando non solo le popolazioni locali, ma anche la biodiversità animale e vegetale di un’intera regione. Ma forse tutto questo ai leader brasiliani non interessa, d’altra parte il prossimo anno ci saranno i Mondiali e a seguire le Olimpiadi; vi pare che non si possano cacciare quattro indigeni e tagliare due alberi per costruire una splendida sede magari per i giornalisti sportivi? Oggi è la 43° Giornata mondiale della Terra, un momento di riflessione per guardare al futuro ma anche al nostro passato, al fine di comprendere i nostri errori. Purtroppo, mentre le oltre 300 etnie indios brasiliane avranno ben poco da festeggiare… Le multinazionali sorseggeranno caipirinha impazienti di far profitto sul bene primario dell’uomo, la natura.

Fonte:http://dailystorm.it/2013/04/22/brasile-indios-occupano-il-parlamento/

Il progresso sulla pelle degli Indios Evviva i “no-diga” dell’Amazzonia

Di Susanna Schimperna
Gli indios delle tribù amazzoniche lungo il fiume Xingu avevano festeggiato. Dopo anni di ricorsi e battaglie, finalmente un tribunale li aveva ascoltati e i lavori per la diga che cancellerà 500 kmq di foresta e costringerà a spostarsi quasi 20 mila persone erano stati sospesi. Il tribunale superiore dello stato di Paranà aveva detto no, non si può procedere prima che gi abitanti della zona abbiano dato il proprio parere sull’utilità o meno di questa gigantesca centrale idroelettrica. Ma un paio di settimane dopo, il 28 agosto, il Supremo Tribunal Federal ha ordinato di riaprire i cantieri e riprendere i lavori. Giudice regionale contro Corte Costituzionale, praticamente. Una bella storia per un filmone made in Hollywood secondo il vecchio, sperimentatissimo ma sempre commovente plot di Davide contro Golia. Peccato che nella realtà a vincere sia di solito Golia, che trionfa tra gli applausi di chi pensa di dar prova di lungimiranza e lucidità a non lasciarsi intrappolare nello schema (vetusto, banale) “potente uguale cattivo”. Così, le ragioni dei SìDiga (vi ricorda qualcosa?) sono apparentemente tutte dalla parte degli indigeni, del loro benessere, del loro sviluppo. Non va sottostimato, infatti, il richiamo fascinoso a un progresso non procastinabile. La mega diga che dovrà fornire 11.000 megawatt, circa l’11 per cento del totale d’energia prodotto dal Brasile, viene esaltata come alternativa alle centrali nucleari, molto più costose e pericolose. Gli ambientalisi contrari al progetto, gli attori di TvGlobo che hanno realizzato un documentario per denunciarne le storture e raccolto un milione di firme, i grossi nomi del cinema americano come Schwarzenegger, Sigourney Weaver e James Cameron che hanno lanciato una campagna internazionale chiedendo un blocco dei lavori, tutti sono stati accusati di essere sciocchi parolai, reazionari che degli indos non si curano affatto ma, travestiti da loro difensori, vogliono in realtà mantenerli in una situazione di disagio e arretratezza per sciacquarsi la coscienza, appagando allo stesso tempo un certo gusto tipicamente colonialista per l’esotismo.

Semplificando, dal punto di vista tecnico si scontrano due tesi. Da una parte, c’è chi dice che l’energia idroelettrica è pulita e rinnovabile, che tra tutte le centrali esistenti e quelle progettate si occupa solo l’1 per cento dell’Amazzonia e che non verrà allagata alcuna riserva indigena. E poi, disboscare per un’opera così utile e imponente 500 kmq è risibile, quando ogni anno si disbosca selvaggiamente e abusivamente un territorio immenso per pura speculazione. Sul fronte opposto, si ritiene che l’ecosistema in quell’area sia troppo delicato per essere sconvolto, e si mettono sul piatto anche i timori che, dato che con la diga il bacino dello Xingu non verrà sfruttato completamente che per massimo sei mesi l’anno, è più che probabile che si comincino presto a costruire altre centrali per creare un gigantesco bacino idroelettrico, stravolgendo completamente la biodiversità della regione. E all’insignificanza di quel mezzo migliaio di chilometri quadrati, la replica è secca: bisogna dire basta, dall’Amazzonia non deve uscire più nemmeno un albero.

La lotta dei NoDiga è difficilissima. Troppo imponente l’opera, troppo allettante l’idea di tanta energia rinnovabile, forse anche troppo ansiosa di legare il proprio nome a un tale prodigio la presidente del Brasile, che lotta per la realizzazione del progetto da quando era ministra dell’Energia. Su tutto, come un ipnotizzante mantra, il mito del “progresso”. Nessuno di quelli che hanno tanto a cuore il tenore di vita degli indios che si preoccupi di ciò che loro veramente desiderano. Eppure Osimar, autorevole anziano della tribù Xuruna, ha parlato in modo inequivocabile, a nome della sua gente: «Sono cinquecento anni che ci portano via tutto. Prima erano gli stranieri, adesso è lo stato. Per noi è esattamente la stessa cosa: vengono da fuori e vogliono cambiare i nostri modi di vita. Noi non abbiamo chiesto questo tipo di progresso. E non siamo disposti ad accettarlo».

È talmente semplice. Basta smetterla di pensare che qualcuno possa arrogarsi il diritto di decidere che cosa sia o non sia il bene di qualcun altro.

Fonte:http://www.glialtrionline.it/2012/09/02/il-progresso-sulla-pelle-degli-indios-evviva-i-no-diga-dellamazzonia/

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