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Il Qatar mette radici (mediatiche) in Libia

Di Alma Safira
L'emirato punta a plasmare il nuovo sistema di informazione libico per ritagliarsi una posizione di primo piano nel dopo-Gheddafi. Il ruolo del Doha center for media freedom e il paradosso della libertà di stampa.
L’ex direttore di Aljazeera Wadah Khanfar si dimette dal network, vola via da Doha, ma non lascia il Qatar. Infatti lo ritroviamo a Bengasi in un nuovo canale tv aperto grazie al sostegno economico, logistico e tecnico del Qatar. Si pensava che l’ex direttore avrebbe condotto dei corsi di giornalismo a Doha e invece ha preferito rimanere protagonista della politica dei media, sempre come ambasciatore dell’emirato.

Il Qatar ha infatti deciso di delineare il profilo della Libia post-Gheddafi a partire dal suo sistema mediatico. Una scelta che implica mettere radici forti nel paese, quel tipo di radici che risalgono a vecchie gratitudini e sono quindi inestirpabili. Il Consiglio nazionale di transizione libico (Cnt) ha presentato a Doha il nuovo Comitato stampa della Libia, che ha preso vita grazie all’intervento di diverse organizzazione qatarine.

All’inizio di novembre una delegazione del Doha center for media freedom (Dcmf) è partita per una perlustrazione di una settimana a Bengasi con lo scopo di creare “una pianificazione mediatica sostenibile, libera e indipendente”: sembra lo slogan di una politica energetica più che un aiuto umanitario post-bellico.

La delegazione ha fatto un sopralluogo visitando le redazioni dei giornali, radio e televisioni. Hanno preso contatti con attivisti politici, giornalisti, membri del Movimento del 17 febbraio, membri del Cnt e rappresentanti di organizzazioni internazionali in Libia. Non hanno tralasciato nulla.

Alla fine tra le varie conclusioni a cui sono arrivati vi è anche che in Libia non vi era un sistema di informazione trasparente e che a volte venivano chiuse le organizzazioni di giornalisti. Certo una novità per i membri del Dcmf che in Qatar hanno centinaia di giornalisti senza istituzioni o associazioni che li rappresentino.

Quando è stato chiesto a Jan Keulen, Direttore del Doha center for media freedom, di aprire un’associazione di giornalisti in Qatar, la sua risposta è stata che non era compito suo, ma che la categoria avrebbe dovuto prendere l’iniziativa. Però andare a farlo in Libia gli è sembrato poter essere una sua mansione. Una coerenza e razionalità che nessuno ha messo in discussione.

Tutto questo è successo tra ottobre e novembre. Già a dicembre i membri del Cnt erano a Doha per celebrare l’apertura di uno nuovo sistema mediatico che prende vita grazie al supporto finanziario del Qatar, che ha fornito nuove infrastrutture, training per i giornalisti e anche una cornice giuridica per la stampa.

Quest’ultima conquista era stata elaborata grazie a un periodo di brain storming con la Northwestern university di Doha in cui si era provveduto alla stesura di un codice etico per i giornalisti e più in generale della regolamentazione dei media in Libia.

Abdulhafeedh Ghoga, vicepresidente e portavoce del Consiglio nazionale di transizione libico e ora anche membro del Comitato stampa libico, afferma in una conferenza stampa a Doha che la Libia deve avere un sistema di informazione libero, aperto e indipendente e che per raggiungere questo obiettivo la Northwestern li ha guidati verso l’individuazione di 6 principi base per una regolamentazione che prevede anche l’istituzione di autorità di monitoraggio e di un sistema privato di media non sottoposti al controllo statale.

Quando gli viene chiesto cosa succederà dei migliaia di giornalisti che lavoravano per Gheddafi, Ghoga risponde che Gheddafi non aveva un sistema mediatico, ma solo il caos e che quindi ora non hanno problemi di gestione dei giornalisti di Gheddafi perché non vi erano giornalisti. Una risposta che non convince, ma per la quale almeno ha tentato di elaborare qualcosa.

Alla domanda se una Libia democratica avrà una stampa più libera di quella del Golfo, in cui non vi è democrazia, Ghoga ride imbarazzato e decide di non rispondere. Salem Gnan, membro del Consiglio nazionale di transizione per la città di Nalut, sulle montagne occidentali, decide di toglierlo dall’imbarazzo.

“La nostra gente ha pagato con il sangue la propria libertà, quindi non accetteranno mai nessun dittatore nel paese” risponde Gnan. Peccato che siano venuti in Qatar per dirlo e che i tanto rivoluzionari libici stiano lasciando all’emirato una posizione privilegiata in Libia.

Libia: finita la guerra, ne comincia un’altra. O forse due.

Gli esperti lo avevano detto: la Libia, per mesi unita dall’unico obiettivo di rovesciare Gheddafi, è ora sull’orlo del caos.
Dal 23 ottobre, giorno della proclamazione ufficiale della liberazione della Libia, situazione si è fatta via via più incandescente. In quarant’anni di dominio assoluto, Gheddafi era riuscito a mantenere unito un Paese intrinsecamente diviso. La sua morte si è dimostrata il pretesto di una nuova escalation di tensioni.
Il Consiglio Nazionale di Transizione ha compiuto progressi limitati per disarmare i gruppi combattenti ed estendere il suo controllo sul territorio. In assenza di un’autorità centrale funzionante, sono questi ultimi a detenere il potere reale nelle strade della Libia.
Punta dell’iceberg sono gli scontri per il controllo dell’aeroporto di Tripoli tra le guardie nazionali e le brigate di Zintan. Questi ultimi sono stati poi coinvolti in pesanti sparatorie nella località di Wamis, 190 km a sud di Tripoli, con la tribù dei Masciascià, ex sostenitrice di Gheddafi. Le due fazioni sono divise da una vecchia rivalità esacerbata da sette mesi di guerra civile.
Altro episodio plateale dell’attuale condizione di anarchia è stato il sequestro lampo di Abdul-Aziz al-Hassady, procuratore generale di Tripoli, trascinato fuori dalla sua auto e minacciato di morte in pieno giorno da un gruppo di uomini armati che gli intimavano di rilasciare alcuni loro compagni detenuti in prigione.
Si segnalano anche l’attentato al capo militare Khalifa Haftar e il breve sequestro del comandante militare Abdel Hakim Belhaj (qui la sua biografia), il cui aereo è stato bloccato alla partenza dalle brigate di Zintan.
Non si sa ancora cosa sia successo nella cittadina di Tawergha, dove 30.000 persone sono state cacciate dalle proprie case in conseguenza di quella che sembra un’azione di vendetta per il ruolo ricoperto dalla città nell’assedio di Misurata.
Tripoli non è sicura, ha dichiarato al-Hassady dopo la brutta esperienza, aggiungendo l’intenzione di lasciare il proprio incarico. È difficile ristabilire lo Stato di diritto quando decine di gruppi armati sono ancora presenti nella capitale. La maggior parte delle stazioni di polizia resta chiusa e molti ufficiali si lamentano che le milizie rendono impossibile per loro lo svolgimento del proprio lavoro.
Lo scarso potere nelle mani delle forze dell’ordine le rende succubi della volontà dei capitribù. Una delle ragioni per cui le milizie si rifiutano di consegnare i prigionieri e il timore che le forze dell’ordine ne facciano richiesta su pressione di gruppi rivali.
Il consiglio comunale Tripoli ha stabilito che entro il 20 dicembre tutte le milizie provenienti da altre città dovranno lasciare la capitale. Se l’ordine non sarà rispettato, la conseguenza sarà il blocco di tutte le strade, le quali saranno accessibili solo ai mezzi dell’esercito e ai veicoli del governo. Ma non è chiaro in che modo l’ordinanza sarà fatta rispettare.
Finora, il CNT ha mantenuto un approccio cauto per evitare ulteriori scossoni. Il Presidente Mustafa Abdul Jalil ha affermato che i tre quarti dei miliziani sono disoccupati. È evidente che costoro non lasceranno le armi finché il governo non proporrà soluzioni convincenti. coloro che trasportano armi sono disoccupati.
A Tripoli come a Bengasi, chi non spara scende in strada a protestare. Con il timore che dalla seconda forma di dissenso si passi alla prima.
Le notizie sulla miracolosa ripresa della produzione petrolifera sono uno specchio per le allodole. Per salvare quel che rimane della stabilità nel Paese, il governo dovrà inaugurare al più presto una nuova stagione di assunzioni e lavori pubblici. Al tal fine Tripoli ha fatto appello all’ONU di rilasciare 150 miliardi di dollari dei fondi congelati. Soldi che in parte torneranno all’Occidente (rectius: a Francia e Regno Unito) sotto forma di commesse per infrastrutture. E in altra parte finiranno in Cina attraverso le stesse modalità.
Affari a parte, quale ruolo avranno le potenze occidentali nel nuovo calderone libico? Nessuno, secondo alcuni analisti russi: al momento i Paesi della Nato sono troppo deboli per intervenire, e dopo tutto sono stati loro ad innescare il conflitto. Quindi, se la Libia cadrà a pezzi, Stati Uniti, Francia, Regno Unito saranno considerati responsabili.
Girano voci circa una base per droni a Sud del Paese, nella zona di Katroune, dalla quale americani e francesi potranno condurre una nuova guerra segreta contro al-Qa’ida nel Maghreb, sempre più presente in quella terra di nessuno (il Sahel) tra Niger, Mali e Mauritania.

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