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Turingia e Umbria, due elezioni con analogie significative


Di Domenico Moro- laboratorio-21.it

Domenica si sono tenute due elezioni regionali in Germania e Italia. Le due elezioni hanno interessato regioni piccole, la Turingia e l’Umbria, che hanno rispettivamente due milioni e 900mila abitanti su una popolazione complessiva di 80 e 60 milioni. Ma, malgrado le dimensioni e il fatto che i due Paesi appaiano diversi sotto alcuni aspetti, il risultato delle elezioni rivela interessanti analogie e qualche altrettanto interessante differenza. In generale si può dire che le due elezioni sono significative della crisi politica che investe l’establishment politico europeo. Una crisi che sembrava sventata dai risultati delle elezioni europee, che avevano registrato una tenuta maggiore di quanto ci si aspettasse dei partiti filo-austerity facenti parte dei gruppi del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo.

In primo luogo, va osservato che i partiti che detenevano da lungo tempo la leadership nelle due regioni l’hanno persa cedendo molti voti ad altre forze politiche. A essere penalizzate sono le forze che fanno parte delle coalizioni di governo a livello nazionale e che storicamente si sono fatte promotrici delle politiche di austerity europee. A guadagnare voti, invece, sono soprattutto le forze di estrema destra cosiddette euroscettiche. Il risultato appare, quindi, una bocciatura dei rispettivi governi e delle politiche di austerity e filo-europeiste che stanno mettendo in atto.

In Umbria, regione storicamente rossa, per la prima volta dagli anni ’70 la sinistra non è più al governo.  La sconfitta della coalizione tra Pd e M5s, che avrebbe dovuto replicare su scala locale la coalizione che sostiene il governo Conte bis, è una vera débacle: ben venti punti percentuali (57,55%) separano la neo-governatrice leghista dal candidato di centro-sinistra (37,48%). Ugualmente significativi sono i risultati dei singoli partiti: il Pd scende dal 37,76% al 22,4% e il M5s addirittura dimezza i voti, passando dal 14,55% al 7,4%.

Anche in Germania a perdere sono i partner della coalizione di governo, la Cdu e il partito socialdemocratico (Spd). In Turingia la Cdu di Angela Merkel, già primo partito, scende al terzo posto, passando dal 33% al 21,8% dei voti e la Spd cala dal 12,4% all’8,2%.

A guadagnare, sia in Italia che in Germania sono le forze di estrema destra. In Italia, in un contesto in cui peraltro aumenta la partecipazione al voto, è la Lega di Salvini che si impone, più che raddoppiando i voti dal 13,99% del 2015 al 37% del 2019. Al risultato leghista si aggiunge quello altrettanto positivo di Fratelli d’Italia, che passa dal 6,23% al 10,4%. Anche in Turingia, è l’Afd, partito xenofobo e di estrema destra a più che raddoppiare i propri voti, passando dal 10,6% al 23,4%, e diventando così il secondo partito, scavalcando la Cdu.

Ma esiste una importante differenza tra la Turingia e l’Umbria. Mentre in Umbria la sinistra vera, che non sia quella liberaldemocratica del Pd, è stata del tutto assente, in Turingia le elezioni hanno fatto registrare un ottimo risultato del partito di sinistra radicale, Die Linke, che è addirittura cresciuto dal 28,2% al 31%, posizionandosi al primo posto. Questo significa che c’è spazio per la sinistra, purché questa in Italia come in Germania porti avanti con coerenza le sue posizioni e contrasti il neoliberismo.
Non è un caso che mentre la Spd, che da anni è junior partner della Cdu nei governi tedeschi e di fatto sta implementando le politiche neoliberiste europee, non riesce ad arrestare il calo dei suoi consensi.

Il risultato elettorale in Italia è sicuramente figlio anche della delusione dell’elettorato grillino per il fatto che il M5s si è presentato in coalizione con il Pd, cioè con il partito il cui ultimo governatore era stato costretto alle dimissioni per uno scandalo relativo alla sanità. Per un partito che aveva fatto dell’onestà uno slogan centrale si è trattato di una contraddizione che non ha mancato di avere il suo effetto. Ma non si tratta solo di questo. L’Umbria è la regione del Centro-Nord che si trova più in difficoltà sul piano economico e meno lontana dai bassi livelli economici del Mezzogiorno con un Pil pro capite di appena 24.500 euro contro i 28.500 della media nazionale. Stesso discorso, ma in modo anche più accentuato si può fare per la Turingia, che è una regione dell’ex Germania est. A distanza di trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, di cui si è celebrato l’anniversario pochi giorni fa, i divari tra la parte occidentale e orientale della Germania non sono stati colmati. Le enfatiche celebrazioni del crollo del muro sono del tutto fuori posto. Infatti, si vede a tutt’oggi come l’unificazione sia stata un vera e propria annessione economica da parte della Germania occidentale della Germania orientale, come è stato ben documentato da Vladimiro Giacché in un libro di qualche anno fa e ora riedito. Basti, inoltre, ricordare che Eurostat certifica che il tasso di persone a rischio povertà o esclusione sociale in Turingia è uno dei maggiori della Germania, essendo pari al 22,3% contro una media nazionale del 19%, mentre il Pil pro capite è di 28.900 euro contro i 39.600 della media nazionale.

La crisi delle forze tradizionali del bipolarismo/bipartitismo, che si regge sul centro-sinistra e sul centro-destra, è tutt’altro che terminata. Anzi, il rallentamento economico che sta interessando tutta l’Europa, compresa la Germania, oltre a dimostrare che la crisi strutturale del capitale non è terminata ma si sta ripresentando, dimostra anche che le politiche che l’Europa sta portando aventi sono fallimentari. La crisi politica manifestatasi con le elezioni regionali in Turingia e Umbria è figlia della crisi economica strutturale del capitale e del modo in cui le forze politiche principali stanno affrontandola.

La Lega, così come la Afd, hanno avuto buon gioco a portare avanti la loro propaganda in un tale contesto. L’estrema destra non può essere fermata limitandosi ad agitare lo spettro del fascismo, perché sono le azioni dei governi, e in particolare delle forze della sinistra tradizionale (Pd e Spd), a fornirgli il migliore brodo di coltura per svilupparsi. In questo senso, la pessima manovra economica italiana è caduta a proposito per dimostrare l’incapacità del governo ad affrontare la situazione di grave peggioramento delle condizioni economiche e sociali.


Il crollo della sinistra europea

Martin Schulz e Emmanuel Macron (Getty)

Di Francesco Boezi

Il modello partitico socialdemocratico ha raggiunto il punto più basso della sua storia. In Europa proliferano i cosiddetti “populismi”. Gli operai, il ceto medio, gli statali: le categorie politiche tradizionalmente ascrivibili a quell’universo politico, cercano risposte diverse, più pragmatiche, alle domande di sempre. 


Gli elettori che abitano nelle periferie delle grandi città si sentono abbandonati. I “centri metropolitani”, le concentrazioni cittadine in cui vengono governati i processi della globalizzazione, sono gli unici luoghi dove la sinistra europea continua a mietere consensi. A dirlo sono i flussi elettorali. L’establishment neoliberal, come segnalato da Cristopher Lasch nel suo La rivolta delle élite, è “slegata” dai processi produttivi, dal “sentore popolare” e dalle priorità di quelli che erano soliti andare a votare con il garofano sul cannoncino della camicia. L’appiattimento sull’economia finanziarizzata non ha pagato. 
Non si tratta di casi isolati. Il collasso elettorale interessa l’intero territorio coperto dall’Unione europea. La Francia si è dovuta “inventare”  Emmanuel Macron per impedire al Front National di salire al governo. Altrimenti, con i soli partiti tradizionali in campo, sarebbe stato un trionfo lepenista targato Marine. Gerhard Schröder doveva riformare il modello di stato sociale tedesco. La sua creatura politica è stata “costretta” a un’alleanza di governo con la Merkel, una nemesi, dopo aver fatto registrare il peggior risultato elettorale dalla fine della seconda guerra mondiale. L’artefice di questo disastro ha un nome e cognome: Martin Schultz
Benoit Hamon, il successore di Hollande per le presidenziali francesi, è arrivato quinto: 6% dei consensi. Alle successive elezioni per l’Assemblea Nazionale, il Ps ha preso il 7% dei voti: venti punti in meno rispetto al  precedente elettorale per Parlamento transalpino. Parte del consenso perso è finito nelle “sacche” di En Marche! Il partito di Macron, però, ha poco a che fare con le piattaforme socialdemocratiche. Un partito liquido, che guarda più al centro che a sinistra. Stando alla definizione di Giovanni Sartori, si potrebbe parlare di “partito pigliatutto”.  Gli elettori di sinistra si sono rifugiati per lo più in Jean – Luc Mélenchon e nella sua “France Insoumise”. Segno di come la questione del capitale, riletta in chiave marxista, sia percepita come ancora attuale. 
La storia, quella che per Francis Fukuyama doveva essere finita con il trionfo del modello neoliberale capitalista, si è “rimessa in moto”. Lo stesso autore della tesi in questione ha ammesso di essersi sbagliato. In alcune nazioni i partiti socialdemocratici hanno sfiorato percentuali da prefisso telefonico. Nei Paesi Bassi, il partito di riferimento dei socialdemocratici ha perso diciannove punti. In Repubblica Ceca, tredici. La Grecia, durante le fasi più calde crisi economica, ha assistito alla quasi totale scomparsa di Pasok. Per comprendere i perché serve, ancora una volta, citare Cristopher Lasch.
La sinistra, ha scritto il sociologo statunitense, non parla più attraverso il senso comune. Più nello specifico: “Ha finito anzi per vedere nel senso comune – nella saggezza e nei costumi tradizionali della comunità – un ostacolo al progresso e all’illuminismo. Dato che identifica la tradizione con il pregiudizio, è ormai incapace di parlare con la gente ordinaria in un linguaggio che questa possa essere in grado di capire”. Hillary Clinton, uscendo per un attimo dai confini dell’Unione europeo, è un esempio abbastanza esplicativo dell’assunto di Lasch. La vittoria di Donald Trump è la conseguenza più eclatante e la dimostrazione più concreta. 

LA RIVOLUZIONE DEI GAROFANI E MARIO SOARES

I socialisti ricordano Mario Soares

Di Alberto Benzoni

Per chi valuti gli eventi storici non solo e non tanto in relazione alla loro importanza specifica ma in base al loro peso nell’immaginario politico della generazione che gli ha vissuti, la rivoluzione portoghese del 1974 e il suo consolidamento nell’ambito del socialismo europeo degli anni settanta rappresentano un fatto di portata capitale. Perchè ha infranto alcuni miti che, anche perchè mai soggetti precedentemente a verifica, erano diventati verità indiscusse. Perchè ha cancellato speranze antiche e recenti. E, nel contempo, perchè ha definitivamente fatto sparire antichi terrori.
Salazar, leader del regime fascista portoghese sconfitto da Soares
Il dittatore portoghese Salazar
Il Portogallo era stato il primo anello della catena dei fascismi latini, una condizione che non gli aveva impedito il perfetto inserimento nel sistema occidentale ricostruito dopo il 1945. E ora questo archetipo di un sistema che, con la dittatura dei colonnelli in Grecia sembrava estendersi irresistibilmente prendendo in tenaglia il nostro paese si dissolveva pacificamente al suono di una languida canzone d’amore e con offerte di fiori ai militari.
La dittatura dei colonnelli in Grecia
Il golpe greco del 1967
Le forze di sicurezza e le truppe inviate nelle colonie a puntellare il sempre più malfermo dominio portoghese non seguivano l’esempio dei parà francesi in Algeria; ma, al contrario, vedevano nel fallimento della loro missione la conferma del fallimento del regime che gliel’aveva affidata e la necessità del suo abbattimento. Circa un anno dopo, in Spagna lo schema del superamento pacifico sarebbe stato gestito dalle forze politiche; dagli eredi dei massacrati del 1936-39 (in una delle più feroci guerre di classe che la storia ricordi) e da quelli dei loro massacratori.
Per l’occidente, questa rivoluzione era una prima assoluta. Un’evidente anomalia che venne risolta, nell’immaginario collettivo della sinistra eliminando, per così dire, il fattore geografico per sostituirvi uno spazio immaginario che poteva appartenere ad altre epoche e ad altri continenti. Ecco, allora, la rivoluzione castrense, l’esercito alla guida del popolo, propria dei paesi sudamericani o magari anche mediorientali. Ecco la formula del 1917 con la triplice operai-contadini-soldati (anche con la piccola variante della preminenza del’ultimo elemento della triade…).
Ecco ritornare, in alternativa alla dittatura del partito comunista (e Cunhal era il perfetto rappresentante dell’ortodossia terzinternazionalista con socialfascisti annessi…) i marinai di Kronstadt, il potere dei soviet e dello spontaneismo di base, incarnato, ma non solo, da Otelho de Carvalho ). ed ecco, infine, riproporsi prepotentemente l’antitesi bolscevichi/menscevichi rappresentati, questi ultimi, da Mario Soares, che aveva pagato di persona decenni di opposizione alla dittatura salazariana.
La rivoluzione dei garofani: pace e socialismo per il Portogallo
Anche in questo, unitari erano i menscevichi: Soares più che disposto a collaborarre con Cunhal ma nel quadro del ristabilimento di una democrazia compiuta. Mentre i comunisti portoghesi prediligevano nettamente l’ipotesi di una forzatura rivoluzionaria, appoggiata dall’ala “rivoluzionarmente più cosciente“delle forze armate.
Un quadro aperto, nel 1974 e ancora nel 1975, ad ogni tipo di esito; il più probabile, almeno agli occhi degli osservatori esterni, essendo quello del ripetersi del ciclo radicalizzazione/repressione.
Su questa ipotesi, con intenti opposti, si muovevano, non a caso, americani e sovietici: Kissinger dando per persa la battaglia per uno sbocco pacifico della rivoluzione e apprestando, sin da allora, le ben note contromisure. Breznev, ansioso di successi in campo internazionale (già arruolati, a dimostrazione dell’avanzata irresistibile del campo socialista, improbabili partiti marxisti-leninisti nell’Africa australe oltre a Menghistu…) e quindi interessato non a moderare Cunhal ma a spingerlo oltre.
Palme, Kreisky, Brandt: socialismo, distensione e terzo mondo
Olof Palme, Bruno Kreisky, Willy Brandt
Decisivo, a questo punto, l’atteggiamento della sinistra europea: i socialisti che con i Brandt, i Palme, ma anche con i Mitterrand e i De Martino erano vitalmente interessati a fare del Portogallo un test in primo luogo dell‘internazionalismo socialista ma anche per l’auspicata unità delle sinistre e i comunisti interessati a veder materializzata, in Portogallo come altrove, la nascita dell’eurocomunismo. ipotesi, per inciso, cui lo stesso Soares era fortemente interessato; lo troveremo, non a caso, a fianco di De Martino nel comizio di chiusura della campagna elettorale del 1976, tutta segnata, almeno nei progetti del professore napoletano, dalla prospettiva della ricostruzione, sulla base di progetti politici comuni dell’unità tra Psi e Pci.
Internazionalismo socialista: dalla rivoluzione dei garofani all'Unione delle Sinistre
Il socialismo internazionale vinse completamente sul primo punto: gestione della crisi da parte dei partiti europei, sconfitta del settarismo e dell’avventurismo di Cunhal, ritorno ad una piena democrazia, superando l’ipotesi del partito della nazione incarnata dai militari. Nessun ricorso alla destra.
Ma fallì sul secondo. non bastando gli appelli e i tentativi di mediazione di De Martino e di Berlinguer ( appoggiati da Carrillo) a superare il blocco Mosca-Lisbona con il progressivo defilarsi di Marchais (due anni dopo, nel 1977, sarebbe stata definitivamente rotta l’Union de Gauche con il pretesto dell’insufficiente numero di nazionalizzazion previste da Mitterrand).
L'eurocomunismo sconfitto a Lisbona
I leader dell’eurocomunismo: Berlinguer, Carrillo, Marchais
Così, i socialisti rimanevano unici padroni del campo, assumendo la leadership della sinistra, e a sinistra dei comunisti, in Francia, Spagna e Portogallo e varando la grande stagione del “cambiamento della vita“.
Finito l’incubo del fascismo, in ritirata la destra tradizionale. L’orizzonte luminoso e la strada aperta: dietro l’angolo c’erano naturalmente i Reagan e le Thatcher ma nessuno sospettava che ci fossero…
I leader del socialismo mediterraneo
in quanto a Mario Soares nessun rinnegamento e nessun cinismo nell’esercizio del potere. Nessuna concessione alle mode intellettuali. Sarebbe rimasto sino alla fine della sua lunga vita l’esempio del galantomismo socialista e della semplice fedeltà ad un ideale.
Che la terra gli sia lieve.

QUELL'IPOCRISIA DI UNA CERTA SINISTRA SULL'ISLAMISMO RADICALE E I SILENZI SULLA CRISTIANOFOBIA



Di Salvatore Santoru

La recente strage di Orlando ha dato adito alla solita retorica di certa destra e sinistra dominante in Occidente.
Certa destra ne ha approfittato per scagliarsi contro l'Islam in sé, mentre certa sinistra ne ha approfittato per negare l'impronta islamista radicale.
In questo breve articolo si è scelto di concentrarsi sulla reazione della sinistra proprio perché essa è rappresentante(almeno e sopratutto in teoria)della giustizia e dei diritti e quindi certa "ipocrisia" e "preferenze semidiscriminatorie" striscianti nel suo ambiente politico potrebbero per questo essere considerate più gravi di quelli della destra, la quale certamente almeno non li nasconde.

Parlando della negazione del radicalismo islamista c'è da segnalare che certa sinistra ha utilizzato il giustissimo concetto che l'estremismo è da condannare sempre e comunque indipendentemente dalla matrice, ma a quanto pare per ciò per essa vale solo a fasi alterne.
Difatti, mentre diversi vari politici e attivisti della sinistra dominante in Occidente(a partire dagli USA passando per l'Europa) hanno negato l'impronta islamista radicale della strage di Orlando così come di altre stragi legate (indirettamente o direttamente) all'estremismo islamista, solitamente non fanno così quando si tratta dell'estremismo cattolico.
Anzi, in tal caso certi politici e/o attivisti di certa sinistra parlano anche di "crimini cristiani" facendo di tutta l'erba un fascio, come se l'integralismo cattolico e/o protestante sarebbe rappresentante del "cristianesimo", che a ben pensarci non è una cosa diversa da ciò che certa destra fa, equiparando l'estremismo sunnita dell'Arabia Saudita o quello sciita dell'Iran all'Islam in sé.
Questo fatto rappresenta un'evidente ipocrisia, ipocrisia che vale la pena sottolineare proprio perché riguarda quell'area politica che si autoproclama come "unica" responsabile della difesa degli ultimi e delle minoranze.

Quella di certa sinistra si tratta di forte ipocrisia in quanto fa di tutto per associare la giusta lotta all'islamofobia con il minimizzare l'esistenza del radicalismo islamista, e d'altro canto non si occupa praticamente mai delle persecuzioni che le minoranze e gli oppressi cristiani subiscono in diversi paesi del mondo, facendo di tutto per associare il "cristianesimo" al mero "opulento" Occidente. 

Con tale atteggiamento certa sinistra dominante si sta auto-distruggendo e sta continuando e continuerà a perdere sempre più consensi, perlomeno facendo capire che la vera lotta contro violenze e discriminazioni non deve avere etichette politiche e partitiche né tanto meno essere legata a dogmi ideologici ormai obsoleti. 

FOTO:http://www.zerohedge.com

Jeremy Corbyn: la rivoluzione neosocialista del rottamatore della Terza Via di Blair


http://www.telegraph.co.uk

Di Andrea Pisauro
Tony Blair inizialmente l’aveva messa così: “se il tuo cuore sta con Corbyn, hai bisogno di un trapianto”. Eppure ad avere problemi di cuore sono davvero in molti se, contro ogni pronostico della vigilia, Jeremy Corbyn, candidato della sinistra interna alla leadership del Labour Party, è ormai il netto favoritonell’elezione che il prossimo 12 settembre incoronerà il leader dell’opposizione al governo Conservatore di Cameron.





L’imprevista ascesa di Corbyn ha risvegliato l’attenzione su una corsa che si preannunciava noiosa, con un vincitore annunciato, Andy Burnham, molto vicino all’ex leader Ed Miliband e uno scarno dibattito tutto incentrato su quanto spostare il partito al centro dopo la sconfitta a sorpresa nelle elezioni politiche dello scorso Maggio. A rompere le uova nel paniere ci ha pensato il barbuto deputato di Islington North (il collegio di Arsenal), veterano di 66 anni, candidato dalla sinistra interna con poche speranze che fino a due minuti prima della scadenza per la presentazione delle candidature non aveva ancora le 35 necessarie nominations di deputati laburisti. Così mentre la maggioranza del gruppo parlamentare laburista si asteneva nel voto sul Welfare Bill del ministro dell’economia George Osborne, che prevedetagli ingenti al sistema dei benefitCorbyn ha guidato la rivolta dei deputati che chiedevano il voto contrario alla riforma dei Conservatori. La base laburista ha dato prova di apprezzare riempiendo oltre ogni aspettativa dello stesso Corbyn i suoi eventi di presentazione in giro per il Regno Unito.
Una vera e propria Corbyn-mania è esplosa quando i primi sondaggi lo hanno dato 20 punti avanti lo sfidante più vicino ed è cresciuta man mano che la maggioranza dei rami locali del partito ha espresso la propria preferenza per lui. La sua pagina facebook in poche settimane ha surclassato quelle dei rivali e la viralità dell’hashtag #Jezwecan ha fotografato l’enorme aspettativa creatasi attorno alla sua candidatura, specialmente da parte di tanti giovani che scoprono in Corbyn un Labour diverso e più idealista, per il quale vale la pena non solo registrarsi come supporters ma anche attivarsi in prima persona. E se alla vigilia della competizione i bookmakers lo accreditavano delle quote solitamente riservate alle squadre materasso ai mondiali, dopo l’endorsment del sindacato dei dipendenti pubblici Unison è diventato il candidato più quotato anche dagli scommettitori, al punto che nella destra del partito impazza il dibattito su chi sia il candidato ABC, Anyone But Corbyn.
Certamente non sarà Liz Kendall, la candidata blairiana distintasi per avere descritto come estremiste le posizioni di Syriza. La Kendall ha il supporto di David Miliband, fratello e avversario dell’ex leader Ed, e del giovane Chuka Umunna, grande ammiratore del premier italiano Renzi, che si è ritirato all’inizio della contesa. Accreditata di percentuali bassissime, la Kendall ha dovuto smentire la possibilità di un suo ritiro dalla competizione.
Dura anche per Andy Burnham, che nonostante le nominations della maggioranza del gruppo parlamentare stenta a delineare il messaggio portante della sua campagna e se difende l’eredità di Miliband da un lato, cede dall’altro sulla necessità di apparire ancora più responsabile e credibile sul piano economico, sottintendendo con questo più rigore nel contentimento del deficit. Proprio quello che sempre più persone comprendono essere politicamente ed economicamente irresponsabile.
Leggermente più concrete le chances di Yvette Cooper. Partita come outsider, molto competente e non priva di un certo carisma, porta al centro della scena la questione dei diritti e la battaglia femminista per rompere il “glass ceiling” che non ha mai permesso a una donna di arrivare alla guida del Labour Party. Ha ricevutol’endorsment di un apprezzato ex ministro come Alan Johnson e può raccogliere consensi trasversali nel partito.

Spagna: l'ascesa di Podemos e di Pablo Iglesias, probabile futura guida del paese

Madrid Protest der Partei Podemos

Di Salvatore Santoru

La recente manifestazione organizzata da Podemos a Madrid deve far riflettere sull'ascesa di questo partito, che quasi sicuramente sarà il vincitore delle prossime elezioni spagnole.

Tale partito, fondato il 17 gennaio 2014 da attivisti del Movimento 15-M, noto anche come movimento degli "Indignados", in un breve lasso di tempo è riuscito a conquistare un forte consenso tra la popolazione, sempre più stufa dalle politiche di austerity imposte dall'UE.



La particolarità politica di "Podemos" è di unire istanze tipicamente populiste a quelle "movimentiste", tipiche degli stessi "Indignados" o di "Occupy Wall Street".

Similmente al greco Syriza, il partito guidato da Pablo Iglesias Turrión si può considerare come interprete di una sinistra moderna, che ha ormai quasi del tutto abbandonato le nostalgie sovietiche e le mode liberal.



Una "nuova sinistra" che punta alla democrazia diretta, alla promozione dell'ambiente e alla sovranità nazionale, sino ad ora considerata tabù per buona parte della sinistra occidentale, che ha mal interpretato l'internazionalismo come sudditanza alle grandi potenze straniere, prima l'URSS e poi gli USA.




Tra le proposte più interessanti del programma, si possono elencare la nazionalizzazione delle banche, l'uscita dalla NATO, l'adozione del reddito di cittadinanza, oltre alla messa in discussione delle attuali politiche che guidano l'Unione Europea.



Si spera che Podemos, così come Syriza e altri partiti o movimenti che eventualmente sorgeranno in altri paesi, possano servire come punto di partenza per un reale cambiamento che miri a costruire una migliore Europa.

A QUANDO IL CLUB DEI DEBITORI ?

Di Maurizio Blondet
rischiocalcolato.it
“Abbiamo una bomba atomica da agitare in faccia a tedeschi e francesi: dire loro semplicemente che non paghiamo. Il debito è la nostra arma e dobbiamo usarla per imporre condizioni migliori, perchè è la recessione stessa che ci blocca nell’adempiere l’accordo europeo di rigore di bilancio”. (Lo ha detto Pedro Nuno Santos, vicepresidente del partito socialista portoghese.)
E inoltre: “E’ inconcepibile che i paesi periferici non facciano quel che fanno il presidente francese e la cancelliera tedesca: devono unirsi”.
Finalmente qualcuno l’ha detto.
Qualcuno s’è ricordato del detto americano: “Se devi alla tua banca 10 mila dollari, hai un problema. Se le devi 10 milioni di dollari, è la banca ad avere il problema”.

Peccato che la voce venga dal Portogallo, paese piccolo e di poco peso, ancorchè la sua economia stia colando a picco (contrazione del 3 per cento del Pil) sotto la terapia rigorista. La voce dovrebbe venire dall’Italia, il peso massimo dei debitori, quello che veramente farebbe tremare le gambe alle banche tedesche se minacciasse di fare default. E ancor più se si mettesse a capo della coalizione dei debitori, con Spagna e Portogallo, Grecia e Irlanda, formeremmo un blocco di tutto rispetto.

Il Portogallo non fa abbastanza paura ai creditori. L’ultimo prestito che sta ottenendo dal Fondo Monetario e dalla UE ammonta a soli 78 miliardi di euro. Una cifretta, per la quale il governo portoghese sta aumentando l’orario lavorativo a 42 ore, mentre ha già tagliato gli stipendi dei pubblici dipendenti del 16 per cento. Se avesse a fianco Roma e Madrid, il discorso sarebbe diverso. In questo momento, il debito, da elemento di debolezza, si può trafsormare in forza. Ovviamente, l’Italia non si metterà a capo del club dei debitori: Mario Monti ci è stato messo sul gobbo apposta per questo, per assicurare i “mercati” e le banche che continueremo a servire il debito a forza di lacrime e sangue. Anche se il debito pubblico è ormai impagabile. Il che significa: mesi ed anni di lacrime e sangue, e alla fine fare default lo stesso.

Interessante il fatto che il portoghese che protesta sia un socialista. Perchè in Francia, anche il ben più importante socialista Francois Hollande (che probabilmente soffierà la poltrona a Sarkozy, vincendo le presidenziali) ha promesso che rinegozierà l’accordo con la Merkel, perchè viola la sovranità francese e soprattutto impone perpetua austerità senza offrire una via d’uscita dalla crisi. “Occorre crescita”, ha detto Hollande.

Anche più interessante, financo la sinistra tedesca leva la voce. Oskar Lafointaine, capo della “Linke”, ha criticato il metodo di “dumping salariale” con cui il governo tedesco attuale ha conquistato competitività a danno dei concorrenti europei, ed ha accusato Merkel e Sarkozy di aver trascinato la Grecia in una spirale discendente, ed ora di stare applicando le stesse “politiche demenziali” all’intera Europa.

Insomma, in Europa le sinistre stanno prendendo posizione contro le austerità inutili. E la sinistra italiana che fa? Sostiene Monti.
Come al solito, perde il treno della storia. E si suicida.

Maurizio Blondet
Fonte: www.rischiocalcolato.it
Link: http://www.rischiocalcolato.it/2011/12/a-quando-il-club-dei-debitori.html
16.12.2011

LE VOCI DI UN “DEFAULT NUCLEARE” RIASSUMONO LA RABBIA DELLA SINISTRA AI DIKTAT DELL’UE

DI AMBROSE EVANS-PRITCHARD
Telegraph.co.uk

Gli umori si stanno logorando nel Portogallo torturato dall’austerità. Un politico socialista di primo piano è stato registrato a una cena di festeggiamento mentre auspicava una guerra diplomatica contro le potenze settentrionali dell’UE, paventando minacce di default sul debito.

"Abbiamo una bomba atomica che possiamo agitare in faccia ai tedeschi e ai francesi: questa bomba atomica è il semplice fatto che noi non paghiamo", ha detto al parlamento Pedro Nuno Santos, vicepresidente del Partito Socialista. "Il debito è la nostra unica arma e dobbiamo usare per imporre le migliori condizioni, perché è proprio la recessione a impedirci di soddisfare l’accordo (della Troika). Dovremmo fare tremare le gambe dei banchieri tedeschi", ha detto. Questi commenti sono giunti mentre il Portogallo scivola verso la recessione, con un’economia che quest’anno è attesa da una contrazione del 3%. I manifestanti hanno sfilato giovedì per le strade di Lisbona denunciando i piani del nuovo governo conservatore per alzare la settimana lavorativa a 42 ore. Gli stipendi sono stati tagliati del 16% per le paghe più alte, e dell’8 per quelle più basse.

All’inizio di questo mese il parlamento ha approvato un nuovo budget di austerità in base ai termini del pacchetto di salvataggio da 78 miliardi di euro da parte dell’UE e del Fondo Monetario Internazionale.

Nuno Santos ha affermato che gli stati dell’Europa meridionale dovrebbero unire le forze per resistere ai dettami di austerità e alla politiche recessive che sono state imposta dalle potenze dell’Europa centrale. "È incomprensibile che i paesi periferici non facciano quello che fanno il presidente francese e la Cancelliera tedesca. Devono unirsi", ha detto. I partiti di sinistra in Europa stanno diventando sempre più insolenti, accusando la Destra di sfruttare la sua presa sulle istituzioni europee attraverso politiche che stanno in effetti smantellando parti dello stato sociale o danneggiano il potere dei sindacati. La tedesca Angela Merkel, il francese Nicolas Sarkozy e l’olandese Mark Rutte sono tutti conservatori, e presto saranno affiancati dallo spagnolo Mariano Rajoy.

Francois Hollande, il leader dei Socialisti francesi e candidato alle elezioni presidenziali, ha giurato di rinegoziare l’accordo della scorsa settimana fissato al summit dell’UE se venisse eletto il prossimo maggio, dicendo che viola la sovranità fiscale del parlamento francese, impone un’austerità perpetua e non riesce a offrire ai paesi problematici una qualche via di uscita dalla crisi economica. "Ci deve essere crescita", ha detto.

Oskar Lafontaine, un dirigente della tedesca Linke (Sinistra), ha affermato che l’euro era diretto verso la distruzione a causa delle politiche odierne. Ha incolpato il sistema tedesco di spinta verso il basso degli stipendi per indebolire gli altri paesi dell’UEM – o "dumping salariale" –, che ha poi provocato gli squilibri che sono alla base della crisi dell’eurozona. "Una moneta condivisa non può funzionare senza coordinamento delle politiche salariali. Una volta che gli stipendi si sono allontanati come è avvenuto negli ultimi anni, la svalutazione e la rivalutazione è l’unica via d’uscita."

Ha anche accusato la Merkel e Sarkozy di portare la Grecia in una spirale al ribasso e che ora stanno cercando di infliggere le stesse politiche “dementi” all’Europa intera.

Ambrose Pritchard
Fonte: www.telegraph.co.uk
Link: http://www.telegraph.co.uk/finance/financialcrisis/8959687/Talk-of-nuclear-default-sums-up-Lefts-anger-at-EU-dictates.html
16.12.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

Da Come Don Chisciotte

A cosa servono le sinistre europee?

Di Franco Berardi Bifo



Il 20 Novembre si terranno le elezioni in Spagna, dopo che il governo a guida socialista ha deciso di rinunciare a condurre a termine la legislatura per le difficoltà di gestione della situazione economica, non prima però di aver accettato la devastante logica antisociale imposta dalle autorità centrali europee avviando una politica di austerità aggressiva, che è già costata riduzioni di stipendio per i lavoratori pubblici, tagli alle disponibilità delle amministrazioni regionali, riduzione del finanziamento per i servizi sanitari.
Tra tutti i leader della sinistra europea Zapatero è stato quello che ha suscitato negli anni scorsi maggiori speranze. Eletto sull’onda di una mobilitazione popolare che aveva sconfitto la manovra di disinformazione montata da Aznar dopo l’attentato di Atocha, Zapatero aveva saputo in qualche modo essere all’altezza delle attese interpretando il rifiuto della guerra infinita di Bush cui Aznar aveva dato piena copertura politica, e portando a espressione legislativa il rinnovamento prodotto dalle culture gay e femministe, iniziando sia pur timidamente un processo di allontanamento dello stato spagnolo dall’asfissiante presenza dei parassiti vaticani. Ma nel momento decisivo, quando si è trattato di esprimere una posizione autonoma sulla questione sociale, di fronte al diktat della classe finanziaria europea le attese sono state tradite.
Quando gli speculatori hanno preso di mira la Grecia l’Irlanda e il Portogallo, e la classe finanziaria ha chiesto ai governi nazionali di farsi esecutori del progetto di distruzione dei sistemi pubblici, riduzione del salario, uno dopo l’altro i leader politici della sinistra europea hanno capitolato, e hanno accettato di divenire strumenti della più spaventosa rapina mai conosciuta nei paesi europei. Papandreou, leader del partito socialista greco, è stato il primo a chinare il capo di fronte alle pretese monetariste della Banca centrale ed ha accettato un piano di “salvataggio” che consiste essenzialmente nella riduzione del numero dei lavoratori pubblici e del loro salario, nella distruzione del sistema scolastico, e nella privatizzazione di interi comparti del sistema pubblico del paese.
Come era del tutto prevedibile il risultato si è rivelato catastrofico per l’economia greca. Non solo queste misure di strangolamento non sono assolutamente bastate a pagare il debito (che nel frattempo aumenta con interessi sempre più elevati), ma il prodotto del paese è crollato del 7% in un anno. Segno evidente del fatto che il piano di “salvataggio” caldeggiato dalla BCE e imposto dalle banche francesi e tedesche non serve assolutamente a salvare l’economia greca, che sprofonda verso il fallimento, ma serve soltanto a spostare reddito verso il ceto finanziario, a ridurre il costo del lavoro e a privatizzare.
Quella che è in corso a livello europeo è una vera e propria guerra di classe contro il lavoro cominciata con l’impoverimento e la devastazione della società greca e ora estesa su scala europea. Quando è venuto il turno della Spagna si poteva sperare che Zapatero sapesse mostrare un po’ di coraggio, come su altri terreni. Invece Zapatero ha chinato la testa senza neppure accennare a una resistenza.  Dire no al ricatto, sfidare la Banca centrale e l’Unione sul terreno del fallimento – avrebbe trasformato Zapatero in un eroe della società europea. Ma il partito socialista spagnolo ha aperto la strada delle elezioni anticipate sapendo benissimo che queste portano alla vittoria della destra. Con questo gesto la sinistra ha firmato il suo atto di morte, che Zapatero lo sappia o no, dichiarando la sua definitiva inutilità. Se si limiterà semplicemente ad appoggiare l’offensiva violenta che la destra porterà una volta al governo la sua funzione sarà nulla. D’altra parte con quale legittimità potrà criticare la destra e difendere lo stato sociale dato che non ha saputo farlo quando era al governo?
Fra un po’ verrà il turno dell’Italia, dove la sinistra – liquefatta da venti anni di predominio berlusconiano – viene oggi artificialmente resuscitata per rendere possibile la formazione di un governo dell’austerità in collaborazione con i fascisti di Fini convertiti con quindici anni di ritardo, in collaborazione con la Confindustria.  La sinistra viene resuscitata perché il governo di Berlusconi non ha più l’autorevolezza necessaria per imporre quelle che il newspeak liberista chiama riforma: aumento dello sfruttamento, libertà di licenziamento, eliminazione di fatto delle pensioni, privatizzazione della scuola e della sanità.
Con la franchezza che talvolta hanno i servi quando sono promossi al ruolo di aguzzini per conto d’altri, i leader della sinistra italiana – personaggi lugubri cui la lunga astinenza dal potere ha tolto l’ultimo residuo di dignità umana – lo dichiarano: il governo Berlusconi è troppo corrotto per fare il lavoro cui l’Europa ci chiama. Passi a noi la mannaia, a noi il polso non trema, come dice l’indegno Bersani.
Al di là delle contingenze politiche occorre pur chiedersi come mai nessun dirigente della sinistra europea abbia saputo riflettere sulla lezione greca, come mai ben pochi di questi individui che pure sono pagati con i soldi dei lavoratori, hanno il coraggio di denunciare la violenza e la devastazione, e di chiedere un processo di ridefinizione delle regole fondative dell’Unione Europea visto che le regole di Maastricht sono fallite e funzionano ormai soltanto come uno strumento per spostare reddito dalla società verso la classe finanziaria?
Come mai? Dobbiamo pensare che la sinistra sia composta di codardi? Anche se certamente la nuova generazione di dirigenti politici della sinistra in tutti i paesi europei è composta di opportunisti disposti a qualsiasi compromesso pur di mantenere una quota sia pure minima di potere, questo non basta a spiegare il fatto che costoro, dopo un trentennio di marginalità, sconfitte e arretramenti ora si trovano ridotti a svolgere il ruolo di aguzzini al servizio del più efferato ed estremo progetto neoliberale monetarista e finanziarista che abbia mai preso forma.
Se si vuole spiegare un simile comportamento fallimentare oltre che indegno, occorre riconoscere che il problema è di ordine culturale. La sinistra manca completamente – da almeno da trent’anni – di una motivazione autonoma, di convinzioni teoriche, obiettivi, programmi. Venuto meno il referente costituito dal campo socialista, che aveva trascinato la sinistra nel baratro dello stalinismo politico e dello statalismo economico, la sinistra non ha saputo far di meglio che subordinarsi integralmente al progetto neoliberale. Per vergogna e autodisprezzo il ceto politico della sinistra ha perduto ogni ragione di esistenza autonoma a partire dagli anni ’80.
Perché costoro non hanno avuto il coraggio di cercarsi un altro mestiere, o perché non si sono messi direttamente al servizio dei partiti fascisti, o neoliberisti, o media-populisti (come pure molti di loro hanno fatto)?  Per una ragione molto semplice: il capitalismo finanziario aveva e ha bisogno di mantenere in esistenza una “sinistra” totalmente svuotata sul piano etico e motivazionale, totalmente subalterna sul piano programmatico e intellettuale, così da poterla utilizzare ogni qualvolta si tratta di compiere operazioni troppo sporche perché la destra possa assumersene completamente la responsabilità.
La destra finanzista privatizza, rapina, e di conseguenza distrugge le risorse comuni. Quando ci si trova di fronte alla necessità di ricostituire le risorse depredate, per ricomporre un gruzzolo che la classe finanziaria possa nuovamente rapinare domani, è necessario che vengano fuori degli utili idioti, degli uomini di paglia, dei Napolitano dei Papandreou e degli Zapatero, che in nome dell’interesse comune, della responsabilità della crescita o magari della patria, costringano i lavoratori ad accettare sacrifici che consistono essenzialmente nel lavorare di più per guadagnare di meno.
Ecco a cosa servono le sinistre europee.

Da Micromega

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