Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Crisi UE. Mostra tutti i post

MARIO MONTI: 'L'Italia è sempre più vicina al gruppo di Visegrad e c'è il rischio che finisca fuori da Schengen'

Risultati immagini per MARIO MONTI

Di Salvatore Santoru

Recentemente il ministro dell'Interno italiano Matteo Salvini ha ricevuto il premier ungherese Viktor Orban a Milano(1).
Questa visita costituisce indubbiamente una prova della mutuata posizione geopolitica che l'Italia sta assumendo.

Tale fatto è stato commentato recentemente dall'ex presidente del Consiglio Mario Monti, il quale ha sostenuto che l'Italia è sempre più vicina al gruppo di Visegrad.
Più specificatamente, riporta l'Huffington Post(2), in un recente editoriale sul Corriere Della Sera Monti ha espresso la sua preoccupazione per ciò e per il conseguente allontanamento dello Stivale dall'attuale Unione Europea a guida franco-tedesca(3).

Secondo Monti, l'alleanza con Francia e Germania è indispensabile per gestire la crisi migratoria e la sempre maggiore vicinanza con il gruppo di Visegrad potrebbe far uscire la stessa Italia dall'area Schengen.

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/08/orban-salvini-incontro-milano-insieme.html

(2) https://www.huffingtonpost.it/2018/08/27/il-cui-prodest-di-mario-monti-chi-ha-deciso-di-farci-diventare-lo-strapuntino-sud-di-visegrad_a_23509962/

(3) https://www.corriere.it/editoriali/18_agosto_27/piu-lontani-dall-europa-senza-dirlo-10154624-a973-11e8-ac75-03917cf6f044.shtml

“È andato tutto storto”: Soros avverte che sta arrivando una “grossa” crisi finanziaria

Risultati immagini per SOROS EUROPEAN UNION
Di Tyler Durden
In un discorso pronunciato martedì a Parigi, l’investitore miliardario George Soros ha avvertito che il mondo potrebbe essere sull’orlo di un’altra devastante crisi finanziaria. Sono infatti riemerse le crisi del debito in Europa, ed il rafforzamento del dollaro mette in difficoltà i mercati rivali di quello americano, sia quelli emergenti che quelli sviluppati.
L’Italia è in prima fila a trascinare le preoccupazioni sulla possibile dissoluzione dell’euro. Pressioni politiche, come la dissoluzione dell’alleanza Europa-Stati Uniti, finiranno per tradursi in danni economici. Il continente sta attualmente affrontando tre urgenti problemi: la crisi dei rifugiati, le politiche di austerità che hanno ostacolato lo sviluppo economico e la disintegrazione territoriale – non solo la Brexit, ma la minaccia che paesi come l’Italia possano fare la stesso…
“La Brexit è un processo immensamente dannoso per entrambe le parti”, ha esclamato il miliardario.
Guardando al breve termine, la decisione USA di abbandonare l’accordo con l’Iran sta mettendo a dura prova l’alleanza dell’Europa col suo partner occidentale più importante. Questo proprio mentre il rafforzamento del dollaro sta soffocando le economie del resto del mondo.
Fino a poco tempo fa, si sarebbe potuto sostenere che l’austerità funziona: l’economia europea sta lentamente migliorando, basta semplicemente perseverare. Ma, guardando avanti, l’Europa ora affronta il collasso dell’accordo nucleare iraniano e la distruzione dell’alleanza transatlantica, destinata ad avere un effetto negativo sulla sua economia e a causare altri scompigli.
La forza del dollaro sta già accelerando la fuga dalle valute dei mercati emergenti. Potremmo essere diretti verso un’altra grave crisi finanziaria. Lo stimolo economico di un piano Marshall per l’Africa ed altre parti del mondo in via di sviluppo dovrebbe prendere il via al momento giusto. Questo è ciò che mi ha portato a presentare una proposta pronta all’uso per il suo finanziamento.
L’avvertimento di Soros arriva quando i rendimenti delle obbligazioni italiane a 2 anni sono i più alti mai registrati:

Non è più una “figura retorica” affermare che l’UE è in “pericolo esistenziale”, ha detto Soros. È una realtà ovvia.
“L’UE è in una crisi esistenziale. Tutto quel che poteva andare storto è andato storto “, ha detto.
Per sfuggire alla crisi, “deve reinventarsi”.
“Gli Stati Uniti, dal canto proprio, hanno acuìto i problemi dell’UE: ritirandosi unilateralmente dall’accordo nucleare con l’Iran del 2015, Trump ha distrutto l’alleanza transatlantica, mettendo ancor più pressione ad un’Europa già assediata”.
L’unico modo per evitare un collasso totale sarebbe un piano Marshall per l’Africa da 30 miliardi di euro ($35,4 miliardi), che Soros ritiene possa contribuire a contenere il flusso di migranti verso l’Europa, uno dei maggiori problemi che l’Europa deve affrontare. L’Unione dovrebbe utilizzare la propria autorità di prestito “in gran parte inutilizzata” per finanziare il piano.
“Potremmo essere diretti verso un’altra grave crisi finanziaria”, ha dichiarato esplicitamente.
L’alternativa sarebbe un’ulteriore “disintegrazione territoriale” dell’UE, con quei paesi che hanno ampiamente sofferto a causa dell’unione monetaria a contemplare l’abbandono. Per evitare questo scenario, bisogna riconoscere ed affrontare i difetti del sistema euro. Forse il più clamoroso dei quali è che ha creato un radicato sistema a due livelli di debitori e creditori.
Personalmente ho considerato l’UE come l’incarnazione dell’idea della società aperta. Era un’associazione volontaria di stati eguali che si univano e sacrificavano parte della propria sovranità per il bene comune. L’idea d’Europa come società aperta continua ad ispirarmi.
Ma dalla crisi finanziaria del 2008, l’UE sembra aver perso la rotta. Ha adottato un programma di taglio alle spese che ha portato alla crisi dell’euro ed ha trasformato l’eurozona in una relazione tra creditori e debitori. I creditori hanno stabilito le condizioni che i debitori dovevano, ma non potevano, soddisfare. Si è dunque venuta a creare una relazione né volontaria né tra eguali – esattamente l’opposto del credo su cui si basava l’UE.
Come alcuni ricorderanno, il Soros Fund Management – il fondo di famiglia, perlopiù dedicato alla sua rete di ONG “Open Society” – ha chiuso la maggior parte delle sue posizioni sui mercati emergenti dopo che Trump ha sconfitto la Clinton. Certo, dove Soros vede un pericolo, altri vedono un’opportunità. Mark Mobius, ad esempio, il mese scorso “è tornato dalla pensione” per aprire un fondo che spera possa trarre vantaggio dalla carneficina dei mercati emergenti, poiché gli analisti continuano a considerare gli EM come l’area più vulnerabile ad un riprezzamento del dollaro.
* * *
Ecco il  discorso completo:
L’Unione Europea è impantanata in una crisi esistenziale. Negli ultimi dieci anni, tutto ciò che poteva andare storto è andato storto. Come ha fatto ad arrivare a questo punto un progetto politico che ha sostenuto la pace e la prosperità dell’Europa del dopoguerra?
Quando ero giovane, un piccolo gruppo di visionari guidato da Jean Monnet trasformò la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio nel mercato comune europeo prima e nell’UE poi. La mia generazione era entusiasta sostenitrice del processo.
Personalmente ho considerato l’UE come l’incarnazione dell’idea della società aperta. Un’associazione volontaria di stati eguali che si univano e sacrificavano parte della propria sovranità per il bene comune. L’idea dell’Europa come società aperta continua ad ispirarmi.
Ma dalla crisi finanziaria del 2008, l’UE sembra aver perso la rotta. Ha adottato un programma di taglio delle spese, che ha portato alla crisi dell’euro ed ha trasformato l’eurozona in una relazione tra creditori e debitori. I creditori hanno stabilito le condizioni che i debitori dovevano, ma non potevano, soddisfare. Si è dunque venuta a creare una relazione né volontaria né tra eguali – esattamente l’opposto del credo su cui si basava l’UE.
Per questo, molti giovani oggi considerano l’UE un nemico, che li ha privati ​​dei posti di lavoro e di un futuro sicuro e promettente. I politici populisti hanno cavalcato questo risentimento ed hanno formato partiti e movimenti antieuropei.
Poi è arrivato l’afflusso di rifugiati nel 2015. All’inizio, la maggior parte della gente ha simpatizzato con la situazione dei rifugiati, in fuga dalla repressione politica o dalla guerra civile, pur non volendo che la propria vita quotidiana venisse sconvolta da una rottura dei servizi sociali. Ben presto si sono accorti che le autorità non erano in grado di far fronte alla crisi.
E così, in Germania, Alternative für Deutschland (AfD) ha rapidamente guadagnato forza, diventando così il maggior partito di opposizione del paese. L’Italia ha recentemente sofferto di un’esperienza simile e le ripercussioni politiche sono state ancor più disastrose: gli anti-europeisti Movimento Cinque Stelle e Lega sono quasi andati al governo. La situazione si sta rapidamente deteriorando, ed ora il paese dovrà affrontare nuove elezioni nel bel mezzo del caos politico.
In effetti, l’intera Europa è stata sconvolta dalla crisi dei rifugiati. Leader senza scrupoli l’hanno sfruttata anche in paesi che hanno accettato pochissimi rifugiati. In Ungheria, il primo ministro Viktor Orbán ha basato la sua campagna di rielezione sulla falsa accusa nei miei confronti di aver pianificato l’afflusso di profughi musulmani in Europa.
Orbán si presenta ora come il difensore della sua versione di un’Europa cristiana, che sfida i valori su cui si fondava l’Unione Europea. Sta cercando di assumere la guida dei partiti democratici cristiani che costituiscono la maggioranza del Parlamento europeo.
Gli Stati Uniti, dal canto propro, hanno acuìto i problemi dell’UE: ritirandosi unilateralmente dall’accordo nucleare con l’Iran del 2015, Trump ha distrutto l’alleanza transatlantica, mettendo ancor più pressione ad un’Europa già assediata.
Cosa fare?
L’UE deve affrontare tre problemi urgenti: la crisi dei rifugiati; le politiche di austerità che hanno ostacolato lo sviluppo economico; la disintegrazione territoriale, come esemplificato dalla Brexit. Portare sotto controllo la crisi dei rifugiati potrebbe essere il miglior punto di partenza.
Ho sempre sostenuto che l’assegnazione dei rifugiati in Europa dovrebbe avvenire interamente su base volontaria. Gli Stati membri non dovrebbero essere costretti ad accettare migranti che non vogliono, ed i migranti non dovrebbero essere costretti a stabilirsi in paesi dove non vogliono andare.
Questo principio fondamentale dovrebbe guidare la politica migratoria continentale. Bisogna anche urgentemente riformare la Convenzione di Dublino, che ha imposto un fardello ingiusto all’Italia e ad altri paesi mediterranei, con conseguenze politiche disastrose.
L’UE deve proteggere i propri confini esterni, ma tenerli aperti ai migranti legittimi. Gli Stati membri, a loro volta, non devono chiudere i confini interni. L’idea di una “fortezza” chiusa ai rifugiati politici ed ai migranti economici non solo vìola la legge europea e internazionale, ma è anche totalmente irrealistica.
L’Europa vuole estendere una mano all’Africa e ad altre parti del mondo in via di sviluppo, offrendo assistenza sostanziale ai regimi più democratici. Questo è l’approccio giusto: consentirebbe a questi governi di fornire istruzione ed occupazione ai propri cittadini, che quindi sarebbero meno propensi a compiere il viaggio, spesso pericoloso, verso l’Europa.
Rafforzando i regimi democratici nei paesi in via di sviluppo, un “Piano Marshall per l’Africa” ​​guidato dall’UE contribuirebbe anche a ridurre il numero di rifugiati politici. I paesi europei potrebbero quindi accettare migranti da questi ed altri paesi, per soddisfare le loro esigenze economiche, attraverso un processo ordinato. In questo modo, la migrazione sarebbe volontaria sia da parte dei migranti che degli stati ospitanti.
La realtà attuale, tuttavia, non rispecchia questo ideale. Innanzitutto, e soprattutto, l’UE non ha ancora una politica migratoria unificata. Ogni Stato membro ha una propria politica, spesso in contrasto con gli interessi degli altri.
In secondo luogo, l’obiettivo principale della maggior parte dei paesi europei non è quello di promuovere lo sviluppo democratico in Africa e altrove, ma di arginare il flusso di migranti. Gran parte dei fondi disponibili vengono così deviati per corrompere i dittatori, affinché impediscano ai migranti di passare attraverso il proprio territorio o usino metodi repressivi per impedire ai loro cittadini di andarsene. A lungo termine, questo genererà ancor più rifugiati politici.
In terzo luogo, ci sono poche risorse finanziarie. Un significativo piano Marshall per l’Africa richiederebbe almeno 30 miliardi di euro ($35,4 miliardi) l’anno per un certo numero di anni. Gli Stati membri dell’UE potrebbero contribuire solo ad una piccola parte di questo importo. Da dove potrebbero venire dunque i soldi?
È importante riconoscere che la crisi dei rifugiati è un problema europeo che richiede una soluzione europea. L’UE ha un elevato rating creditizio e la sua capacità di indebitamento è in gran parte inutilizzata. Quando dovrebbe essere utilizzata questa capacità se non durante una crisi esistenziale? Storicamente, il debito nazionale è sempre cresciuto in tempi di guerra. Certo, l’aumento del debito nazionale è in contrasto con l’ortodossia prevalente che sostiene l’austerità; ma l’austerità è di per sé un fattore che contribuisce alla crisi in cui si trova l’Europa.
Fino a poco tempo fa, si sarebbe potuto sostenere che l’austerità funziona: l’economia europea sta lentamente migliorando, basta semplicemente perseverare. Ma, guardando avanti, l’Europa ora affronta il collasso dell’accordo nucleare iraniano e la distruzione dell’alleanza transatlantica, destinata ad avere un effetto negativo sulla sua economia e a causare altri scompigli.
La forza del dollaro sta già accelerando la fuga dalle valute dei mercati emergenti. Potremmo essere diretti verso un’altra grave crisi finanziaria. Lo stimolo economico di un piano Marshall per l’Africa ed altre parti del mondo in via di sviluppo dovrebbe prendere il via al momento giusto. Questo è ciò che mi ha portato a presentare una proposta pronta all’uso per il suo finanziamento.
Senza entrare nei dettagli, voglio sottolineare che la proposta contiene un meccanismo che consentirebbe all’UE di attingere ai mercati finanziari ad un tasso molto vantaggioso, senza incorrere in un obbligo diretto per sé o per i suoi Stati membri; offre anche notevoli vantaggi contabili. E, sebbene sia un’idea innovativa, è già stata utilizzata con successo in altri contesti, come le obbligazioni municipali a reddito generale negli USA ed i finanziamenti per combattere le malattie infettive.
Ma il mio punto principale è che l’Europa deve fare qualcosa di drastico per sopravvivere alla sua crisi esistenziale. In poche parole, l’UE deve reinventarsi.
Quest’iniziativa dev’essere però uno sforzo che parte dal basso. La trasformazione della CECA nell’UE è stata un’iniziativa gerarchica ed ha fatto miracoli. I tempi però sono cambiati. La gente comune si sente esclusa ed ignorata. C’è ora bisogno di uno sforzo collaborativo, che combini l’approccio dall’alto verso il basso delle istituzioni europee con le iniziative dal basso verso l’alto necessarie per coinvolgere l’elettorato.
Dei tre problemi urgenti, ne ho affrontati due. Rimane la disintegrazione territoriale, esemplificata dalla Brexit. È un processo immensamente dannoso, per ambo le parti. Ma una proposta lose-lose potrebbe essere convertita in una situazione win-win.
Il divorzio sarà un processo lungo, che probabilmente richiederà più di cinque anni: un’eternità in politica, specialmente in tempi rivoluzionari come questi. Alla fine spetterà al popolo britannico decidere cosa fare, ma sarebbe meglio se prendessero una decisione prima o poi. Questo è l’obiettivo di Best for Britain, un’iniziativa che appoggio personalmente. È riuscita ad ottenere un voto parlamentare su una misura che include l’opzione di non lasciare l’UE prima che la Brexit venga finalizzata.
La Gran Bretagna avrebbe fatto un grande servizio all’Europa annullando la Brexit e non creando un buco difficile da colmare nel bilancio europeo. I suoi cittadini devono però esprimere sostegno con un margine convincente per essere presi sul serio dall’Europa. Questo è l’obiettivo di Best for Britain.
Il motivo economico per rimanere un membro UE è forte, ma è diventato chiaro solo negli ultimi mesi e ci vorrà del tempo per essere assimilato. Nel mentre, l’Unione deve trasformarsi in un’organizzazione a cui paesi come la Gran Bretagna aspirino.
Tale Europa differirebbe dagli accordi attuali in due punti chiave. Innanzitutto, distinguerebbe chiaramente tra l’UE e la zona euro. In secondo luogo, riconoscerebbe che l’euro ha molti problemi irrisolti, che non devono però distruggere l’intero progetto.
L’eurozona è governata da trattati sorpassati, che affermano che tutti gli Stati membri dell’UE dovrebbero adottare l’euro se e quando entrassero a far parte dell’Unione. Ciò ha creato una situazione assurda in cui paesi come Svezia, Polonia e Repubblica Ceca, che hanno chiarito di non aver alcuna intenzione di aderire, sono ancora descritti e trattati come “inseriti”.
L’effetto non è puramente cosmetico. Il quadro esistente ha trasformato l’UE in un’organizzazione in cui la zona euro costituisce il nucleo interno, con gli altri membri relegati ad una posizione ancillare. Qui c’è un assunto fallace: si pensava che gli Stati membri, pur muovendosi a velocità diverse, si dirigessero tutti verso la stessa destinazione. In realtà, diversi membri hanno esplicitamente respinto l’obiettivo dell’UE di “un’unione sempre più stretta”.
Questo obiettivo dovrebbe essere abbandonato. Invece di un’Europa a più velocità, bisognerebbe puntare ad un'”Europa a più corsie”, che consenta agli Stati membri una più ampia varietà di scelte. Ciò avrebbe un effetto benefico di vasta portata. Attualmente non c’è cooperazione: gli Stati vogliono riaffermare la propria sovranità piuttosto che cederne di più. Se però la cooperazione producesse risultati positivi, il sentimento potrebbe migliorare, ed alcuni obiettivi, come la difesa, al momento perseguiti da coalizioni di volontari, potrebbero attirare una partecipazione universale.
La dura realtà potrebbe obbligare a mettere da parte gli interessi nazionali nell’interesse di preservare l’UE. Questo è quanto ha esortato il presidente francese Emmanuel Macron nel discorso pronunciato ad Aquisgrana alla ricezione del Premio Carlo Magno. La sua proposta è stata sostenuta con cautela dal cancelliere tedesco Angela Merkel, dolorosamente consapevole dell’opposizione che affronta in patria. Se Macron e la Merkel ci riuscissero, nonostante tutti gli ostacoli, avrebbero seguìto le orme di Monnet e della sua piccola banda di visionari. Questo ristretto gruppo deve però essere sostituito da una grande ondata di iniziative dal basso verso l’alto a favore dell’Europa. Io e la mia rete di Open Society Foundations faremo tutto il possibile per aiutare queste iniziative.
Macron è consapevole della necessità di ampliare il sostegno popolare e la partecipazione alla riforma europea, come chiarisce la sua proposta per le “consultazioni dei cittadini”. Il Festival economico di Trento, un grande raduno organizzato da gruppi della società civile in un momento in cui l’Italia non ha un governo, si riunirà dal 31 maggio al 3 giugno. Spero che abbia successo e dia il buon esempio di emulare simili iniziative della società civile.

Traduzione per www.comedonchiciotte.org a cura di HMG

CRISI GRECIA, ORMAI GLI OSPEDALI SONO SENZA MEDICINE: VIDEO



Di Salvatore Santoru

Nella Grecia in piena crisi, ormai anche gli ospedali non sono più in grado di offrire i servizi sanitari di base e i pazienti devono portarsi disinfettanti e coperte direttamente da casa e il 10% dei ricoverati si trova a rischio di contrarre infezioni potenzialmente fatali.

Il video sopra è un servizio realizzato da "Occhi Della Guerra", a cura di Giovanni Masini, montaggio di Roberto di Matteo e originariamente è stato pubblicato sul canale di "Occhi Della Guerra"(https://www.youtube.com/watch?v=QBkKhiA-juE).

PER APPROFONDIRE SUL TEMA:https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/01/grecia-sanita-al-collasso.html

Grecia, sanità al collasso

apertura_occhi
Di Giovanni Masini
Il dottor Theodoros Ghiannaros si presenta all’appuntamento cavalcando una rombante Honda sportiva. Indossa un vistoso montone anni Settanta e un borsello nero a tracolla. Vi conserva una scatola di plastica con decine di pillole – “Sono tutte per me” – e una pistola, che si porta dietro da quando era nei corpi speciali dell’esercito.
Corpulento e marziale, Ghiannaros ha trascorso sette anni come direttore sanitario dell’ospedale Elpis di Atene, pochi chilometri a nord-est dell’Acropoli. Genetista di formazione, è considerato vicino all’opposizione centrista della Nuova Democrazia: nel tempo libero, dice orgoglioso, è stato anche pilota d’aereo e giornalista dilettante.
Al momento, però, è disoccupato dopo che, spiega, con l’arrivo del governo Tsipras ha perso il proprio posto alla direzione dell’ospedale. “Io curavo anche i pazienti senza assicurazione sanitaria e lo facevo gratis – ringhia – Per questo mi hanno cacciato. Ora il governo si vanta di aver garantito a tutti le cure sanitarie gratuite ma è una foglia di fico: un mio paziente ha dovuto aspettare cinque mesi per un’operazione di cancro alla prostata che era molto urgente e dopo che è stato dimesso si è pure visto arrivare il conto a casa.”

La crisi ha dimezzato la spesa per la sanità

Al di là delle vicende personali del dottor Ghiannaros, però, la situazione della sanità pubblica in Grecia è oggettivamente allarmante. Dati Ocse rivelano come dal 2009 la spesa pubblica per la sanità è stata tagliata di quasi un terzo: oltre cinque miliardi. Prima della crisi la spesa era pari al 9,9% del Pil ma in sei anni è già scesa al 4,7%.Secondo lo European Center for disease prevention and control, il 10% dei pazienti è a rischio di contrarre infezioni potenzialmente fatali all’interno degli ospedali, soprattutto in reparti a rischio come la terapia intensiva o l’ostetricia.
Una percentuale che secondo le stime del sindacato dei dipendenti degli ospedali pubblici POEDIN è doppia rispetto a quella Ue.
Dati inquietanti ma non difficili da giustificare se si pensa che in molti ospedali in tutto il Paese mancano i prodotti per disinfettare i letti, le siringhe, i cateteri. Molti pazienti sono costretti a portarsi da casa i presidi sanitari di base e in alcuni casi persino le coperte.
Si sopravvive grazie alle donazioni private o all’eroismo di medici ed infermieri disposti a lavorare gratis per ore e ore di straordinari.
“Ad Argalasti c’è un solo termometro per tutto l’ospedale e a Salonicco un chirurgo mi ha raccontato che da mesi opera senza guanti – testimonia Erwin Schrumpf, anima dell’associazione no profit Griechenland Hilfe, che da Austria e Germania invia regolarmente convogli carichi di aiuti umanitari – In tutto il Paese mancano migliaia di medici. La situazione è drammatica.”
A causa dei tagli di spesa imposti dalla troika i medici che vanno in pensione non vengono rimpiazzati da nuove assunzioni e i giovani specializzandi cercano tutti lavoro all’estero.
Il budget dell’ospedale Elpis, racconta ad esempio Ghiannaros, ha subìto tagli spaventosi negli ultimi sette anni: nel 2010 era di ventidue milioni di euro, scesi a 14 nel 2012 e a soli 7 nel 2014. Nel 2015 questa cifra venne ulteriormente ridotta a 6,5 milioni di euro, ma a inizio 2016 ne era stata stanziata solo la metà.
“Dove prima c’erano due o tre persone a lavorare ora ce ne è una sola – racconta Dimitris Kranias, dentista all’Elpis ed ex rappresentante della Grecia all’Oms – A volte in reparto c’è una sola infermiera per trenta pazienti e deve fare tutta la notte da sola.”

Il calvario di Giorgios, in attesa di trapianto

Giorgos ha cinquantasette anni e un figlio di diciassette. Vive a Glyfada, alla periferia di Atene e ha lavorato tutta la vita come impiegato nel real estate. Quattro anni fa dovette però smettere di lavorare per una patologia invalidante al cuore.
Ci racconta la sua storia nella Clinica Metropolitana Elleniko, dove vengono curati gratuitamente greci ed immigrati non più in grado di pagarsi le cure mediche. Ha l’aspetto di un bell’uomo, i capelli pettinati con cura e la barba ben rasata. Ma senza un trapianto potrebbe morire a breve.
“Il mio cuore lavora un decimo di quanto dovrebbe – sorride amaro mentre mima con la mano il gesto di un cuore che pompa sangue – Quattro anni fa andai all’ospedale Evangelismos per farmi installare un pacemaker, di cui avevo assolutamente bisogno. Ma siccome non avevo l’assicurazione si rifiutarono e mi misero alla porta.”
Il pacemaker arrivò grazie all’intervento del dottor Vichas, responsabile della clinica Elleniko, che da allora fornisce gratuitamente a Giorgos tutte le medicine di cui ha bisogno. Non deve assolutamente fare sforzi, o rischia la vita.
“Se vado in farmacia e chiedo trenta confezioni di farmaci è già tanto se me ne danno cinque – racconta – Sopravvivo grazie a strutture come queste, che contano sulle donazioni di privati cittadini e delle ong.” Ora Vichas sta lavorando per consentire a Giorgios di sottoporsi a un trapianto, ma la sua è una corsa contro il tempo che ogni settimana si fa più pericolosa.

Nell’ospizio per anziani i dipendenti non sono pagati da sette anni

All’ospizio per anziani Konsoleion l’erba è cresciuta tanto che quasi supera in altezza la recinzione in ferro battuto. Da prima casa di riposo di Atene il Konsoleion si è trasformato in uno scheletro di legno e cemento in cui si aggirano fantasmi dimenticati.
Nei corridoi dell’ospizio la signora Giannoula spinge debolmente il suo girello. Attraversa la portineria dove da anni non siede più nessuno e si siede su un divano sfondato. Paga seicento euro al mese per una camera con un bagno pieno di spifferi, ma quando la lampadina del bagno si è rotta suo figlio ha dovuto portargliene una di ricambio. Altrimenti sarebbe rimasta al buio per tutto l’inverno.
Prima della crisi nell’edificio principale erano impiegate trenta persone; ora sono in venti per tre edifici. Da tempo nella struttura non c’è più una guardia medica fissa, ma solo un cardiologo che viene di tanto in tanto per qualche visita.
Al pian terreno, la capo infermiera ci riceve nel suo ufficio con la preghiera di non rivelare il suo nome: “Altrimenti mi licenziano”, sussurra.
Non che tema di perdere lo stipendio, visto che – come tutti gli altri dipendenti – non viene pagata da sette anni. “Riesco a sopravvivere perché lavoro come infermiera privata, a nero, negli ospedali – racconta con gli occhi lucidi – Ma io e i miei colleghi non potremmo mai abbandonare gli anziani al loro destino.”

Quindi il Financial Times ha detto che se vince il “No” usciamo dall’euro?

renzi-ft
http://www.ilpost.it/2016/11/21/financial-times-referendum-euro/

Sui siti di news italiani oggi si è scritto molto di un articolo pubblicato sul Financial Times in cui l’editorialista Wolfgang Munchau spiega come l’esito del referendum costituzionale del 4 dicembre potrebbe influenzare il destino europeo. La maggior parte dei siti di news ha molto enfatizzato il contenuto dell’articolo di Munchau, scrivendo cose come “Italia fuori dall’euro se vince il No” e attribuendo il commento al giornale piuttosto che a uno dei suoi commentatori, che come ogni opinionista parla a titolo personale.
Munchau è uno dei commentatori fissi del giornale e da anni ha una visione molto scettica sulle possibilità di sopravvivenza dell’Europa unita e dell’euro in particolare: scrive spesso evocando scenari tetri e catastrofisti per l’Unione Europea. I suoi articoli non rispecchiano necessariamente la linea del giornale che è rappresentata invece dagli editoriali non firmati, come accade quasi sempre sulla stampa anglosassone.
Inoltre, Munchau scrive oggi una cosa un po’ più complessa di quella che gli attribuiscono i giornali. Il titolo del suo articolo, intanto, è leggermente più vago: «Il referendum italiano determinerà il futuro dell’euro». Nell’articolo, Munchau spiega che in caso di vittoria dei “No” potrebbe mettersi in moto un lungo processo che porterà l’Italia fuori dall’euro. Questo processo, scrive esplicitamente Munchau, non ha nulla a che fare con il contenuto del referendum e della riforma costituzionale. Una vittoria dei “No”, scrive Munchau, potrebbe portare però alla caduta del governo Renzi e all’arrivo al governo delle forze contrarie alla permanenza dell’Italia nell’euro, come il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord (Munchau mette nella lista degli “anti-euro” anche Forza Italia, che però sulla moneta unica ha una posizione molto meno chiara e non così estrema come quella di Lega e M5S). Se l’Italia dovesse uscire dall’euro, conclude Munchau, c’è una forte probabilità che l’eurozona non riesca a reggere il colpo. Ma il passaggio da “vittoria del No” a “vittoria elettorale dell’opposizione” a “uscita dall’euro” sarebbe come minimo lungo e complesso, oltre che tutt’altro che scontato.
Oltre che dai giornali, poi, l’articolo è stato criticato anche da diversi esponenti politici, in particolare quelli che sostengono il “No” al referendum, che hanno attaccato le presunte ingerenze del Financial Times nella politica italiana. Munchau però non ha scritto nulla di diverso da quello che sostengono apertamente diversi sostenitori del “No”: e cioè che in caso di sconfitta Matteo Renzi dovrebbe dimettersi e si dovrebbero tenere nuove elezioni. Tanto i leader del Movimento 5 Stelle quanto Matteo Salvini, inoltre, sostengono che se arriveranno al governo inizieranno le procedure per far uscire l’Italia dall’euro. Il Movimento 5 Stelle sostiene la necessità di organizzare un referendum sull’uscita dalla moneta unica, mentre Salvini dice che lo farà senza bisogno di ulteriori consultazioni popolari.
Il Financial Times ha ospitato opinioni molto diverse sulla riforma italiana. A ottobre, per esempio, un altro commentatore, Tony Barber, aveva parlato del merito del riforma costituzionale definendola “un ponte verso il nulla” che non avrebbe portato alcun beneficio tangibile al paese. In quel caso molti giornali avevano scritto che “il Financial Times boccia il referendum”, di nuovo senza fondamento.

L'Apocalittica previsione del FINANCIAL TIMES: 'Se vince il NO, Italia fuori dall'Ue'

Risultati immagini per ITALEXIT

Di Luca Romano
La vittoria del populismo in Europa, con i primi segnali dati dalla Brexit (il referendum del 23 giugno scorso che ha sancito l'uscita di Londra dall'Ue) e, anche se negli Usa, la vittoria di Donald Trump alle presidenziali Usa, sono indice del probabile "ritorno della crisi dell'Eurozona".
Crisi che potrebbe essere accelerata "se il primo ministro italiano Matteo Renzi perderà il suo referendum costituzionale il 4 dicembre. A quel punto si innescherebbe una serie di eventi che solleverebbero dubbi sulla permanenza dell'Italia nell'Eurozona" ma anche, eventualità più remota, che potrebbero anche portare al collasso dell'euro tout court. L'apocalittica previsione di Wolfgang Munchau, condirettore del Financial Times, esperto di Unione Europea.
Per Muchau il "5 dicembre (all'indomani del referendum italiano, ndr) l'Europa potrebbe svegliarsi con l'immediata minaccia della disintegrazione". Tornando alla serie di eventi all'origine dell'apocalissi europea, Muchau ritiene che le cause non siano nel referendum italiano in sé ma nei problemi strutturali dell'economia italiana: "Da quando l'Italia nel 1999 è entrata nell'euro la sua produttività totale è stata di circa il 5% dove Germania e Francia hanno superato il 10%. La seconda causa il fallimento dell'Ue di costruire un unione economica e bancaria efficiente dopo la crisi dell'eurozona del 2010-2012 e di imporre, invece, (solo) l'austerity", scelta attribuibile secondo Munchau al cancelliere tedesco Angela Merkel. "La combinazione di questi due fattori sono la più grande causa dell'esponenziale crescita del populismo in Europa" che per Munchau ha in Italia tre partiti ora d'opposizione, tutti a favore, seppur in modo diverso, dell'uscita dall'euro. Cita i Cinque Stelle, Forza Italia e Lega. "L'importanza del referendum (italiano) è data dal fatto che può accelerare il percorso verso l'uscita dall'Euro. Se Renzi perderà, ha detto che si dimetterà, portando al caos politico. Gli investitori potrebbero concludere che i giochi sono finiti (per l'Italia) e il 5 dicembre l'Europa potrebbe svegliarsi con l'immediata minaccia della disintegrazione".
Per Muchau accanto all'esito del referendum italiano bisogna prendere in considerazione l'altro possibile grande elemento destabilizzante: "La probabilità della vittoria alle elezioni presidenziali francesi di Marine Le Pen - che lui definisce, dimenticando il precedente del 2002 con tutti i partiti uniti contro il padre Jean-Marie riuscito ad arrivare al ballottaggio con Jacques Chirac - non più un rischio remoto. E se dovesse vincere, la signora Le Pen ha promesso un referendum sul futuro della Francia nell'Ue. Se questo dovesse portare alla 'Frexit' (l'uscita dall'Ue di Parigi come la Brexit), l'Unione europea sarebbe finita il giorno dopo e così l'euro". Il condirettore del Ft ritiene che un uscita di Italia e Francia dall'Euro innescherebbe "il più grosso default della storia. I detentori dei titoli del debito pubblico italiano e francese vorrebbero essere pagati in lire e franchi e perderebbero molto del loro valore". Non solo. "Visto che le banche non debbono conservare capitale sufficiente per coprire il valore dei titoli dei loro stati, le loro perdite potrebbero portare molte istituti di livello continentale alla bancarotta". Per Muchau questa serie di eventi potrebbero essere prevenuta solo "se fossero adottate immediatamente una serie di decisioni e nella giusta sequenza. Per prima cosa Merkel dovrebbe accettare ciò che ha finora rifiutato: una road map verso una piena unione fiscale e politica. Dovrebbe anche essere rafforzato l'European Stability Mechanism, il sistema di salvataggio dei Paesi dell'eurozona che non è progettato per salvare Paesi delle dimensioni di Italia e Francia". In ogni caso per Munchau la sua previsione più concreta "resta non un collasso dell'Ue o dell'Euro ma un'uscita di uno o più Paesi, verosimilmente l'Italia ma non la Francia".

In Europa Non Solo Le Pen: Ecco Tutto Il Nero Che Avanza

Raduno Jobbik, http://www.vice.com


Di Pietro De Leo

Sono i movimenti euroscettici, sovranisti, preoccupati dall’inarrestabile flusso migratorio. Con il trionfo alle elezioni regionali di Marine Le Pen, il Front National diventa un competitor potenzialmente vincente per l’Eliseo. E fa sorridere i «cugini» Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Il primo ormai detiene la golden share del centrodestra e la «foto di Bologna» con Berlusconi tra i leader della Lega e di Fdi segna uno spostamento «a destra» degli equilibri della coalizione.
Al di là del Tarvisio si segnala Fpo, austriaco. Alle scorse elezioni per la città-regione di Vienna, feudo socialista, sfiora la vittoria, con il 32,3%, crescendo di sei punti. Nella stessa area gravitano altre due realtà: Bzo, Alleanza per il futuro dell’Austria, creato da Haider prima di morire, e il recente «Team Stronach». I consensi delle tre forze alle elezioni 2013, sommati, arrivano al 30%.
In Ungheria, poi, c’è Fidesz, del Primo Ministro Viktor Orban. Spauracchio del gotha europeo pur essendo nel Ppe, ha posto con forza la questione immigrazione, con leggi speciali e la celebre barriera alle frontiere. Tuttavia Fidesz, alle suppletive di quest’anno, ha subito un’erosione di consensi a destra da parte di Jobbik. Che richiama, per toni e programmi, l’ellenica Alba Dorata. A settembre, il partito simboleggiato dal «meandro» ha visto un balzo in avanti piazzando 18 parlamentari, dopo aver fatto presa sugli strati sociali più colpiti dalla crisi.
Dalla Grecia alla Germania. Dove Angela Merkel ultimamente ha avuto grattacapi per l’impennata nei sondaggi di Afd, euroscettico e intransigente sull’immigrazione. In Belgio, poi, è una realtà consolidata Interesse Fiammingo. Forza indipendentista nata sulle ceneri di un altro partito sciolto dopo un processo per xenofobia, oggi conta 12 parlamentari nazionali e uno a Strasburgo.
In Olanda, poi, troviamo il Partito per la Libertà, un gabbiano nel simbolo, 21 seggi in Patria (quattro a Strasburgo) e una forte impronta di contenimento dell’Islam. In Bulgaria, si notano due realtà. Gerb, guidata dal premier Borisov che, pur aderendo al Ppe, ha sposato la linea dura sugli immigrati. E poi c’è Ataka: nato dalla fusione di sigle nazionaliste minori, oggi conta 11 parlamentari.
Quest’anno è stato felice anche per altri partiti. Lo svizzero Udc, anti immigrazione, ha ottenuto il 29% e 11 seggi in più rispetto al 2011. In Polonia, i conservatori cattolici di Diritto e Giustizia stravincono superando di 13 punti il partito del presidente del Consiglio Ue, Tusk. Quanto alla Danimarca, il Partito del Popolo, critico sull’ immigrazione, ha segnato il 21% guidando il centrodestra alla vittoria nelle politiche.
Capitolo Scandinavia. I democratici svedesi, autori di una recente campagna per invitare gli immigrati a non raggiungere il Paese, sono in costante crescita. I «Veri Finlandesi» fanno parte della coalizione di governo. Così come il Partito del Progresso norvegese. Infine, il caso Ukip, in Gran Bretagna. Premiato alle europee andò forte (27,5%), è crollato quest’anno su Westminister: appena un seggio ed uno shock politico che ha portato alle dimissioni del leader Farage. 

FONTE:http://www.iltempo.it/esteri/2015/12/08/in-europa-non-solo-le-pen-ecco-tutto-il-nero-che-avanza-1.1487320

Varoufakis: La causa del dramma greco “risiede nella crisi esistenziale dell'eurozona

Varoufakis: La causa del dramma greco “risiede nella crisi esistenziale dell'eurozona


http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=6&pg=12603

"Il destino del governo greco è stato deciso lo scorso luglio, quando Tsipras è stato costretto a firmare l'ultimo diktat della Troika”


"Il destino del governo greco è stato deciso lo scorso luglio, quando Tsipras è stato costretto a firmare l'ultimo 'programma' della Troika”. Lo ha scritto in un editoriale sul New York Times, l'ex ministro delle Finanze greco, Yanis Varoufakis, annunciando che non "correrà per un seggio parlamentare in un voto inutile, che non produrrà un Parlamento in grado di sostenere un'agenda di riforma realistica per la Grecia”.







Per Varoufakis il nuovo programma della Troika è destinato al fallimento, alla stregua di quelli che l'hanno preceduto.

La causa del dramma greco “risiede nella crisi esistenziale dell'eurozona: i pionieri della valuta unica, di cui Schaeuble è ultimo membro attivo, erano indecisi se l'euro dovesse essere modellato sulla base del gold standard internazionale del periodo inter-bellico, come il dollaro”. Quell'ordine è caduto con la Grande crisi del 1929: “una valuta sovrana scrive Varoufakis – necessita di strumenti differenti e più flessibili, basati su una unione politica, come proposto ad esempio dal governo francese”. La Grecia, insomma, è secondo l'economista greco, l'incarnazione del dilemma dell'Europa, che non sa decidersi circa la natura della propria unione politica. Varoufakis espone i contenuti e la ratio sottostante il piano di salvataggio che era stato proposto dal suo governo e che è stato rigettato dai creditori, per poi concludere: “la lezione della vana “primavera greca”, quando la gente scese in piazza contro le imposizioni dell'austerity, è che la Grecia potrà rialzarsi soltanto quando l'Unione Europea evolverà da gruppo di stati a nazione unitaria”.

In un'intervista raccolta nel libro "Oltre l'euro" di Paolo Becchi e Alessandro Bianchi, l'ex ministro delle finanze utilizzava queste parole: "La troika passerà alla storia come un'Alleanza Sacrilega tra irrazionalità e malvagità. I rappresentanti delle organizzazioni che sapevano perfettamente che le politiche che stavano imponendo sarebbero fallite grazie ai criteri scelti, hanno svolto i loro 'ordini' senza rimorso, ragione ed in un modo che ricorda la Banalità del Male di Hannah Arendt. Il loro secondo fine, nascosto dietro una retorica del 'salvare' i nostri paesi, non era altro che spostare le perdite dai libri contabili della Deutsche Bank e company sulle spalle dei contribuenti europei più deboli (compresi quelli in Germania che stanno sperimentando un dura restrizione del valore reale del loro salario)". Parole che esprimono al meglio l'esperimento sociale in corso nelle popolazioni del sud Europa dal regime di Francoforte, Berlino e Bruxelles.

Oltre l'Euro
Le ragioni della sovranità monetaria


All'interno i contributi (e le risposte) di: Carlo Amirante, Alberto Bagnai, Francesco Borrelli, Alain de Benoist, Paul de Grauwe, Gianni de Michelis, Nino Galloni, Piergiorgio Gawronski, Vladimiro Giacché, Brigitte Granville, Giuseppe Guarino, Amorose Evans-Pritchard, Jacques Sapir, Paolo Savona, Lidia Undiemi. 

Disagio mentale, in Europa è 'pandemia': 165 milioni con disturbi


Ansia, depressione, demenza, dipendenza da alcol e droghe, disagio psicologico che spesso si trasforma in sofferenza fisica. Nel 2030 i disturbi mentali saranno le malattie più frequenti nel mondo, ma nell'Europa della crisi sono già pandemia: la sfida sanitaria del Terzo millennio, che colpisce secondo gli ultimi dati disponibili il 38,2% degli abitanti del Vecchio continente, per un totale di quasi 165 milioni di pazienti su una popolazione di 514 mln. Dei malati, appena uno su 3 riceve farmaci o altre terapie. Per 2 su 3 nessuna cura.
Un quadro drammatico che attende aggiornamenti in questi giorni a Vienna, dove è in corso il 23esimo Congresso dell'Epa, l'Associazione europea di psichiatria. Il summit 2015 riunisce dal 29 al 31 marzo esperti da 88 Paesi del pianeta, membri di 37 enti nazionali, in rappresentanza di oltre 78.500 psichiatri europei e mondiali.
Sulla scala della disabilità 'Daly' (anni di persi per mortalità precoce o vissuti in malattia), le patologie mentali sono sul primo gradino del podio europeo (26,6%). "Quelle con un impatto maggiore sono la depressione (7,2%) e l'Alzheimer (7,3%), oltre ai problemi legati all'abuso di alcol (3,4%) di cui oggi si parla troppo poco, ma che nella Penisola interessano circa 2 milioni di persone", spiega all'Adnkronos Salute Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di neuroscienze dell'ospedale Fatebenefratelli di Milano e past president della Società europea di psichiatria (Sip).
In termini di frequenza, al primo posto ci sono i disturbi d'ansia (14%), seguiti da insonnia (7%) e depressione maggiore (6,9%), disturbi somatoformi (sintomi fisici che indurrebbero a pensare a una malattia somatica, al 6,3%), disturbo da iperattività e deficit dell'attenzione-Adhd (5% dei giovani), dipendenza da alcol e droghe (4%) e demenza (dall'1% nella fascia 60-65 anni al 30% fra gli 80enni).
"Crude statistiche che descrivono un esercito che soffre: possiamo stimare oltre 61 milioni di malati d'ansia (8 mln solo in Italia), 29 mln di insonni e quasi altrettanti depressi (3,9 mln nel nostro Paese), oltre a 6 mln di persone affette da demenza", elenca Mencacci.
Dietro ai numeri si nascondono "disturbi con gravità differente - precisa Mencacci - Da lievi a medi o gravi, da assolutamente transitori a cronici e permanenti. Una vera sfida del XXI secolo", come avvertono anche le autorità internazionali e l'Organizzazione mondiale della sanità in primis. "Un allarme ancora più grande se si pensa che appena il 33% di questa popolazione di malati riceve terapie e farmaci", sottolinea lo psichiatra. E a subire di più le conseguenze del disagio sono le donne: "Il peso dei disturbi mentali, inteso come disabilità - rileva lo specialista - impatta nella popolazione femminile per oltre il 30% sul totale malattie, contro il 23% in quella maschile. Una differenza molto significativa". E la crisi? "Pesa e non poco: crescono in particolare ansia e depressione, la mortalità alcol-correlata, la piaga dei suicidi".
"Con la crisi - avverte Mencacci - abbiamo assistito in primo luogo a un aumento del consumo di alcol e della mortalità correlata, e si è registrata una crescita dei tassi suicidari legata alla disoccupazione: ogni incremento del 10% del tasso di disoccupazione fa registrare un +1,4% del tasso suicidario. E se in Italia il dato resta medio-basso, pari al 6,3 per 100 mila abitanti all'anno - puntualizza lo psichiatra - per la popolazione europea siamo quasi al doppio, con un tasso di circa 12/100 mila abitanti/anno. In Cina arriviamo addirittura a 14 e il 'gigante rosso' è l'unico Paese in cui sono più donne degli uomini a subire questo aumento".
Nell'Europa della crisi dilagano anche "ansia, depressione e consumo di sostanze in generale, specie fra i più giovani. E aumentano disturbi somatoformi e malattie somatiche: sindromi dolorose localizzate, dismorfofobia con una percezione distorta del proprio corpo che contribuisce anche a spiegare il massiccio ricorso alla chirurgia plastica, e la vecchia ipocondria sempre più spesso declinata in 'cybercondria'".
Nell'era di Internet e social network la paranoia corre infatti sul filo del mouse, si moltiplicano i navigatori ossessionati da 'dottor Google' e quelli che si affidano a pericolose autodiagnosi o ancora peggio all'autocura. "Un danno nel danno, che gonfia la spesa per il Servizio sanitario nazionale".



NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *