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CRITICARE L'IMMIGRAZIONE DI MASSA NON E' SINONIMO DI XENOFOBIA O RAZZISMO

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Di Salvatore Santoru

Sino a poco tempo fa era assai usuale che qualunque critica o dubbio all'immigrazione di massa fosse considerato basato su pregiudizi di carattere xenofobo o anche razzista.
Eppure tale "equivalenza" che veniva fatta è assolutamente fallace, così come è fallace considerare antisemita chi critica le politiche di Nethanayu o alcune politiche dello stato israeliano o cristianofobo chi critica la politica del Vaticano o delle organizzazioni religiose o politiche di stampo cristiano.
Ovviamente, questo non significa che vi possano essere non pochi che criticano alcune politiche di Israele e siano antisemiti così come non pochi che criticano il Vaticano e siano cristianofobi e così come non pochi che criticano l'immigrazione di massa e siano razzisti/xenofobi, ma ciò che c'è da ricordare è che in sé ciò non è assolutamente scontato.

Sulle critiche all'immigrazione di massa, c'è da dire che perlopiù si concentrano su questioni economiche e sociali e generalmente non vanno contro i migranti di per sé, a parte quando vi sono periodi di forte crisi.
Poi, certamente un'elemento importante nella critica all'immigrazione di massa può essere quello dell'istinto che potremmo dire 'territorialista', un'istinto diffuso in tutto il mondo naturale e in tutta l'umanità e che andrebbe controllato ma non meramente represso e demonizzato tenendo anche conto che effettivamente esso può portare alla xenofobia ma opportunamente gestito può invece rappresentare una fonte di amor di sé territoriale e culturale, che può essere utile per riconoscere e includere(o integrare) lo stesso Altro nella sua integrità.

Né la xenofobia né il terzomondismo sono utili per risolvere l'emergenza immigrazione



Di Salvatore Santoru

Nella politica italiana e europea i due atteggiamenti egemoni di fronte alle problematiche dell'immigrazione sono quello xenofobo,veicolato da una buona parte della destra, e quello terzomondista tipico di buona parte della sinistra.
I politici e i militanti di entrambi gli schieramenti interpretano (e strumentalizzano) i fatti seguendo questi schemi ideologici, con i primi che in maniera aggressiva evocano la paura dello straniero e la rabbia verso la sinistra, e i secondi che in modo più passivo/aggressivo parlano di solidarietà, umanitarismo e accoglienza illimitata sopratutto ai fini di attaccare indirettamente i primi e senza tenere conto della sostenibilità di ciò.

In linea di massima, sebbene indubbiamente a livelli di comunicazione sono migliori i secondi, nella pratica le due posizioni si sono rivelate disfunzionali, con la xenofobia e la chiusura a prescindere dello straniero tipica di certa destra così come il terzomondismo e l'immigrazionismo a priori di certa sinistra.

Forse, sarebbe arrivata finalmente l'ora che le problematiche relative all'immigrazione vengano analizzate e possibilmente risolte in maniera più razionale e meno legata ai vari "bias ideologici" trasversali con cui solitamente vengono trattate.

Comprendere i motivi e le cause del sentimento xenofobo per limitarlo e superarlo:un'interessante analisi controcorrente da sinistra




Di Francesco Erspamer

I risultati di un’inchiesta di Public Policy Polling, diffusi martedì, mostrano che due terzi dei sostenitori di Donald Trump (peraltro il meno peggio fra i candidati conservatori alla presidenza) credono che Obama sia un musulmano e che non sia nato negli Stati Uniti. Del resto un sondaggio ripreso da The Nation questa settimana rivela che il 29% dei repubblicani della Louisiana attribuisce a Obama la colpa dei ritardi della protezione civile federale dopo l’uragano Katrina benché all’epoca (dieci anni fa) il presidente fosse George W. Bush e Obama solo un senatore dell’Illinois, stato ben lontano da New Orleans. 









Facile deridere questa ignoranza e questo fanatismo, entrambi cresciuti drammaticamente nel nuovo millennio, dopo il trionfo dei social media e la rinuncia della scuola a contrastarli per formare cittadini responsabili e menti critiche attraverso lo studio della storia, dei classici e delle discipline umanistiche (a che altro pensate che servissero?) – persino nell’eccellente distretto scolastico di Newton, sobborgo benestante e colto di Boston, in una zona ad altissima concentrazione di università, incluse Harvard e il MIT, l’insegnamento del latino è stato abbandonato a vantaggio di quello dell’iPad. In ogni caso stiamo parlando di milioni di persone, parecchie delle quali povere o ai limiti della povertà, infelici e spietatamente sfruttate e tuttavia pronte a votare per il partito delle corporation che li sfruttano e che apertamente promuove ulteriore liberismo. Che dovremmo farne di questa gente? Eliminarla o almeno privarla del voto per manifesta imbecillità? 
È il problema della sinistra e della democrazia: che non possiamo escludere nessuno e neppure sognare di farlo. Perché il nostro compito, e l’unica ragione per cui c’è bisogno di una sinistra, ossia di un partito che persegua una vera eguaglianza economica (dunque niente a che vedere con il Pd ma neppure con Obama o con l’attivismo interessato solo a specifici obiettivi di nicchia), è precisamente consentire il riscatto non solo dei miserabili ma anche degli idioti. E innanzi tutto capirli. Nella fattispecie è significativo che i seguaci di Trump non accusino Obama di essere nero bensì di essere uno straniero, un estraneo. E che siano infatti favorevoli a un’abolizione dello ius soli, ossia del diritto di chi nasca negli Stati Uniti di ottenere automaticamente la cittadinanza (un diritto ormai riconosciuto solo nel continente americano e in Pakistan).

La loro paranoia è un sintomo. Ci fa vedere che il sistema economico e sociale del neocapitalismo sta lasciando indietro una vasta maggioranza di individui fragili, stupidi o ingenui, un tempo in qualche modo protetti dalle loro comunità e oggi lasciati soli a fronteggiare pressioni e novità alle quali non sanno adeguarsi, perlomeno non con la rapidità richiesta dal consumismo ossessivo, di prodotti e di idee, che Wall Street pretende – e che mira soltanto a generare osceni profitti per avidi speculatori internazionali. È per questo che tanti americani ed europei si stanno rifugiando nella xenofobia (che è cosa diversa dal razzismo e confondere i due sentimenti rischia di portare a diagnosi e terapie errate). Perché hanno l’impressione, fondata, che nessuno più difenda il loro diritto di restare quello che sono e di rimanere dove sono, di conservare le loro abitudini e anche i loro pregiudizi, ai quali hanno ancorato, in mancanza di meglio, la loro identità. Discriminare un altro cittadino perché di colore o sesso differente è illegale in America e in Europa, e il divieto deve essere applicato con intransigenza. Ma esso non riguarda chi venga da fuori. La generosità, l’accoglienza, la bontà, la carità, sono virtù culturali, che vanno dunque coltivate (cultura/coltura): pensare di stabilirle per decreto e anche solo di pretenderle da chi non sia pronto o convinto, è assurdo, anzi è ingiusto, oltre che una resa totale all’ideologia globalista e consumista del pensiero unico liberista. 
Le tensioni non faranno che aumentare e insieme a esse la paura: sono pulsioni profonde, antropologiche, che neppure i media di regime riusciranno a contenere o indirizzare. Facile prevedere che sfoceranno in un immane bagno di sangue, guerre e stragi di ampiezza mai viste nella storia – com’è ovvio, mai nella storia c’è stata una società davvero planetaria e priva di alternative. La ferocia dell’Isis e la perfidia di Netanyahu sono solo due esempi: e prima o poi cominceranno a usare armi atomiche. Non dite, allora, che non ve l’aspettavate o che non c’era niente da fare. 
Perché qualcosa si può fare, prima che sia tardi. In particolare, bisogna smettere immediatamente di giocare con i popoli e con le culture come se davvero non contassero più e fossero state soppiantate dall’omogeneizzante multiculturalismo promosso dai profeti della globalizzazione. Quante persone credete che vivano al di fuori del loro paese d’origine? Secondo le statistiche dell’UNFPA (United Nations Population Fund), circa 230 milioni, ossia il tre per cento della popolazione mondiale. Così pochi? La ragione per cui sembrano di più è che i media non fanno che parlare di fughe di cervelli e di invasioni di migranti, usandoli per proclamare l’ineluttabilità storica della mobilità; per non dire del fatto che i cosmopoliti e gli arrivisti, ossia quelli che sono disposti a sacrificare legami e tradizioni per avere successo e denaro (anche in termini relativi, ossia rispetto alla loro condizione di partenza), si fanno sentire e notare mentre chi si accontenta tace e si nasconde. Parlo anche di me stesso.
Ma credere nella democrazia e nella giustizia non significa dare voce ai ricchi o ai vincenti o agli avventurosi o a chi abbia il coraggio di rischiare (generalmente i beni altrui) o la capacità di farsi valere. O meglio: questa è la visione meritocratica che della democrazia e della giustizia ha la destra. La sinistra deve dar voce agli altri: a quel 97% che sceglie di restare a casa o che non ha modo di fare altrimenti.
La xenofobia è un brutto sentimento che peggiora chi lo prova; ma è anche, come dicevo, il sintomo di un disagio reale e comprensibile. Di cui la sinistra dovrebbe approfittare per porre finalmente sul tappeto (e al centro del proprio programma) la questione della non ingerenza militare e commerciale in altri paesi, quali che siano le ragioni addotte da intellettuali e media interventisti per ordine delle corporation: una nuova dottrina Monroe ma applicata in maniera ferrea a tutte le regioni, l’Africa agli africani, il Medio Oriente ai mediorientali. Con aiuti economici senza contropartita, in forma di risarcimenti e compensazioni per i popoli che siano stati recentemente (diciamo negli ultimi 50 anni, non secoli fa) danneggiati o derubati dalle multinazionali. Il tutto necessariamente accompagnato, in Occidente, da politiche statali di controllo dei mercati, da una stretta regolamentazione delle attività finanziarie e da limitazioni alla circolazione di capitali e prodotti; e in generale da un deciso passaggio a una fase di decrescita programmata e possibilmente serena.
Utopia? Certo. Ma a questo punto l’alternativa sono la distopia del neocapitalismo attuale, la catastrofe ambientale prossima ventura, la possibile fine della civiltà e il ritorno alla legge della giungla. Almeno bisogna cominciare a parlarne. Prima che gli idioti si ribellino e tutto frani.

TITOLO ORIGINALE:"Dalla parte degli idioti xenofobi, prima che sia troppo tardi"

FONTE:http://www.lavocedinewyork.com/Dalla-parte-degli-idioti-xenofobi-prima-che-sia-troppo-tardi/d/14174/

VISTO SU http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=15972

"Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane","tornate da dove siete venuti":quando si attaccava e si rifiutava in modo xenofobo i 350mila profughi istriani e dalmati

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Di Giuseppe De Lorenzo
Il Pci non conobbe la parola “accoglienza”. Per gli italiani di Pola e Fiume solo odio. L’Unità scriveva: “Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane”.

Centro smistamento profughi di Udine, 1947 http://eliovarutti.blogspot.it
“Poi una mattina, mentre attraversavamo piazza Venezia per andare a mangiare alla mesa dei poveri, ci trovammo circondati da qualche centinaio di persone che manifestavano.
http://www.bassavelocita.it
Da un lato della strada un gruppo gridava: ‘Fuori i fascisti da Trieste’, ‘Viva il comunismo e la libertà’ sventolando bandiere rosse e innalzando striscioni che osannavano Stalin, Tito eTogliatti“. Racconta così Stefano Zecchi, nel suo romanzo sugli esuli istriani (Quando ci batteva forte il cuore), il benvenuto del Pci agli italiani che abbandonarono la Jugoslavia per trovare ostilità in Italia. Quella che fino a pochi attimi prima era la loro Patria.





Quando alla fine della seconda guerra mondiale, il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace che consegnava le terre dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, la sinistra non conobbe la parola ‘accoglienza’.





 Tutt’altro. Si scagliò con rabbia e ferocia contro quei “clandestini” che avevano osato lasciare il paradiso comunista.
https://it.wikipedia.org
Trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra ha trattato come invasori, come traditori. Ad attenderli nei porti di Bari e Venezia c’erano sì i comunisti, ma per dedicargli insulti, fischi e sputi. Nel capoluogo emiliano per evitare che il treno con gli esuli si fermasse, i ferrovieri minacciarono uno sciopero.


http://www.lavocedelnordest.eu
Giorgio Napolitano ha ragione: il Pd è davvero l’erede del Pci. La sinistra italiana, che di quella storia è figlia legittima, dimentica tutto questo. Ora si cosparge il capo di cenere e chiede a gran voce che l’Italia apra le porte a tutti i migranti del mondo. Predica l’acccoglienza verso lo straniero che considera un fratello. Quando per anni ha considerato stranieri i suoi fratelli. Gli unici profughi che la sinistra italiana ha rigettato con violenza erano italiani. Istriani e Dalmati. “Sono comunisti. Gridano ‘fascisti’ a quella povera gente che scende dalla motonave (…). Urlano di ritornare da dove sono venuti”.
http://pulcinella291.forumfree.it
Non sono le parole di Matteo Salvini. “Tornate da dove siete venuti” era lo slogan del Partito Comunista di Napolitano, Violante, D’Alema, Berlinguer e Veltroni.
L’Unità, nell’edizione del 30 novembre 1946, scriveva: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi”.


http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com
Oggi invocano l’asilo per tutti. Si commuovono alla foto del bambino riverso sulla spiaggia. Lo pubblicano in prima pagina. Dedicano attenzione sempre e solo a chi viene da lontano. Agli italiani, invece, a coloro che lasciatono Pola, Fiume e le loro case per rimanere italiani, la sinistra riservò solo odio. Lo stesso che gli permise di nascondere gli orrori delle Foibe.
“Non dovevamo dimenticare che eravamo clandestini, anche se eravamo italiani in Italia“.

FONTE:http://www.ilgiornale.it/news/politica/tornate-casa-vostra-quando-sinistra-cacciava-i-profughi-perc-1169028.html

Cambiano i colori ma l’odio contro i profughi resta sempre lo stesso



Di Pietrangelo Buttafuoco


Puzza più un tinello lindo che un centro d’accoglienza. È il tanfo dell’odio. Chiamare clandestini i profughi per poterli prendere a calci e magari scorreggiare cinismo davanti alla foto del bimbo morto è un già visto dell’odio. Diocenescampi ci vanno col tricolore in mano a gridare “fuori i clandestini”. Lo fanno in nome dell’identità e reclamano – al limite, purché ci sia un limite – di far entrare solo i cristiani e non altri per non inquinare la civiltà.






Una scena già vissuta, questa. Nel 1947, in Italia, i profughi in fuga dalla morte non sono “clandestini”, bensì “fascisti”. Sono, infatti, gli italiani a sbarrare il passo ad altri italiani che scappano dalla Jugoslavia di Tito. Assurdo fuggire dal paradiso socialista, no? E’ il 18 febbraio: il treno che trasporta gli esuli dalmati scampati alle foibe arriva alla stazione di Bologna e viene preso d’assalto. I disperati a bordo, disidratati, osservano la folla minacciosa versare sui binari il latte caldo portato dalla Croce Rossa.
Solo i sassi e gli sputi, scagliati contro il convoglio, possono dissetarli. Stessa sorte tocca a una nave di povericristi dell’esodo giuliano-dalmata. Non può attraccare al porto d’Ancona. Bandiera rossa in pugno si reclama la difesa dell’identità: la civiltà non inquinabile della democrazia.
L’odio, nella storia, ama ritorcersi nel contrario del suo esatto contrario. Ed è sempre un già visto. Il tricolore e la falce & martello sono intercambiabili. Lo slogan “prima gli italiani”, oggi, rischia di diventare parente del “no pasaran”. Il cinismo del Pci può replicarsi nel veleno populista se, Diocenescampi, dal ruminare slogan si passi poi ai fatti sempre più sbrigativi dell’altolà.
Non è più sufficiente ricordare di essere stati noi emigranti per rispecchiarsi nei migranti, è urgente specchiarsi nell’odio il cui tanfo ci rende parenti.
L’odio vive nelle trasfigurazioni. La sinistra – pur figlia di quella mattina alla stazione di Bologna – è diventata buonista. La destra – il cui difetto è l’incapacitante progetto politico – è diventata ideologica. Se non ci sono più i comunisti a fare dei profughi dei cani a cui negare un sorso d’acqua, ci sono già pronti tanti bravi signor Veneranda a latrare dai loro tinelli lindi contro la nuova classe sociale fattasi spettro e aggirantesi tra le macerie dell’Europa. Non più il proletariato ma il profugo.
La destra, invece che intestarsi l’odio, dovrebbe denunciare l’origine di questo esodo: avere assecondato – con la mitologia liberale occidentalista – la sciagurata guerra in Siria, appoggiandosi ai ribelli presto svelatesi fondamentalisti tagliagole. O la cieca fede nella truffa criminale altrimenti nota come “primavera araba” che nello scannare Gheddafi, in Libia, con le le bombe demografiche ha moltiplicato gli avamposti dell’Isis, speculari – in tema d’odio – a chi la guerra la vuole viva e aspra sempre per dominare nel caos neo-conservatore la disperazione di tutti: quella di chi scappa e quella di chi non sa più come accogliere.
Perché poi una differenza tra quei profughi italiani e i profughi di oggi c’è: l’Italia del 1947 una sua sovranità, pur tra le macerie della guerra, ce l’aveva. Quella di oggi no. Solo una cosa rischia di restare uguale, l’odio: italiani con la bandiera rossa, ieri, contro i profughi; italiani col tricolore, oggi, contro i profughi. Un già visto. In un mutare di colori.


FONTE:http://www.ilfattoquotidiano.it/

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=51919

Sull’abuso del termine “razzismo”



Di Salvatore Brizzi

I media fingono di dimenticare cosa è stato il vero razzismo. In verità in Italia il razzismo non esiste. Ciò che accade è che ogni volta che un politico manifesta pubblicamente idee contrarie all’ingresso di extracomunitari nel nostro Paese o vuole che vengano cacciati coloro che sono sorpresi a delinquere, viene accusato dagli avversari di tendenze razziste e xenofobe, ma queste parole stravolgono il senso del problema spostando la questione su una sfera differente.





Si tenta cioè di far slittare sul piano della moralità e dell’ideologia, il problema della gestione pratica dell’immigrazione che non si è capaci di risolvere. I termini razzismo e xenofobia – utilizzati ad arte da chi conosce bene le leggi della comunicazione – vanno a colpire le emozioni della massa, che inconsciamente collega razzismo e xenofobia a nazismo, violenza e campi di concentramento, operando così un’inconsapevole associazione di idee fra un normale cittadino che vuole più «ordine» nella sua città e un fanatico neonazista. In tal modo si crea maggiore confusione e si fomenta l’odio fra la popolazione, tanto che le persone si autoconvincono di essere razziste, fasciste o naziste solo perché hanno l’ardire di pretendere strade più sicure e la preservazione dei propri valori culturali. Dal sentirsi additati come razzisti al decidere di aderire a gruppi violenti di estrema destra, il passo è breve.

Così, un normale cittadino che razzista non lo era mai stato... alla fine lo diventa veramente, dopo essere stato stigmatizzato come tale da un’opinione pubblica manipolata. Quando qualcuno viene additato come razzista, per quanto a livello conscio sappia di non esserlo, scatta però in lui un meccanismo psicologico per cui comincia a comportarsi effettivamente come tale, recitando il ruolo che gli viene cucito addosso dalla società. Il suo rifiuto verso ulteriori ingressi di extracomunitari, che in un primo tempo si esprimeva solo a livello razionale, in maniera lucida e pacata, come tentativo di trovare la soluzione di un problema, proprio a causa della condanna sociale si trasforma con il tempo in vero astio verso il “diverso”.

Si tenga presente che in realtà, a livello inconscio, non si tratta di astio nei riguardi degli extracomunitari, bensì nei confronti della società dalla quale l’individuo si sente rifiutato a motivo delle sue idee. L’extracomunitario rappresenta solo il bersaglio apparente dell’odio, non quello reale. Si sta in tal modo dando origine a un nuovo genere di razzismo, un “razzismo indotto”, provocato cioè dai media e dalla condanna sociale verso chi osa esprimere il proprio dissenso.

...

Incredibilmente... nessuno si accorge di questi pericolosi meccanismi psicologici che si stanno innescando fra la gente! Nel nostro Paese si fa un uso scriteriato del termine razzista, gridando dai tg che gli italiani sono razzisti e xenofobi, e lo si fa esclusivamente per provocare una reazione emotiva nel pubblico e sperare così di poter pilotare le scelte politiche dei cittadini! Il termine razzismo viene ormai utilizzato come arma di ricatto politico e sociale.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://www.primoraggio.it/salvatore_brizzi/brizzi_razzismo.pdf

http://altrarealta.blogspot.it/2015/08/sullabuso-del-termine-razzismo.html

Sudafrica:violenza cieca nelle strade contro gli stranieri alimentata dal re degli Zulu

Di Antonella Sinopoli
Persone bruciate vive. Altre che si sono chiuse in casa e non ne escono da giorni. Altre ancora che cercano di scappare e tornare nel  proprio Paese o di raggiungere improvvisati campi per rifugiati. E squadre della morte armate di machete e taniche di benzina, alla ricerca dello “straniero”. Sta accadendo in Sud Africa, dove praticamente senza alcun intervento – per giorni – delle forze dell’ordine si è scatenata la caccia all’uomo. E questo sotto gli occhi di folle che incitano alla violenza e che riprendono con i loro smartphone scene raccapriccianti di esecuzioni sommarie. Sul web ne circolano già alcune, ma polizia ed esperti ne stanno verificando l’autenticità. Tale propaganda, in ogni caso, non è stata sufficiente per  sollecitare un intervento immediato dello Stato o la tempestiva riprovazione della comunità internazionale. Se non dopo giorni di attacchi e grazie proprio alle immagini diffuse sui social, i media internazionali hanno cominciato a seguire l’evento.
Secondo alcuni osservatori la furia si sarebbe scatenata alle parole del re Zulu, Goodwill Zwelithini, che in un recente discorso aveva “esortato gli stranieri” a lasciare il Paese. “Non starò zitto mentre i nostri leader guidano il Paese senza alcuna strategia. È tempo di parlare… Chiediamo agli stranieri presenti in questo Paese di fare le valigie e tornare a casa propria”.
Goodwill Zwelithini (a destra) con l'attuale presidente sudafricano Jacob Zuma,

E così, molti hanno imbracciato armi rudimentali per affrettare la soluzione proposta dal re. In quello comincia ad essere definito un vero e proprio pogrom. Le violenze si stanno verificando soprattutto nelle grandi città, Durban e Johannesburg. Non si sa ancora quanti siano i morti. Nel 2008 – in un altro attacco di violenza omicida contro gli “stranieri” – furono almeno 62 le persone rimaste uccise.
Scontri xenofobi a Johannesburg, la vittima era un immigrato mozambicano, maggio 2008. STRINGER/AFP/Getty Images
Scontri xenofobi a Johannesburg, la vittima era un immigrato mozambicano, maggio 2008. STRINGER/AFP/Getty Images
Ma quali sono le motivazioni di tale odio? Le più becere e comuni: ci rubano le nostre donne, il nostro lavoro, sono sporchi. Attacchi xenofobi, se non fosse che gli stranieri in questione non sono bianchi, ma africani, neri come loro.

NBA:Batum si scusa per frasi razziste rivolte indirettamente al giocatore spagnolo Marc Gasol :"non perdiamo contro gli spagnoli"



Di Salvatore Santoru

Il cestista Nicolas Batum(Portland Trail Blazers) si è scusato e ha affermato di essere stato frainteso, per essere stato l'artefice di un motto considerato di stampo xenofobo e razzista, scritto in un cartello usato dalla squadra come "frase motivazionale"(1).
"Non perdiamo contro gli spagnoli" ha detto Batum riferendosi all'unico giocatore di origine spagnola presente nella squadra Marc Gasol, del Memphis Grizzlies, che in seguito ha guidato la sua squadra al successo(2) .
Il cestista afroamericano Damian Lillard ha difeso Batum sostenendo che questa questione doveva rimanere all'interno della squadra, e che non ha nessuna accezione xenofoba e razzista.
Dal canto suo, Gasol ha sostenuto di non preoccuparsene, sperando che i media non ne facciano chissà che questione. Inoltre, ha detto:"per quanto ne so, nessuno di voi è spagnolo. Quindi spero nessuno si senta offeso da queste parole."(3)

Comunque sia, pur non trattandosi assolutamente di fatti gravi, bisogna pur sempre tenere presente che nello sport, così come in altri ambiti della società, i pregiudizi razziali e xenofobi, sono pur sempre dietro l'angolo, anche se si presentano dietro innocue affermazioni rivolte a uno dei pochi giocatori "diversi", sia per nazionalità che per colore della pelle.

Note:
(1)http://www.sportando.com/it/usa/nba/158948/non-perdiamo-contro-gli-spagnoli-la-scritta-nello-spogliatoio-blazers.html
(2)http://www.oregonlive.com/sports/oregonian/john_canzano/index.ssf/2015/04/canzano_defensive_effort_of_da.html
(3)http://www.basketnet.it/it/batum-si-scusa-per-le-velate-accuse-di-razzismo/268331

Foto:http://www.si.com

La xenofobia dilaga in Sudafrica, quasi 80 migranti massacrati nelle ultime settimane

Sudafrica. Non si ferma l'ondata di violenza xenofoba contro gli immigrati
Di Salvatore Santoru
Una nuova ondata di xenofobia ha interessato recentemente il Sudafrica, dopo che nelle ultime tre settimane una settantina di migranti erano stati massacrati, e numerosi negozi gestiti da migranti sono stati assaltati e saccheggiati nelle vicinanze di Johannesburg.
L'odio verso gli stranieri, provenienti perlopiù dall'Asia e da altri paesi africani, sta creando un vero e proprio clima del terrore per i migranti, e molti di essi si sono dati alla fuga in preda al panico per cercare rifugio in campi sportivi, edifici pubblici e in stazioni di polizia.
La xenofobia trova terreno fertile tra le masse meno abbienti della popolazione nera sudafricana, e risulta anche alimentata da parte della comunità Zulu, tanto che a marzo il Re Zulu Goodwill Zwelithini disse che  i migranti "dovrebbero prendere le loro borse e andarsene", e stando al presidente dello Zimbabwe Robert Mugabe, sono spesso esponenti Zulu a guidare gli attacchi razzisti e xenofobi contro i migranti.

BAMBINI “ALIENI” IN ISRAELE


Di Michele Giorgio
Tel Aviv, 03 marzo 2012, Nena News – Maria ha soltanto 17 anni ma parla come una donna adulta. Il rischio di espulsione da Israele, che la sua famiglia deve affrontare dal 2006, l’ha fatta crescere in fretta. «Le autorità quell’anno notarono una lieve differenza tra il nome di mio padre nei documenti che gli vennero rilasciati quando entrò nel paese, quasi venti anni fa, e quello stampato sul suo passaporto. È solo un errore ma il ministero dell’interno ora lo accusa di essere entrato illegamente e vogliono buttarci fuori. Sappiamo però che questo è un problema secondario, il vero problema sono io», spiega la ragazza. «Il governo israeliano respinge l’idea di integrare i figli dei lavoratori stranieri, anche quelli che, come me, sono nati e cresciuti qui». Maria è una asiatica ma la sua vita è in Israele. «Non riesco a pensare a un altro paese dove poter vivere – aggiunge – parlo ebraico come gli israeliani, il mio modo di vivere è israeliano. Sono nata qui, come i miei compagni di scuola ebrei, perché mi trattano come un’aliena?».
È una domanda che ponevano un po’ tutti i bambini e ragazzi che sabato scorso hanno manifestato in Piazza Habima a Tel Aviv, assieme ai genitori, in gran parte filippini, contro la decisione del governo di sanare la posizione soltanto di 257 famiglie sulle 701 che avevano presentato una richiesta di legalizzazione. Un corteo di un migliaio di persone si è avviato lungo le strade del centro per scuotere la «città che non dorme mai» ma che abbandona a loro destino tanti lavoratori che ogni giorno puliscono migliaia di abitazioni e uffici e si prendono cura di tanti anziani. Fa eccezione un’esigua minoranza, in gran parte attivisti anche sul fronte dell’occupazione dei territori palestinesi, che si battono per impedire che tanti ragazzi, nati e cresciuti in Israele, vengano cacciati via. «Occorrerebbe una partecipazione maggiore per bloccare le decisioni prese dal ministro dell’interno Eli Yishai (del partito ortodosso Shas, ndr), che da anni combatte i migranti e i lavoratori asiatici giunti nel nostro paese», dice Noah Galili, responsabile di Israeli Children, una delle associazioni che assistono i bambini a rischio e le loro famiglie. Determinata a non arrendersi all’aut aut del governo è Rotem Ilan, di Hotline for Migrant Workers. «Dovranno passare sui nostri corpi – avverte – alcuni di questi bambini li considero figli miei, i loro genitori sono come fratelli, non permetterò mai la loro espulsione».
Identità ebraica in pericolo
Tuttavia per salvare le famiglie a rischio occorrerà molto di più della buona volontà e dell’impegno di Rotem, Noah e di altri attivisti. Il governo ha leggermente ammorbidito la sua linea ma resta deciso a procedere alle espulsioni. Il primo ministro, Benyamin Netanyahu, ha indicato più volte nell’immigrazione clandestina uno dei «principali problemi di Israele», perché, a suo dire, potenzialmente in grado di «mettere in pericolo l’identità ebraica del paese». Parole che ricordano quelle che i leader politici israeliani di solito riservano alla questione del ritorno dei profughi palestinesi, previsto dalla risoluzione 194 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. E per rendere ancora più chiara la sua linea, Netanyahu sta facendo costruire un nuovo “muro”, stavolta lungo la frontiera con l’Egitto, per bloccare gli ingressi clandestini dal Sinai di migranti e richiedenti asilo africani, in buona parte eritrei e sudanesi.
La questione dei figli dei lavoratori stranieri che corrono il rischio di essere espulsi parte da lontano. Si tratta di 1.200 bambini che sono rimasti tagliati fuori da una sanatoria governativa del 2006 che aveva garantito lo status giuridico a oltre 600 figli di immigrati. «Molti contratti di lavoro – spiega Rotem Ilan – impongono agli immigrati di non avere figli in Israele e alle donne incinte di uscire dal paese. Così, quando ha appreso che negli ultimi anni sono nati in Israele almeno 2mila bambini figli di migranti e lavoratori stranieri, il ministro Yishai ha affermato che i loro genitori li avrebbero usati per rimanere nel paese e che, pertanto, occorre procedere alle espulsioni senza esitazioni». Nel luglio 2010 fu deciso, sotto la pressione di associazioni e centri per i diritti umani, di concedere la residenza a tutti i bambini giunti in Israele quando avevano meno di 13 anni (e ai loro fratelli e sorelle più giovani), che hanno vissuto nel Paese almeno 5 anni e risultano iscritti a una delle scuole statali. «Abbiamo fatto una considerazione umanitaria e una sionista. Cerchiamo un modo – disse Netanyahu – per assorbire e far entrare nei nostri cuori bambini che sono stati cresciuti qui come israeliani. Per converso, non vogliamo creare un incentivo che porti a far entrare centinaia di migliaia di lavoratori illegali nel nostro paese». Quel giorno è cominciato l’inferno per tutti gli altri bambini che non rientrano nei criteri «umanitari-sionisti».
Se il figlio non rientra nei «criteri»
Nei giorni scorsi è stato deciso di «legalizzare» lo status di altri 257 ragazzi e i genitori dei 500 esclusi vivono nell’ansia. Tra di essi c’è la filippina Remedios Rolle, giunta 10 anni fa a Tel Aviv. Dopo aver assistito e pulito le abitazioni di dozzine di anziani, Remedios rischia di dover fare i bagagli perché il figlio Angelo non rientra nei «criteri». «È una situazione angosciante – ci spiega – nessuno ha saputo dirci se Angelo fa parte dei 257 bambini legalizzati e ogni sera andiamo a dormire temendo di ritrovarci la polizia in casa. Non so come spiegarlo a mio figlio che parla ebraico, vuole restare qui e non capisce perché intendono mandarlo nelle Filippine visto che lui è nato in Israele». A nulla sono servite le proteste della sezione locale Unicef che considera le espulsioni dei bambini una violazione della Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia che Israele ha firmato con altri duecento Stati.
Hanno poco tempo a disposizione (appena un mese) per lasciare il paese invece i circa 7mila rifugiati sudsudanesi in Israele. Dopo la proclamazione di indipendenza del Sud Sudan, Netanyahu ha stabilito relazioni strettissime con il governo di Juba, mettendo però in chiaro che i «rapporti speciali» prevedono che i profughi giunti dal quel giovanissimo paese dovranno tornare a casa al più presto. Intanto l’unità speciale Oz, che fa capo al ministero dell’interno, pattuglia le strade di città e villaggi con il compito di bloccare 20mila clandestini nel 2012 e 100mila entro il 2013, sui 280mila che sarebbero presenti nel paese. Un numero impensabile da raggiungere ma la caccia al migrante comunque va avanti – specie in Corso Levinsky, la zona periferica di Tel Aviv dove si riuniscono gran parte degli africani, specie i sudanesi – grazie a nuove leggi, sempre più restrittive, anche nei confronti chi cerca asilo politico. Di recente la Knesset ha approvato, con soli otto contrari su 45, un emendamento al disegno di legge sulla cosiddetta «infiltrazione». D’ora in poi, se catturati, i migranti potranno passare in carcere dai 3 anni in su, a seconda del loro paese d’appartenenza. I profughi che vengono dal «nemico» Sudan potrebbero restare in prigione a tempo indeterminato, senza alcun processo. E chi li aiuta rischia fino a 15 anni di prigione e multe salatissime.
 Fonte:Nena News

Porajmos in Ungheria: Ronde della Guardia Civile assediano i Rom di Gyöngyöspata


Magyar Gárda 2
Image via Wikipedia
Il primo di marzo, membri in uniforme del gruppo di vigilantes Guardia Civile (Jövőért Polgárőr Egyesület) una filiazione della temibileMagyarGarda, ha preso il controllo di un insediamento Rom nei pressi del villaggio di Gyöngyöspata. Hanno allestito due posti di blocco all’entrata dell’insediamento e formato una catena umana intorno alle case dei residenti Rom. Le ronde della Guardia Civile è sostenuta dall’ala di estrema destra del parlamento [il partito Jobbik], ora intenzionato a proseguire l’iniziativa in altre città ungheresi per estendere i loro presìdi.
Lo European Roma Rights CentreAmnesty International e Human Rights First hanno spedito una lettera [PDF] per sollecitare le autorità ungheresi a intervenire e proteggere i Rom che risiedono a Gyöngyöspata dalle intimidazioni e le persecuzioni delle quali sono vittime a causa dei vigilantes dell’organizzazione Szebb Jövőért Polgárőr Egyesület (Associazione Guardia Civile per un Futuro Migliore) dal primo di marzo. Le ronde di questa organizzazione sono foraggiate dal partito di estrema destra Jobbik, che il sei marzo ha allestito una marcia sui villaggi di migliaia di persone in uniformi nere. Secondo le stime dello ERRC ci sono stati almeno 48 attacchi contro i Rom in Ungheria tra il 2008 e il 2010 che hanno portato alla morte di 9 persone. La presenza di ronde anti-Rom negli insediamenti aumenta il clima di violenza e di tensione inter-etnica.
Lo ERRC ha richiesto alle autorità ungheresi di mantenere i loro impegni nei confronti dei diritti umani (nazionali e internazionali) a Gyöngyöspata, di intervenire immediatamente per assicurarsi che la situazione non degeneri nella violenza fisica e di proteggere i Rom da intimidazione e minacce.
Da Exit

Ai confini dell'Europa dove razzismo e xenofobia dilagano


Di Matteo Alviti


Va bene, la Norvegia. E la Svezia, la Finlandia e la nera Danimarca. Ma sebbene ora l'attenzione dell'Europa per i movimenti di estrema destra sia concentrata sulla penisola scandinava e dintorni, il più grosso coacervo d'odio razziale in Europa - un'Europa allargata - è poco più a est. In Russia. Pronto a esplodere.
Nel 2008 ogni mese, in media, in Russia sono state uccise nove persone per motivi razziali. Nove omicidi al mese, che per dodici fanno 108 morti. Più delle vittime di Anders Breivik. Da allora la situazione sembra essere migliorata: il numero di omicidi è calato sensibilmente, anche e forse soprattutto grazie a una politica di repressione voluta e conseguentemente portata avanti dal presidente della Federazione, Dmitri Medvedev. Ma nonostante l'epifenomeno sia ridimensionato, le cause profonde del malessere, il sentimento d'odio per il diverso, non sembrano affatto essere diminuiti, spiegano gli esperti. Medvedev ne è consapevole, ma dalle dichiarazioni sulla necessità di combattere culturalmente il razzismo non si è ancora passato ai fatti.
Nelle scuole la storia russa è la storia dei russi etnici. L'idea dell'integrazione attraverso l'omologazione prevale su quella della convivenza tra culture differenti. La vecchia idea dell'amicizia tra i popoli sembra insomma essere naufragata con il comunismo sovietico, seppellita definitivamente dalle guerre combattute contro gli islamisti ceceni e caucasici.
Recentemente tutti i giornali russi hanno raccontato con enfasi la difesa di un villaggio, Sagra, sugli Urali, da parte di un coraggioso gruppo di russi etnici. La cittadina sarebbe stata aggredita da una banda di delinquenti, una sessantina di azeri, armati di bastoni, coltelli, catene e armi da fuoco. Dopo aver pestato due minorenni capitati nel posto sbagliato al momento sbagliato, gli aggressori avrebbero terrorizzato la cittadina, fin quando un manipolo di coraggiosi russi è riuscito a scacciarli dopo una rissa colossale.
I russi amano queste storie di difesa eroica con vittoria finale dei buoni, scrive in proposito il quotidiano tedesco Die Welt, che ha raccontato la vicenda. Ma chi erano in questo caso i buoni? Gli azeri furiosi erano calati su Sagra per vendicare la cacciata violenta di un loro connazionale, e le tante offese razziste subite da altri. Alla fine l'unica vittima dell'assalto è stato un azero. La quindicesima persona a perdere la vita in Russia per motivi razziali dall'inizio dell'anno.
Oggi in Russia vivono, secondo le statistiche, più di dodici milioni di migranti. Solo negli Stati Uniti ce ne sono di più. La maggior parte proviene dalle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale e del Caucaso. I migranti per l'economia russa costituiscono una realtà importante e insostituibile. Soprattutto per il settore dell'edilizia - che come gli altri sfrutta la manodopera a basso costo -, dove lavorano il 40% degli stranieri. Ma anche per i rispettivi paesi di provenienza, gli immigrati in Russia sono ormai una risorsa insostituibile. Le rimesse costituiscono una parte sempre più consistente del prodotto interno lordo dei paesi d'emigrazione. L'esempio più estremo, in questo senso, è il Tagikistan, il cui pil è costituito per il 49% dai soldi che gli emigranti spediscono a casa.
Ma nonostante questa doppia dipendenza i rapporti quotidiani tra la maggioranza dei russi etnici e le tante minoranze - le più consistenti sono quelle dei tatari e dei baschiri - è oltremodo complicata. Secondo i sondaggi più della metà dei russi vorrebbe espellere dal paese almeno una delle minoranze. Nelle curve degli stadi l'estremismo di destra la fa da padrone e il razzismo è il piatto servito freddo ogni maledetta domenica. Atteggiamenti o offese razziste fanno parte del vocabolario quotidiano della strada. Anche tra gli uomini della polizia il livello di pregiudizio è alto: spesso capita di vedere fermare persone dall'aspetto "esotico".
Le accuse sono le solite, e la più grave, specialmente in periodi di crisi e povertà diffusa come questi, riguarda il lavoro: gli stranieri rubano il posto ai russi. Persino il premier, ex e probabilmente futuro presidente del paese, Vladimir Putin, nel 2009 aveva dato parzialmente la colpa della crisi che sta colpendo la popolazione agli immigrati stranieri.
Per "difendersi" da questa "invasione" sono nati sempre più gruppi di estrema destra. Alcuni hanno il carattere di vere e proprie milizie, con tanto di esercitazioni di tiro nelle foreste durante il fine settimana. La maggior parte dei loro membri sono giovani e giovanissimi, studenti.
Per comprendere meglio la gravità della situazione torna utile citare un episodio: l'anno scorso, a dicembre, Mosca è stata teatro della più grande e violenta manifestazione razzista della storia della Federazione. Per "vendicare" l'uccisione di un tifoso della squadra locale da parte di un gruppo di caucasici, più di seimila persone hanno tenuto sotto scacco per ore l'intero centro cittadino, pestando qualunque straniero capitasse a tiro. Recentemente è cominciato il processo per l'omicidio che ha scatenato quella protesta. Se la corte dovesse essere troppo clemente con l'imputato, ci saranno certamente altri episodi di violenza.
Mosca a parte, è però nel sud del paese che i conflitti etnici sono più aspri. Secondo un esperto di movimenti migratori citato da die Welt, Grigory Ioffe, "le tensioni interetniche in Russia hanno raggiunto il livello di quelle della Jugoslavia negli anni '90". E il conflitto potenziale è in continua crescita: la popolazione di russi etnici è in rapido calo. Oggi ce ne sono sette milioni in meno rispetto al 1992, in gran parte a causa della scarsa natalità. E le previsioni parlano di un calo demografico del 25% - 17 milioni in meno - entro il 2026. Per Ioffe, nello stesso arco di tempo arriveranno nella Federazione dieci milioni di stranieri, attirati dalla carenza di disponibilità della forza lavoro. In alcune città del sud i russi sono già in minoranza.
La Russia ha bisogno dei migranti, ma ancora oggi non sembra culturalmente pronta ad accoglierli, spiegano gli esperti. La situazione è esplosiva.

Il Calderone dell’Odio

Di Pispax

Dopo gli attentati in Norvegia non si fa altro che parlare di quello che c'è "dietro". Solo che a forza di parlare di quello che c'è "dietro", ci si dimentica di guardare quello che c'è davanti.

Perché la catena di eventi che ha portato alla strage di Utoya è qualcosa che parte molto da lontano.

C'è sempre stata - e ancora c'è - una precisa strategia politica, che per guadagnare una manciata di voti in più spinge con forza sul tema "le nostre sane e belle tradizioni vanno difese da quelli che vogliono inquinarle".

Questa strategia nel corso del tempo ha coinvolto tutti i cosiddetti "pericolosi": i giudei, i “terroni”, i “musulmani mangiamerda”, i “ricchioni”, gli zingari, i “musi neri puzzolenti”, ecc. ecc. (Dove per "pericoloso", naturalmente, si intende una persona che teoricamente potrebbe persino rischiare, un giorno o l'altro, di mettere anche solo lievemente in discussione l'ultima virgola delle nostre belle e sane tradizioni, decidendo di adottare per se stessa uno stile di vita diverso. Oppure semplicemente una persona che non ci piace).



E' da tanto che lo sappiamo: manipolare il popolo è molto più semplice se gli diamo "qualcuno" su cui scaricare la colpa. Quando c'è un obiettivo preciso da incolpare ...


... si sopportano meglio i sacrifici, e non si fa quasi più caso alle diverse questioni. I governanti questo lo sanno da sempre: la Storia ci mostra come più è duro un regime, più venga incanalato l'odio verso un obiettivo qualunque. Il popolo, felice, abbocca sempre.

Dopo gli attentati del 2001 l'America, e Bush in particolare, per giustificare con gli elettori il proprio intervento armato contro i paesi arabi ha pompato alla grande contro "i musulmani cattivi che fanno gli attentati". La spinta in questa direzione è stata talmente forte che molti hanno incolpato Bush di aver creato l'anti-islamismo tutto da solo.

Questo non è vero. La forte campagna anti-islamica voluta dall'America del post attentato si è limitata a ravvivare un sentimento che già esisteva, e che potenzialmente era devastante. Per fare un esempio noto, non è vero che la Germania nazista fosse “antisemita”. In realtà l’intera Europa era già antisemita, con la Polonia in testa. Dopo la rivelazione delle atrocità del nazismo però si sono tutti dimenticati di questo, fingendo di essere sempre stati ottimi amici degli ebrei.

In realtà questo sentimento antisemita, che era fortissimo già all'epoca, non si è affatto spento. Ha solo cambiato bersaglio, e ha cercato altri modi per attaccare. In molti casi l'antisemitismo si è limitato a cambiare etichetta, ed è diventato “antisionismo”, che è una formula molto comoda per continuare indisturbati nell'antisemitismo.

In altri casi invece gli obiettivi su cui incanalare l’odio sono stati diversi.

In particolare dopo il 2001, con il martellare incessante proveniente dall'America sugli "arabi cattivi che ci attaccano" - che è andato a unirsi a quello che già in molti portavano avanti - è aumentata la parte della popolazione che iniziava a nutrire sentimenti anti-arabi.

A seguito di questo fatto i partiti di estrema destra si sono ritrovati di fronte un insperato paradiso. Erano anni che loro portavano avanti i discorsi sulla "minaccia araba". Quindi sono restati a crogiolarsi al sole, al suono di "noi ve l'avevamo detto". E intanto vedevano le proprie percentuali di voto salire. Questa situazione ha allettato una serie di altri partiti: e anche loro si sono uniti al coro di "musulmani mangiamerda che vogliono rovinare le nostre belle e sane tradizioni".

Anche i media dal canto loro non hanno smesso un attimo di suonare la grancassa su questi argomenti. Prima durante e dopo. Questo riguarda sia i media di destra (che su questo argomento hanno speso oceani d'inchiostro) sia i media di sinistra. Anche loro avevano il proprio tornaconto, in questo caso economico.

Ora, quello che succede quando un discreto numero di partiti, unito ad un discreto numero di media, battono insistentemente e continuamente sui soliti tasti, è che le idee della gente cambiano realmente. Una certa massa di persone (e di voti) si sposta su queste argomentazioni. Di conseguenza la cosa più logica da fare per un partito politico è di aumentare ancora il volume della grancassa su questi temi, introducendo competizioni del tipo "votate-me-perché-io-proteggo-i-nostri-valori-tradizionali-belli-e-sani-molto-meglio-di-lui".

A questo punto il circolo diventa vizioso, e lo spostamento delle opinioni "della massa" inizia ad avere un certo rilievo. Dopo un po' diventa difficile distinguere se sono i partiti a trascinare la "massa" o se è la massa a trascinare i partiti.

Solo che la "massa" non è composta interamente da impiegati bancari con moglie e due figli e cane e giardino, che quando vedono passare un marocchino si limitano a pensare "oh, cielo, un altro extracomunitario! Speriamo che non sia un delinquente!"

La massa è un gruppo enormemente eterogeneo di persone. Ci sono quelle tranquille e quelle agitate; ci sono i matti e i morti di sonno; ci sono gli onesti e ci sono i disonesti. E ci sono anche gli estremisti.

Ognuna di queste persone, singolarmente, reagisce a modo suo agli stimoli che riceve. La massa è anche un insieme di individui, ognuno dotato della propria singolarità.

La reazione degli estremisti, per l'appunto, tende ad essere una reazione estrema.

Mentre il bancario si limita a borbottare "oh, cielo", l'estremista può decidere di mettere finalmente a frutto tutti quei campi di addestramento paramilitare ai quali ha partecipato, e di tirar fuori dall'armadio tutte quelle belle e luccicanti armi automatiche che non vede l'ora di usare.

La linea di confine che separa l'estremista da tutti gli altri è che l'estremista a un certo punto decide di agire. Agisce perché secondo la sua mentalità distorta lui è assolutamente nel giusto. Agisce perché è l'ora che finalmente qualcuno faccia qualcosa per porre rimedio a questa vergogna. Agisce perché deve Salvare il Mondo.

Quanto più estreme sono le sue idee, tanto più estremo sarà il suo modo di agire.

L'"effetto grancassa" inoltre non si limita a spostare i numeri delle persone. Prima c'erano 100 persone che credevano nell'anti-islamismo, fra cui magari 2 estremisti; adesso per via della grancassa ci sono 200 persone che credono all'anti-islamismo e di conseguenza gli estremisti sono diventati 4.

Anzi, di più. Questa forte pressione sui temi, infatti, oltre a essere quantitativa è anche qualitativa. Nel senso che non si limita ad attirare nuovi numeri, ma incide in modo sempre più significativo sulla mentalità degli individui. Quello che si limitava a dire "oh, cielo", magari dopo un pò all'islamico gli sputa addosso, quello che gli sputava magari gli dà due pugni, quello che gli dava due pugni diventa ancor più incazzato nero, quello che era già incazzato nero diventa un estremista. Su 200 persone gli estremisti non sono diventati 4: sono diventati 10.

Domanda: e quei due che erano già estremisti prima, che cosa diventano?

La strage di Utoya è nata proprio così. E su questo meccanismo ci sono responsabilità ben precise. C'è stata una campagna martellante, ossessiva, penetrante per spostare il più possibile i valori delle persone in direzione "anti". In questo caso in direzione anti-islamica. Ma non solo.

Questa campagna ha avuto precisi sponsor politici. Potremmo parlare dei più conosciuti: Le Pen, Haider, Bossi, Fini. Anche Bush, ovviamente. Tutta gente che ha deciso di aumentare incredibilmente la pressione sull'odio e sulla diffidenza verso gli islamici solo per avere un tornaconto elettorale, o per raccogliere consensi sulle loro scelte.

Però non tutti i politici e non tutti i media hanno portato avanti la campagna solo per fini elettorali o per fini economici.

Non ci dimentichiamo che molti di loro, in particolare gli esponenti della destra più tradizionale, queste cose le sostenevano con forza già da tempo. Era da parecchio che stavano tentando in tutti i modi di attirare seguaci al loro credo.

Tutta questa campagna di seguaci ne ha portati parecchi. L'effetto più devastante che ha avuto la grancassa sull'anti-islamismo è stato di rendere legittime le idee di chi proneva la Superiorità Razziale, sdoganandole sotto la pudica versione del "difendiamo le nostre belle e sane tradizioni dall'Invasore". (Inutile dire che grattando sotto ai luccichini si ritrova sempre la vecchia Superiorità Razziale di una volta.)

In Internet il numero di blog, forum e pagine facebook che sostengono queste teorie è impressionante. Come sono impressionanti le idee che emergono.

E qui viene la parte più preoccupante: indipendentemente dalle motivazioni che hanno spinto a portare avanti la campagna anti-islamica, la conseguenza è stata che si sono pienamente legittimate agli occhi di tutti le idee basate sull'odio.

Peggio: si è nuovamente legittimata l'idea stessa di odio. Se tu puoi odiare gli arabi, perchè io non posso odiare i negri? Perché tu puoi odiare i comunisti, ma io non posso odiare i tramvieri?

E così abbiamo ravvivato il nostro grande Calderone dell’Odio, e tutti quanti cercano di buttarci dentro il loro ingrediente. Ora si può fare impunemente: dopo lo sdoganamento non c'è più vergogna. Ce lo buttano i fanatici anti-islamisti, che in questa fase storica sono l'ingrediente principale. Ma ce lo buttano anche tutti gli altri: i fanatici sionisti, i fanatici antisionisti, i fanatici musulmani, i fanatici antisemiti antisionisti, i fanatici comunisti, (che ultimamente sembrano essere pochini) i fanatici anticomunisti, i fanatici cristiani, eccetera eccetera.

Quanta più roba ribolle nel calderone, tanto più facile è ottenere un risultato. Il risultato che abbiamo ottenuto questa volta si chiama Anders Breivnik.

Perché un fatto è sicuramente chiaro: Breivnik è un fanatico estremista di destra, alimentato riccamente da questo clima di odio, che con l'aiuto di altri fanatici estremisti di destra, alimentati altrettanto riccamente da questo stesso clima, ha fatto quello che riteneva opportuno per "salvare la Norvegia".

Ma tutto questo, coloro che hanno provocato il fenomeno lo sapevano già.

Non è un caso che tutti quelli che hanno alimentato i vari Breivnik per tutto questo tempo, oggi si comportino con aria indifferente. Cercano disperatamente di far dimenticare il loro ruolo in questa tragedia.

La loro prima linea di difesa è quella di distorcere ad arte l'interpretazione degli avvenimenti. Ecco i due canali principali:

1) "E' STATA LA FOLLE AZIONE DI UN PAZZO CRIMINALE".
Di conseguenza, se era un "pazzo" allora non può essere colpa di nessuno. Era pazzo: mica vorrai dare la colpa a me per le sue azioni? No? Giusto? Che potevo farci io?

2) "BREIVNIK AGIVA PER CONTO DI QUALCUNO"
Di conseguenza, perché quardi nella mia direzione? Non lo vedi che era solo un sicario? Come può essere stata colpa mia? Era pagato/plagiato dai servizi, chissà poi quali, e dunque io che c'entro?

Ambedue le strade sono solo patetici tentativi per cercare di far dimenticare le proprie responsabilità. La prima, quella del "pazzo", quella della "lucida FOLLIA", viene utilizzata principalmente dai canali mainstream; la seconda sta dilagando principalmente su internet, dove per spiegare questo fatto è nata tutta una serie di assurde teorie del complotto. Complotto israeliano, complotto USraeliano, complottone sionista, l'NWO, la CIA, ecc.

Nessuno di questi in realtà crede pienamente alle cose che sta dicendo. Né che Breivnik sia pazzo né che dietro ci sia una particolare macchinazione. Lo scopo principale, in entrambi i casi, è quello di salvarsi il culo solo per poter continuare a mettere il proprio ingrediente nel Calderone dell'Odio.

Senza stare a sottilizzare su chi siano gli attori coinvolti, e sono davvero tanti, io ritengo che non dovremmo permettere a queste persone di proseguire nella propria azione.

Perché una cosa dev'essere ben chiara: chiunque spinga all’odio contro il "diverso", identificandolo in modo preciso, cercando di alimentare questo sentimento sempre e comunque e utilizzando i suoi discorsi per far si che anche gli altri condividano queste sue idee, in realtà non sta facendo altro che mettere la sua quota per costruire il prossimo Breivnik.

E chi ci garantisce che il prossimo Breivnik non sarà proprio il nostro vicino di casa? E che noi non saremo i prossimi a cadere sotto ai suoi colpi?

Di Breivnik già innescati in giro sembrano essercene parecchi. Ci sono i Breivnik criminali e ci sono anche i Breivnik malati di mente, che sono tutti quanti nati dai soliti genitori. E' bene che quelli che li hanno fomentati inizino a porsi il problema di come levargli un po' di terreno sotto i piedi.

Allora avanzo la mia proposta: quando troviamo qualcuno che sta cercando di buttare il proprio ingrediente nel Calderone dell'Odio, noi di solito ci mettiamo a controllare se quell'ingrediente ci piace o no: se non ci piace partono gli strali, se invece ci piace, insomma, possiamo anche far finta di niente.

Tocca a noi cambiare atteggiamento: quando vediamo qualcuno che solo si avvicina al Calderone dell'Odio con qualcosa in mano, proviamo un attimo a entrare nel suo ordine di idee, e cerchiamo di fermarlo. Prima di diventarne dei complici anche noi.

Pispax

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