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La Bce tiene fermi i tassi, Borse in rialzo

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Di Alessandro Barbera

Livelli di crescita sotto le attese. Il protezionismo americano, il timore per la reazione dei Paesi colpiti dai dazi, il peggioramento del clima politico in Paesi come la Francia, dove gli scioperi hanno pesato sulla produzione industriale. E’ passato poco più di un mese dall’ultima conferenza stampa di Mario Draghi e a sentirlo sembra un secolo fa. Non è colpa della primavera, che pure ha avuto la meglio sul rigido inverno tedesco. Improvvisamente la crescita dell’area euro dà segnali di rallentamento, e per questo a Francoforte si fermano un minuto più del previsto a riflettere. Se a inizio marzo tutto sembrava pronto per annunciare lo stop alla politica monetaria ultraespansiva a giugno, ora le voci che circolano nel palazzo di vetro parlano di un rinvio a fine luglio. Dentro al Consiglio dei governatori si discute di una proroga di tre mesi degli acquisti (fino a dicembre) e basta. Ormai da tempo – e lo ha fatto anche oggi – il governatore italiano insiste nel dire che la politica monetaria deve essere ispirata alla “prudenza, pazienza, persistenza”. Se la crescita rallenta, l’inflazione faticherà a salire, e allora addio al target del due per cento.  



Vero è che Draghi ha parlato di una crescita comunque “solida” (l’intera area della moneta unica viaggia al ritmo del 2,4 per cento) colpita da una sorta di “normalizzazione” ma in questa fase il governatore sembra avere tutto l’interesse a stressare le parole: dentro al consiglio ci sono sempre più Paesi (i nordici anzitutto) favorevoli allo stop. Per Paesi come l’Italia potrebbe diventare un problema serio da gestire. Pochi giorni fa una battuta del membro austriaco Nowotny ha fatto schizzare l’euro all’insù constringendo la Bce a derubricare le sue come opinioni personali. Il calo del pil europeo nel primo trimestre – seppure trainato da fattori che Draghi definisce congiunturali - è un ottimo argomento a sostegno della prudenza.  



“La prima cosa che dobbiamo fare è posizionare quel che è successo nel contesto adeguato”, capire se il rallentamento sia “temporaneo o permanente, se sia più una questione di offerta o di domanda”. Draghi paventa perfino “la reazione a qualsiasi restringimento non desiderato o non accettabile delle condizioni finanziarie che possa avere un impatto sui prezzi”. Quelli di Draghi sembrano soprattutto artifici retorici, il tentativo di allontanare il più possibile una decisione che diventerà presto ineludibile. Il protezionismo americano è la cosa che lo preoccupa più di ogni altra: può produrre “un profondo e rapido effetto sulla fiducia delle imprese e degli esportatori”. Draghi sottolinea che questi sono i momenti in cui i Paesi ad alto debito mettono il fieno in cascina per pensare ad affrontare i problemi di una eventuale (e successiva) recessione. Ma a Roma nessuno sembra particolarmente interessato all’argomento. 

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