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Draghi afferma che la BCE dovrebbe esaminare nuove idee come la MMT



Un’apertura a sorpresa arriva da parte di Mario Draghi. Il presidente della Banca Centrale Europea ha affermato che il Consiglio direttivo dovrebbe essere aperto a idee come la Modern Monetary Theory, come informa Bloomberg

Draghi ha citato la MMT mentre rispondeva a una domanda sull’helicopter money. Una politica monetaria ipotizzata come un tentativo estremo di rilanciare l’economia lanciando letteralmente «soldi da un elicottero». Ossia distribuire denaro nell’economia reale versando denaro direttamente nelle tasche di cittadini e imprese creando moneta e tagliando le tasse. 

"Queste sono idee oggettivamente piuttosto nuove", ha detto Draghi. "Non sono state discusse dal Consiglio Direttivo.

Dovremmo guardarle, ma non sono state testate”. 

Ha aggiunto che tali azioni si basano su decisioni sulla distribuzione e questo non è qualcosa che riguarda la politica monetaria.

"Quando li guardi da vicino, ti rendi conto del compito di distribuire denaro a un soggetto o all'altro, che in genere è un compito fiscale", ha detto. "È una decisione del governo, non della banca centrale... È la governance politica di queste idee che deve essere affrontata”. 
Fonte: Bloomberg

Draghi boccia l’idea dei minibot: “Sono valuta illegale o debito”


Di Alessandro Barbera
«I minibot? O sono uno strumento illegale, o è nuovo debito». Non avrebbe voluto chiudere la sua esperienza così, ma ormai è rassegnato. Così, quando uno dei presenti alza il braccio per fargli la domanda canonica sull’Italia e i problemi con l’Unione, Mario Draghi fa un respiro lungo e risponde. «Non credo che verrà chiesta una discesa rapida del debito. Sappiamo tutti che è impossibile. Sarà un piano di medio termine che tuttavia dev’essere credibile, e la credibilità si misura da come è pianificato, e dalle azioni che seguono». A cinque mesi dalla fine del mandato alla Banca centrale europea, il governatore italiano ha dato l’ultimo colpo d’ala da colomba. La decisione annunciata pochi minuti prima di allungare la politica dei tassi zero per sei mesi – «almeno fino a metà 2020» – è un aiuto al suo Paese e a sostegno della linea prudente di Sergio Mattarella e Giuseppe Conte contro Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Con un post scriptum: basta con le proposte incendiarie. L’idea dei minibot, il cavallo di battaglia lanciato da uno degli ideologhi leghisti, Claudio Borghi, è diventato argomento di dibattito politico, al punto da finire in una mozione votata in Parlamento perfino dalle opposizioni. Draghi sottolinea che quello sarebbe il primo mattone per l’uscita dell’Italia dalla moneta unica. Lo ammetteva lo stesso Borghi un paio d’anni fa in un’intervista rilanciata ieri da La7.
Vilnius, Lituania, ieri. Il consiglio dei diciannove governatori dell’area euro è riunito mentre esce una nota di Moody’s dedicata all’Italia. “Più che l’Europa a fare la differenza con l’Italia potrebbero essere i mercati”, scrive la seconda agenzia di rating mondiale. Il giudizio di credito del debito italiano è a pochissimo dal diventare “spazzatura”. Per evitare il peggio all’intera zona euro, i banchieri centrali decidono misure che condizioneranno almeno per un anno il lavoro di colui che arriverà dopo Draghi. Sarà il tedesco Jens Weidmann? O forse il finlandese Olli Rehn? La gara è ancora apertissima. Nel dubbio il governatore italiano mette le mani avanti e spinge i colleghi a prendere tempo. La crescita in Europa stenta (rispetto alle ultime stime c’è un miglioramento per quest’anno di appena un decimale, da +1,1 a +1,2), l’inflazione resta abbondantemente sotto il 2 per cento e dunque non è ancora necessario stringere i bulloni della politica monetaria.
Sullo sfondo della cristalleria – tutti lo sanno ma nessuno lo può dire - c’è il solito elefante. Per ironia della sorte Draghi è costretto a chiudere il mandato in condizioni simili a quelle in cui lo dovette iniziare. Si insediò nell’autunno del 2011 nel pieno di una bufera finanziaria che aveva come epicentro l’Italia, fa gli scatoloni mentre il mondo si interroga sulle intenzioni del governo giallo-verde.
Quel che Draghi poteva fare per il suo Paese l’ha fatto. La terza asta di liquidità a favore delle banche – lanciata sempre ieri - va anch’essa in quella direzione. Gli istituti che presteranno denaro all’economia oltre una certa soglia potranno attingere a fondi aggiuntivi ad un tasso fra lo 0,1 e lo 0,5 per cento. Draghi deve smentire pubblicamente che questo servirà a evitare il peggio agli istituti con i bilanci appesantiti da titoli di Stato, ma la verità è che sì, l’asta serve anche a questo. Con lo spread ormai stabilmente vicino a trecento punti base, molte banche rischiano di pagare caro gli azzardi del governo. Entro fine giugno si dovrebbe conoscere il nome del successore di Draghi. Chiunque sarà, non è detto faccia come lui ogni cosa per preservare l’unita della moneta unica. “Non voglio nemmeno pensare che accada”, sibila. Eppure potrebbe accadere. E non è detto ci debba essere un regista di quella rottura. Basterebbe che qualcuno non calcolasse fino in fondo le conseguenze delle proprie azioni.

L'ARIA CHE TIRA, MONTI: 'Senza di me Draghi non avrebbe realizzato il QE'. Rinaldi: 'Draghi è intervenuto per salvare l'euro e non l'Italia'

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Di Salvatore Santoru

Battibecco a L'aria che tira, il noto programma condotto da Myrta Merlino su La7. 
Più specificatamente, riporta Libero(1), durante la puntata l'economista Antonio Maria Rinaldi stava sostenendo che la ripresa italiana degli ultimi anni è legata a Mario Draghi e non alle politiche di austerità applicate dai precedenti governi.

In seguito, Mario Monti ha telefonato e ha affermato che senza il suo governo lo stesso Draghi non avrebbe potuto realizzare il Quantitative easing e salvare l'Italia.
A ciò, Rinaldi ha risposto che Draghi è intervenuto non per salvare l'Italia, ma per salvare l'euro che sarebbe esploso".

NOTA:

(1) https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13385053/l-aria-che-tira-mario-monti-telefonata-diretta-governo-professori-mario-draghi-bce-antonio-maria-rinaldi-umiliazione-euro-italia.html

Draghi nel 2006: 'Il progetto dell'euro era una follia, come scrissi nella tesi del 1970'

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Di Salvatore Santoru

Nel 2006 l'attuale presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi non era fortemente convinto della necessità della stessa moneta unica.
Andando maggiormente nello specifico e stando a quanto riportato in un articolo pubblicato su Start Magazine(1),  durante la sua lectio magistralis all’inaugurazione del centesimo anno accademico della facoltà di economia della Sapienza l'economista e banchiere ricordò il maestro Federico Caffè.

Durante il ricordo di Caffè, Draghi fece anche un un riferimento alla tesi con cui si è laureato nel 1970.
Come riportato in un articolo dell' Adn Kronos dell'epoca(2), Draghi sostenne che nella sua tesi si sosteneva che il progetto della moneta unica era 'una follia' e 'una cosa assolutamente da non fare'.

NOTE:

(1) http://www.startmag.it/mondo/leuro-follia-mario-draghi-2006/

(2) http://www1.adnkronos.com/Archivio/AdnAgenzia/2006/11/09/Economia/BANKITALIA-DRAGHI-NELLA-MIA-TESI-DEL-70-SCRIVEVO-CHE-MONETA-UNICA-ERA-FOLLIA_121915.php

La Bce tiene fermi i tassi, Borse in rialzo

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Di Alessandro Barbera

Livelli di crescita sotto le attese. Il protezionismo americano, il timore per la reazione dei Paesi colpiti dai dazi, il peggioramento del clima politico in Paesi come la Francia, dove gli scioperi hanno pesato sulla produzione industriale. E’ passato poco più di un mese dall’ultima conferenza stampa di Mario Draghi e a sentirlo sembra un secolo fa. Non è colpa della primavera, che pure ha avuto la meglio sul rigido inverno tedesco. Improvvisamente la crescita dell’area euro dà segnali di rallentamento, e per questo a Francoforte si fermano un minuto più del previsto a riflettere. Se a inizio marzo tutto sembrava pronto per annunciare lo stop alla politica monetaria ultraespansiva a giugno, ora le voci che circolano nel palazzo di vetro parlano di un rinvio a fine luglio. Dentro al Consiglio dei governatori si discute di una proroga di tre mesi degli acquisti (fino a dicembre) e basta. Ormai da tempo – e lo ha fatto anche oggi – il governatore italiano insiste nel dire che la politica monetaria deve essere ispirata alla “prudenza, pazienza, persistenza”. Se la crescita rallenta, l’inflazione faticherà a salire, e allora addio al target del due per cento.  



Vero è che Draghi ha parlato di una crescita comunque “solida” (l’intera area della moneta unica viaggia al ritmo del 2,4 per cento) colpita da una sorta di “normalizzazione” ma in questa fase il governatore sembra avere tutto l’interesse a stressare le parole: dentro al consiglio ci sono sempre più Paesi (i nordici anzitutto) favorevoli allo stop. Per Paesi come l’Italia potrebbe diventare un problema serio da gestire. Pochi giorni fa una battuta del membro austriaco Nowotny ha fatto schizzare l’euro all’insù constringendo la Bce a derubricare le sue come opinioni personali. Il calo del pil europeo nel primo trimestre – seppure trainato da fattori che Draghi definisce congiunturali - è un ottimo argomento a sostegno della prudenza.  



“La prima cosa che dobbiamo fare è posizionare quel che è successo nel contesto adeguato”, capire se il rallentamento sia “temporaneo o permanente, se sia più una questione di offerta o di domanda”. Draghi paventa perfino “la reazione a qualsiasi restringimento non desiderato o non accettabile delle condizioni finanziarie che possa avere un impatto sui prezzi”. Quelli di Draghi sembrano soprattutto artifici retorici, il tentativo di allontanare il più possibile una decisione che diventerà presto ineludibile. Il protezionismo americano è la cosa che lo preoccupa più di ogni altra: può produrre “un profondo e rapido effetto sulla fiducia delle imprese e degli esportatori”. Draghi sottolinea che questi sono i momenti in cui i Paesi ad alto debito mettono il fieno in cascina per pensare ad affrontare i problemi di una eventuale (e successiva) recessione. Ma a Roma nessuno sembra particolarmente interessato all’argomento. 

La Bce estende il Quantitative Easing fino a dicembre 2017

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Di Alessandro Barbera
http://www.lastampa.it/

La Banca Centrale Europea ha deciso di estendere fino a dicembre 2017 il piano di acquisto titoli. Fino a marzo il Quantitative Easing procederà come previsto con l’acquisto di 80 miliardi di euro di titoli al mese. 



Da aprile a dicembre gli acquisti saranno invece ridotti a 60 miliardi al mese. Ma «se le condizioni lo richiederanno la Bce intende aumentare il programma in termini di dimensioni e/o durata».  

La Bce non ha invece toccato il tasso di interesse lasciandolo a zero. Mario Draghi terrà una conferenza stampa alle 14.30.  

MARIO DRAGHI CONTRO LA BREXIT: "NON POSSO CREDERE CHE GLI INGLESI VOTINO PER USCIRE DALL'UE"

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Di Salvatore Santoru

L'attuale presidente della BCE Mario Draghi ha espresso fermamente la sua contrarietà alla Brexit, termine con cui si indica la possibilità di uscita della Gran Bretagna dall'Unione Europea.
Secondo quanto riportato da "Tgcom24" e da altri media nazionali e internazionali, Draghi ha sostenuto:
" Non posso credere che gli inglesi votino per uscire dall'Unione europea perché siamo più forti insieme"

Inoltre, il presidente della Banca Centrale Europea ha aggiunto che:
 "se dovessero scegliere la Brexit, perderanno i benefici del mercato unico "

NOTE E PER APPROFONDIRE:
http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/mario-draghi-a-tutto-campo-sulla-bild-non-posso-credere-che-gli-inglesi-votino-per-la-brexit-_3005363-201602a.shtml

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/04/che-cose-brexit-e-cosa-succede-nel.html

FOTO:http://www.si24.it

Piazza Affari +4,2%, super-rimbalzo banche su effetto Draghi

Piazza Affari +4,2%, super-rimbalzo banche su effetto Draghi

http://www.askanews.it/top-10/piazza-affari-42-super-rimbalzo-banche-su-effetto-draghi_711713826.htm

Giornata di recupero per piazza Affari dopo il vertiginoso crollo di ieri grazie al super-rimbalzo delle banche italiane, rassicurate dalle parole di Mario Draghi dopo essere finite nella bufera da lunedì scorso. L'indice Ftse Mib ha riguadagnato il 4,2% a 18.723,2207 punti, l'All Share ha segnato +3,94% a 20.322,7598 punti. Migliorato anche lo spread tra i rendimenti di Btp e Bund decennali, ridisceso in area 110 punti base (con un minimo di giornata sotto i 100 punti, a 98,84 punti, sulla scia delle dichiarazioni di Draghi) dopo che in mattinata aveva segnato un massimo oltre i 120 punti base. Il governatore della Bce ha sottolineato che le banche italiane "hanno accantonamenti simili a quelli dell'area euro e hanno anche un alto livello di garanzie e collaterali" e che la vigilanza Bce non farà richiesta alle banche europee nè a quelle italiane di nuovi accantonamenti né di raccolta di nuovo capitale, oltre a quelle già avanzate nella valutazione complessiva del settore effettuata nel 2015. Il titolo Mps, precipitato nel baratro nei giorni scorsi, ha messo a segno un impressionante rimbalzo: +42,84% a 0,7285 euro. Recuperi diffusi anche per gli altri bancari: Bper +11,04%, Banco Popolare +10,31%, UniCredit +7,93%, Ubi banca +5,69%, Mediobanca +5,54%, Intesa Sanpaolo +4,88%, Bpm +4,37%. In grande evidenza pure Fca (+6,37%), Mediaset (+6,14%) e Telecom (+5,38%). Tra le blue chip solo Saipem (settore oil) si è mossa in netta controtendenza negativa, con uno scivolone del -5,87%. Chiusure positive anche per le principali Borse europee, tra la quali Milano ha segnato il maggior rialzo. Anche qui hanno giovato le parole di Draghi, che alla luce del quadro economico complessivo ha anticipato che la Bce potrebbe rivedere ed eventualmente modificare le proprie politiche di stimolo all'economia al Consiglio direttivo di marzo 2016. Oggi la Banca centrale europea ha deciso peraltro di lasciare invariati i tassi d'interesse dell'eurozona al minimo storico dello 0,05%. Un livello che Draghi ritiene rimmarrà tale a lungo. Bos MAZ

Le curiose somiglianze tra Mario Draghi e Kalergi



Di Salvatore Santoru

In Internet si parla molto del conte Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, un politico e filosofo aristocratico che ebbe un ruolo fondamentale nella nascita dell'europeismo e di quella che divenne l'Unione Europea.
Per descrivere le idee e le "visioni" veicolate da Kalergi sul futuro dell'Europa nei suoi scritti, diversi teorici cospirazionisti parlano del cosiddetto "piano Kalergi", e tale controverso argomento sarà affrontato sul blog in altre occasioni.








Inoltre, nel web alcuni utenti hanno notato le curiose somiglianze tra Kalergi e l'attuale presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi, e tali somiglianze vanno ad aggiungersi ad altre che riguardano i politici italiani.

Collegamento permanente dell'immagine integrata

Risulta anche interessante il fatto che sia Kalergi che Draghi sono accomunati da un forte europeismo, da un'origine molto benestante e da attitudini tendenzialmente elitarie.

Tali piccole curiosità potrebbero essere spunto per qualche seguace della new age tendente al complottismo di ipotizzare la reincarnazione dei due, talmente simili sembrano i due !

PER APPROFONDIRE:
https://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Nikolaus_di_Coudenhove-Kalergi
https://it.wikipedia.org/wiki/Mario_Draghi
http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2014/09/la-storia-segreta-dellunione-europea.html

SOMIGLIANZE POLITICI ITALIANI:

http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/09/separati-dalla-nascita-esilarante-serie.html
http://informazioneconsapevole.blogspot.it/2015/09/le-strambe-somiglianze-dei-politici.html

(FOTO:1http://straker-61.blogspot.it,2https://twitter.com/fmmosca)

Grecia:sempre più tesi i rapporti con l'UE, ministro dell'Eurogruppo definisce il ministro delle finanze Yanis Varoufakis "dilettante " e "perditempo"



Di Salvatore Santoru

Tra Grecia e Unione Europea i rapporti si fanno sempre più tesi.
A quanto pare un ministro durante una riunione dell'Eurgruppo, un ministro ha definito Varoufakis un «perditempo, giocatore d’azzardo e dilettante», e dall’intero gruppo dei diciannove il messaggio rivolto alla Grecia è stato esplicitamente riassunto in conferenza stampa dal ministro olandese, così come da Mario Draghi: «Il tempo sta scadendo». Come ascritto su "la Stampa", dopo due mesi dall’accordo del 20 febbraio, risulta che la Grecia stia  "ancora ai nastri di partenza".

Per approfondire:http://www.lastampa.it/2015/04/24/economia/non-c-accordo-ma-atene-sa-che-il-tempo-sta-scadendo-2JbDlwGaecLHsPFGl6osFL/pagina.html

Foto:http://uk.businessinsider.com

La Goldman Sachs si ricandida a governare l’Italia



Di Filippo Ghira


Per la Banca centrale europea guidata dall’ex Goldman Sachs, Mario Draghi, l’Italia deve vincere l’attuale momento di incertezza politica restando saldamente guidata dall’ex Goldman Sachs, Mario Monti. Questo il senso dei giudizi contenuti nel bollettino mensile dell’istituto di Francoforte. Il solito gioco di sponda tra due colleghi, uno ex vicepresidente per l’Europa della banca d’affari e di speculazioni statunitense e l’altro, un ex consulente. Uno dei tanti che infestano il panorama italiano. Per la cronaca gli altri consulenti sono stati il non compianto Tommaso Padoa Schioppa (quello dei “bamboccioni”), Gianni Letta (!) e Romano Prodi che il PD vorrebbe issare addirittura al Quirinale. Quando si dice che al peggio non c’è mai fine!
Per la Bce deve essere infatti proseguito, in Italia come in Europa, il lavoro di risanamento dei conti pubblici per fare tornare a considerare affidabili i titoli di Stato e far calare il differenziale di rendimento (spread) con i titoli considerati più forti. In questo caso i Bund tedeschi. Quindi anche Draghi insiste nel lodare il “lavoro” fatto  dal “collega” Monti ma poi il bollettino si guarda bene dal porre l’attenzione sul fatto che i conti sono stati tutt’altro che risanati considerato che il debito pubblico è passato dal 120% dell’epoca Berlusconi ad oltre il 126% attuale. A dimostrazione che le chiacchiere stanno a zero. La Bce si spinge comunque più in là ed arriva a sostenere che l’accresciuta incertezza politica in Italia ha spinto alcuni capitali fuori dai confini nazionali alla ricerca di titoli più sicuri verso i titoli emessi dai Paesi con rating AAA. Nel caso dell’Europa, Paesi come Germania e Olanda che infatti hanno beneficiato della linea di austerità imposta ai membri più deboli dell’Unione dalla stessa Bce e dal cancelliere Angela Merkel.
La Bce si compiace che nonostante tutte le difficoltà dei vari Paesi nel superare la recessione e la crisi dei conti pubblici, vi sia stato un forte calo dei rendimenti sui titoli di Stato che si è ovviamente accompagnato dal calo dello spread che nel caso dell’Italia è passato dai 570 punti dell’epoca Berlusconi ai 260 circa attuali. A conferma, diciamo noi, che la speculazione contro i nostri Btp, con lo spread spinto al rialzo, era stata funzionale a fare cadere Berlusconi. Questo perché, osserva la Bce, il risanamento delle finanze pubbliche, che deve essere continuato in linea con gli impegni assunti nel quadro del Patto di stabilità e crescita
Ovviamente, insiste la Bce, per favorire la crescita, saranno necessarie quelle “riforme strutturali aggiuntive” per rendere l'area dell'euro un'economia più flessibile, dinamica e competitiva. E qui la Bce, pur attaccandosi ad un copione prestabilito, mostra non poco imbarazzo, citando in primo luogo come essenziali le riforme nei mercati dei beni e servizi necessarie ad accrescere la concorrenza e la competitività, e poi aggiungendovi “provvedimenti che migliorino il funzionamento dei mercati del lavoro”.  Insomma per permettere alle imprese europee, e italiane, di sostenere la concorrenza cinese che si avvale di stipendi 8-10 volte minori di quelli europei e spesso di condizioni di lavoro quasi schiavistiche, i lavoratori europei dovrebbero rinunciare ai propri diritti, lavorare di più e guadagnare meno, accettare ritmi di lavoro molto più intensi, accettare che i contratti nazionali siano sostituiti da quelli aziendali e che la retribuzione base nella busta paga sia progressivamente sopraffatta dagli straordinari e dai premi di produzione. Solo in tal modo sostiene la Bce, e pare di sentire il ministro in lacrime Elsa Fornero, si potrà creare nuova occupazione.
Della serie: cari cittadini europei rassegnatevi ad avere uno straccio di lavoro anche se mal pagato e pensate che due euro sono molto meglio di uno sputo nell’occhio. E tenete pure conto che la debolezza dell'economia nell'area dell'euro dovrebbe protrarsi anche nel 2013. E che forse l’attesa ripresa potrebbe aversi solo negli ultimi mesi del 2013 e che essa sarà in ogni caso limitata.

Fonte:http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=18624

Dalla Crisi del Debito agli Stati Uniti d'Europa


Di Michael
http://endoftheamericandream.com
Stiamo assistendo allo sforzo più importante verso gli Stati Uniti d'Europa? Mentre la crisi del debito sovrano in Europa prosegue nella sua spirale fuori controllo, improvvisamente questa espressione è spuntata sulle pagine del New York Times e dei principali quotidiani d'Europa. E' solo un caso? Sicuramente no. La verità è che secondo le elite politiche e finanziarie europee sia questa la strada per risolvere i problemi della zona euro.

Tuttavia per conseguire l'obiettivo hanno bisogno di una massiccia crisi finanziaria. In questo momento i cittadini dei paesi che compongono la zona euro sono in grande maggioranza contrari una più profonda integrazione europea. Senza sperimentare una massiccia quantità di dolore finanziario, è improbabile che possano d'un tratto cambiare idea.

Allora, chi vincerà alla fine? Purtroppo il tempo stringe perché la Grecia è sull'orlo della insolvenza, e molti altri paesi la seguono a breve distanza. Se l'Europa non sceglierà una strategia da adottare a breve, l'euro e le relative istituzioni comunitarie crolleranno.

Fino ad oggi i leader europei hanno cercato di gestire questa crisi intervenendo caso per caso. Tutto ciò è andato avanti per un paio d'anni, ma questi salvataggi non andranno avanti all'infinito. Invece di modificare lo stato delle cose, essi non fanno che prolungare l'agonia e peggiorare le cose. L'UE come è attualmente strutturata semplicemente non funziona. La volontà politica di effettuare ulteriori salvataggi sta rapidamente prosciugandosi ed i politici in Europa non possono continuare a fare finta di niente.

Qualcosa deve essere fatto. Ma invece di ammettere che l'euro sia stato un enorme errore, e ritornare alle monete nazionali, la maggior parte dei politici di primo piano in Europa ritengono che la soluzione sia avere 'più Europa'.



Mario Draghi, nuovo boss della Banca centrale europea, è assolutamente convinto che l'Europa abbia bisogno di una più profonda integrazione tra gli stati. "Per risolvere il problema è necessario apportare una modifica al Trattato (di Lisbona - n.d.t.). Lo obiettivo perseguito da un simile sforzo dovrebbe essere un salto di qualità nella integrazione economica e politica europea."

Come si nota, non è attraverso qualche piccolo cambiamento che secondo Draghi l'Europa potrebbe tornare a funzionare. Secondo lui è necessario "un salto di qualità" nella integrazione europea.
Il suo predecessore la pensa esattamente allo stesso modo. Jean-Claude Trichet, ex boss della Banca centrale europea, è anch'egli  molto favorevole ad una integrazione europea molto più profonda: "La crisi ha chiaramente evidenziato la necessità di una forte governance economica in una zona con una moneta unica."

Naturalmente uno dei più grandi sostenitori degli "Stati Uniti d'Europa" è Herman Van Rompuy. Un recente articolo del Telegraph ne parla in questi termini: Herman Van Rompuy è pronto a correre per un secondo mandato come presidente dell'Unione Europea, a capo dei nuovi Stati Uniti d'Europa.



Naturalmente egli non avanza la propria candidatura per un fatto di "gloria personale". Nello stesso articolo  chiarisce di avere bisogno di altro tempo, dal momento che 'il lavoro non è ancora compiuto', e di avere bisogno di nuovi poteri per portarlo a termine. Van Rompuy si dice disposto ad intervenire sulla irrisolta crisi del debito della zona euro, e attraverso nuovi poteri istituire un "governo economico" a Bruxelles.

I maggiori uomini politici nel Regno Unito sono anch'essi impegnati a promuovere l'idea di una integrazione europea molto più profonda. Sebbene la Gran Bretagna si guardi bene dall'aderire all'euro, il primo ministro britannico David Cameron è ora ufficialmente sostenitore della istituzione degli "Stati Uniti d'Europa", al fine di salvare la zona euro. Secondo un recente articolo sul Daily Mail: "David Cameron è stato etichettato come 'tifoso' dai tory euro-scettici. Cameron ha affermato che la Gran Bretagna dovrebbe lasciare che i paesi della zona euro progrediscano verso gli Stati Uniti d'Europa, dotati di una comune politica economica. Il primo ministro ha ammesso di non essere così sicuro che in Germania ed altri paesi vi sia la volontà politica di evitare un crollo della moneta unica, ma ha insistito per un tale tentativo - anche se ciò dovesse comportare una maggiore integrazione tra gli stati.

E' strano come ogni volta che in Europa scoppi una crisi, scatti immediatamente la risposta in coro che la soluzione sia Più Europa. Antonio Borges - direttore europeo del FMI - ha recentemente dichiarato quanto segue: "Per lasciarci la crisi alle spalle abbiamo bisogno di più Europa, non meno. E ne abbiamo bisogno ora."

In passato i leader europei erano molto riluttanti ad utilizzare l'espressione 'Stati Uniti d'Europa.' Ma ora sembra che questo termine sia sulla bocca di tutti. Sembra quasi che sia in atto una campagna intesa a condizionare le masse mentalmente, rispetto a tale idea.

Ad esempio, basta leggere ciò che l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder - grande fan degli Stati Uniti d'Europa - ha detto di recente. "Dalla Commissione europea si dovrebbe giungere ad un governo che sia espressione del Parlamento europeo. E questo significa: Stati Uniti d'Europa."

Ciò detto, se tutti questi politici di primo piano si sono prefissati di raggiungere questo obiettivo, perché non lo fanno e basta? Beh, ci sono alcuni problemi.

In questo momento i trattati dell'Unione europea non consentono la istituzione degli "Stati Uniti d'Europa", e una recente sentenza della Corte Costituzionale tedesca ha contribuito ad ostacolare la strada verso il traguardo. La Corte tedesca ha stroncato ogni possibilità di instaurare un federalismo fiscale nel prossimo futuro. Non solo. La Corte ha anche nettamente respinto la nozione di eurobond. "Gli attuali trattati non contemplano che gli stati si facciano carico del problemi degli altri stati, in particolare se ciò comporti conseguenze non calcolabili."

Utilizzando questo tipo di linguaggio, è come se la Corte costituzionale tedesca abbia detto che per avere degli "Stati Uniti d'Europa" sia indispensabile redigere e sottoscrivere un nuovo trattato.

Ma in questo momento i cittadini europei non vogliono un nuovo trattato che ponga i presupposti per la istituzione degli "Stati Uniti d'Europa." Se un tale trattato fosse sottoposto a ratifica popolare andrebbe incontro ad una sonora sconfitta. (neanche i parlamenti, soprattutto quelli più numerosi e quindi prossimi alla sfoltimento - oggi lo ratificherebbero alla unanimità, come avvenne con il Trattato di Lisbona - n.d.t.)

Ad esempio, un recente sondaggio ha rilevato che  il 76% dei cittadini tedeschi sono contrari a qualsiasi ulteriore aiuto finanziario tedesco nei confronti della Grecia. Un altro recente sondaggio ha rivelato che solo un elettore tedesco su cinque sia favorevole alla introduzione degli eurobond. La stessa cancelliera tedesca Angela Merkel è alle prese con un periodo difficile, dal momento che ci sono 25 membri della sua stessa coalizione che intendono votare contro il rinnovo degli aiuti alla Grecia.

Come già detto, la volontà politica di effettuare ulteriori salvataggi va affievolendosi. Ma senza più salvataggi la Grecia andrebbe in default, seguita a ruota da altri paesi della zona euro. Il che potrebbe comportare come minimo un crollo parziale dell'euro. Tuttavia è proprio attraverso una simile massiccia crisi finanziaria che è possibile condizionare gli elettori europei, inducendoli a riconsiderare le loro opinioni rispetto ad una più profonda integrazione europea. Vedete, quando la gente soffre seriamente è portata a cambiare idea su molte cose. Noi speriamo che gli elettori europei non cambino idea. Una maggiore integrazione potrebbe fermare la crisi finanziaria, ma significherebbe anche una tremenda perdita di sovranità nazionale.



Un articolo del Daily Mail intitolato Il Quarto Reich - Come la Germania sta usando la crisi finanziaria per conquistare l'Europa, conteneva la seguente valutazione a proposito di ciò che una più profonda integrazione economica per l'Europa potrebbe voler dire: "Comporterebbe in questi paesi una perdita di sovranità che non si vedeva dai tempi delle invasioni del Terzo Reich di 70 anni fa. Cosa comporterebbe la unione fiscale? Una politica economica, un sistema fiscale, un sistema di sicurezza sociale, un debito, una economia, un ministro delle finanze. Tutto tedesco.

In questo momento l'Unione europea è una istituzione terribilmente antidemocratica. I singoli elettori non possono esercitare alcun potere sui fanatici del controllo che gestiscono le cose a Bruxelles. Ogni giorno che passa, l'UE diventa un po' più simile alla ex URSS.

L'ultima cosa di cui i cittadini europei hanno bisogno è concedere più potere alla UE. Ma è esattamente ciò che le elite europee vorrebbero ottenere. Vogliono gli "Stati Uniti d'Europa". E per raggiungere i loro scopi potrebbero sfruttare gli effetti di una massiccia crisi finanziaria.

Fonte:http://endoftheamericandream.com/archives/they-want-a-united-states-of-europe-but-they-are-going-to-need-a-massive-financial-crisis-in-order-to-get-it

Traduzione di Anticorpi.info

http://www.anticorpi.info/2012/11/dalla-crisi-del-debito-agli-stati-uniti.html


L’incubo di Draghi: nascondere alla gente il segreto della moneta

Di Maurizio Blondet
Effedieffe
È bastato che Draghi dicesse: «La BCE è pronta a fare tutto il necessario per salvare l’euro, e credetemi sarà abbastanza», perchè «i mercati» esultassero, le Borse salissero gioiose, lo spread calasse un po’ (mica tanto però). Perchè tutti hanno interpretato quelle mezze frasi sibilline come una promessa che la Banca Centrale farà, in un modo o nell’altro, quantitative easing.
S’intende che la monetizzazione del debito, sul piano intellettuale, è la sola cosa da fare per i debitori del Sud-Europa. Premessa: a debiti colossali si fa’ fronte storicamente in due modi: 1) smettendo di pagarli (default) oppure 2) «pagandoli» con moneta creata apposta in sovrappiù, monetizzandoli cioè. In un periodo come quello che attraversiamo – niente crescita, forte disoccupazione e in aumento, e con famiglie e imprese che stanno dis-indebitandosi, ossia riducendo i loro debiti – il potere pubblico deve creare moneta per evitare di entrare dalla recessione alla depressione – come sta già avvenendo. In Europa la monetizzazione è necessaria per evitare che la depressione si estenda, dalla Grecia alla Spagna e all’Italia (già fatto), e al di là al resto dei Paesi europei, a cominciare dalla Francia; e in questo contesto la monetizzazione non è nemmeno inflazionista, in quanto non farebbe che contrastare gli effetti di deflazione del dis-indebitamento degli attori economici privati.
Ora, però, i «mercati» aspettano di vedere: come farà, Draghi? Non solo perchè monetizzare è vietato dal regolamento della BCE, non solo per la netta contrarietà dei tedeschi, i padroni di fatto, ostinati ad esigere che i meridionali attuino i loro programmi di risanamento dei debiti, a forza di austerità. È anche che tutte le altre misure indirette tese più o meno a questo scopo – acquisto dei titoli dei Paesi indebitati sul mercato secondario, tagli del tasso primario, LTRO (il mega-prestito alle banche) – sono stati già tentate, senza effetto. Le banche riempite di denaro dalla BCE all’1% non hanno creato moneta-credito, se la sono tenuta (e in parte, i privati non l’hanno chiesta). Stavolta, la BCE dovrebbe – come facevano ai bei tempi le banche centrali, quando erano organi di Stati sovrani – monetizzare direttamente al Tesoro, ossia comprare i titoli di debito del Tesoro italiano, spagnolo eccetera non sul mercato secondario ma direttamente dallo Stato emettitore, con moneta creata a questo scopo, e magari al tasso dell’1% fatto alle banche. Il problema dello spread sarebbe eliminato all’istante, perchè Spagna e Italia non avrebbero più bisogno di offrire tassi alti ai mercati per farsi prestare da loro i soldi. Ma…. Orrore! Tabù! Non si fa’!
Soprattutto, questa cosa rischia di rivelare alla gente comune il segreto del denaro che deve ad ogni costo essere celato alle grandi masse: che il denaro di oggi, «fiat money», la banca centrale lo può «stampare» in qualunque quantità(1). E chi lavorerebbe più, sapendolo? Chi pagherebbe più le tasse, anzichè pretendere che i poteri pubblici si coprano le spese stampando moneta? Come convincere i popoli che le spese dello Stato vanno bilanciate con le entrate, che bisogna «risanare le finanze», e riportare il debito pubblico al 60% del Pil? Chi accetterebbe più accuse del tipo: «avete vissuto al disopra dei vostri mezzi, ora tirate la cinghia?». Chi accetterebbe le austerità e i «compiti a casa»?
Stampate, stampate, direbbero le masse magari attizzate dai demagoghi; i politici demagoghi griderebbero alla banca: stampate, stampate! (l’hanno già fatto).Tutti pretenderebbero di vivere con stipendioni, come quelli di cui godono solo le minoranze privilegiate, gli attuali parassiti pubblici collettivamente detti «La Casta», e i banchieri, finanzieri e speculatori (che sono al corrente del segreto). E sarebbe la rovina: della moneta, dell’economia e della morale stessa. Tutto finirebbe in anarchia, crollo della produzione, e un’inflazione tipo Weimar, o Zimbabwe (230 milioni per cento). Così, tutto ciò che stiamo passando – spread alle stelle, rincaro del costo del debito, austerità, tagli allo stato sociale, obbligo di pareggio del bilancio scritto in Costituzione – ha, in fondo, un grande scopo: far credere alla gente comune che denaro disponibile, per lei, non ce n’è.
Non ci credete? Posso citarvi un passo di Paul Samuelson – economista Nobel – che lo ammette. La credenza che il bilancio dev’essere equilibrato in permanenza, dice, è «una superstizione»; ma una superstizione utile, perchè se la gente smette di crederci, «si perde la difesa che ogni società deve avere contro la spesa fuori controllo». Samuelson la paragona ai miti con cui «la religione spaventava la gente per indurla a comportarsi come esige il mantenimento a lungo termine della civiltà». (Blaug Mark, John Maynard Keynes: Life, Ideas, Legacy, St. Martin’s Press, New York, 1990, 95 p., p. 63– 64)
Il segreto deve dunque essere mantenuto ad ogni costo. Riservato a pochi iniziati (che ne approfitteranno per arricchirsi smodatamente). È il motivo per cui i banchieri centrali si esprimono, come l’oracolo di Delfo, con frasi sibilline, ambigue e anfibole (a doppio senso); che si ammantano di maestà da Venerati Maestri, e sacralità da sacerdoti, coltivano il più assoluto riserbo, e compiono le loro operazioni impegnando tutti i presenti al silenzio dei mysteria antichi. Draghi si comporta appunto così.
Il guaio è che la secolarizzazione dilagante intacca anche questo tipo di sacrum.
In passato, i banchieri centrali facevano le loro manipolazioni e moltiplicazioni monetarie sotto il velame del tabù che i pochi media non osavano violare; l’economia monetaria era materia esoterica, che i giornali non spiegavano mai; ma oggi c’è internet e ci sono i blog alternativi, che spifferano e dissacrano, e riconoscono immediateamente, sotto i panni augusti del Venerato Maestro, il Solito Stronzo o il Ben Noto Marpione. Si aggiunga che proprio in tempi di emergenza come questi, i giocolieri devono fare operazioni dove il trucco rischia di vedersi. Tipico esempio, lo LTRO fatto da Mario Draghi.
Come abbiamo detto, tutti gli inghippi, i limiti legali e la «indipendenza» della Banca Centrale servono a far credere alla gente comune che di denaro, per lei, non ce n’è. Ma come farglielo credere, dopo che la gente ha visto Draghi dare1000 miliardi alle banche all’1%? Vero è che la BCE ha fatto finta di sborsare quei soldi facendosi dare dalle banche, in cambio, titoli posseduti da queste, titoli di credito; ma di tale bassa qualità, e così dubbia esigibilità, che un politico tedesco, Frank Schaeffler, ha sibilato rabbioso: «Se continua così, la BCE accetterà in garanzia anche vecchie biciclette».
Insomma, s’è visto che quella era creazione monetaria ex nihilo bella ed buona, fatta in quel modo indiretto per consentire un profitto alle banche private, che con quei soldi all’1 dovevano comprare i Bot al 5 o al 7%; in modo da «aiutare», prestando loro ad interesse, gli Stati che s’erano indebitati fino all’insolvenza per aiutare le loro banche, accollandosi (cioè accollandoli al contribuente) i buchi delle loro follie… La ragione fornita è che la Banca Centrale europea ha il divieto di prestare direttamente agli Stati. Banca d’Inghilterra e Federal Reserve hanno invece creato dal nulla fondi, in parte per comprare debiti sovrani dei loro Stati; ciò che va a profitto della collettività, perchè il debito costa meno caro ai contribuenti. La regola generale implicita dei divieti, dei miti e dei terrorismi («Austerità, o il default e l’uscita dall’euro!»), è quella: prima le banche. Per questo la promessa di Draghi di «fare tutto ciò che serve per salvare l’euro», può anche suonare: «Lotteremo finché sarete tutti morti».
Spagna e Italia devono chiedere soldi ai mercati, e pagare tassi del 7%. La Grecia, del 30%. Inevitabile, ci dicono, altrimenti non avranno i soldi per pagare gli stipendi, o – come minacciano i mascalzoni che sgovernano le provincie – «non potremo riaprire le scuole» (se ci provano, uno Stato normale li arresterebbe); oppure dovremo svendere i patrimoni nazionali, privatizzarli. Quello che non ci dicono, è che questa umiliante situazione è del tutto artificiale. Conseguenza della perdita di sovranità.
Una banca centrale che detiene la stampante dei soldi non può essere a corto di denaro. Per uno Stato che dispone del monopolio dell’emissione di moneta – e usa questo potere con la testa sul collo – , non c’è problema di solvibilità. Si finanzia con la propria moneta, creandola, senza bisogno di altre fonti di approvvigionamento. Tutto ciò che occorre è che accetti di essere pagato con la sua moneta, sostanzialmente la accetti in pagamento delle tasse.
Questa è infatti una funzione delle tasse, forse la prima: creare domanda per questa moneta. Se le imposte sono da pagare in questa moneta, diventa utile procurarsela, anche se è solo carta. In teoria, lo Stato non avrebbe bisogno di tassare i cittadini per procurarsi i soldi, visto che può stamparli. Ma – a parte il fatto che anche lo Stato sovrano deve far credere che, per i cittadini, il denaro è scarso e costa sudore – qui interviene l’altra funzione della torchia fiscale: regolare la massa monetaria presente nell’economia. Finchè ci sono da finanziare scambi supplementari, finchè c’è da finanziare risparmio, si può far girare la stampatrice, senza tassare. Ma quando ha fatto girare troppo la macchina stampa-soldi, nell’economia reale resta massa monetaria eccedente, che non trova utilizzo e di cui dunque l’economia si scarica facendo rincarare i beni. È l’inflazione. Per continuare ad offrire beni e servizi senza inflazione, bisogna dunque ritirare questa massa di moneta in eccesso tassandola.
Ma torniamo al discorso: uno Stato che ha il monopolio dell’emissione non ha problemi d’insolvenza. Chi dice che non è possibile, che presto o tardi quella moneta sarà deprezzata sui mercati mondiali o travolta dall’inflazione fino a fare di quello Stato un paria (come la Grecia?), sorvola sull’esempio del Giappone. Vent’anni fa, il Giappone entrò nella sua crisi ormai ventennale (da bolla finanziaria-immobiliare) con un debito pubblico pari al 50% del suo Pil. Oggi il debito è al 230%. In tutto questo periodo non solo non ha conosciuto alcuna iper-inflazione (anzi, è in leggera deflazione: i prezzi calano), ma lo yen non s’è deprezzato tragicamente. Non ha subito alcun attacco speculativo, mai ha dovuto pagare ai «mercati» interessi altissimi per convincerli a comprare i suoi titoli del debito pubblico; mai ha conosciuto, come noi, il problema dellospread. Anzi, il tasso d’interesse ha seguito molto da vicino il tasso direttore, quello sancito dalla sua Banca Centrale. Come mostra la grafica qui sotto:
segreto moneta Dibattito sullEuro: Il Contributo di Maurizio Blondet (Lincubo di Draghi....)
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Il tasso del debito pubblico a lungo termine (rosso) segue il tasso direttore (blu) della Banca del Giappone, cioè quello che la banca centrale fa’ pagare alle banche private; i tassi a breve (verde, giallo) sono addirittura avvinghiati al tasso primario. Ciò significa che è la banca centrale d’emissione, e non i «mercati», a decidere quanto pagare d’interesse sul suo debito pubblico. È lo Stato che ha in pugno le banche, e non il contrario. Non c’è speculazione, non c’è «austerità» obbligatoria perchè altrimenti «il Giappone fa’ fatica a finanziarsi» e dovrà indebitarsi a più caro prezzo, «per trovare risparmiatori (investitori) disposti a prestargli». Anzi. Gli investitori fanno a gara per procurarsi buoni del tesoro giapponesi, anche se rendono modestamente.
Ecco come funziona uno Stato che ha mantenuto il monopolio dell’emissione monetaria, governato da una dirigenza con la testa sul collo,che si sente responsabile verso il Paese.
Naturalmente, i difensori ideologici dell’euro e di «più Europa» ribattono che il Giappone può fare così, perchè è la seconda potenza industriale del mondo e vende i suoi Bot ai suoi cittadini, non sui mercati esteri (2). Sarà. Ma a parte il fatto che anche gli italiani hanno dei risparmi e sono sempre stati propensi a comprare i titoli di Stato, con un decente interesse, chiediamoci se «fanno fatica a finanziarsi», se «sono aggrediti dalla speculazione», Paesi come gli Usa, la Svizzera, l’Australia, la Danimarca, l’Africa del Sud, la Nuova Zelanda, la Svezia, il Brasile, il Regno Unito, Taiwan, il Canada, eccetera eccetera. Sono Stati grandi e piccoli, ben governati e mal governati, economicamente forti o deboli. Hanno una sola cosa in comune: hanno il monopolio della propria emissione monetaria. Se uno di questi Stati smette di pagare i creditori, lo fa’ per sua decisione arbitraria, ossia sovrana. Non c’è alcuna forza esterna che possa farlo andare in bancarotta come la Grecia, presto la Spagna e fra poco l’Italia. Non solo: la Francia, tra le due guerre, ha avuto un debito pubblico pari al 140% del Pil, e tuttavia stabilizzò il franco senza particolari difficoltà.
Perchè, quanto ai tassi d’interesse che deve versare sul debito pubblico, uno Stato sovrano li padroneggia, senza dover dipendere dai mercati: è propriamente il compito della sua Banca Centrale di regolare i tassi a cui si presta il denaro, attraverso il suo tasso primario.
A questo punto, gli euro-ideologi e i loro maggiordomi mediatici ricorrono al terrorismo. Tornare alla sovranità monetaria? Ma la lira si svaluterebbe tragicamente, i vostri risparmi sarebbero decurtati catastroficamente, perdereste potere d’acquisto; nessuno farà più credito al Paese; l’inflazione galopperà.
Nessuno afferma che il ritorno alla lira sarà una passeggiata. La correzione di un grande errore richiede grandi sforzi e sacrifici: sacrifici al fondo dei quali però c’è la sicura ripresa, al contrario dei sacrifici attuali dettatici da Monti e Merkel, senza fine e senza prospettive. Qui preme sfatare due dei concetti che ci vengono terroristicamente presentati per dissuaderci.
La moltiplicazione di moneta dal nulla per comprare i buoni del Tesoro gonfierà i bilanci delle banche e riverserà una valanga di crediti sull’economia reale, creando altra moneta (oggi sono le banche che la creano indebitando), e provocando iper-inflazione. Ma no. Non è così facile che il denaro arrivi nelle tasche dei consumatori. Perchè la valanga del credito si verifichi, occorre che sia chiesto e voluto dal settore privato, e che le banche giudichino affidabili quelli che lo chiedono. Come vediamo, i mille miliardi prestati da Draghi alle banche hanno clamorosamente mancato di riversarsi nell’economia reale provocando l’orgia del credito. E il Giappone, benchè ci abbia provato fino ad avere quel debito pubblico enorme, «non è riuscito» a produrre quel po’ d’inflazione che gli servirebbe per far uscire la sua economia dalla deflazione-depressione. L’inflazione comincia ad alzare la testa quando si raggiunge il pieno impiego e le imprese lavorano al 100% della loro capacità produttiva; non è certo questo, oggi, il caso (se oggi una certa c’è inflazione, è dovuta alle materia prime importate, e alla massa eccessiva di parassiti pubblici che in Italia consumano senza produrre).
Tanto più che la BCE, come qualunque Banca Centrale, ha cura di «neutralizzare» questi suoi interventi. Ma come lo fa, oggi? Tenetevi forte: facendosi imprestare dalla banche private il denaro che essa stessa ha creato, ossia pagando loro un interesse per ritirarlo (3). Questo è un obbligo scritto in lettere di bronzo sugli statuti. Forse non c’è prova più chiara del fatto che l’interesse delle banche è sempre in primo piano: ma è uno dei segreti che non si devono rivelare. C’è un modo gratuito di riassorbire il denaro in più? Certo. Uno Stato sovrano può lasciarlo semplicemente creare, e tassarlo in tempo utile.
L’altro mito terrorizzante da demistificare è il seguente: «Se torniamo alla liretta svalutata, magari dopo aver fatto default, i mercati ci puniranno, non ci faranno più credito». La realtà è che oggi i mercati tendono a non farci più credito, temendo il nostro default – a causa dell’euro. La Spagna già è in bilico: i suoi buoni non trovano compratori, e per questo deve chiedere i soccorsi europei, che glieli comprino al posto dei «mercati». Si può star certi che, appena avessimo svalutato, avremmo alla porta file di investitori pronti a prestarci denaro: e chi non farebbe credito a un’Italia (del Nord) che a quel punto avrebbe riacquistato tutta la sua competitività? Dove l’attività sarebbe in febbrile ripresa, le cui fabbriche sarebbero tornate a ronzare per soddisfare gli ordinativi, e a portar via le fette di mercato che la Germania ci ha defraudato? Ed anche i Bot e i BTP, una volta subita la svalutazione, tornerebbero appetibili proprio per questo.
Non è una speranza, è una certezza. Il ministro argentino dell’epoca della bancarotta, l’economista Roberto Lavagna, l’ha raccontato in varie interviste:a poche ore dal default, già una grossa banca d’affari internazionale gli telefonava proponendogli di ricominciare ad indebitare lo Stato, perchè a quel punto i bond argentini erano tornati convenienti. Fu Lavagna a rifiutare, per non ricominciare subito il giro dell’indebitamento.
I terroristi che ci vogliono tenere legati alla macina da mulino chiamata euro, altrimenti sarà l’inferno, hanno mancato di notare un recente studio di Merrill Lynch intitolato «Game theory and euro breakup risk premium». Uno studio molto originale, che usa la teoria dei giochi per stabilire quale Paese dell’eurozona abbia il maggior «incentivo» ad uscire , s’intende «ordinatamente», dalla moneta unica; analizzando tutti i pro e i contro, i guadagni e le perdite per ciascun Paese. Ovviamente tenendo conto del «Paesi con grandi bisogni di finanziamento (come il nostro) sarebbero più vulnerabili», e «avrebbero un accesso limitato per qualche tempo ai mercati di capitali e ai finanziamenti esteri», fatti negativi da bilanciare però con «l’impatto sulla crescita» che verrebbe dall’uscita. Non ve lo spiego perchè sarebbe complicato, chi vuole può andarselo a leggere qui: Game theory and euro breakup risk premium.
Vi dò solo le conclusioni. Secondo Merrill Lynch, a perderci di più sarebbe la Germania, che subirebbe un apprezzamento del nuovo marco del 14%, e un taglio del suo Pil del -7%. In Grecia, la neo-dracma si svaluterebbe del 12. Per l’Italia, la neo-lira (dopo magari oscillazioni drammatiche) si deprezzerebbe dell’11%, sicchè la differenza tra lira e marco sarebbe del 25%, abbastanza da danneggiare gravemente l’export tedesco.
Ma quali sono i Paesi in deficit che, tornando alla moneta nazionale, vedrebbero un clamoroso aumento dell’export? Al primo posto c’è l’Irlanda, che guadagnerebbe il 7% del Pil. Al secondo posto – sorpresa sorpresa – l’Italia, il cui Pil salirebbe del 3% del Pil. Seguita a ruota da Grecia e Spagna. I problemi del Club Med sarebbero in via di rapida soluzione. Dalla recessione alla ripresa e alla crescita.
La Germania non potrebbe più spacciare i titoli del suo debito pubblico a tassi zero o sotto-zero: il costo dell’indebitamento salirebbe, per Berlino, di quasi 1 punto (80 punti-base). La Repubblica federale perderebbe lo status di «rifugio» per i capitali in fuga. Per l’Italia, dato il suo enorme debito, il vantaggio su questo sarebbe modesto: -20 punti-base. Ma il Portogallo vedrebbe una diminuzione del costo per indebitarsi di quasi il 6%, l’Irlanda del 4%, e la Spagna quasi l’1% in meno. Persino la Grecia farebbe economia sul costo del debito (anche senza contare la possibilità recuperata di monetizzarlo), visto che lo vedrebbe calare di un 22%.
Ma è soprattutto l’uscita dell’Italia – più grossa dell’Irlanda e più industrializzata di tutti – che la Germania deve temere, valuta Merill Lynch. Tanto più che l’Italia è quella che dopo la piccola Irlanda, ha la maggior convenienza ad uscire. Al punto che lo studio si domanda: Can Germany bribe Italy to stay? Ossia: La Germania pagherà una bustarella all’Italia per farla restare nell’euro?
Possiamo rispondere tranquillamente di no. La Germania non ha bisogno di pagarci, perchè a farci restare nell’euro – e gratis – ci pensano Monti, Napolitano, Draghi . Tutti pronti a «fare tutto quel che serve per salvare l’euro», fino a che saremo tutti morti.
Post Scriptum: quel che abbiamo scritto sopra non vuole essere una giustificazione per non ridurre l’immane debito pubblico, nè una scusa offerta alla classe politico-parassitaria che ci pesa sul collo per non tagliare le enormi spese improduttive, provincie, comuni, Regioni, tangenti della Sanità, con cui ha alimentato le clientele, fino a distorcere la struttura stessa del sistema economico. È questa classe che ci ha portato al punto in cui siamo. Ciò che abbiamo detto sopra serve solo a dimostrare i tecnocrati e banchieri, che si sono impadroniti del potere sulla moneta con la scusa che i politici sono corrotti e inclini alla spesa pubblica senza freno, non hanno dato miglior prova. Nè di competenza, nè di onestà.
Come ho detto, il potere di monetizzare richiede una classe politica con la testa sul collo, capace di usarlo cum grano salis ed un forte senso di responsabilità e lealtà verso la comunità, anche quella futura. Restituire la sovranità monetaria allo Stato, finchè è governato da questi qua, sarebbe assurdo. Bisogna prima eliminarli.

1) Gli accorgimenti che probabilmente Draghi adotterà saranno altri acquisti sul mercato secondario (liberando le banche di titoli marci); si ventila l’idea di attribuire al Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM) lo status di banca, ciò che permetterebbe allo ESM di finanziarsi presso la BCE, ossia avere fondi senza limiti con cui poi comprare titoli spagnoli e italiani. Questi metodi indiretti e macchinosi (perchè non dare agli Stati , allora, lo statuto di banche, onde possano poppare alla mammella BCE senza intermediari?) servono essenzialmente a nascondere il gran segreto: che la moneta ex nihilo si crea a volontà.
2) Un altro argomento contro il modello giapponese, sostiene che nonostante la larghezza monetaria, il governo nipponico non ha avuto successo nel far uscire la sua economia dalla stagnazione. Rettifichiamo: il Giappone non ha avuto successo con il quantitative easing; ritorno alla «austerità» è stato un fallimento; però stava avendo successo con la monetizzazione del debito. Il ritorno alla normalità è stato rovinato dalla crisi finanziaria mondiale innescata dai subprime (americani) nel 2007. Poi c’è stato il tragico tsunami. Per chi vuole approfondire questo tema: Le point sur le Japon.
3) Da un sito francese traggo questo esempio: 1) Siete una banca che ha 1000 titoli spagnoli (o italiani) ed ha paura di perderci troppo. 2) Per calmare la vostra ansia di banchiere – non sia mai che ci perdiate del denaro – la BCE vi raccatta questi titoli, dandovi in cambio i soldi all’1%. 3) Si è dunque passati da una situazione: «banca privata 1000 obbligazioni discutibili/BCE 0», a «banca privata 1000 di liquidità utilizzabile/BCE 1000 di titoli discutibili». Se ci si ferma qui, si vede che la BCE ha creato moneta dal nulla, e questo può creare inflazione, ciò che è contrario agli statuti della BCE. 4) Allora la BCE, per neutralizzare l’emissione, chiede in prestito alle banche private il denaro che ha creato. 5) Situazione finale. Banca privata: credito di 1000 sulla BCE non utilizzabile/ BCE: 1000 obbligazioni marcescenti più 1000 di liquidità, menogli interessi versati alla banca privata. «Alla fine – commenta il sito – non c’è creazione monetaria, ma ‘solo’ la BCE che rimpie il suo bilancio di attivi marci, e in più paga degli interessi su questo… o detto in altro modo, la BCE ha tolto una spina dal piede della banca privata, e paga per questo. È bella la vita delle banche private! E beninteso, tutti i particolari sulle banche beneficate, sui titoli raccattati, sugli interessi versati, sono segreti». (Les rachats de titres)

Fonte:Rischio Calcolato

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