La Cina continua a crescere ma preoccupa la guerra con gli Usa

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Di Francesco Manta
L’economia della Cina, del valore di  12mila miliardi di dollari ha mantenuto un’espansione costante del 6,8% nel primo trimestre, oltre i valori dello stesso periodo dello scorso anno, e continua a tenere nel mirino gli Stati Uniti.
La crescita del prodotto interno lordo è ora stabile tra il 6,7 e il 6,9 per cento da 11 trimestri, secondo i dati pubblicati dall’Ufficio Nazionale di Statistica lo scorso martedì.
Il consumo ha contribuito al 77,8 per cento della crescita del primo trimestre, superando di gran lunga gli investimenti e le esportazioni, secondo l’organo. La produzione nel settore dei servizi ha rappresentato il 56,6%, battendo i settori industriale e l’agricoltura.
Gli investimenti in immobilizzazioni, tradizionale pilastro della crescita, sono cresciuti del 7,5% su base annua nel periodo gennaio-marzo, con un rallentamento dal 7,9% nei primi due mesi, mentre la crescita degli investimenti immobiliari ha raggiunto il massimo di tre anni di 10,4 per cento nel trimestre.
Come si può notare, dunque, vi sono due dati in controtendenza rispetto al passato, che sono segnali di un’economia che sta cambiando: è cresciuta la domanda interna per i consumi, segno che si sta costituendo lentamente una nuova classe media, più forte, mentre il settore del terziario ha doppiato la produzione industriale, indice di un cambiamento strutturale della spina dorsale dell’economia del dragone. 
Alcuni mesi fa, infatti, si era data la notizia che gli investitori di borsa in Cina avevano superato il numero dei tesserati del Partito Comunista, indice del fatto che il contatto con un terziario globalizzato si fa sempre più frequente. Secondo alcuni economisti, inoltre, la crescita del turismo e le spese dei consumi per le festività ha trainato queste percentuali. 
Ci sono ancora progetti indispensabili per gli investimenti, come la gestione delle risorse idriche e le reti di trasporto, anche se il governo ha fermato alcuni progetti per prevenire l’accumulo di debiti locali. 
Il commercio del secondo trimestre rimane preoccupante. Non è solo una questione che riguarderà la guerra di dazi tra la Cina e gli Stati Uniti, ma potrebbe anche avere ripercussioni importanti sul commercio globale e sugli investimenti. Le esportazioni rimangono importanti per l’economia nazionale, considerando i loro legami con settori come produzione, imballaggio e logistica. 
Zhu Baoliang, capo economista del China Information Center, è stato citato lunedì dal quotidiano cinese Economic Observer, in quanto sostiene che la Cina potrebbe perdere 2,5 puntipercentuali di crescita economica e 14 milioni di posti di lavoro non agricoli se il suo surplus commerciale con gli Stati Uniti si restringe a zero. Ciò accade in quanto, in base a quanto espresso nei giorni scorsi dal presidente americano Donald Trump, i dazi sulle importazioni cinesi colpiranno soprattutto i prodotti del settore high-tech, mentre gli Stati Uniti si confermano un Paese ad alta intensità di esportazioni a bassa specializzazione.
Ad oggi, la bilancia commerciale tra i due Paesi registra un saldo positivo a vantaggio della Cina, che esporta in America più di quanto importi dal Paese a stelle e strisce, costituendo questi quasi un quarto delle esportazioni totali di Pechino. 
Le misure del governo cinese, ovviamente, non si sono fatte attendere. Per il prossimo anno, infatti, la Cina vorrebbe incentivare l’arrivo di capitali stranieri nel Paese, rendendo il sistema produttivo nazionale più attraente per gli IDE, e vorrebbe inoltre spingere per espandere la domanda interna, cercando di compensare l’eventuale crollo dell’export verso gli Stati Uniti con un aumento dei consumi dei cittadini cinesi, e dall’altro cercando di diversificare il proprio portafoglio di esportazioni aumentando le quote-parte di altri Paesi partner di Pechino. 

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