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Un’attivista politica dell’Arabia Saudita rischia la pena di morte

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La giovane attivista sciita Israa al-Ghomgham, che in Arabia Saudita partecipò alle grandi proteste anti-governative del 2011, potrebbe essere condannata alla pena di morte. È la prima donna che rischia una condanna simile in Arabia Saudita per un reato non violento e solo per il proprio impegno politico. Israa al-Ghomgham ha ventinove anni e si trova in prigione dal 2015 con il marito e altre tre persone, tutte accusate di aver manifestato, incitato alla protesta e cantato slogan ostili al regime. Secondo Human Rights Watch i cinque imputati non sono accusati di alcun crimine violento.
Israa al-Ghomgham è comparsa due settimane fa di fronte alla Corte penale che in Arabia Saudita è specializzata nei casi di terrorismo. In quell’occasione il procuratore responsabile del caso, ha riferito NBC News citando Amnesty International, avrebbe chiesto per lei la pena di morte. Il verdetto sarà reso noto il prossimo 28 ottobre, dopodiché la decisione finale spetterà a re Salman che dovrà ratificare o meno la sentenza. Diverse organizzazioni non governative hanno parlato dell’eventuale condanna a morte di Israa al-Ghomgham come di «un pericoloso precedente»: infatti mai prima d’ora un o una attivista politica riconosciuta come tale, e che non ha commesso alcun crimine violento, è stata uccisa dal regime.
Da mesi si parla di come l’Arabia Saudita stia provando a cambiare, soprattutto grazie all’ambizioso piano di riforme economiche presentato dall’erede al trono Mohammed bin Salman (o MbS, come viene chiamato) nell’aprile 2016, il “Vision 2030”, il cui obiettivo principale è rendere l’Arabia Saudita indipendente dal petrolio entro il 2030. Al piano fanno riferimento anche una serie di riforme sociali, alcune delle quali sono state solo annunciate e altre già introdotte: MbS ha detto di voler tornare a una versione moderata dell’Islam, il governo ha aperto a diverse nuove forme di divertimento prima proibite, per esempio i concerti o la proiezione di film, e alle donne è stato concesso di guidare e di assistere a eventi sportivi dal vivo. Nonostante una serie di provvedimenti apparentemente progressisti e secondo alcuni critici solo simbolici, il governo saudita ha continuato a reprimere la libertà di espressione e di religione, a permettere torture e arresti arbitrari, a discriminare le donne, a considerare illegali i rapporti omosessuali e a rifiutare elezioni democratiche.
A fine maggio sette attivisti per i diritti delle donne sono stati arrestati, per mettere a tacere (secondo altri attivisti) i sostenitori dei diritti delle donne nel paese. Tutte le persone arrestate si erano impegnate a lungo per far eliminare il divieto di guida per le donne, e chiedevano la fine del sistema oppressivo che considera le donne come dei minori e impedisce loro molte attività senza l’autorizzazione o la presenza di un loro familiare uomo. Le donne non possono per esempio viaggiare all’estero, sposarsi, frequentare le scuole superiori o sottoporsi ad alcune procedure mediche senza il permesso del tutore maschio, che può essere il marito, il padre, il fratello, ma anche il figlio.
Poche settimane fa, contro l’Arabia Saudita si era espressa anche la ministra degli Esteri canadese Chrystia Freeland che su Twitter aveva parlato della sua preoccupazione per l’arresto dell’avvocata e attivista per i diritti delle donne Samar Badawi, invitando il paese a liberare sia lei che suo fratello, il blogger Raif Sadawi, condannato nel 2014 a dieci anni di carcere e mille frustate. Da allora tra il Canada e l’Arabia Saudita è iniziata una crisi diplomatica non ancora risolta.
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Pena di morte

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