Perché Londra vuole vendere Piazza Affari?

ago 28, 2020 0 comments

Di Andrea Battaglia

Lo scorso mese London Stock Exchange Group ha avviato colloqui per cedere interamente o in parte Borsa Italiana. La società che gestisce la Borsa di Londra e che dal 2007 controlla Piazza Affari a Milano, ha iniziato un processo di vendita per la piattaforma di scambio di obbligazioni denominata Mts chiedendo le prime offerte non vincolanti con termine fissato lo scorso 21 agosto.
Le offerte ora sono arrivate, in mezzo a un certo riserbo e a una manciata di incertezza generale, con una operazione che sembra muoversi in punta di piedi per non disturbare troppo un mercato già scosso dal Covid-19.
Ciò che emerge, guardando bene sotto la superficie, è che dietro questo gioco di aste che coinvolge gruppi e investitori milionari, si nasconde il vero obbiettivo di Lseg: sottrarre la mega operazione su Refinitiv dalla lente dell’Antitrust UE e creare un gigante dell’informazione e dei servizi finanziari a livello mondiale.
Ma andiamo con ordine.

I tre contendenti

In uno scenario ancora tutto in discussione, la pole position nelle offerte per controllare parte di Palazzo Mezzanotte spetta a Euronext, il gruppo che detiene già il controllo delle Borse di Parigi, Amsterdam, Bruxelles, Lisbona, Oslo e Dublino e che con questa operazione si accaparrerebbe la piattaforma di scambio di Milano. L’acquisizione da parte di Euronext sembra essere l’opzione più quotata anche perché al suo interno entrerebbe anche lo Stato italiano attraverso Cassa Depositi e Prestiti.
Il governo Conte potrebbe, una volta conclusa la transazione da parte del gruppo, puntare a una partecipazione di CDP all’interno di Euronext vicina all’8% detenuto da Caisse des Depots et Consignations, controllata dallo Stato francese, andando quindi a bilanciare il controllo statale con la controparte transalpina.
Alcuni giornali, come Bloomberg, avevano poi anche vociferato l’ipotesi che pure Intesa Sanpaolo – prossima a diventare la seconda banca dell’Eurozona grazie alla fusione con UBI Banca – potrebbe entrare nella cordata Euronext-CDP e finire con una partecipazione pari al 2% circa di proprietà di BNP Paribas.
Come da attese, poi, è arrivata pure l’offerta di Deutsche Boerse, il gruppo che controlla la Piazza di Francoforte e che finora aveva mostrato una certa timidezza nel manifestare il proprio interesse per la Borsa meneghina, forse anche per timore di infastidire l’opinione pubblica del Bel Paese di fronte ad una compravendita tedesca.
Secondo quanto riferito dal Washington Post, comunque, il beneficio per la borsa teutonica  sarebbe piuttosto limitato “MTS è piccolo rispetto alle attività complessive della società tedesca e Borsa Italiana porterebbe più scambi di azioni, allontanandosi dalle sue priorità dichiarate”.
Un po’ a sorpresa è invece arrivata l’offerta del gruppo Six, che opera sul mercato azionario svizzero controllando la Borsa di Zurigo.
Six è un contendente più piccolo, certo, ma il suo in interesse per Milano non è meno strategico. A giugno è stata accettata la sua offerta per la borsa spagnola BME con sede a Madrid e con l’acquisto valutato a 2,75 miliardi di franchi svizzeri Six è diventato il terzo gruppo di scambi più grande in Europa, dopo Parigi e Francoforte e uno dei primi dieci fornitori di exchange service a livello mondiale.

L’Italia ora pensa al Golden Power

La vendita parziale o integrale delle attività di Borsa Italiana non è cosa da poco, sia sul lato economico finanziario sia, soprattutto, su quello politico. Le stime per il solo Mts si aggirano intorno ai 500 milioni di euro, mentre l’intero gruppo Borsa italiana è valutato tra i 3 e i 4 miliardi, oltre il doppio del prezzo pagato da London Stock Exchange Group nel 2007.
Finora alla politica italiana era importato poco o nulla che gli scambi delle quotate milanesi fossero controllati dalla società di Paternoster Square a Londra. Ma adesso che il Covid-19 ha tolto praticamente ogni tabù sugli aiuti di Stato, la possibilità di in inserire una “mano” tricolore – seppure in secondo piano – all’interno della Borsa, fa gola nei palazzi romani.
Nelle scorse settimane, persino il Copasir si era scomodato per ribadire l’importanza di una qualche forma di intervento pubblico al fine di evitare proprietari stranieri nella piazza di scambi italiana.
E tra le ipotesi sul tavolo del Governo è spuntata persino quella di ricorrere al cosiddetto Golden Power, anche se secondo molti risulterebbe difficile giustificare il ruolo strategico di Borsa, specialmente dopo anni di controllo londinese.

Perché Londra vuole liberarsi di Piazza Affari?

Dopo le offerte su Mts, il mercato guarda dunque con attesa al prossimo 11 settembre, quando dovranno essere presentate le offerte per l’acquisizione di tutta Borsa Italiana e si vedrà come evolverà la sfida franco-tedesca per la Piazza milanese.
Tempi decisamente ristretti per una operazione di questa portata, che scomoda investitori, banche e governi.
Ma c’è un perché a tutta questa fretta di Londra di liberarsi di Borsa Italiana.
Il perché si chiama Refinitiv, il gigante che fornisce dati e informazioni finanziarie, di proprietà al 55% del fondo americano Blackstone e al 45% della canadese Thomson Reuters e del quale la London Stock Exchange ha annunciato l’acquisizione ad agosto dello scorso anno in una maxi-operazione da ben 27 miliardi di dollari.
La piattaforma Refinitiv, diretta concorrente del noto “Terminal” di Bloomberg, serve oltre 40.000 clienti istituzionali in quasi 200 Paesi includendo società di investimenti, governi e aziende a cui fornisce dati e informazioni finanziarie.
Sulle piattaforme di trading di Refinitiv, che includono tra gli altri anche Tradeweb e Fxall, vengono scambiati giornalmente quasi 1.000 miliardi di dollari di asset, mentre attraverso il terminale Eikon ed il sistema di esecuzione degli scambi Redi, investitori dal tutto il mondo possono gestire ordini per miliardi di dollari, restando sempre informati grazie alle notizie e ai dati forniti dalla Reuters.
L’acquisizione di questo gigante del mondo finanziario da parte del London Stock Exchange Group non poteva quindi che far suonare qualche campanello d’allarme nelle autorità antitrust di mezzo mondo, preoccupate da un eccessivo rafforzamento dalla fusione Lseg-Refinitiv, che diventerebbe un gigante nel campo dell’informazione e dei servizi finanziari.
Ed è qui che entra in gioco la vendita di Piazza Affari.
Se da una parte Lseg ha confermato di aver ottenuto l’ok sull’operazione di Refinitiv da parte del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, che ha chiuso la sua indagine antitrust sulla transazione senza alcuna riserva, dall’altra rimane ancora lo “scoglio” dell’Antitrust UE, dopo che la Commissione Europea ha avviato una revisione di fase due.
Con la Brexit ormai alle porte, Lseg certo non rientrerebbe più sotto la giurisdizione dell’antitrust europea ma il “ramo” di Borsa Italiana sporgerebbe ancora nel giardino europeo e in quel caso, chiudere l’operazione su Refinitiv potrebbe essere più difficile.
Così, la vendita di Borsa Italiana, oltre che garantire un po’ di cassa (e di sollievo) dopo l’esborso di 27 miliardi per Refinitiv, permetterebbe a London Stock Exchange Group di smarcarsi completamente dal controllo europeo, tagliando l’ultimo collegamento normativo con il continente.
Lseg prevede di chiudere la transazione su Refinitiv entro la fine del 2020 o all’inizio del 2021 e per questo è vitale liberarsi di Borsa italiana entro questo autunno.
Ad ogni modo, in merito alla vendita di Mts o potenzialmente del gruppo Borsa Italiana nel suo insieme, Paternoster Square ha riferito che “non vi è alcuna certezza che Lseg deciderà di procedere con una transazione relativa a una di queste attività”.
Insomma, nulla è ancora scritto, ma l’arrivo delle offerte per Mts (e di quelle previste il prossimo 11 settembre su Piazza Affari) garantisce al gruppo londinese l’opportunità di “far valutare” dai grossi investitori europei l’asset di Borsa Italiana e giocare la partita su Refinitiv conoscendo già tutte le carte sul tavolo. D’altronde, come sanno bene a Londra, l’informazione è denaro.

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