Breaking News

6/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta Milano. Mostra tutti i post

Onlife, la quotidianità tra realtà e Internet


Di Andrea Muratore
Il Politecnico di Milano ha ospitato a ottobre il festival “Onlife” dedicato agli effetti della nuova rivoluzione tecnologica sul nostro modo di vivere, le nostre società e il nostro approccio al ragionamento politico, etico, filosofico.
Tra gli ospiti Luciano Floridi, romano classe 1964, docente di Filosofia ed Etica dell’informazione all’Università di Oxford, componente del Google Advisory Council sul diritto all’oblio e autore del saggio The fourth revolution, sul tema dei più discussi sviluppi del mondo digitale. Floridi studia gli effetti sociali delle società che hanno imparato a vivere onlife, ovvero sovrapponendo senza soluzione di continuità l’integrazione delle dinamiche della quotidianità “sconnessa” con la produzione di flussi dati, attività e stili di vita sempre più tecnologizzati e spostati online.
L’impatto dei social network sulle relazioni sociali o sulla partecipazione politica è un esempio di fenomeno studiabile col metodo onlife, tema del festival che l’ateneo di Piazzale Leonardo organizza in collaborazione col network internazionale di quotidiani Lena. Floridi in un’intervista a Repubblica definisce la nostra la “società delle mangrovie”, piante tropicali abituate a sopravvivere nell’acqua salmastra data dalla confluenza tra corsi fluviali e bacini oceanici. Floridi non nasconde come i suoi studi vadano di pari passo concentrandosi sulla ricerca di come ottimizzare i pregi e minimizzare i rischi della vita “onlife”.
Tra i pregi, sicuramente, una più democratica possibilità di accesso alla conoscenza garantito dalla digitalizzazione. Le biblioteche, ad esempio, hanno sempre più interiorizzato questi nuovi meccanismi fornendo, soprattutto in contesti accademici, accessi agevolati ad archivi digitalizzati da milioni di risorse l’uno. Ma anche un articolo di una testata online come Inside Over può fornire una più disintermediata e agevolata accelerazione del flusso di conoscenza aggiungendo, tramite link interni, rimandi e citazioni non più limitate a rimandi letterali, profondità al flusso di approfondimento della materia oggetto del lavoro.
Non mancano ovviamente i rischi. Legati soprattutto al potere degli algoritmi e allo sfruttamento del web e della connessione per fini commerciali aggressivi da parte dei giganti del tech. Alle domande dell’intervistatore su cosa lo preoccupa del mondo onlife, Floridi risponde indicando “la questione dell’adattamento. […] Troppo spesso siamo noi ad adattarci alla tecnologia e non il contrario. In secondo luogo l’autonomia nelle nostre decisioni. Scegliamo l’albergo, la musica da ascoltare, il vestito da comprare o il film da guardare in base ai consigli di un algoritmo in una costante erosione dell’autonomia individuale. Non che ieri lo fossimo poi così tanto, non avevamo però mezzi di comunicazione tanto pervasivi spesso mossi da un’intelligenza artificiale che migliora da sola via via nel tempo”.
In definitiva dalle parole di Floridi risulta chiara l’idea che le tecnologie più moderne e i processi innovativi possono essere valutati positivamente solo se contribuiscono e orientano un reale progresso umano, dal volto umano. Come ha scritto un altro grande esperto del tema, il padre francescano Paolo Benanti, docente alla Pontificia Università Gregoriana, nel suo “Le macchine sapienti”, la loro diffusione richiede “una gestione di tipo politico-economico, una governance internazionale in grado di evitare che la tecnologia assuma forme disumanizzanti”. Vi sono presunti, autoproclamati “guru del tech” che negano questa realtà, ostentando una forma di positivismo del XXI secolo, ma come ogni cambio di paradigma anche la rivoluzione digitale va accompagnata: per evitare che nell’onlife non ci si dimentichi che la tecnologia è un mezzo, la vita reale e la società un fine. E non viceversa.

Classifica Sole 24 Ore sulla qualità della vita: Milano si conferma in vetta, Roma e Napoli recuperano posizioni



Milano vince per il secondo anno di fila la classifica della qualità della vita redatta dal Sole 24 Ore, arrivata alla trentesima edizione. L’ultima classificata quest’anno è Caltanissetta mentre Roma e Napoli salgono alcuni gradini. “Qualità della vita 2019” è una versione ampliata della tradizionale indagine del quotidiano sul benessere nei territori ed è realizzata su base provinciale. Rispetto all’anno scorso il numero di indicatori è aumentato da 42 a 90, divisi in sei macro aree tematiche che indagano altrettante componenti dello star bene: ricchezza e consumi, affari e lavoro, ambiente e servizi, demografia e società, giustizia e sicurezza, cultura e tempo libero.

La graduatoria fotografa i risultati positivi di tutte le province delle grandi città: Roma, diciottesima, sale di tre posizioni rispetto alla classifica dello scorso anno. Napoli, pur essendo nella metà inferiore della classifica generale (81°), rispetto alla scorsa edizione sale di 13 posizioni. Sulla stessa linea le performance di Cagliari, che fa un balzo di 24 posizioni (20°), Genova sale di 11 gradini (45°), Firenze di sette (15°) e Torino è 33esima (+5 sul 2018). Infine, Bari mette a segno un incremento di 10 posizioni, raggiungendo il 67° posto. Bologna in calo pur restando nella parte alta della classifica al 14° posto.


Milano vanta più record: oltre alla prima posizione nella classifica generale, ottiene anche il primato nella categoria “affari e lavoro”, il secondo posto nella classifica “ricchezza e consumi” e il terzo in “cultura e tempo libero”. È negativa, invece, la performance in “giustizia e sicurezza“: il capoluogo lombardo, con la sua provincia, si piazza in ultima posizione. Un dato che potrebbe essere letto anche come segno che a Milano, a differenza di altre realtà geografiche, i cittadini denunciano di più i reati.

Subito dietro il capoluogo lombardo si confermano le province dell’arco alpino. Sul podio ci sono Bolzano e Trento, rispettivamente al secondo e al terzo posto, seguite da Aosta. A spingerle sono i record “di tappa”, ossia le macro aree tematiche di cui è composta la classifica generale: Aosta è prima in “ricchezza e consumi”, Trento vince in “ambiente e servizi” e Bolzano in “demografia e società”. Per gli altri record di tappa, Oristano è prima in “giustizia e sicurezza” e Rimini in “cultura e tempo libero”. Nella top ten delle province più vivibili quest’anno entra la provincia di Monza e Brianza, che sale di 17 posizioni fino alla sesta, Verona che ne guadagna sette e arriva al settimo posto e Venezia e Parma che salgono rispettivamente di 25 e 19 piazzamenti.

La coda della classifica è occupata dalle province del Sud: Caltanissetta occupa l’ultimo posto per la quarta volta nella storia dell’indice dopo le performance negative del 1995, nel 2000 e nel 2008. Foggia (105ª) e Crotone (106ª) la precedono di poco. Su base regionale, riemerge la contrapposizione Nord-Sud, con Trentino Alto Adige, Val d’Aosta e Friuli Venezia Giulia sul podio In fondo alla classifica, invece, ci sono Sicilia e Calabria.

Cosa fu la strage di piazza Fontana


Di Davide Maria De Luca

Nel pomeriggio del 12 dicembre del 1969 quattro bombe piazzate da un gruppo neofascista esplosero tra Milano e Roma. Quella che causò i danni maggiori scoppiò in mezzo alla sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, nel centro di Milano. Diciassette persone morirono, più di 80 furono ferite: le indagini conseguenti furono sviate e ostacolate da interventi di esponenti delle istituzioni, che divennero un lungo strascico delle responsabilità dell’attentato stesso. E la strage rimase, tra le altre cose, come una svolta storica e una “fine dell’innocenza” per i movimenti giovanili di cambiamento sociale del ’68 e del ’69 che si trovarono da allora di fronte a una risposta violenta e sanguinaria che determinò parte degli sviluppi violenti e sanguinari nella vita italiana degli anni successivi.
Il processo sulla strage di piazza Fontana è divenuto famoso per il ruolo dei servizi segreti nel depistare le indagini e nel proteggere i responsabili, che contribuì a far crescere un’intera generazione di militanti e simpatizzanti della sinistra con la convinzione che lo Stato approfittasse e fosse addirittura complice della violenza stragista (la cosiddetta “strategia della tensione”). Le falsificazioni compiute inizialmente dalle indagini, l’indicazione di colpevoli che non lo erano, la ricerca di capri espiatori nei movimenti anarchici e di sinistra, e il tempo impiegato e le difficoltà nel giungere a una sentenza di condanna nei confronti del gruppo neofascista responsabile dell’attentato costruirono un diffuso disincanto sulla capacità della giustizia di fornire risposte soddisfacenti e sulle complicità nelle istituzioni. Ma a cinque decenni dalla strage esiste un quadro quasi completo di quel che accadde.
L’attentato
Il 1969 era stato un anno di grandi tensioni in tutto il paese. Piccoli attentati che non avevano causato morti si erano succeduti per tutta la primavera e l’estate, a Milano e in altre città. Le contestazioni degli studenti iniziate in varie università negli anni precedenti si erano fatte sempre più forti, e più dura si era fatta anche la reazione della polizia. Nell’autunno di quell’anno, quello che venne chiamato “l’autunno caldo”, alla protesta degli studenti si affiancò quella degli operai di molte fabbriche e aziende, che iniziarono un periodo di proteste e scioperi per ottenere aumenti contrattuali. Quando esplosero le bombe del 12 dicembre, anche la situazione politica era molto precaria.
Le esplosioni quel giorno furono quattro: una a Milano e tre a Roma (una quinta bomba fu trovata inesplosa a Milano in piazza della Scala). L’unica a uccidere delle persone fu quella avvenuta intorno alle 16.30 nella sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, dove decine di agricoltori si erano trattenuti oltre l’orario di chiusura per depositare i loro guadagni di giornata (era venerdì, giorno di mercato). La bomba era costituita da sette chili di tritolo chiusi in una scatola di metallo all’interno di una valigia in pelle. La sala della banca, dall’alto soffitto a cupola, fu devastata dall’esplosione. Diciassette persone furono uccise, di cui tredici sul colpo. Altre 88 rimasero ferite dalle schegge e dalla potente onda d’urto. Poco dopo un’altra bomba esplose in un sottopassaggio della Banca del Lavoro a Roma, ferendo 14 persone. Seguirono altre due esplosioni, all’Altare della Patria e di fronte all’ingresso del museo del Risorgimento. Era l’attacco armato più esteso e violento dalla fine della guerra.
Fin da subito i commenti sulla strage di Piazza Fontana si divisero in base allo schieramento politico. La sinistra, in particolare quella più radicale extraparlamentare, vide nell’attacco un’azione degli estremisti neofascisti, forse in combutta con settori più o meno deviati delle istituzioni che con le bombe puntavano a spaventare gli elettori e spingerli a votare per la Democrazia Cristiana e i partiti di centro e destra che promettevano sicurezza (è questa, in sostanza, la base della famosa “strategia della tensione”). Moltissimi militanti e attivisti di sinistra hanno raccontato come furono profondamente segnati dalla strage, e molti di coloro che poi sarebbero entrati nei gruppi armati di sinistra la indicarono come il momento più importante della loro radicalizzazione.
I partiti di centro e i grandi giornali furono dapprima prudenti nell’attribuire responsabilità, ma le indagini si orientarono invece fin da subito verso una ipotesi opposta a quella denunciata dai militanti di sinistra: la pista anarchica, cosiddetta. Gli anarchici non solo erano già ritenuti responsabili di una serie di esplosioni avvenute il 25 aprile nella fiera nella Stazione Centrale di Milano (successivamente attribuite ai neofascisti), ma erano considerati anche gli autori della maggior parte degli attacchi dinamitardi di tutto il biennio precedente (di piccoli attacchi dimostrativi con bombe a bassissimo potenziale).
Le indagini sugli anarchici
La sera stessa dell’attacco circa 150 persone furono fermate e interrogate in questura dalla polizia. Erano quasi tutti “soliti sospetti”, giovani con simpatie politiche radicali, in buona parte anarchici, fermati per controlli generici e senza che ci fossero particolari prove nei loro confronti. Tra loro c’era anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico di 41 anni, ex partigiano. Pinelli, in circostanze mai del tutto chiarite, fu trattenuto in questura e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni, più delle 48 ore in cui la legge permette di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato. Il terzo giorno Pinelli morì dopo essere precipitato dalla finestra al quarto piano dell’edificio. Molti suoi compagni sostennero, e sostengono ancora oggi, che Pinelli sia stato gettato dalla finestra: o per coprire le ragioni della sua morte nella violenza dell’interrogatorio, o per errore mentre lo si minacciava di gettarlo. Della morte di Pinelli fu accusato il commissario Luigi Calabresi (che sarà ucciso in strada a Milano due anni dopo: per il suo omicidio sarà condannato 25 anni dopo un gruppo di militanti del gruppo di estrema sinistra Lotta Continua, al termine di un processo lunghissimo, con sentenze alterne e tuttora molto contestato). Il processò sulla morte di Pinelli stabilì la sua totale estraneità alle accuse e risolse le molte contraddizioni nelle testimonianze e misteri sulla sua morte assolvendo i responsabili dell’interrogatorio con la formula del “malore attivo” che avrebbe portato Pinelli a perdere coscienza e cadere dalla finestra. Ma questo sarebbe successo comunque molto dopo: nei giorni immediatamente successivi le autorità di polizia – il questore per primo, che parlò persino di “un balzo felino” – annunciarono che Pinelli si fosse suicidato perché scoperto come responsabile della strage, e che il suicidio fosse una conferma della fondatezza della pista anarchica.
Il giorno dopo la morte di Pinelli, il 16 dicembre, un altro anarchico venne arrestato: Pietro Valpreda, un ex ballerino 37enne. Valpreda era stato riconosciuto da un tassista che sostenne di averlo portato di fronte alla Banca dell’Agricoltura, dove avrebbe depositato una misteriosa valigia prima di tornare sul taxi. Valpreda fu immediatamente indicato come il sicuro colpevole da tutta la grande stampa italiana. Il quotidiano comunista L’Unità, per esempio, lo chiamò «il mostro di piazza Fontana»; il giornalista del TG1 Bruno Vespa lo definì il «sicuro colpevole». Ma oltre alla testimonianza del tassista non c’era nient’altro, e man mano che la pista neofascista appariva più plausibile in molti iniziarono a dubitare del suo coinvolgimento. Nel 1972, dopo aver trascorso oltre 1.100 giorni di carcere, Valpreda fu liberato grazie a una legge ad personam che introduceva i limiti alla custodia cautelare anche per gli accusati di reati gravissimi, come la strage. L’assoluzione definitiva per lui sarebbe arrivata soltanto nel 1987.
La pista neofascista 
La pista neofascista iniziò a svilupparsi già nei giorni immediatamente successivi all’attacco, ma impiegò un paio d’anni a concretizzarsi. Al centro di questa pista c’era Giovanni Ventura, all’epoca un giovane libraio ed editore padovano e membro del gruppo neofascista “Ordine Nuovo”. Il giorno dopo la strage, Ventura, parlando con un suo amico, si sarebbe fatto sfuggire un paio di frasi in cui ammetteva di aver avuto qualcosa a che fare con gli attacchi del 12 dicembre. Se dopo l’attentato le forze politiche non si muoveranno, avrebbe detto Ventura al suo amico, «bisognerà fare qualcos’altro». L’amico di Ventura ne parlò con il suo avvocato e poi andò a raccontare ai magistrati non solo le frasi ambigue di Ventura, ma che Ventura si vantasse di essere capo di un gruppo paramilitare di estremisti di destra, parte di un movimento più ampio che aveva lo scopo di utilizzare stragi e attentati per rovesciare l’ordine sociale e politico. Nelle settimane e nei mesi successivi, Ventura e il suo amico Franco Freda, un altro neofascista di Ordine Nuovo, furono sottoposti a diversi controlli, perquisizioni e persino intercettazioni, ma i magistrati che si occupavano del caso, alcuni a Treviso, altri a Padova e altri ancora a Roma, ritennero che non ci fossero abbastanza elementi per procedere contro di loro.
La svolta arrivò due anni dopo la strage, nel novembre del 1971, quando in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione in una casa nella campagna trevigiana furono ritrovate in un’intercapedine armi, munizioni e simboli fascisti. Il proprietario dell’edificio disse che era stato Ventura a chiedergli di nascondere lì l’arsenale. Sembrava la conferma dell’esistenza di un movimento eversivo di estrema destra basato tra Padova e Treviso. Proseguendo le indagini, i magistrati e trovarono esplosivi dello stesso tipo usati per le bombe del 12 dicembre, e, in una cassetta di sicurezza di cui disponevano la madre e la sorella di Ventura scoprirono documenti interni e segreti del SID, uno dei servizi segreti italiani del tempo. Grazie a tutti questi elementi, il 3 marzo del 1972 Freda e Ventura furono arrestati.
I depistaggi
La fase istruttoria del processo e il procedimento vero e proprio furono lunghissimi e tormentati. Fin dall’inizio c’era parecchio disordine tra gli investigatori. Sul caso indagavano procure, corpi di polizia e servizi segreti, divisi da reciproche rivalità e impegnati a consultarsi soltanto saltuariamente, senza una chiara gerarchia che ne ordinasse le ricerche. Per esempio soltanto nel 1972 i magistrati furono informati che già nei primi giorni dopo l’attacco un negoziante di Padova aveva detto alla polizia di aver venduto quattro valigie dello stesso modello usato negli attentati a un uomo che gli sembrava Franco Freda.
Ma le sentenze nel corso degli anni hanno dimostrato che alcuni degli ostacoli alle indagini non erano frutto di errori e incomprensioni. Il SID, e in particolare la sua sezione “D” che si occupava di controspionaggio, ostacolò le indagini, per esempio aiutando a fuggire dall’Italia due testimoni importanti: Marco Pozzan, un neofascista amico di Freda che aveva riferito ai magistrati il contenuto di alcuni incontri riservati tra gli ordinovisti e che, secondo gli investigatori, conosceva altri aspetti della vicenda che non aveva ancora rivelato; l’altro sospettato aiutato a fuggire, salvo poi tornare in Italia ed essere arrestato, fu Guido Giannettini, un giornalista finanziato dal SID che da anni frequentava Ventura al quale passava informazioni e documenti riservati (come le informative del SID trovate nella cassetta di sicurezza di Ventura). In un altro episodio, una comunicazione del SID datata pochi giorni dopo l’attentato, ma scoperta dai magistrati soltanto mesi dopo, ipotizzava l’esistenza di una pista neofascista con mesi di anticipo rispetto alla scoperta di Ventura e Freda, ma indicava come sospetto un altro militante neofascista, poi rivelatosi estraneo alla vicenda e appartenente a un diverso gruppo da quello dei “veneti”. Quando i magistrati chiesero spiegazioni sull’accaduto, il SID oppose il segreto militare. Anni dopo l’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti ammise che opporre il segreto era stato un errore, che Giannettini era un informatore del SID e che la vicenda era stata gestita in maniera oscura dai servizi (i quali saranno sottoposti negli anni successivi a una profonda opera di riforma).
Il processo infinito
Il primo processo su piazza Fontana si concluse soltanto nel 1979, a dieci anni dalla strage. Dopo aver girovagato per tutta Italia, alla fine il processo era arrivato a Catanzaro, per ragioni di legittimo sospetto e di ordine pubblico (Milano era ritenuto un luogo troppo pericoloso dove tenerlo). Soltanto nel 1974 la Cassazione aveva poi ordinato di riunire i due procedimenti fino a quel momento separati, quello contro gli anarchici e quello contro i neofascisti. Tutti i filoni furono riuniti a Catanzaro, dove proseguirono anche le indagini sui depistaggi di stato.
La sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro del 1979 condannò Freda e Ventura per strage e gli agenti e collaboratori del SID per i depistaggi; gli anarchici furono assolti per la strage ma condannati per altri reati. A questa prima sentenza seguì un complicato scambio tra tribunali. Nel 1981 la Corte d’Appello di Catanzaro ribaltò la sentenza e assolse tutti dai reati principali, ma poi la Cassazione ordinò di rifare tutto. Il processo d’appello ricominciò per una seconda volta nella Corte d’Appello di Bari. Nel 1985 la Corte confermò in gran parte la seconda sentenza di Catanzaro: Freda e Ventura, ma anche Valpreda, furono giudicati non colpevoli per insufficienza di prove. Infine, nel 1987 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione dei neofascisti.
Per i giudici, insomma, le prove raccolte non erano sufficienti a condannare gli imputati. In particolare, non considerarono sufficienti le testimonianze contro Freda e Ventura (quasi tutte provenienti da testimoni considerati non molto affidabili e che avevano cambiato più volte versione), né fu considerato sufficiente il fatto che Freda avesse acquistato diverse decine di timer dello stesso tipo di quello ritrovato sul luogo delle esplosioni e che fosse fortemente sospettato di aver acquistato quattro valigie identiche a quelle usate negli attacchi. Per i numerosi giudici che si occuparono del caso, Freda e Ventura facevano sì parte di un’organizzazione eversiva di estrema destra e avevano partecipato ad azioni e attacchi terroristici, ma non c’era modo di collegarli con certezza alla strage di piazza Fontana. Due importanti ufficiali del SID furono condannati per i depistaggi, ma quanto i loro superiori e i responsabili politici fossero a conoscenza delle loro azioni non è mai stato chiarito. In un famoso interrogatorio sulla vicenda, Andreotti rispose per 33 volte “non ricordo” alle domande dei magistrati.
Insomma, la strage di piazza Fontana sembrava destinata a rimanere senza un responsabile. Subito dopo la fine del processo, però, altre due inchieste portarono nuovi elementi. Nel primo processo, che si svolse di nuovo a Catanzaro, erano imputati Stefano Dalle Chiaie e Massimiliano Fachini, due neofascisti accusati da un ex membro del loro gruppo – divenuto collaboratore di giustizia – di essere gli autori materiali dell’attentato (confermò anche il ruolo di Freda, che invece era appena stato assolto). Nel 1991 i due furono assolti definitivamente (ma saranno coinvolti in numerosi altri processi e Fachini sarà poi condannato per associazione sovversiva e banda armata).
Nel 1994, poi, un giudice milanese riprese nuovamente a indagare sugli autori della strage in seguito alle informazioni fornitegli da un altro collaboratore di giustizia ex membro di Ordine Nuovo, Carlo Digilio. Il collaboratore confermò ancora una volta il ruolo di Freda e Ventura emerso nel corso del primo processo, e indicò i nomi di altri partecipanti all’attacco o alla sua organizzazione (tutti e tre già implicati in vicende di violenza politica e terrorismo). Il processo si concluse in Cassazione nel 2005 con un’assoluzione per insufficienza di prove di tutti e tre i neofascisti indicati. Il collaboratore, Digilio, divenne invece l’unico condannato in relazione alla strage, anche se grazie alle attenuanti generiche dovute alla collaborazione il suo reato era caduto in prescrizione.
Nella sentenza definitiva su quest’ultimo stralcio di processo su piazza Fontana, la Cassazione tornò a esprimersi anche sul ruolo di Ventura e Freda. Grazie ai nuovi elementi emersi negli ultimi anni, in particolare le parole dei collaboratori di giustizia, la corte scrisse che Ventura e Freda parteciparono all’organizzazione della strage di piazza Fontana al di là di ogni dubbio, ma non avrebbero potuto essere processati perché per quel reato erano già stati assolti in via definitiva nel 1987.
A oggi la storia dei processi racconta con estesa completezza come andarono le cose, come non andarono, e come diversi esponenti di istituzioni e polizia cercarono di raccontarle.

È stata arrestata Lara Comi, ex europarlamentare di Forza Italia



Lara Comi – ex europarlamentare di Forza Italia – è da questa mattina agli arresti domiciliari, in seguito a un’operazione della Guardia di Finanza di Milano e di quella di Busto Arsizio. La stessa operazione ha portato all’imposizione degli arresti domiciliari anche per Paolo Orrigoni, amministratore delegato della catena di supermercati Tigros, e alla carcerazione di Giuseppe Zingale, direttore generale dell’agenzia per il lavoro AFOL Metropolitana. ANSA scrive che i tre sono accusati, a vario titolo, «di corruzione, finanziamento illecito e truffa» e Sky TG24 spiega che «l’operazione è un nuovo filone della maxi indagine ‘Mensa dei poveri’, che il 7 maggio portò a 43 misure cautelari eseguite – tra gli altri – nei confronti dell’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, del consigliere lombardo ‘azzurro’ Fabio Altitonante e dell’allora candidato alle Europee e consigliere comunale in quota FI Pietro Tatarella».
Sempre Sky TG24 spiega che Comi risponde di tre diverse vicende: la prima ha a che fare con «due contratti di consulenza ricevuti dalla sua società», la seconda riguarda un presunto finanziamento illecito e la terza riguarda l’accusa di «truffa aggravata al Parlamento europeo».

Milano, un uomo 48enne si era finto una minorenne su WhatsApp per adescare ragazzine


Di Salvatore Santoru

Recentemente è stato arrestato a Milano un uomo di 48 anni, per via di abusi nei confronti di tre ragazzine. Più precisamente, l'uomo adescava le proprie vittime grazie ad un profilo falso che aveva creato su WhatsApp, in cui fingeva di essere una ragazzina di nome 'Giulia'.

In seguito, riusciva a manipolare le ragazzine per convincerle ad incontrarlo a casa sua.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/cronaca/2019/06/milano-uomo-di-48-anni-si-fingeva-una-ragazzina-su-whatsapp-per-adescare-minori-002932003.html

Marco Carta scagionato dal giudice: "non ha rubato lui quelle magliette, è estraneo ai fatti"



Il cantante Marco Carta è stato arrestato ieri sera, insieme a una donna di 53 anni, per furto aggravato alla Rinascente di piazza del Duomo a Milano. Secondo l'accusa, il cantante vincitore di Sanremo, Amici e Tale e Quale Show aveva rubato sei magliette del valore di 1200 euro insieme a una donne di 53 anni. 
Ma il giudice non ha convalidato l'arresto giudicando il cantante estraneo ai fatti che sarebbero invece attribuibili ad altri soggetti. Insomma un grande equivoco che ha fatto passare a Carta una brutta esperienza.
"È stata chiarita la totale estraneita' di Marco Carta. Il giudice non ha convalidato l'arresto e non ha applicato nessuna misura cautelare" ha spiegato il suo avvocato Simone Giordano al termine dell'udienza in tribunale a Milano. "Il fatto - ha aggiunto - è attribuibile ad altri soggetti, lui è totalmente estraneo, è stato acclarato dal giudice. Marco è una bravissima persona", ha detto.
"Non sono stato io a rubare, per fortuna è andato tutto bene, sono felice di poterlo dire". Così il cantante ha commentato la vicenda con i giornalisti in tribunale a Milano. "Le magliette - ha aggiunto - non ce le ho io, l'hanno visto tutti. Ora sono un po' scosso", ha confessato Carta ai cronisti. "Chi li ha rubate? Non mi va di dirlo", ha chiosato.
Nonostante tutto però è stata fissata a settembre la prima udienza del processo a Marco Carta, arrestato ieri alla Rinascente per furto aggravato insieme a una donna e che resta indagato. Il giudice questa mattina non ha convalidato l'arresto del cantante, al contrario di quello della donna. Per nessuno dei due sono state disposte misure cautelari.

FOTO: https://milano.fanpage.it

Milano, il cantante Marco Carta arrestato per furto aggravato alla Rinascente


Di Francesco Loiacono

Il cantante Marco Carta, ex partecipante del talent show Amici e vincitore del Festival di Sanremo 2009, è stato arrestato a Milano. L'accusa è di furto aggravato. L'episodio è avvenuto nella serata di ieri alla Rinascente di Milano, i grandi magazzini di lusso che si trovano vicino al Duomo. Marco Carta è stato arrestato dalla polizia locale attorno alle 20.30 assieme a una donna di 53 anni: stando a quanto ricostruito i due stavano uscendo dalla Rinascente con sei magliette, per un valore complessivo di 1.200 euro, dalle quali erano stati tolti i dispositivi antitaccheggio (ecco come funzionano). Sulle etichette delle magliette erano però rimaste attaccate delle placchette flessibili che hanno fatto suonare l'allarme all'uscita dai grandi magazzini. I due sono stati fermati da un addetto all'accoglienza della Rinascente che ha poi chiamato gli agenti dell'Unità reati predatori della polizia locale. Dopo l'arresto, per il cantante e la donna che lo accompagnava sono stati disposti gli arresti domiciliari: questa mattina è in programma il processo per direttissima.

Ieri alla Rinascente c'era il Black friday

Dalla catena dei grandi magazzini non è ancora arrivata una dichiarazione ufficiale su quanto accaduto. Di certo la giornata di ieri era particolare per la Rinascente: era stato organizzato infatti un "Black firday", ossia un'apertura prolungata fino all'una di notte con forti sconti fino al 50 per cento. Un'iniziativa (simile a quella che avviene solitamente a novembre) che ha attirato molti clienti e curiosi alla Rinascente: nonostante la confusione però il tentativo da parte di Marco Carta e della 53enne di uscire senza aver pagato le costose magliette non è passato inosservato alla security.

La carriera di Marco Carta

Marco Carta, 34 anni compiuti da poco, è nato a Cagliari e ha iniziato la sua carriera musicale nel 2007, arrivando in breve tempo a ottenere grandi successi, come la vittoria al programma "Amici di Maria De Filippi" (nel 2008) e quella al Festival di Sanremo del 2009 con il brano "La forza mia". Dopo aver pubblicato sei album, recentemente aveva partecipato alla settima edizione del programma televisivo "Tale e quale show" in onda sulla Rai, vincendola.

FONTE: https://milano.fanpage.it/milano-il-cantante-marco-carta-arrestato-per-furto-aggravato-alla-rinascente/

Tangenti Milano: arrestati sindaco Lega di Legnano, suo vice di Forza Italia e un assessore. Accusa di corruzione elettorale



Gli arresti tra Milano e Lombardia si allargano alla Lega. I finanzieri del Comando Provinciale hanno arrestato il sindaco di Legnano, il leghista Gianbattista Fratus, il suo vice Maurizio Cozzi di Forza Italia e l’assessore alle opere pubbliche Chiara Lazzarini. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal gip di Busto Arsizio nei confronti dei tre, indagati a vario titolo per turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e corruzione elettorale.
Il sindaco del Carroccio, così come l’assessore, si trovano agli arresti domiciliari. Il forzista Cozzi, vicesindaco e assessore al bilancio, si trova invece in carcere. Gli arresti e una serie di perquisizioni sono stati eseguiti su disposizione della Procura del Tribunale di Busto Arsizio nell’ambito dell’operazione denominata Piazza Pulita.

A fine marzo scorso la giunta Fratus era stata sfiduciata, con le dimissioni di massa dei consiglieri di minoranza e di alcuni dissidenti leghisti, tra cui Federica Farina e Antonio Guarnieri. Uno scontro interno alla maggioranza che si era consumato su alcune scelte del sindaco del Carroccio. L’ultima era stata proprio la nomina ad assessore alle opere pubbliche di Chiara Lazzarini, già presidente della società partecipata Amga Spa e coinvolta in vicende giudiziarie relative alla gestione della stessa società. Situazione su cui deve ancora esprimersi la magistratura, in sede civile. In sede penale invece è già stata prescritta.
Il 19 marzo scorso la minoranza aveva presentato una mozione di sfiduciacontro Lazzarini, per “evidenti ragioni di incompatibilità politica e di possibili conflitti di interesse istituzionale” visto che Amga, la municipalizzata che si occupa di rifiuti, pulizia strade, infrastrutture e manutenzione, “è una società controllata dal Comune, che ne detiene la maggioranza delle quote”. La mozione però non era stata approvata. Il 26 marzo lo scontro aveva comunque portato alle dimissioni dei consiglieri  ma tre settimane dopo, il 18 aprile, il consiglio era tornato operativograzie alla surroga di un consigliere e al parere espresso dal Tar che aveva respinto al richiesta di sospensiva urgente.

La giunta Fratus era quindi tornata al lavoro, ricevendo nel frattempo l’appoggio del segretario nazionale della Lega Lombarda, Paolo Grimoldi, e dei parlamentari Massimo Garavaglia, Fabio Boniardi e Fabrizio Cecchetti. “Un’amministrazione  che fin dal primo giorno del suo insediamento ha lavorato per il bene della città. Siamo pertanto solidalicon il primo cittadino e con la sua squadra, rinnovando loro il totale e incondizionato sostegno da parte nostra e di tutta la Lega”, si legge in una nota del 7 aprile scorso.
L’operazione Piazza Pulita arriva pochi giorno dopo l’inchiesta della Ddache il 7 maggio scorso ha portato all’emissione di 43 misure cautelari e che ha portato all’arresto tra gli altri del vicecoordinatore regionale di azzurro Pietro Tatarella e il sottosegretario all’area Expo della Regione Lombardia Fabio Altitonante. Questa settimana la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati anche Lara Comi, eurodeputata di Fi, e Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia.

I dettagli dell’operazione odierna – in cui sono impegnati oltre 50 finanzieri – saranno illustrati nell’ambito di una conferenza stampaindetta dalla Procura di Busto Arsizio alle ore 11.30.

Milano, indagata l’europarlamentare Lara Comi. “Finanziamento illecito dal presidente Confindustria Lombardia”



C’è un altro esponente di Forza Italia iscritto nel registro degli indagati della Procura di Milano nell’ambito dell’inchiesta della Dda che il 7 maggio scorso ha portato all’emissione di 43 misure cautelari e che hanno portato all’arresto tra gli altri del vicecoordinatore regionale di azzurro Pietro Tatarella e il sottosegretario all’area Expo della Regione Lombardia Fabio Altitonante . È Lara Comi, eurodeputata, il cui nome già nei giorni scorsi era emerso nelle carte dell’inchiesta per una intercettazione tra Nino Caianiello e Giuseppe Zingale, dg di Afol (leggi l’articolo di Davide Milosa). L’iscrizione della Comi è legata a quella di Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia e presidente dell’azienda Officine Meccaniche Rezzatesi (Omr) con sede nel Bresciano. Il reato contestato  è il finanziamento illecito. “La consulenza era regolare e non c’è stato alcun finanziamento illecito” dichiara il difensore dell’europarlamentare l’avvocato Gian Piero Biancolella.

Fattura da 31mila euro per una tesi di laurea scaricabile online
All’imprenditore, che ieri per ore è stato sentito come persona informata sui fatti, viene contestato di aver pagato 31mila euro per una consulenza tramite anche una tesi di laurea reperibile anche online. Quei soldi poi sarebbero andati a finanziare illecitamente la campagna elettorale della forzista, già coordinatrice del partito a Varese. Si tratta di una fatturaemessa nel gennaio 2019 da Omr holding ad una società Premium consulting srl, tra i cui soci figura la Comi, candidata alle prossime europee. Bonometti avrebbe finanziato due studi per l’espansione in Europa dei mercati: i soldi secondo gli inquirenti, sarebbero stati versati in due tranche da circa 15mila euro. I titoli degli studi: “Made in Italy: un brand da valorizzare e da internazionalizzare per aumentare la competitività delle piccole aziende di torrefazione di caffè” (2015) e “Metodi statistici per il web marketing”, una tesi già presente online e firmata dall’allora laureando Antonio Apuzza. Ieri l’imprenditore – che a gennaio auspicava un ritorno alle urne – era entrato a Palazzo di Giustizia di Milano da testimone e sentito come altri convocati dai pm Silvia Bonardi, Adriano Scudieri e Luigi Furno e dall’aggiunto Alessandra Dolci. Bonometti ha negato che la fattura fosse un finanziamento al partito spiegando di aver sostenuto economicamente diverse campagne elettorali senza farne mistero. Altri due imprenditori, probabilmente sempre sentiti nelle ultime ore, sono stati iscritti nel registro degli indagati con l’accusa di finanziamento illecito allo stesso candidato. Finanziamento che sarebbe avvenuto con un meccanismo simile.  
I contratti di consulenza sotto la lente degli inquirenti
Nei giorni scorsi era emerso che gli inquirenti indagavano sui contratti di consulenza ottenuti da una società riconducibile all’europarlamentare. In particolare si cercavano riscontri su “contratti di consulenza da parte dell’ente Afol città metropolitana” per un “totale di 38.000 euro”. Il caso di quest’ultima consulenza, sarebbe indicativo – assieme a tanti altri e in base alle intercettazioni –come Caianiello, il “dominus” del sistema corruttivo (leggi l’articolo di Alessandro Madron) e anche di Forza Italia in Lombardia, sarebbe riuscito “con disinvoltura”, “grazie proprio alla collaborazione di alcuni suoi uomini di stretta fiducia, tra i quali l’avvocato Carmine Gorrasi” consigliere comunale a Busto Arsizio, Zingale e Loris Zaffra “ad estendere la sua influenza politica e, parallelamente, quella criminale ben oltre i confini della provincia di Varese”. Secondo gli inquirenti la cifra di 38mila euro sarebbe stata una cifra “preliminare” al “conferimento di un più ampio incarico che può arrivare alla totale cifra di 80.000 euro”. Incarico che avrebbe avuto come contropartita la “promessa di retrocessione di una quota parte agli stessi” Caianiello e Zingale. Per tutta la giornata di ieri, tra l’altro, sono stati ascoltati testimoni e indagati tra cui anche un’avvocatessa ligurecitata proprio da Zingale come colei che, tramite l’eurodeputata avrebbe ricevuto consulenze dall’ente per un progetto. Come ha spiegato lo stesso dirigente interrogato dal gip Raffaella Mascarino che si proponeva di lanciare l’Agenzia per la Formazione, Orientamento e Lavoro in Europa.

L’inchiesta, formata da tre tranche, prosegue con gli approfondimenti su tutti i fronti. Uno dei quali è la nomina di Luca Marsico, l’ex socio di studio del Presidente della Lombardia Attilio Fontana, ed ex consigliere azzurro, finito con una delibera di giunta tra i componenti del Nucleo di valutazione degli investimenti della Regione e che è costata al governatore lombardo una informazione di garanzia per abuso di ufficio. Una nomina avvenuta “in quota Lega. Lui mica può rimanere in Forza Italia eh!” come diceva proprio Caianiello.

Expo, chiesti 13 mesi per il sindaco Sala di Milano per falso. Il pg: “Non è credibile”



Un anno e un mese sono stati chiesti dal sostituto pg di Milano Massimo Gaballo per il sindaco di Milano Giuseppe Sala, in qualità di ex amministratore delegato di Expo e tra gli imputati in primo grado per il caso con al centro l’appalto per la Piastra dei servizi per l’Esposizione universale. Il primo cittadino di Milano risponde solo di falso per la retrodatazione di due verbali con cui, nel maggio del 2012, furono sostituiti due componenti della commissione di gara per l’assegnazione del maxi appalto, vinto dalla Mantovani, per evitare di dover annullare la procedura. L’anno scorso il gup lo prosciolse dall’accusa di abuso d’ufficio lasciando la sola accusa di falso.
I due componenti della commissione, nominata il 15 maggio 2012, risultarono incompatibili per ricoprire l’incarico. Sala lo avrebbe scoperto dopo che la commissione si era riunita una prima volta il 18 maggio. L’atto di annullamento e il nuovo verbale di nomina dei sue sostituti sarebbero stati sottoscritti il 31 maggio. Ma la data riportata in calce risultò quella del 17 maggio 2012. Un problema, quello legato alla necessità di nominare dei sostituti, che “mandò in fibrillazione tutti, come si evince dalle conversazioni intercettate. C’era la forte preoccupazione che” la necessità di sostituire i due componenti potesse essere impugnata “rallentando un già drammatico ritardo che poteva mettere in forse l’evento”, ha spiegato in aula il pg. Per il rappresentante dell’accusa “dobbiamo ritenere provata al di là di ogni ragionevole dubbio che i triumviri – Sala, Paris e Chiesa (rispettivamente responsabile unico del procedimento e general manager, ndr) – decidono di retrodatare i verbali per rendere inattaccabile la procedura di gara” e scongiurare eventuali impugnazioni. “La manina” che avrebbe retrodatato i verbali sarebbe verosimilmente – a dire dell’accusa – quella di Pier Paolo Perez, ex capo dell’ufficio gare di Infrastrutture Lombarde.

Secondo l’accusa il sindaco Sala “non è credibile dove tenta di minimizzare il problema (legato alla retrodatazione dei verbali) … che in realtà era un problema grave” perché rischiava di pregiudicare l’Esposizione Universale o comunque avrebbe comportato il pericolo “di annullamento della gara e di perdere tempo prezioso”. Così come, ha proseguito l’accusa, “non è credibile” l’ex manager Angelo Paris, che come il sindaco Sala risponde di falso. Anche per lui l’accusa ha chiesto una condanna a un anno e un mese. Il pg, nella sua requisitoria, deve ancora affrontare la posizione dell’ex dg Ilspa Antonio Rognoni e dell’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita accusati invece di turbativa d’asta.

Adunata degli Alpini, iniziata l'edizione 2019: è la 92esima



Di Salvatore Santoru

È iniziata l'Adunata degli Alpini 2019. Più specificatamente, riporta il Quotidiano Nazionale, si tratta della 92esima adunata nazionale.Gli Alpini sfileranno sotto la Madonnina a Milano e l'evento si concluderà domenica 12 maggio. 

Stando ad alcune stime, vi saranno almeno mezzo milione di persone che andrà a Milano per l'Adunata.

Tangenti, 28 arresti a Milano: anche Tatarella e Altitonante di Forza Italia. “Finanziamento illecito a Fratelli d’Italia”



Gli appalti dell’Amsa, l’azienda dei rifiuti milanese, e il Piano di governo del territorio della Regione Lombardia. Erano i terreni di caccia di molti dei politici, amministratori pubblici e imprenditori finiti nell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia che questa mattina ha coinvolto 95 persone tra Lombardia e Piemonte: 43 le ordinanze di custodia cautelare eseguite all’alba dai carabinieri di Monza e dalla Guardia di Finanza di Varese, di cui 12 in carcere, 16 ai domiciliari, 3 con obbligo di dimora e 12 con obbligo di firma. Le accuse: associazione a delinquere aggravatadall’aver favorito una cosca mafiosa, abuso d’ufficio, finanziamento illecito ai partiti e corruzione per spartirsi e aggiudicarsi appalti pubblici. Il tutto grazie a quella che i magistrati definiscono una “altissima capacità di influire sui vertici di diverse partecipate pubbliche” e al “senso di impunità derivante dalla possibilità di controllare direttamente vari settori delle istituzioni“.


Tra gli arrestati ci sono il consigliere comunale milanese e vicecoordinatore regionale di Forza Italia Pietro Tatarella, candidato alle Europee nella circoscrizione di Nord-Ovest ora in carcere (secondo i pm era a “libro paga” di un imprenditore) e il sottosegretario forzista all’area Expo della Regione Lombardia Fabio Altitonanteai domiciliari. Ma c’è anche l’ex coordinatore provinciale di FI a Varese, Gioacchino Caianiello, già condannato in via definitiva nel 2017 per concussione e ora accusato di “istigazione alla corruzione” nei confronti del presidente della Regione Lombardia, il leghista Attilio Fontana.
La posizione di Attilio Fontana – Il governatore è parte offesa e non risulta indagato: nei giorni scorsi è stato ascoltato dai pm milanesi per chiarire il tentativo di corruzione da lui subito. “Non dico nulla, ho letto che io sono parte offesa. Quindi per rispetto della magistratura le cose che dovrò dire le dirò a loro”, ha commentato. Dalle indagini è emerso come nel marzo 2018 Caianiello avrebbe proposto assieme al direttore generale dell’ente Afol Metropolitana, Giuseppe Zingale, a Fontana di mettere quest’ultimo, suo uomo di fiducia, a capo del settore Formazione della Regione in cambio di consulenze da affidare al socio dello studio legale di Fontana, il consigliere regionale uscente Luca Marsico, che sarebbe così stato risarcito per la mancata rielezione. Un’ipotesi di scambio, contestata dai pm, in cui il governatore lombardo figura come parte offesa perché, pur senza denunciare la proposta, avrebbe spiegato a Caianiello di voler esplorare altre possibilità rispetto al futuro di Marsico. “A riguardo il procuratore Francesco Greco ha spiegato in conferenza stampa: “Stiamo verificando la sua posizione, sarà sentito prossimamente”. Alla domanda “ma il governatore non aveva il dovere di denunciare come pubblico ufficiale?” il pm ha replicato: “Potrebbe essere in caso di episodio occasionale, ma dati i rapporti di lunga data con Caianiello potrebbe non aver percepito l’illiceità del comportamento“.

Chiesta autorizzazione all’arresto per il deputato Diego Sozzani – La Procura ha chiesto poi alla Camera l’autorizzazione all’arresto ai domiciliari del deputato forzista Diego Sozzani per finanziamento illecito. Turbativa d’asta e corruzione sono invece i reati ipotizzati a carico del responsabile operativo dell’Amsa, la municipalizzata che gestisce i rifiuti di Milano, Mauro De Cillis. In totale sono 95 le persone coinvolte nell’inchiesta coordinata dal Procuratore aggiunto e responsabile della Direzione distrettuale antimafia di Milano Alessandra Dolci e dai pm Silvia Bonardi, Adriano Scudieri e Luigi Furno.
D’Alfonso pagava Tatarella con consulenze, viaggi e auto – Due i filoni principali di questa inchiesta che ha scoperchiato un sistema consolidato di comportamenti ritenuti illeciti nella pubblica amministrazione della Regione Lombardia amministrata dalla maggioranza di centrodestra Lega-Forza Italia. Il primo riguarda gli appalti dell’Amsa e di parecchie partecipate pubbliche. Un altro, quello varesino e che ha come personaggio principale l’ex coordinatore provinciale Gioacchino Caianiello, riguarda invece il Piano di governo del territorio e le sue varianti. Il sistema aveva come punti di riferimento di volta in volta tre personaggi. Caianiello, Pietro Tatarella e l’imprenditore del settore rifiuti e bonifiche ambientali, Daniele D’Alfonso della Ecol-Service srl, l’unico al quale è stata contestata anche l’aggravante di aver agevolato il clan di ‘ndrangheta dei Molluso di Buccinasco, facendone lavorare uomini e mezzi negli appalti presi pagando appunto tangenti.

Ed è proprio D’Alfonso che, secondo la ricostruzione di inquirenti e investigatori, attraverso fittizie consulenze e altre utilità, avrebbe remunerato stabilmente Tatarella con consulenze fittizie da 5mila euro al mese“oltre all’erogazione di una serie di utilità quali pagamenti di biglietti aerei, di viaggi di piacere, l’uso di una serie di autovetture, la disponibilità di una carta di credito American Express abilitata al prelievo di contante”, come si legge nell’ordinanza del Gip. In cambio il forzista l’avrebbe favorito negli appalti dell’Amsa, in particolare, e l’avrebbe introdotto in altri appalti a Varese e a Novara, dove sarebbe stato attivo il parlamentare di Forza Italia Diego Sozzani. I due si incontravano “Da Berti”, il ristorante milanese vicino agli uffici della Regione Lombardia già venuto a galla in molte indagini milanesi, e che ora nel linguaggio degli indagati è diventato “la mensa dei poveri”, definizione che ha dato il nome all’indagine della Dda.
Tatarella puntava alla rigenerazione dell’area Expo – Tatarella puntava anche al bersaglio grosso: “Dove c’era l’Expo infatti stiamo cercando di capire se riusciamo ad entrarci un po’ pure noi”, parlava il forzista intercettato. Per il Gip, poi, c’è “un’ombra quanto mai allarmante sulle modalità con le quali” Fabio Altitonante “potrà gestire la delicatissima delega alla ‘Rigenerazione e sviluppo dell’Area ex Expò”.

“Finanziamento illecito a Fratelli d’Italia” – D’Alfonso risulta anche essersi “attivato in prima persona rendendosi disponibile verso l’imprenditore Andrea Grossi nelle operazioni di finanziamento illecitodel partito Fratelli d’Italia“. Ma, scrive il Gip Raffaella Mascarino, “l’attività di “semina” di D’Alfonso non si limita all’area milanese (dove attraverso il finanziamento illecito di 25.000 euro si è assicurato i favori, per sé o per altri, di Altitonante Fabio) e alla Regione Piemonte (di cui era consigliere Sozzani Diego poi divenuto membro della Camera dei Deputati, – ma con un profondo radicamento in buona parte delle province piemontesi, – attraverso il finanziamento illecito a sostegno della sua campagna elettorale pari a 10.000 euro) ma, grazie alla preziosa collaborazione di Caianiello Gioacchino, rinforza i propri contatti politici nella ricca provincia di Varese”.
I tentacoli di Caianiello sulla provincia di Varese – Ma i tentacoli di Caianiello si allungavano anche in provincia: riguardo alla nomina “pilotata” di Davide Borsani come dirigente della società a totale partecipazione pubblica Alfa di Varese il coordinatore forzista “confessa – scrive il Gip – che la stessa è frutto di un accordo politico preventivo, di cui asserisce di aver reso edotto anche il coordinatore provinciale della Lega Matteo Bianchi“.

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *