22 giugno 2020, 9:18 di mattina, ora locale. Una stazione di monitoraggio in Kazakhstan registra un segnale sismico di magnitudo 2,75. Non è un terremoto: la firma è sbagliata. Non è un’esplosione mineraria: le onde non tornano. È, secondo Washington, un test nucleare cinese condotto nel profondo del deserto dello Xinjiang, a Lop Nur, il poligono dove la Cina ha fatto esplodere la sua prima bomba atomica nel 1964. Ma stavolta lo avrebbe fatto cercando di non farsi scoprire.
La notizia aveva già circolato in forma parziale a inizio febbraio, quando Thomas DiNanno, sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti, aveva lanciato l’accusa alla Conferenza sul Disarmo di Ginevra. Ma oggi si aggiungono i dettagli tecnici che trasformano un’accusa politica potenzialmente falsa (ricordate la provetta di Colin Powell?) in qualcosa di più difficile da ignorare.
Cosa dice Washington, esattamente
Christopher Yeaw, Sottosegretario di Stato per il controllo degli armamenti e la non proliferazione del Dipartimento di Stato americano. ha parlato all’Hudson Institute di Washington con una precisione insolita per chi normalmente maneggia informazioni classificate. Il segnale rilevato dalla stazione di Makanchi, in Kazakhstan, è coerente con una singola esplosione sotterranea, non con le sequenze tipiche delle detonazioni minerarie o con un evento sismico naturale.
La sua conclusione: è “abbastanza coerente” con un test nucleare a bassa resa, di tipo “supercritico” (con rilascio di energia da fissione nucleare, non un semplice esperimento subcritico).
E qui arriva il dettaglio che rende la vicenda più complicata da archiviare: la tecnica del decoupling. Detonare un’arma in una grande caverna sotterranea (nel caso di Lop Nur, letteralmente in un lago salato prosciugato, geologicamente ideale per questo scopo) serve ad attutire le onde sismiche e a ridurre la percezione dell’esplosione. Anche gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica lo fecero, prima della moratoria dei test. Insomma: la Cina, secondo Yeaw, non avrebbe solo testato un’arma. Avrebbe testato un’arma cercando di nasconderlo.

Cosa non torna (e non è poco)
Gli esperti indipendenti non si sono precipitati a confermare. Ben Dando, responsabile della sismologia al NORSAR norvegese (un’organizzazione creata proprio per verificare l’aderenza ai trattati di non proliferazione), ha detto che la firma sismica è “coerente con un’esplosione”, ma ha sottolineato che questo non equivale a una certezza di test nucleare. Un evento di magnitudo 2,75, se fosse davvero un’esplosione nucleare attenuata dal decoupling, corrisponderebbe a qualcosa nell’ordine delle decine di tonnellate di TNT. Piccolo, forse, ma non per questo irrilevante.
Il CSIS (Center for Strategic and International Studies) ha analizzato immagini satellitari commerciali dell’area del tunnel settentrionale di Lop Nur tra il 26 marzo e il 25 giugno 2020: nessuna variazione significativa visibile. Ma Lop Nur è un sito grande, con tunnel multipli e aree inaccessibili anche alla sorveglianza commerciale. L’assenza di prova visiva non è prova di assenza. Tong Zhao, del Carnegie Endowment, ha dichiarato di prendere “sul serio” le accuse americane, notando che la struttura di Lop Nur è stata espansa negli ultimi anni con nuove strade, infrastrutture e almeno un tunnel aggiuntivo.
I dati del presunto test nucleare
- Data: 22 giugno 2020, ore 9:18 (ora locale)
- Luogo: Lop Nur, Xinjiang (Cina), rilevato da stazione a Makanchi, Kazakhstan
- Magnitudo rilevata: 2,75 (coerente, se decoupled, con decine di tonnellate di TNT)
- Tecnica sospetta: Decoupling (detonazione in caverna per attutire il segnale sismico)
- Posizione della Cina: Nega qualsiasi violazione della moratoria sui test nucleari
- Posizione della Russia: Supporta la smentita cinese
Perché questa accusa arriva adesso
Il test nucleare del 2020 sarebbe rimasto nei cassetti della intelligence americana se non fosse che il contesto geopolitico è cambiato in modo radicale. Il 5 febbraio 2026 è scaduto il New START, l’ultimo trattato di controllo degli armamenti nucleari strategici tra Washington e Mosca. Come abbiamo spiegato qui su Futuro Prossimo, per la prima volta dal 1972 non esiste nessun accordo vincolante che limiti le testate dei due arsenali più grandi del mondo.
In questo vuoto, la questione cinese diventa centrale. Il segretario di Stato Marco Rubio ha scritto esplicitamente che i vecchi modelli di controllo degli armamenti, basati su accordi bilaterali USA-Russia, sono diventati “obsoleti” di fronte all’espansione cinese. L’arsenale di Pechino ha superato le 600 testate nel 2024 (dalle circa 200 del 2019) e secondo il Pentagono potrebbe arrivare a 1.000 entro il 2030. L’accusa di un test nucleare segreto serve, almeno in parte, a costruire la narrativa negoziale:
“la Cina deve sedersi al tavolo del disarmo, e deve farlo adesso”.
C’è anche il tema dei contro-test americani. Trump ha già dichiarato di voler riprendere i test “su basi paritarie” con gli avversari. Yeaw ha precisato che non si tratterebbe di ritornare ai test atmosferici da megatoni dell’era Ivy Mike (1952), ma di qualcosa di più misurato. Il fatto che la soglia evocata sia “centinaia di tonnellate” (quella stimata per i presunti test cinesi) suggerisce una corsa agli armamenti che non si gioca solo sui numeri di testate, ma anche sulla loro raffinatezza tecnica.

Pechino smentisce, Mosca si allinea
La Cina ha risposto con la formula di sempre: manteniamo le nostre capacità nucleari “al livello minimo necessario alla sicurezza nazionale” e non abbiamo intenzione di entrare in alcuna corsa agli armamenti. Il portavoce del Ministero degli Esteri Lin Jian ha respinto le accuse senza entrare nel merito tecnico. La Russia ha fatto lo stesso: Dmitry Peskov ha dichiarato che “né la Russia né la Cina hanno condotto test nucleari”, allineandosi al rigetto cinese con una rapidità che dice molto sull’asse strategico tra i due paesi.
La Cina ha firmato il Trattato sulla messa al bando completa dei test nucleari (CTBT) nel 1996, ma non lo ha ratificato. Idem USA e Russia. Tutti e tre hanno mantenuto volontariamente la moratoria per decenni: niente test esplosivi. Se l’accusa americana sul test nucleare del 2020 fosse confermata, si tratterebbe della prima violazione documentata di quella moratoria da parte di una delle tre potenze. La posta in gioco non è solo tecnica: è l’esistenza stessa di un tabù condiviso che regge il sistema di non-proliferazione da trent’anni.
Quando e come ci cambierà la vita
Nel breve periodo: poco, o niente di visibile. Nel medio periodo (2026-2030), se le accuse portano a un irrigidimento delle posizioni negoziali, il risultato probabile è che nessun nuovo trattato di controllo nucleare verrà firmato. Questo significa più arsenali, meno trasparenza, più incertezza strategica.
Per i paesi non nucleari che osservano la partita (India, Pakistan, Corea del Nord, Iran), il messaggio è chiaro: i test funzionano, il tabù è erodibile. Non posso escludere, purtroppo, un effetto domino sul sistema di non-proliferazione.
Approfondisci
Ti interessa il panorama nucleare globale? Leggi anche Trattato START, è finita: le armi nucleari sono di nuovo senza freni, dove analizziamo le conseguenze della scadenza dell’ultimo accordo USA-Russia. Oppure scopri come la Cina investe nel più grande laboratorio sotterraneo del mondo per capire quanto Pechino stia costruendo infrastrutture sotterranee strategiche su più fronti.
La domanda che rimane aperta, e che nessuno a Washington sembra voler rispondere, è questa: se il test nucleare è avvenuto davvero, cos’ha imparato la Cina? Quali nuovi sistemi, quali nuove testate a bassa resa sono state validate da quell’esplosione da qualche centinaio di tonnellate nel deserto dello Xinjiang?
Non lo sa nessuno, almeno pubblicamente. E l’incertezza su cosa sa l’avversario è, di per sé, una delle armi più potenti che esistano.
FONTE: https://www.futuroprossimo.it/2026/02/la-cina-ha-fatto-un-test-nucleare-nel-2020-gli-usa-dicono-si/
