La NATO promette di continuare gli aiuti ma la guerra con l’Iran sta già indebolendo l’Ucraina


Di Giuseppe Gagliano

Il sostegno a Kiev non vacilla nelle parole, ma si incrina nei fatti. Le rassicurazioni del generale Alexus Grynkewich servono prima di tutto a contenere un rischio politico: quello che a Kiev, a Bruxelles e nelle capitali dell’Europa orientale maturi la convinzione che la guerra con l’Iran stia già divorando attenzione, risorse e munizioni destinate all’Ucraina. Dire che il sostegno militare continua è necessario. Ma il punto vero non è la continuità nominale degli aiuti. Il punto è la loro qualità, la loro intensità e soprattutto la loro priorità strategica nel momento in cui Washington si trova coinvolta su un altro teatro ad alta intensità.

Il problema, infatti, non è se l’Ucraina continuerà a ricevere armi. Il problema è quali armi riceverà, in quali tempi, in quali quantità e con quale grado di affidabilità politica. Ed è qui che la guerra mediorientale comincia a pesare. Perché i sistemi di difesa aerea, e in particolare gli intercettori Patriot, non sono beni astratti: sono risorse limitate, costose, lente da produrre e oggi richieste contemporaneamente da due fronti strategici. Da una parte l’Ucraina, che ne ha bisogno per difendere città, reti elettriche e infrastrutture critiche dagli attacchi russi. Dall’altra il Medio Oriente, dove Stati Uniti e alleati stanno consumando enormi quantità di munizioni per intercettare missili balistici e droni iraniani.

La concorrenza tra Kiev e il Golfo

La vera novità di questa fase è proprio questa: la guerra con l’Iran ha creato una concorrenza diretta tra il fronte ucraino e il fronte del Golfo per l’accesso allo stesso tipo di armamenti ad alta tecnologia. Finché il conflitto mediorientale restava contenuto, Washington poteva sostenere Kiev senza mettere in discussione il proprio equilibrio di scorte. Ma quando gli Emirati dichiarano di aver subito migliaia di attacchi e quando Bloomberg Intelligence stima l’impiego di centinaia, se non di mille intercettori PAC-3, allora il problema non è più teorico. Diventa industriale, operativo e politico.

Sul piano militare il nodo è evidente. La difesa aerea non si improvvisa. E non basta promettere nuove produzioni se l’aumento della capacità richiederà anni. L’industria americana può triplicare gli obiettivi sulla carta, ma tra annuncio e disponibilità reale passa un tempo che la guerra non concede. Per questo i timori europei sono fondati: se Washington deve proteggere i propri assetti e quelli dei partner del Golfo, l’Ucraina rischia di essere servita per seconda, o comunque in misura inferiore al necessario.

Mosca osserva e incassa

Dal punto di vista russo, la crisi è quasi ideale. L’aumento del prezzo del petrolio rafforza le entrate energetiche di Mosca proprio mentre l’attenzione occidentale rischia di disperdersi. È il doppio dividendo geopolitico della guerra con l’Iran. Da un lato, il Cremlino beneficia di mercati energetici più tesi e redditizi. Dall’altro, può sperare che la saturazione strategica americana rallenti il flusso di armi verso Kiev e apra nuove finestre operative sul terreno.

Non è un caso che Antonio Costa e Friedrich Merz insistano sul pericolo di una distrazione occidentale. Perché la Russia non ha bisogno che l’Occidente abbandoni formalmente l’Ucraina. Le basta che il sostegno diventi più lento, più costoso, più controverso. In guerra, spesso, non decide solo la quantità degli aiuti, ma la loro regolarità. E proprio su questo terreno la nuova crisi mediorientale può produrre i danni maggiori: interruzioni, ritardi, riallocazioni, esitazioni politiche.

La fragilità della garanzia americana

Le parole del generale NATO servono anche a coprire un’altra verità scomoda: il sostegno occidentale all’Ucraina continua a dipendere in modo eccessivo dalla volontà politica americana e dalla centralità dell’industria bellica statunitense. Il programma PURL ha tamponato il problema, consentendo agli europei di acquistare materiale americano per poi trasferirlo a Kiev. Ma questa soluzione conferma, più che risolvere, la dipendenza strutturale dell’Europa.

Il timore espresso da funzionari europei e atlantici è dunque fondato: se Trump decidesse di piegare ulteriormente gli accordi alle proprie priorità politiche, o se il Pentagono dovesse privilegiare in modo più netto il Medio Oriente, l’Ucraina si troverebbe esposta in una fase particolarmente delicata. Ecco perché la richiesta finlandese di un pilastro industriale europeo e ucraino non è una semplice formula burocratica. È il riconoscimento tardivo di una realtà: l’Europa non può sostenere una guerra lunga contro la Russia se resta dipendente, nei nodi decisivi, dalle scorte, dai tempi e dalle scelte di Washington.

Una crisi industriale prima ancora che diplomatica

La questione, in fondo, non è solo strategica. È anche geoeconomica. Le guerre contemporanee si combattono con i missili, ma si vincono o si perdono anche nelle catene di produzione, nella capacità di sostituzione delle perdite e nella tenuta della base industriale. Se i prezzi dei sistemi americani raddoppiano, se la produzione resta insufficiente e se ogni nuova crisi apre una gara globale per le stesse munizioni, allora il problema dell’Ucraina non è più solo ricevere aiuti, ma inserirsi in una competizione mondiale per risorse scarse.

Questo significa che il conflitto con l’Iran sta accelerando una verità che l’Europa ha troppo a lungo evitato: la difesa del continente non può poggiare soltanto sull’acquisto di sistemi americani in un mercato sotto stress. Serve una capacità produttiva autonoma, rapida, integrata e politicamente protetta. Altrimenti ogni escalation esterna, dal Golfo a Taiwan, finirà per sottrarre aria al fronte ucraino.

Il secondo fronte che cambia il primo

La NATO continua dunque a dire che il sostegno a Kiev non vacillerà. Ed è comprensibile: non può dire altro. Ma sul piano reale la guerra con l’Iran ha già modificato il contesto della guerra in Ucraina. Ha reso più costosa la difesa aerea, più incerta la pianificazione delle forniture, più esposta l’Europa alle oscillazioni delle priorità americane e più forte la posizione relativa della Russia sul piano energetico e temporale.

Il paradosso è che nessuno, formalmente, sta abbandonando Kiev. Eppure Kiev rischia di pagare ugualmente il prezzo di una guerra combattuta altrove. È il destino dei conflitti intrecciati del nostro tempo: un missile intercettato sopra il Golfo può tradursi, qualche settimana dopo, in una centrale elettrica colpita in Ucraina. Non perché la NATO abbia cambiato linea, ma perché la storia strategica non si scrive nei comunicati. Si scrive nelle scorte, nei ritmi industriali, nelle priorità nascoste e nella brutalità della scelta implicita tra un fronte e l’altro.

FONTE: https://it.insideover.com/guerra/la-nato-promette-di-continuare-gli-aiuti-ma-la-guerra-con-liran-sta-gia-indebolendo-lucraina.html

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