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Quello sconosciuto “anello” della Repubblica. “Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro” nella ricostruzione di Aldo Giannuli


Di Antonella Beccaria

Per lungo tempo sembrò poco più di un parto di fantasia. Eppure oggi si può dire non solo che è esistito davvero, ma che i suoi uomini hanno avuto ruoli in alcune vicende di primo piano nella storia della prima Repubblica. Si parla del libro di Aldo GiannuliIl noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro (Marco Tropea Editore) e di un apparato conosciuto anche con il nome di Anello, un servizio segreto “ufficioso” fondato nella fase calante della seconda guerra mondiale dal potente generale Mario Roatta e poi sopravvissuto ai riassetti – talvolta solo di facciata – degli apparati dello Stato dopo la fine del fascismo.
Notizie – o frammenti di esse – che ne parlano si rintracciano nelle indagini del giudice Guido Salvini su Piazza Fontana e in qualche commissione parlamentare. E poi ci sono i faldoni del Viminale, quelli scoperti nel 1996, oltre inchieste che hanno portato a processi come quelli per la strage di piazza della Loggia, a Brescia, del 28 maggio 1974. In tutto questo materiale documentale – disponibile anche negli archivi di Stato maggiore, dei ministeri o dei servizi segreti – ecco che emerge una struttura d’intelligence che avrà una proposta “testa”: quella di Giulio Andreotti, che condivideva l’informazione con uno sparuto gruppo di politici nazionali, tra cui Aldo Moro e Bettino Craxi.

L’autore del libro, Aldo Giannuli, riunisce in questo lavoro le risultanze delle consulenze condotte per le procure e un quindicennio di studi. E ne esce una spy story degna di questo nome. Peccato che non di fantasia dello scrittore si tratti. Si tratta invece di tentati colpi di Stato, come quello di Junio Valerio Borghese, di nazisti protetti, di “vicende eccellenti”, come il caso Moro, il rapimento dello statista democristiano sequestrato a Roma dalle Brigate Rosse e assassinato dopo cinquantacinque giorni di prigionia.
Ma si racconta anche di massoneria, di Vaticano e degli scontri consumatisi al suo interno, di una finanza disinvolta che ha condotto a crac in giro per il mondo. E di mafia, dimostrando che la parola “trattativa” è stata a lungo un tabù, qualcosa da non pronunciare, ma è un fattore tutt’altro che recente e tutt’altro che solitario nella vita politica dell’Italia. E così è stato almeno dagli anni Cinquanta e dal trionfo della logica delle correnti all’interno della Democrazia Cristiana. Anche questa volta dobbiamo tributarne il “merito” a un politico, sempre lo stesso, il Divo Andreotti.
Il noto servizio, Giulio Andreotti e il Caso Moro di Aldo Giannuli
Marco Tropea Editore – Collana Saggi
Isbn 9788855801799
350 pagine – € 18
(Questo articolo è stato pubblicato sul numero di ottobre 2011 del mensile La voce delle voci)

Quel mistero sulla morte di Moro: "Prigioniero in un'ambasciata vicino via Caetani"


Di Cristina Verdi
Dalla desecretazione degli atti della Commissione Parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, che si è conclusa lo scorso dicembre emergerebbe una nuova sconcertante verità su uno degli omicidi che ha segnato la storia d’Italia.
Il presidente della Democrazia Cristiana, rapito da un commando delle Brigate Rosse in via Fani il 16 marzo del 1978 ed ucciso dagli stessi terroristi rossi dopo 55 giorni di prigionia, potrebbe aver trascorso gli ultimi giorni della sua vita nella cantina di un’ambasciata del centro di Roma, proprio nelle vicinanze di via Caetani, dove fu fatto ritrovare il corpo del politico democristiano.
Secondo le carte e le dichiarazioni ottenute dalla Commissione, e raccolte dall’Huffington Post, nel sequestro Moro potrebbe esserci stato il coinvolgimento di un Paese straniero. Ad affermarlo sono diverse persone informate sui fatti, da monsignor Fabio Fabbri, amico di Don Cesare Curioni, cappellano delle carceri e vicino a Papa Paolo VI, fino a politici e magistrati. Fu proprio Curioni a confessare a monsignor Fabbri che il giorno del ritrovamento di Moro, i pantaloni del politico erano sporchi di terriccio. Lo stesso che, secondo Don Curioni, si trovava nella cantina di una rappresentanza diplomatica, ora non più attiva, non lontana da via Caetani.
All’epoca nel quadrante si trovavano l’ambasciata argentina e cilena presso la Santa Sede e la residenza dell’ambasciatore del Brasile, che ancora adesso ha sede in Palazzo Caetani. A paventare il coinvolgimento di un’ambasciata straniera nel sequestro era stato anche Ugo Pecchioli, esponente del Pci. Un’informazione, questa, annotata all'epoca dalla giornalista Sandra Bonsanti e finita sotto la lente d’ingrandimento della Commissione. Pecchioli però parlò dell’ambasciata Cecoslovacca, che a quei tempi non si trovava nella zona di via delle Botteghe Oscure, ma nella parte nord della città. Anche la brigatista Fulvia Miglietta, secondo l’Huffington Post, all’inizio degli anni ’80 avrebbe confessato al magistrato Luigi Carli che Moro sarebbe stato tenuto prigioniero in un luogo non lontano da quello in cui fu poi ritrovato il cadavere. Un particolare, questo, appreso durante una riunione di alcuni aderenti al gruppo terrorista e in linea con quanto sussurrato in casa propria anche dal sottosegretario Nicola Lettieri, che nei giorni del sequestro era a capo del comitato di crisi del ministero dell’Interno.
Secondo le dichiarazioni rese alla Commissione nel 2017 dal figlio, il professor Gaetano Lettieri, il sottosegretario in più di un’occasione avrebbe confessato che sulla prigione di Moro “ci eravamo seduti sopra”. Ma quale ambasciata straniera avrebbe avuto interesse a collaborare con i terroristi? E perché? Le risposte non sono ancora arrivate dalle indagini della Commissione parlamentare. Ma se queste informazioni fossero confermate, a distanza di quarantun’anni si aprirebbe uno scenario nuovo e ancora più inquietante sulla morte del politico della Dc.

Caso Moro, l'ex boss Raffaele Cutolo: 'Lo potevo salvare ma fui fermato da dei politici, diversamente da come accade con Cirillo'


Di Salvatore Santoru

Nel 2016 l'ex 'super boss' della camorra Raffaele Cutolo aveva fatto delle dichiarazioni molto interessanti sul caso Moro, caso tutt'ora ricco di misteri irrisolti. Le frasi del fondatore della 'Nuova Camorra Organizzata' sono state recentemente rese note dal Mattino. 


Come riporta l'Huff Post, in un verbale inedito di un interrogatorio Cutolo dichiarò che ebbe un decisivo ruolo nella liberazione dell'assessore Ciro Cirillo, rapito nel 1981 dalle Brigate Rosse guidate da Giovanni Senzani. 

Inoltre, lo stesso ex boss affermò che avrebbe potuto aiutare la liberazione di Aldo Moro ma che ciò gli fu impedito da dei politici. 

Per approfondire sulla vicenda, di seguito un video di febbraio 2019 del giornalista Sandro Rutolo per 'Fan Page' dedicato alla vicenda.



I MISTERI DEL CASO MORO

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Di Roberto Tartaglione

L'agguato

 
La verità "processuale" ha accertato quali brigatisti hanno partecipato all'operazione in Via Fani per rapire Aldo Moro. Ma quel giorno, all'operazione parteciparono (almeno!) altre due persone. Su una grossa moto infatti c'erano due uomini che fiancheggiavano il commando brigatista. Quando poco prima dell'azione passa un piccolo scooter con a bordo l'ingegner Marini, testimone oculare del fatto, i due uomini gli sparano una raffica di mitra. Lui cade dal motorino e si nasconde.
Di questi due uomini non si sa nulla: mai trovate le armi, spariti i bossoli dei colpi sparati, negata la loro presenza dai brigatisti arrestati.
Nel 2009 a un giornale arriva la lettera anonima scritta da un poliziotto prima di morire:
"Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi; con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere."



Il colonnello Guglielmi è un funzionario dei Servizi Segreti che la mattina del 16 marzo era proprio in via Fani, il luogo del rapimento. Interrogato sul motivo della sua presenza sul luogo della strage dichiara che stava andando a pranzo a casa di un amico.
Il "comitato speciale" e la P2

Nel Comitato Speciale voluto da Cossiga per gestire "l'affare Moro" quasi tutti i componenti (generali, dirigenti dei servizi segreti, collaboratori) erano membri della P2, la loggia massonica che, parecchi anni dopo, sarebbe stata scoperta e giudicata eversiva.
La P2 era in sostanza un organismo segreto che aveva come sua ragion d'essere impedire che il Partito Comunista prendesse il potere e favorire la deriva autoritaria o fascista dello Stato. Il suo capo (Gran Maestro) era Licio Gelli.


Il covo di Via Gradoli
Uno dei "covi" delle Brigate Rosse, forse il più importante a Roma, quello più frequentato da Mario Moretti, capo delle BR, era in Via Gradoli 96.
Ora, a parte la stranezza che un gruppo di terroristi stabilisca il suo covo in un edificio in cui quasi tutti gli appartamenti sono di proprietà dei Servizi Segreti italiani; a parte la sorpresa nello scoprire che in un appartamento vicino al covo abita un compaesano di Mario Moretti e suo ex compagno di scuola (il rischio di essere riconosciuto è altissimo); a parte che nell'appartamento di fronte al covo vive Lucia Mokbel, sorella di Gennaro Mokbel, imprenditore di estrema destra coinvolto in scandali di ogni genere, in rapporti poco chiari sia con i servizi segreti sia con la banda della Magliana; a parte queste stranezze su via Gradoli ci sono un mare di misteri.
1
 - Subito dopo il rapimento il palazzo di Via Gradoli viene perquisito dalla polizia (una segnalazione, forse). Tutti gli appartamenti vengono perquisiti. Tutti escluso uno! Quando la polizia ha bussato alla porta del covo BR infatti
nessuno ha risposto e gli agenti sono andati via.
2
 - Romano Prodi (che in futuro diventerà Presidente del Consiglio) dichiara che in una seduta spiritica in cui si chiedevano informazioni sulla prigione di Aldo Moro, è uscito il nome "Gradoli". La polizia organizza allora una intera giornata di perquisizioni in un paese non lontano da Roma che si chiama appunto Gradoli. La moglie di Moro chiede alla polizia se a Roma non ci sia una strada che si chiama Gradoli, ma la polizia risponde di no. La perquisizione del paese di Gradoli, naturalmente, non dà nessun risultato.
3 - Il giorno 18 aprile la signora che abitava in via Gradoli al piano di sotto rispetto all'appartamento dei brigatisti, chiama i pompieri. Dal piano di sopra arriva infatti una infiltrazione d'acqua. I pompieri entrano nell'appartamento e scoprono che in bagno la doccia è stata "dimenticata" aperta. Con l'aiuto di una scopa il getto d'acqua della doccia è indirizzato proprio verso una fessura nel muro, in modo tale che l'acqua vada direttamente al piano di sotto.
Nel covo BR vengono trovate armi, volantini, soldi.
La notizia della scoperta del covo viene subito diffusa e quindi i brigatisti che tornavano tutte le sere in quell'appartamento sono riusciti a scappare.
Il falso comunicato n. 7

Lo stesso giorno in cui viene "scoperto" il covo di Via Gradoli, arriva il comunicato n. 7 delle Brigate Rosse.
Secondo il comunicato Moro è stato ucciso e il suo corpo gettato nel lago della Duchessa, un lago ghiacciato su una montagna tra Lazio e Abruzzo, a 1700 metri di altezza.
Il comunicato è evidentemente falso: diversa la lunghezza, diverso lo stile, diversa la grafica del foglio. Ma la polizia passa un'intera giornata a scandagliare il fondo del lago.


In seguito si scoprirà che il falso comunicato è stato "costruito" da un falsario, Antonio Chichiarelli, membro della malavita romana con grosse relazioni con la banda della Magliana, con la mafia e con i servizi segreti.
Steve Pieczenik, agente della Cia e membro del Comitato Speciale di Cossiga, dichiara che il falso comunicato è stato ideato da lui in collaborazione con lo stesso Cossiga, per valutare le reazioni dell'opinione pubblica alla notizia della morte di Moro. Più probabilmente la contemporaneità fra la "scoperta" del covo di Via Gradoli e l'annuncio del lago della Duchessa fa pensare alla volontà di impegnare le forze dell'ordine per permettere qualche spostamento delle BR in un momento di scarsi controlli.
Antonio Chichiarelli, pochi anni dopo, è il capo di una banda che farà una grandiosa rapina alla Brink's Sekurmark di Roma. La rapina frutta l'enorme cifra di 35 miliardi di lire. C'è chi sostiene che la relativa facilità con cui Chichiarelli porta a termine il colpo sia  "il premio" che i servizi segreti gli danno per l'aiuto avuto ai tempi del rapimento Moro. Comunque nel 1984 Chichiarelli viene assassinato e i responsabili dell'omicidio non sono mai stati scoperti.
Il vero comunicato n. 7 arriva il 20 aprile.



La prigione di Moro e le dichiarazioni dei brigatistiTutti i brigatisti catturati hanno sostanzialmente ammesso le loro colpe, si sono presi la responsabilità del delitto e hanno perfino dichiarato di considerare ormai chiuso il periodo della "lotta armata". Ma nonostante questo, ancora oggi (che molti di loro o sono tornati liberi o sono in "regime di semilibertà") nessuna loro dichiarazione ha permesso di chiarire definitivamente alcuni punti.
Chi ha sparato realmente ad Aldo Moro?
In un primo momento si è autoaccusato Prospero Gallinari; poi Mario Moretti ha detto di essere stato lui a premere il grilletto, e infine anche il brigatista Maccari ha dichiarato di aver sparato alcuni colpi.
Dove è stato realmente tenuto prigioniero Moro?
La verità "processuale" indica il covo BR in Via Montalcini, a Roma. Eppure sul corpo di Moro sono state trovate tracce che indicherebbero la permanenza in un posto di mare (ma i brigatisti dichiarano di aver sprizzato acqua salata sul corpo di Moro proprio per depistare le indagini). E la mattina del 9 maggio 78, è possibile che i brigatisti abbiano trasportato in macchina il corpo di Moro da Via Montalcini fino in Via Caetani, in pieno centro a Roma, rischiando di essere fermati a uno dei tanti posti di blocco della polizia?
Perché le BR non hanno diffuso tutte le carte con le dichiarazioni fatte da Moro durante il "processo del popolo"?
Nei loro comunicati in effetti promettevano di non tenere nascosto niente. Mario Moretti dice che i nastri registrati sono stati distrutti e che loro stessi non si rendevano conto dell'importanza di alcune dichiarazioni. Per questo molto materiale è andato disperso.
Chi ha partecipato alla strage di Via Fani?
I brigatisti hanno ammesso solo la partecipazione di quelle persone che erano già state arrestate. Su altri partecipanti, che pure dovevano esserci, nessuna rivelazione.

Le carte di Moro e il covo di Via Montenevoso

Dopo la morte di Moro, nell'ottobre del 1978, le forze dell'ordine antiterrorismo, guidate dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, scoprono un covo BR in Via Montenevoso, a Milano. All'interno decine di fotocopie, pagine dattiloscritte degli interrogatori di Moro. Alcune di queste pagine spariscono, altre vengono pubblicate. Gli originali però non si trovano e comunque si ha l'impressione che dietro quegli scritti si nascondano altri misteri.
Incredibilmente, 12 anni dopo, quando un nuovo proprietario dell'appartamento di Via Monte Nevoso lo fa ristrutturare, dietro un pannello di gesso sotto la finestra, vengono ritrovate altre carte: si tratta dei manoscritti del memoriale Moro, in parte uguali ai dattiloscritti trovati nel 78, in parte "nuovi". Anche stavolta però è chiaro che le pagine più rilevanti mancano.
Esistono gli originali? Esistono i nastri con le registrazioni di quello che Moro ha detto? Nessuno può rispondere con sicurezza. È certo che chiunque si sia avvicinato troppo all'originale del memoriale è morto.
Morto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ("ufficialmente" assassinato dalla mafia nel 1982). Morto il giornalista Mino Pecorelli che aveva annunciato rivelazioni sensazionali sul memoriale (assassinato il 20 marzo del 1979). Morto a luglio dello stesso anno anche il generale Varisco che probabilmente di Pecorelli era informatore.

La figura di Mario Moretti
Mario Moretti è stato spesso indicato come il "capo delle Brigate Rosse". In una intervista lui ha tenuto a precisare che era solo un dirigente e che nelle BR non c'era una struttura gerarchica e quindi non c'era un capo.
I sospetti che si tratti di un "doppiogiochista" sono molti: ripercorrendo la storia delle Brigate Rosse infatti più volte si trovano episodi in cui quando appare Mario Moretti alle sue spalle ci sono i Servizi Segreti. Ma non solo complottisti o giornalisti hanno notato queste coincidenze. Lo stesso Franceschini, uno dei capi storici delle BR della prima generazione, in un suo libro lancia numerosi segnali in questo senso. E che Moretti fosse una "spia" lo dice quasi chiaramente.
Né c'è da sorprendersi troppo se si sospetta che all'interno delle BR ci fossero infiltrati.
Giovanni Galloni, importante esponente della Democrazia Cristiana fra gli anni 50 e 70, rivela che lo stesso Moro, prima del suo rapimento, gli aveva confessato la sua perplessità sul fatto che la Cia avesse all'interno delle BR anche dei suoi uomini.
Moretti del resto era uno di quelli che ruotavano intorno alla scuola di lingue Hyperion, a Parigi. Scuola di lingue che, si è poi scoperto, era la copertura di una delle centrali di spionaggio fra le più importanti d'Europa, in cui confluivano gli interessi di Cia, Kgb, Mossad e di numerosi gruppi terroristici la cui esistenza poteva far gioco a chi aveva interessi a destabilizzare la situazione di alcuni paesi europei.

Tutto quanto abbiamo scritto in questa pagina non è
necessariamente quello che noi pensiamo.
Si tratta solo di elementi che inducono a sospettare che
in questo delitto le cose non siano andate così come sono state descritte.
Per quanto riguarda misteri e ambiguità, infatti,
non ci è difficile associare questo crimine ai grandi enigmi
della storia moderna e in particolare
all'omicidio Kennedy avvenuto nel decennio precedente.
Tuttavia, per un quadro molto più preciso e completo
di questa storia consigliamo vivamente il libro qui sotto:




FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.scudit.net/mdmoro_misteri.ht
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Aldo Moro fu davvero rapito in via Fani?

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Di Rita Di Giovacchino
Aldo Moro fu davvero rapito in via FaniPrendo spunto da una lettera pubblicata oggi da Il Fatto Quotidiano per rispondere all’interrogativo posto da Ugo Mattei. Primo, basilare interrogativo dei tanti che ancora avvolgono i misteri sulla fine del presidente della Democrazia cristiana.
Il professore pone “due quesiti e un dubbio”. Come mai Moro non è stato ucciso o perlomeno ferito dalla gragnuola di colpi sparati in via Fani contro la Fiat 130, come gli è stato possibile uscire illeso da quel volume di fuoco che è costato la vita ai suoi cinque agenti di scorta? E come mai, pur essendo legato da grande amicizia e affetto agli uomini che quotidianamente proteggevano la sua vita, nelle tante lettere pubbliche e private che ha scritto nei 55 giorni della sua prigionia, non parla mai del loro sacrificio cui pure avrebbe assistito prima di essere prelevato e portato via?

La logica deduzione di Mattei è che Moro non era in via Fani e non è mai salito sulla 130 crivellata dai colpi, più semplicemente è stato rapito “prima”, fatto salire su un’altra vettura da “qualcuno” che lo aveva avvisato del pericolo imminente. Aggiungo, quel qualcuno che doveva avere il volto rassicurante di un uomo delle istituzioni. Diversamente da quanto afferma il professore la questione è stata posta più volte nel corso delle indagini, pur essendo talmente imbarazzante per le soluzioni che sottendeva da non essere mai stata troppo divulgata. Sono quesiti e dubbi che ho coltivato anche io, come cronista presente in via Fani il 16 marzo 1978 e negli approfondimenti successivi da me fatti in articoli e libri, senza arrivare ad alcuna certezza e tuttavia collezionando vari tasselli che ora cercherò di mettere in fila.
Qualora fosse esatta l’ipotesi di Mattei,  il “vero” rapimento di Aldo Moro non può che essere avvenuto nella chiesa di Santa Chiara dove attorno alle 8 quella mattina il presidente si era recato prima di dirigersi a Montecitorio per affrontare la prova più importante della sua vita politica: il varo di un governo con l’appoggio esterno del Pci che dava vita a quel “compromesso storico” che era stato (negli ultimi tempi) il suo obiettivo primario. La testimonianza (da me raccolta quel giorno) di una signora che – affacciata alla finestra della sua casa in via Fani – si disse convinta di aver visto Moro scendere dalla Fiat 130 mi impedisce di accettare in toto tale ipotesi, anche se non l’ho mai scartata del tutto ben sapendo quanto poco siano attendibili le testimonianze di persone che si trovano ad assistere ad eventi tanto devastanti.
Ma nella chiesa di Santa Chiara qualcosa di molto importante quel giorno è successo, ne sono certa. Lo prova il fatto che il caposcorta – il maresciallo Oreste Lonardi  decise di imboccare proprio il percorso che conduceva in via Fani, che pure non era il più logico e neppure il più rapido per arrivare in centro, cadendo nel tranello di passare proprio dove l’agguato era stato preparato nei giorni precedenti e dove erano già ad attendere Moro una ventina o più di killer tra cui “anche” alcuni brigatisticome ha scritto di recente la commissione di Giuseppe Fioroni nella relazione finale. Quel “anche” basta a far capire il ruolo subalterno dei terroristi delle Brigate rosse rispetto ad altre entità presenti sul posto.
Ma ciò conferma anche che quel “qualcuno” – che potrebbe aver prelevato Moro nella chiesa di Santa Chiara e/o aver ordinato al maresciallo Lonardi di passare in via Fani – non poteva che essere un suo diretto superiore, ben conosciuto dal responsabile della scorta di Moro che non avrebbe mai consegnato il presidente a chi si fosse presentato con un semplice distintivo e neppure avrebbe mutato il percorso che come sempre decideva all’ultimo momento senza neppure anticiparlo ai suoi uomini.  Ho molto elucubrato su quale argomento possa essere stato usato per convincere Lonardi e alla fine mi sono convinta che possa essere stato l’allarme lanciato da Radio Città futura pochi minuti prima con cui si annunciava la possibilità che Moro potesse essere rapito, spacciato dal “qualcuno” come conferma di voci raccolte in ambienti estremisti.

Paolo Gentiloni: "L'uccisione di Aldo Moro pesa sulla coscienza della Repubblica"

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"Quaranta anni fa le Brigate rosse lasciavano in via Caetani il cadavere di Aldo Moro. L'Italia rende omaggio alla memoria di un vero statista. La sua visione politica e culturale ha segnato il nostro Novecento. La sua uccisione pesa sulla coscienza della Repubblica". Lo scrive su Twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, nell'anniversario del ritrovamento del corpo di Aldo Moro.

40 anni fa le BR lasciavano in via Caetani il cadavere di L'Italia rende omaggio alla memoria di un vero statista. La sua visione politica e culturale ha segnato il nostro Novecento. La sua uccisione pesa sulla coscienza della Repubblica

Tutto quello che non torna nella morte di Aldo Moro

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Di Luca Longo
http://www.linkiesta.it

Via Caetani. Le BR telefonano al professor Tritto il 9 maggio alle 12:30 per indicare dove si trova il corpo di Moro. Negli interrogatori successivi diranno di aver lasciato la Renault 4 rossa col cadavere fra le 7:00 e le 8:00 della mattina. L’autopsia rivela che la morte si colloca tra le 9:00 e le 10:00 della mattina stessa. Non si capisce perché attendere oltre quattro ore tra l’abbandono dell’auto e la telefonata. Alcune testimonianze diranno di aver notato la Renault parcheggiata solo a partire dalle 12:30 e non prima. Informatori e infiltrati. La Commissione Moro ha più volte constato che le BR sono state oggetto di un attento e prolungato monitoraggio da parte degli apparati di sicurezza. Lo confermano, fra le tante prove, la lettera scritta da Duccio Berio nel 1972 al suocero Alberto Malagugini in cui riferisce dei contatti con un appartenente al SID che gli propose di infiltrarsi nelle BR; la vicenda dell’infiltrato Silvano Girotto che nel 1974 fece scattare la trappola per Curcio e Franceschini; l’audizione del giudice Pietro Calogero, che conferma “resoconti periodici di informatori infiltrati” nelle Brigate Rosse e in altre formazioni dell’estremismo di sinistra. Anche se è ragionevole pensare che, dopo la cattura dei vertici delle BR grazie a Girotto, i brigatisti abbiano rafforzato le cautele per evitare ulteriori infiltrazioni, non può non sorprendere che il flusso informativo si sia inaridito proprio nella fase precedente il sequestro di Aldo Moro.

Via Montenevoso, Milano. Il 1 ottobre 1978 i carabinieri di Carlo Alberto Dalla Chiesa pedinano il brigatista Lauro Azzolini e trovano il covo di Via Monte Nevoso e vi scoprono alcune pagine del memoriale con le trascrizioni degli interrogatori. Il covo viene perquisito per cinque giorni e vi vengono posti i sigilli. Il Senatore Sergio Flamigni, parlando in carcere con Azzolini e Bonisoli, viene a sapere che nel covo avrebbe dovuto trovarsi la trascrizione completa degli interrogatori. Nel 1986 e nel 1988 Flamigni chiede al magistrato competente Ferdinando Pomarici di riaprire il covo e cercare meglio, ma viene rassicurato sul fatto che il covo è stato “scarnificato”.
Un’altra manina. Le carte di Moro ritrovate durante il blitz a Via Montenovoso vengono prelevate e fotocopiate prima della verbalizzazione da parte della Magistratura e poi riportate nel covo, per essere consegnate la sera stessa al generale dalla Chiesa. La seconda sezione civile della Corte d’Appello del Tribunale di Milano, ha stabilito che il colonnello Umberto Bonaventura del SISDE entra nel covo durante la perquisizione e porta via le carte, restituendole dopo qualche ora, visibilmente assottigliate.
Di nuovo in via Montenevoso. Il 9 ottobre 1990 il proprietario dell’appartamento incarica un muratore di ristrutturarlo. Si scopre che i sigilli posti nel 1978 sono stati rotti. Il muratore toglie sotto una finestra quattro chiodi e un pannello di cartongesso e scopre uno vano contenente un mitra Tokarev avvolto in un giornale del 1978, 60 milioni in contanti, pistole, detonatori e 229 pagine fotocopiate del memoriale Moro. Ma mancano ancora diverse pagine, fino ad ora mai ritrovate.
Carmine Pecorelli. Il fondatore dell’agenzia di stampa OP-Osservatore Politico, diventata rivista settimanale proprio nel marzo del 1978, deve la sua fama (e la sua morte) alle sibilline “profezie” che pubblica. Queste sono frutto di notizie provenienti dalla sua rete di contatti nella politica, nella loggia P2 (di cui fa parte), nei vertici dei Carabinieri e nei servizi segreti.
OP prima. Il 15 marzo, il giorno prima del sequestro, pubblica un articolo che - citando le Idi di marzo e collegandole con il giuramento del governo Andreotti - fa riferimento a un nuovo Bruto.
OP durante. Durante il sequestro è il primo a dichiarare la falsità del Comunicato n. 7. Rivela che all’interno delle BR ci sono due fazioni, i trattativisti e quelli che vogliono uccidere il Presidente DC ad ogni costo, che “gli autori della strage sono dei professionisti addestrati in scuole di guerra del massimo livello” e non sono gli stessi che tengono prigioniero Moro. E’ il primo a notare che in Via Gradoli tutte le prove che si tratta di un covo sono in bella vista per essere sicuri che non possano sfuggire anche al pompiere più distratto.
Altri bersagli privilegiati di Pecorelli sono Giulio Andreotti, di cui descrive ad esempio i rapporti con cosa nostra, l’imprenditore Nino Rovelli o l’agente del SID Mario Giannettini, o il tentativo di corruzione proposto dal braccio destro di Andreotti, Franco Evangelisti, per convincere lo stesso Pecorelli a tacere (30 milioni di lire, prestati da Caltagirone).
OP dopo. Dopo il sequestro, Pecorelli scrive che il "generale Amen" (il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa) avrebbe informato il ministro dell'Interno Francesco Cossiga dell'ubicazione del covo in cui era prigioniero. Ma Cossiga non avrebbe "potuto" far nulla poiché obbligato verso qualcuno o qualcosa. Il generale Amen, sostenne Pecorelli nel 1978, sarà ucciso (profezia poi avveratasi nel 1982) proprio a causa dalle lettere di Moro.
Pecorelli pubblica su OP anche alcuni documenti inediti sul sequestro, comprese tre lettere inviate alla famiglia e dimostra di conoscere l’esistenza del Memoriale mesi prima della prima parte del suo ritrovamento. Ha evidentemente scoperto alcune verità scottanti, tanto che profetizza anche il suo stesso assassinio. Anche questa profezia si avvera il 20 marzo 1979, esattamente un anno dopo il rapimento Moro e la prima uscita di OP. Ma esattamente il giorno stesso in cui Sandro Pertini avvalla la nascita del quinto governo Andreotti. Il pentito Buscetta dichiarerà che è stato ucciso dalla Mafia con la manovalanza della Banda della Magliana per “fare un favore ad Andreotti”, preoccupato per certe informazioni sul caso Moro.
Hyperion. Il primo a parlare di una centrale eversiva a Parigi è Giulio Andreotti su “Il Mondo” nel 1974: «Sono tutt’ora convinto che una centrale fondamentale, che dirige l’attività dei sequestri politici per finanziare i piani d’eversione e che coordina lo sviluppo terroristico su scala anche europea, si trova a Parigi».
Proprio in quell’anno si sfalda il gruppo estremista guidato da Duccio Berio, Vanni Mulinaris, Corrado Simioni, Renato Curcio, Alberto Franceschini e Mario Moretti allo scopo di «contribuire alla crescita politica delle masse e alla trasformazione dello scontro in lotta sociale generalizzata». Gli ultimi tre entrano a fare parte delle Brigate Rosse, mentre i primi tre si spostano proprio a Parigi (la Francia riconosce facilmente lo status di rifugiato politico) e danno vita alla scuola di lingue Hyperion (in Quai de la Tournelle, 27).
Alberto Franceschini in Commissione Stragi riferirà che i tre fondatori di Hyperion erano in disaccordo con l'impostazione dei leader storici delle BR guidati da Curcio e Franceschini. Questi consideravano troppo violento il gruppo originale della scuola parigina (soprannominato "Superclan", ovvero "superclandestino"). I vertici di Hyperion avrebbero mantenuto un legame speciale, invece, con Moretti che faceva parte del Superclan. Questo legame si rafforza proprio dopo l’8 settembre 1974, giorno della cattura dei capi brigatisti Curcio e Franceschini. A quel punto, l’oltranzista Moretti rimane l'unico tra i capi storici brigatisti in libertà.
Durante i 55 giorni, Hyperion di Parigi era strettamente collegata con una scuola francese di lingue con sede a Roma in piazza Campitelli, a 150 metri da via Caetani, la via dove sarà rinvenuto il 9 maggio 1978 il corpo di Moro. Il mese precedente il sequestro Moro, Hyperion aveva aperto a Roma un ufficio di rappresentanza in via Nicotera 26 (nello stesso stabile dove si trovano alcune società coperte del SISMI); lo stesso ufficio viene chiuso subito dopo il sequestro.
Corrado Simioni. L’ambiguo fondatore di Hyperion non gode della fiducia di molti estremisti per una serie di comportamenti ambigui culminati proprio con l’arresto di Curcio e Franceschini. Simioni, dopo essere stato espulso da PSI nel 1965 per “condotta immorale”, si trasferisce a Monaco di Baviera ma nel 1967 ritorna a Milano dove lavora per la Mondadori, ma anche per l’USIS (United States Information Service), diretta emanazione della CIA. La sede romana dell’USIS si trova al numero 32 di via Caetani, quasi di fronte al punto in cui sarà parcheggiata la Renault rossa con il corpo di Moro.
Fra le varie ambiguità che portano il nucleo storico e moderato delle BR a dubitare di Simoni c’è il fatto che nel settembre 1970 fornisce a Maria Elena Angeloni e Giorgio Christou Tsikouris esplosivo e timer per compiere un attentato all’ambasciata USA di Atene. L’ordigno esplode anzitempo e i due muoiono.
L’esplosivo e il timer dell’attentato di Atene sono identici a quelli che nel 1972 uccidono Giangiacomo Feltrinelli, proprio mentre sta piazzando un ordigno su un traliccio dell’Enel nelle campagne di Segrate.
Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione Stragi per 7 anni, scrive che Hyperion in realtà era il punto d'incontro tra i servizi segreti delle nazioni contrapposte nella Guerra Fredda, necessario nella logica di conservazione degli equilibri derivanti dagli accordi di Yalta. Hyperion quindi sarebbe stato un mezzo per azioni comuni contro eventuali sconvolgimenti dell'ordine stabilito a Yalta. Proprio la politica di apertura al PCI attuata da Moro, poteva considerarsi una minaccia degli stessi equilibri politici consolidatisi fino a quel momento.
Steve Pieczenik. Dopo via Fani Cossiga si fa affiancare da un esperto statunitense: Steve Pieczenik, assistente del Sottosegretario di Stato e Capo dell'Ufficio gestione del terrorismo internazionale del Dipartimento di Stato USA. Ventotto anni dopo, Pieczenik rivela di aver deciso di creare il falso comunicato n. 7, e di aver spinto le Brigate Rosse a uccidere Moro, con lo scopo di delegittimarle, quando ormai era chiaro che i vertici del governo non volevano fosse liberato.
Il ruolo giocato nel sequestro e nell’omicidio, Pieczenik lo descrive benissimo da solo durante una intervista del 2006: «Capii subito quali erano le volontà degli attori in campo: la destra voleva la morte di Aldo Moro, le Brigate rosse lo volevano vivo, mentre il Partito Comunista, data la sua posizione di fermezza politica, non desiderava trattare. Francesco Cossiga, da parte sua, lo voleva sano e salvo, ma molte forze all'interno del paese avevano programmi nettamente diversi, il che creava un disturbo, un'interferenza molto forte nelle decisioni prese ai massimi vertici. [...] Bisognava evitare che i comunisti di Berlinguer entrassero nel governo e, contemporaneamente, porre fine alla capacità di nuocere delle forze reazionarie e antidemocratiche di destra. Allo stesso tempo era auspicabile che la famiglia Moro non avviasse una trattativa parallela, scongiurando il rischio che Moro venisse liberato prima del dovuto. Ma mi resi conto che, portando la mia strategia alle sue estreme conseguenze, mantenendo cioè Moro in vita il più a lungo possibile, questa volta forse avrei dovuto sacrificare l'ostaggio per la stabilità dell'Italia»… «Mi rincresce per la morte di Aldo Moro; chiedo perdono alla sua famiglia e sono dispiaciuto per lui, credo che saremmo andati d'accordo, ma abbiamo dovuto strumentalizzare le Brigate rosse per farlo uccidere. »
Conclusioni (?)
In conclusione, non ho nuove risposte da proporre, o nuove originali tesi da discutere. Questo è solo un breve elenco delle principali lacune e contraddizioni che ancora lasciano nell’ombra quello che è veramente successo in quei 55 giorni che ex brigatisti e Istituzioni dichiarano completamente chiariti.
Da Via Fani in poi, nella migliore tradizione italiana, i depistaggi ad opera di chi voleva nascondere la verità si sono mescolati inestricabilmente agli errori in buona fede, alla cialtroneria di apparati dello Stato, alle invenzioni di persone malate di protagonismo, alle fantasiose teorie dei complottisti per partito preso, pronti a giurare che sotto qualsiasi vicenda oscura ci sia lo zampino degli eterni cattivi del ‘900: i servizi segreti - deviati o stranieri - la P2, la mafia, la banda della Magliana e, naturalmente, Cossiga e Andreotti.
Il guaio è che questo fu il momento cruciale che avrebbe potuto portare l’Italia a camminare sulle proprie gambe affrancandosi dai blocchi contrapposti della guerra fredda. Il cammino che avrebbe portato i cittadini a scegliere ogni volta tra due proposte politiche alternative ma entrambe fondate sull’identità nazionale, sul rispetto reciproco, sugli stessi valori e sui principi della Costituzione. Troppi avevano interesse a mandare fuori strada chi stava compiendo quel cammino, e fra questi è provato che ci furono anche gli eterni cattivi del ‘900: i servizi segreti - deviati e stranieri - la P2, la mafia, la banda della Magliana e, naturalmente, Cossiga e Andreotti.

Dalla Banda della Magliana alla seduta spiritica: tutto quello che non torna nella detenzione di Aldo Moro

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Di Luca Longo
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Leggi qui la prima parte


Un altro luogo affollato. La cassa di Moro viene scaricata dal Fiat 850T e caricata su una Citroën Ami nel parcheggio sotterraneo della Standa di Via Colli Portuensi dove li aspetta Gallinari. Moretti e Gallinari diranno che ripartono sulla Citroën familiare per portare da soli la cassa di Moro nel covo di Via Montalcini mentre gli altri si disperdono. Il parcheggio di un supermercato attorno alle 10 di mattina è scelto proprio per trasferire una grossa e pesante cassa, col rischio che Moro gridi chiedendo aiuto capendo di trovarsi in un luogo affollato.

Via Montalcini, 8. Appartamento al piano terra, interno 1, 100 mq completo di giardino, garage e cantina di proprietà dei coniugi Altobelli: in realtà Anna Laura Braghetti (che lo acquista l’anno precedente con 50 milioni in contanti consegnati da Moretti) e Germano Maccari. Secondo tutti i brigatisti, Aldo Moro viene rinchiuso ininterrottamente dal 16 marzo al 9 maggio 1978 in un cubicolo 2,80 m per 1 m separato dallo studio con una parete insonorizzata e accessibile da una libreria che ruota su un cardine. Alla fine del sequestro le BR smantelleranno la parete ma Braghetti continuerà a vivere lì per ancora un anno, quando - convinta di essere seguita dalla Polizia - scapperà lasciando alla zia l’incarico di vendere “ma senza fare sconti”. La zia riesce a rivendere l’appartamento ancora per 50 milioni. Unico caso noto di un covo terrorista che non viene abbandonato ma rimane in uso per un altro anno e poi rivenduto per rientrare nelle spese.

Prigionia. Moretti sosterrà che Moro “scriveva sulle ginocchia su dei cuscini”. Per le pulizie personali “Quando occorre gli vengono portati dei catini”. “Non ha mai camminato. Si alza, si sgranchisce le gambe, ma non si è mai mosso da lì dentro”. L’autopsia accerterà l’assoluta assenza di atrofizzazione degli arti inferiori e che il corpo di Moro è in una condizione di igiene assoluta, che mal si concilia con l’affermazione di Moretti circa i catini che gli sarebbero stati concessi per le sue pulizie personali. Il Sisde, nel luglio 1979, con registrazione ambientale di una conversazione tra due brigatisti detenuti nel carcere dell’Asinara, ascolterà che Moro ottiene “tutto quello che (sic) aveva bisogno: si lavava anche quattro volte al giorno, si faceva la doccia, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva […], è stato trattato come un signore”.

Giovanni Ladu. Bersagliere di leva, nel 2008 e poi nel 2012 dichiarerà di essere stato, insieme a altri nove militari in borghese, piazzato in un appartamento adiacente all’Interno 1 per presidiare una stazione di controllo e prendere nota di chi entra e esce dall’appartamento di fronte. Curioso che si affidi una missione così delicata ad un soldato di leva. Ladu si giustifica dicendo di essere stato un membro di Gladio e prosegue dicendo che il 7 maggio arriverà l’ordine di smobilitare. Verrà indagato per calunnia dalla Procura di Roma.

E l’altra prigione? Una perizia sul leader democristiano dimostrerà che è stato tenuto prigioniero in almeno due posti diversi. È uno studio sui reperti sabbiosi rinvenuti sugli indumenti di Moro e sulle ruote della Renault rossa dove sarà trovato il corpo. Moretti sosterrà che sono collocati a bella posta nei vestiti e nelle scarpe dello statista allo scopo di depistare le indagini. Appare poco credibile che in pieno sequestro, con una città assediata e centinaia di posti di blocco, la Faranda e la Balzerani vadano a raccogliere sulle spiagge del litorale laziale “sabbia, catrame, parti di piante da mettere sui vestiti e sotto le scarpe” del sequestrato per precostituire un depistaggio che acquisterà validità solo dopo il ritrovamento del cadavere.

I vicini di casa. La banda della Magliana è come il prezzemolo: compare in tutte le vicende criminali ma anche in tutti i depistaggi. Lasciando da parte le congetture, è innegabile che numerosi esponenti abitino proprio nei pressi della prigione di Moro: Danilo Abbruciati con altri due malavitosi in via Fuggetta 59 (a 120 m dalla prigione; Danilo Sbarra e Francesco Picciotto, uomo di Pippo Calò, in via Domenico Luparelli 82, a 130 m (ma a 50 m se si passa dall’ingresso secondario); in via di Vigna Due Torri, 135 (a 150 m) abita Ernesto Diotallevi, compare di Calò. In via Montalcini 1 sorge villa Bonelli, appartenente a Danilo Sbarra, di cui Pippo Calò si serve per riciclare il denaro proveniente da attività mafiose. Se davvero le BR tengono prigioniero Moro in un luogo sotto il controllo fisico della banda della Magliana, ci si chiede se Moretti, Gallinari e la Braghetti ignorino di essere letteralmente circondati dai capi della banda o conoscono questa circostanza e hanno scelto quel posto proprio perché sanno di poter contare su una benevola protezione?

La seduta spiritica. Questo rimane il mistero più famoso: nell’ultimo quarto di secolo è stato continuamente rilanciato solo per tirare fango addosso a uno dei dodici protagonisti. Secondo i professori bolognesi, il 2 aprile del ’78 a casa Clò il piattino indicò un mare di lettere senza significato e anche parole di senso compiuto, come Bolsena e Viterbo, poi uscì anche Gradoli. La Commissione Moro, acquisita la testimonianza di tutti i partecipanti, ha concluso che è abbastanza surreale la tesi che questo sia stato un modo per segnalare il covo di Via Gradoli preferendolo a un messaggio anonimo perché quest’ultimo si sarebbe perso fra le migliaia ricevuti in quei giorni dagli inquirenti. Se ambienti dell’Autonomia bolognese o altri simpatizzanti delle BR fossero venuti a conoscenza del covo, non avrebbero avuto alcun motivo per segnalarlo collaborando con le Istituzioni. La loro posizione era riassunta nel famoso slogan “Né con lo stato, né con le BR.” E se anche avessero avuto un po’ di senso civico, piuttosto che questa messinscena sarebbe stato più furbo recapitare un messaggio anonimo con circostanze precise a persone in grado di segnalarlo ai vertici del governo o della magistratura.

Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. È lì che abitano nella primavera del 1978, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Proprio in quel palazzo diversi appartamenti erano di proprietà dei servizi segreti, intestati a società di copertura ed occupati da personaggi vicini ai servizi, alle forze dell’ordine e a informatori di polizia e carabinieri. Ma tutta la zona vede una alta densità di appartenenti ai servizi. Ad esempio al numero 89 - proprio di fronte al 96 - prima e durante il sequestro Moro abita il sottufficiale dei carabinieri Arcangelo Montani. E’ un agente del Sismi, proviene da Porto San Giorgio (quindi è un compaesano di Mario Moretti). Il regista del sequestro Moro ha trovato un posto ideale per la sua base.

La dirimpettaia. Lucia Mokbel è l’inquilina della porta accanto all’interno 11: l’appartamento numero 9, dove alloggia col convivente Gianni Diana, impiegato da un commercialista amministratore di immobili in cui figurano anche società in mano ai servizi segreti. Mokbel, di origine egiziana, figlia di un diplomatico legato ai Servizi del suo Paese e conoscente del commissario Elio Cioppa, riferirà alla polizia di strani ticchettii notturni, tipo alfabeto morse (che la Mokbel conosce), provenienti dall'appartamento brigatista.

La perquisizione. Secondo il giudice Luciano Infelisi, immediatamente dopo il sequestro le perquisizioni per individuare la prigione di Moro si concentrano su tutti i miniappartamenti ed i residence della zona. Anche Via Gradoli, 96 viene passata al setaccio solo due giorni dopo, ma all’interno 11 non risponde nessuno e gli agenti se ne vanno. «Non mi fu dato l’ordine di perquisire le case — riferirà in aula il sottufficiale Merola — Era solo un’operazione di controllo durante la quale furono identificati numerosi inquilini, mentre molti appartamenti furono trovati al momento senza abitanti e quindi, non avendo l’autorizzazione di forzare le porte, li lasciammo stare, limitandoci a chiedere informazioni ai vicini. L’interno 11 fu uno degli appartamenti in cui non trovammo alcuno. Una signora che abitava sullo stesso piano ci disse che lì viveva una persona distinta, forse un rappresentante, che usciva la mattina e tornava la sera tardi». Ma Lucia Mokbel - la signora in questione - aggiunge di aver dato il biglietto proprio ai poliziotti, perché lo consegnassero a Elio Cioppa (poi risultato iscritto alla P2). Quel biglietto non è mai stato ritrovato.

Gradoli (Viterbo). Fra le decine di migliaia di perquisizioni in tutta Italia, il 6 aprile viene effettuato anche un controllo mirato in alcune case coloniche nel comune di Gradoli (Viterbo), vicino al lago di Bolsena. L'operazione viene compiuta su segnalazione alla Direzione generale di Polizia tramite il Gabinetto del Ministro dell'Interno. Il biglietto autografo del 5 aprile, trasmesso al Capo della Polizia dal dottor Luigi Zanda Loi, capo ufficio stampa del Ministro Cossiga, contiene non parole smozzicate riferite da un piattino paranormale ma due precise indicazioni: "Casa Giovoni - Via Monreale, 11 - scala D int. 1 piano terreno - Milano" e "lungo la statale 74, nel piccolo tratto in provincia di Viterbo, in località Gradoli, casa isolata con cantina". Le perquisizioni non daranno alcun frutto.

Il falso comunicato numero 7. Le BR durante il sequestro fanno trovare 9 comunicati. Il 18 aprile, proprio il trentennale delle prime elezioni politiche che consegnarono il Paese alla DC, in Piazza Indipendenza compare il presunto comunicato numero 7. Realizzato dal falsario Antonio Chichiarelli, della Banda della Magliana, neofascista e confidente dei Servizi segreti, il falso sostiene che Moro è stato ucciso e buttato nel Lago della Duchessa, fra Lazio e Abruzzo, dove viene cercato per due giorni dai sommozzatori anche se la superficie è completamente ghiacciata.
Le BR interpretano il comunicato taroccato come un falso di Stato e un rifiuto a trattare uno scambio di Moro coi brigatisti in carcere.

La doccia. Sempre il 18 aprile, le forze dell'ordine scoprono il covo di via Gradoli, 96. Questo avviene solo per una perdita d'acqua segnalata ai vigili del fuoco. È provocata da un rubinetto della doccia lasciato aperto, appoggiato su una scopa e con la cornetta rivolta verso un muro. Mario Moretti dirà di averne avuta notizia dai giornali, che la riportano subito. Perciò non vi fa ritorno e sfugge alla cattura. La polizia, durante la perquisizione, trova anche la targa originale della 128 bianca usata per il tamponamento di via Fani. Un souvenir.

Le lettere. Moro scrive 86 lettere durante la prigionia. Sono state esaminate per 40 anni. Leonardo Sciascia per primo ipotizzerà che nascoste nelle parole di Moro ci siano indicazioni su dove si trova. «Io sono qui in discreta salute» del 27 marzo, dove indica alla moglie di essere a Roma. «mi trovo sotto un dominio pieno ed incontrollato, sottoposto ad un processo popolare che può essere opportunamente graduato» inviata a Cossiga, in cui - col senno di poi - sembra specificare che si trova in un piano basso sotto un condominio affollato ma mai controllato che potrebbe essere opportunamente perquisito, e in cui, sempre rivolto a Cossiga, avverte: «che sono in questo stato avendo tutte le conoscenze e sensibilità che derivano dalla lunga esperienza, con il rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potrebbe essere sgradevole e pericolosa in determinate situazioni.» A buon intenditor…

Via Gradoli 96, interno 11, secondo piano. È lì che abitano nella primavera del 1978, Mario Moretti e Barbara Balzerani. Proprio in quel palazzo diversi appartamenti erano di proprietà dei servizi segreti, intestati a società di copertura ed occupati da personaggi vicini ai servizi, alle forze dell’ordine e a informatori di polizia e carabinieri. Ma tutta la zona vede una alta densità di appartenenti ai servizi
Gli interrogatori. Ogni giorno Moretti esce da Via Gradoli per andare alla prigione e interrogare Moro. Gli interrogatori vengono registrati e poi sbobinati. Le bobine originali, secondo i brigatisti, vengono distrutte insieme agli originali degli scritti del prigioniero “perché non importanti”. Il presidente DC parla dell'organizzazione Gladio, del Piano Solo (il tentato colpo di Stato del Generale De Lorenzo, capo dei Carabinieri, nel 1964), della connivenza di parte della DC e dello Stato nella strategia della tensione, ma anche dello scandalo Italcasse e Caltagirone. Sono esattamente le rivelazioni che le BR cercano e che nei primi comunicati promettono di rendere pubbliche. Ma non manterranno mai la parola e sostengono di aver preferito distruggere tutto “perché non importante”.

I comitati di crisi. Il Ministro dell'Interno Francesco Cossiga nomina già il 16 marzo il «comitato tecnico-politico-operativo», presieduto dallo stesso Cossiga e - in sua vece - dal sottosegretario Nicola Lettieri, di cui fanno parte i comandanti di polizia, carabinieri e guardia di finanza, oltre ai direttori del SISMI e del SISDE, al segretario generale del CESIS, al direttore dell'UCIGOS e al questore di Roma. Nomina anche il «comitato informazione», di cui fanno parte i responsabili dei vari servizi: CESIS, SISDE, SISMI e SIOS.
Viene creato anche un terzo comitato, non ufficiale, denominato «comitato di esperti». Della sua esistenza si saprà solo nel 1981, quando Cossiga stesso ne rivelerà l'esistenza alla Commissione Moro, senza indicarne le attività e le decisioni. Di questo organismo fanno parte, tra gli altri: Steve Pieczenik (funzionario della sezione antiterrorismo del Dipartimento di Stato americano), il criminologo Franco Ferracuti, Stefano Silvestri, Vincenzo Cappelletti (direttore generale dell'Istituto per l'Enciclopedia italiana) e Giulia Conte Micheli. Si avranno le prove che la maggior parte dei membri dei tre comitati sia iscritta alla Loggia P2 di Licio Gelli. Di Pieczenik riparleremo dopo.

Moretti, gioventù di un brigatista particolare. Mario Moretti è il regista del rapimento Moro: partecipa al rapimento, agli interrogatori, all’eliminazione del presidente DC. Una figura particolare. I suoi studi giovanili vengono finanziati da una benestante famiglia nobile fascista, Camillo e Anna Casati Stampa di Soncino. Il 30 agosto 1970 Camillo ucciderà Anna e il suo amante, Massimo Minorenti, poi si toglierà la vita. La loro villa, ereditata dalla figlia Anna Maria, verrà poi venduta per 250 milioni (parliamo di 3500 mq, inclusa una pinacoteca con opere del ‘400 e del ‘500, una biblioteca con 10.000 volumi antichi, un parco immenso, scuderie e piscine) grazie alla decisiva intermediazione del pro-tutore della ricca ereditiera ancora minorenne: l’avvocato Cesare Previti. L’acquirente e “utilizzatore finale” di Villa San Martino è Silvio Berlusconi, ma questa è un’altra storia, torniamo a Moretti. Verrà assunto alla Sit-Siemens nel 1968 grazie ad una lettera di raccomandazione di Anna Casati. Lì conosce Corrado Alunni, Paola Besuschio, Giuliano Isa, futuro zoccolo duro delle Brigate Rosse, l’ala militarista osteggiata da Curcio e Franceschini, contrari alla lotta armata. Moretti il 30 giugno 1971, partecipa con Renato Curcio ad una rapina per autofinanziarsi a Pergine di Valsugana. E’ la sua prima azione all’interno delle Brigate Rosse, è sicuro di sé, pronto a tutto.
Durante il fallito rapimento del politico democristiano Massimo De Carolis, le forze dell’ordine decapitano l’intera classe dirigente delle Br, ma proprio lui riesce a fuggire. Però all’interno del covo che avrebbe dovuto accogliere De Carolis, polizia e carabinieri trovano in una scatola di scarpe le fotografie di Curcio e altri scatti compromettenti. Quella scatola l’ha dimenticata Moretti, che pure assicura i compagni di averla bruciata. E inizia una latitanza obbligata. Nel 1974 vengono arrestati a Pinerolo Curcio e Franceschini, durante un incontro con Silvano Girotto, detto Frate Mitra, infiltrato dai carabinieri. Un incontro al quale avrebbe dovuto partecipare anche Mario Moretti, opportunamente avvertito da una telefonata anonima che gli permette di sfuggire all’arresto. La telefonata arriva ben quattro giorni prima, ma nel frattempo Moretti “non riesce” ad avvisare Curcio e Franceschini.

Moretti, la scalata di un brigatista particolare. Curcio e Franceschini sono fuori dai giochi e le BR virano decisamente verso la linea dura: lotta armata contro lo Stato. In uno scontro a fuoco con i carabinieri durante il rapimento dell’industriale Vittorio Vallarino Gancia muore Mara Cagol, mentre Giorgio Semeria rimane gravemente ferito.
Semeria dal carcere riuscirà a scrivere a Curcio per avvertirlo che Moretti è una spia e che Mara Cagol è stata ammazzata quando era già ammanettata e in ginocchio. Moretti è ormai il capo indiscusso delle Brigate Rosse, si trasferisce a Roma e si prepara a gestire la stagione di piombo che culminerà con il rapimento Moro.
Curcio intanto evade dal carcere di Casale Monferrato con una fuga rocambolesca e incontra i nuovi vertici delle BR. Moretti insiste per soggiornare nell’appartamento di Curcio, di cui non conosce ancora l’indirizzo. Solo due giorni dopo, la polizia fa irruzione nell’abitazione del vecchio leader, arrestandolo nuovamente. Confiderà in seguito Curcio a Franceschini “Sono convinto che Moretti sia una spia”.

Moretti, la fine di un brigatista particolare. Il pluriricercato Moretti negli anni successivi va più volte in Francia per incontrare compagni latitanti. Rivelerà questa circostanza durante il processo provocando lo stupore degli altri brigatisti coimputati che non ne sapevano nulla. Ne riparleremo più avanti alla voce Hyperion. Durante il sequestro Moro, viaggia ripetutamente tra Roma e Firenze, sfuggendo a qualsiasi controllo. Il 4 aprile 1981, dopo oltre dieci anni di latitanza, la primula rossa verrà arrestata e condannata a sei ergastoli. Dopo soli 16 anni, nel luglio del 1997, otterrà la semilibertà. Moretti non si è mai pentito, né si è mai dissociato e non ha collaborato con gli inquirenti.

(CONTINUA)

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