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I MISTERI DEL CASO MORO

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Risultati immagini per uccisione di aldo moro

Di Roberto Tartaglione

L'agguato

 
La verità "processuale" ha accertato quali brigatisti hanno partecipato all'operazione in Via Fani per rapire Aldo Moro. Ma quel giorno, all'operazione parteciparono (almeno!) altre due persone. Su una grossa moto infatti c'erano due uomini che fiancheggiavano il commando brigatista. Quando poco prima dell'azione passa un piccolo scooter con a bordo l'ingegner Marini, testimone oculare del fatto, i due uomini gli sparano una raffica di mitra. Lui cade dal motorino e si nasconde.
Di questi due uomini non si sa nulla: mai trovate le armi, spariti i bossoli dei colpi sparati, negata la loro presenza dai brigatisti arrestati.
Nel 2009 a un giornale arriva la lettera anonima scritta da un poliziotto prima di morire:
"Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi; con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere."



Il colonnello Guglielmi è un funzionario dei Servizi Segreti che la mattina del 16 marzo era proprio in via Fani, il luogo del rapimento. Interrogato sul motivo della sua presenza sul luogo della strage dichiara che stava andando a pranzo a casa di un amico.
Il "comitato speciale" e la P2

Nel Comitato Speciale voluto da Cossiga per gestire "l'affare Moro" quasi tutti i componenti (generali, dirigenti dei servizi segreti, collaboratori) erano membri della P2, la loggia massonica che, parecchi anni dopo, sarebbe stata scoperta e giudicata eversiva.
La P2 era in sostanza un organismo segreto che aveva come sua ragion d'essere impedire che il Partito Comunista prendesse il potere e favorire la deriva autoritaria o fascista dello Stato. Il suo capo (Gran Maestro) era Licio Gelli.


Il covo di Via Gradoli
Uno dei "covi" delle Brigate Rosse, forse il più importante a Roma, quello più frequentato da Mario Moretti, capo delle BR, era in Via Gradoli 96.
Ora, a parte la stranezza che un gruppo di terroristi stabilisca il suo covo in un edificio in cui quasi tutti gli appartamenti sono di proprietà dei Servizi Segreti italiani; a parte la sorpresa nello scoprire che in un appartamento vicino al covo abita un compaesano di Mario Moretti e suo ex compagno di scuola (il rischio di essere riconosciuto è altissimo); a parte che nell'appartamento di fronte al covo vive Lucia Mokbel, sorella di Gennaro Mokbel, imprenditore di estrema destra coinvolto in scandali di ogni genere, in rapporti poco chiari sia con i servizi segreti sia con la banda della Magliana; a parte queste stranezze su via Gradoli ci sono un mare di misteri.
1
 - Subito dopo il rapimento il palazzo di Via Gradoli viene perquisito dalla polizia (una segnalazione, forse). Tutti gli appartamenti vengono perquisiti. Tutti escluso uno! Quando la polizia ha bussato alla porta del covo BR infatti
nessuno ha risposto e gli agenti sono andati via.
2
 - Romano Prodi (che in futuro diventerà Presidente del Consiglio) dichiara che in una seduta spiritica in cui si chiedevano informazioni sulla prigione di Aldo Moro, è uscito il nome "Gradoli". La polizia organizza allora una intera giornata di perquisizioni in un paese non lontano da Roma che si chiama appunto Gradoli. La moglie di Moro chiede alla polizia se a Roma non ci sia una strada che si chiama Gradoli, ma la polizia risponde di no. La perquisizione del paese di Gradoli, naturalmente, non dà nessun risultato.
3 - Il giorno 18 aprile la signora che abitava in via Gradoli al piano di sotto rispetto all'appartamento dei brigatisti, chiama i pompieri. Dal piano di sopra arriva infatti una infiltrazione d'acqua. I pompieri entrano nell'appartamento e scoprono che in bagno la doccia è stata "dimenticata" aperta. Con l'aiuto di una scopa il getto d'acqua della doccia è indirizzato proprio verso una fessura nel muro, in modo tale che l'acqua vada direttamente al piano di sotto.
Nel covo BR vengono trovate armi, volantini, soldi.
La notizia della scoperta del covo viene subito diffusa e quindi i brigatisti che tornavano tutte le sere in quell'appartamento sono riusciti a scappare.
Il falso comunicato n. 7

Lo stesso giorno in cui viene "scoperto" il covo di Via Gradoli, arriva il comunicato n. 7 delle Brigate Rosse.
Secondo il comunicato Moro è stato ucciso e il suo corpo gettato nel lago della Duchessa, un lago ghiacciato su una montagna tra Lazio e Abruzzo, a 1700 metri di altezza.
Il comunicato è evidentemente falso: diversa la lunghezza, diverso lo stile, diversa la grafica del foglio. Ma la polizia passa un'intera giornata a scandagliare il fondo del lago.


In seguito si scoprirà che il falso comunicato è stato "costruito" da un falsario, Antonio Chichiarelli, membro della malavita romana con grosse relazioni con la banda della Magliana, con la mafia e con i servizi segreti.
Steve Pieczenik, agente della Cia e membro del Comitato Speciale di Cossiga, dichiara che il falso comunicato è stato ideato da lui in collaborazione con lo stesso Cossiga, per valutare le reazioni dell'opinione pubblica alla notizia della morte di Moro. Più probabilmente la contemporaneità fra la "scoperta" del covo di Via Gradoli e l'annuncio del lago della Duchessa fa pensare alla volontà di impegnare le forze dell'ordine per permettere qualche spostamento delle BR in un momento di scarsi controlli.
Antonio Chichiarelli, pochi anni dopo, è il capo di una banda che farà una grandiosa rapina alla Brink's Sekurmark di Roma. La rapina frutta l'enorme cifra di 35 miliardi di lire. C'è chi sostiene che la relativa facilità con cui Chichiarelli porta a termine il colpo sia  "il premio" che i servizi segreti gli danno per l'aiuto avuto ai tempi del rapimento Moro. Comunque nel 1984 Chichiarelli viene assassinato e i responsabili dell'omicidio non sono mai stati scoperti.
Il vero comunicato n. 7 arriva il 20 aprile.



La prigione di Moro e le dichiarazioni dei brigatistiTutti i brigatisti catturati hanno sostanzialmente ammesso le loro colpe, si sono presi la responsabilità del delitto e hanno perfino dichiarato di considerare ormai chiuso il periodo della "lotta armata". Ma nonostante questo, ancora oggi (che molti di loro o sono tornati liberi o sono in "regime di semilibertà") nessuna loro dichiarazione ha permesso di chiarire definitivamente alcuni punti.
Chi ha sparato realmente ad Aldo Moro?
In un primo momento si è autoaccusato Prospero Gallinari; poi Mario Moretti ha detto di essere stato lui a premere il grilletto, e infine anche il brigatista Maccari ha dichiarato di aver sparato alcuni colpi.
Dove è stato realmente tenuto prigioniero Moro?
La verità "processuale" indica il covo BR in Via Montalcini, a Roma. Eppure sul corpo di Moro sono state trovate tracce che indicherebbero la permanenza in un posto di mare (ma i brigatisti dichiarano di aver sprizzato acqua salata sul corpo di Moro proprio per depistare le indagini). E la mattina del 9 maggio 78, è possibile che i brigatisti abbiano trasportato in macchina il corpo di Moro da Via Montalcini fino in Via Caetani, in pieno centro a Roma, rischiando di essere fermati a uno dei tanti posti di blocco della polizia?
Perché le BR non hanno diffuso tutte le carte con le dichiarazioni fatte da Moro durante il "processo del popolo"?
Nei loro comunicati in effetti promettevano di non tenere nascosto niente. Mario Moretti dice che i nastri registrati sono stati distrutti e che loro stessi non si rendevano conto dell'importanza di alcune dichiarazioni. Per questo molto materiale è andato disperso.
Chi ha partecipato alla strage di Via Fani?
I brigatisti hanno ammesso solo la partecipazione di quelle persone che erano già state arrestate. Su altri partecipanti, che pure dovevano esserci, nessuna rivelazione.

Le carte di Moro e il covo di Via Montenevoso

Dopo la morte di Moro, nell'ottobre del 1978, le forze dell'ordine antiterrorismo, guidate dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, scoprono un covo BR in Via Montenevoso, a Milano. All'interno decine di fotocopie, pagine dattiloscritte degli interrogatori di Moro. Alcune di queste pagine spariscono, altre vengono pubblicate. Gli originali però non si trovano e comunque si ha l'impressione che dietro quegli scritti si nascondano altri misteri.
Incredibilmente, 12 anni dopo, quando un nuovo proprietario dell'appartamento di Via Monte Nevoso lo fa ristrutturare, dietro un pannello di gesso sotto la finestra, vengono ritrovate altre carte: si tratta dei manoscritti del memoriale Moro, in parte uguali ai dattiloscritti trovati nel 78, in parte "nuovi". Anche stavolta però è chiaro che le pagine più rilevanti mancano.
Esistono gli originali? Esistono i nastri con le registrazioni di quello che Moro ha detto? Nessuno può rispondere con sicurezza. È certo che chiunque si sia avvicinato troppo all'originale del memoriale è morto.
Morto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ("ufficialmente" assassinato dalla mafia nel 1982). Morto il giornalista Mino Pecorelli che aveva annunciato rivelazioni sensazionali sul memoriale (assassinato il 20 marzo del 1979). Morto a luglio dello stesso anno anche il generale Varisco che probabilmente di Pecorelli era informatore.

La figura di Mario Moretti
Mario Moretti è stato spesso indicato come il "capo delle Brigate Rosse". In una intervista lui ha tenuto a precisare che era solo un dirigente e che nelle BR non c'era una struttura gerarchica e quindi non c'era un capo.
I sospetti che si tratti di un "doppiogiochista" sono molti: ripercorrendo la storia delle Brigate Rosse infatti più volte si trovano episodi in cui quando appare Mario Moretti alle sue spalle ci sono i Servizi Segreti. Ma non solo complottisti o giornalisti hanno notato queste coincidenze. Lo stesso Franceschini, uno dei capi storici delle BR della prima generazione, in un suo libro lancia numerosi segnali in questo senso. E che Moretti fosse una "spia" lo dice quasi chiaramente.
Né c'è da sorprendersi troppo se si sospetta che all'interno delle BR ci fossero infiltrati.
Giovanni Galloni, importante esponente della Democrazia Cristiana fra gli anni 50 e 70, rivela che lo stesso Moro, prima del suo rapimento, gli aveva confessato la sua perplessità sul fatto che la Cia avesse all'interno delle BR anche dei suoi uomini.
Moretti del resto era uno di quelli che ruotavano intorno alla scuola di lingue Hyperion, a Parigi. Scuola di lingue che, si è poi scoperto, era la copertura di una delle centrali di spionaggio fra le più importanti d'Europa, in cui confluivano gli interessi di Cia, Kgb, Mossad e di numerosi gruppi terroristici la cui esistenza poteva far gioco a chi aveva interessi a destabilizzare la situazione di alcuni paesi europei.

Tutto quanto abbiamo scritto in questa pagina non è
necessariamente quello che noi pensiamo.
Si tratta solo di elementi che inducono a sospettare che
in questo delitto le cose non siano andate così come sono state descritte.
Per quanto riguarda misteri e ambiguità, infatti,
non ci è difficile associare questo crimine ai grandi enigmi
della storia moderna e in particolare
all'omicidio Kennedy avvenuto nel decennio precedente.
Tuttavia, per un quadro molto più preciso e completo
di questa storia consigliamo vivamente il libro qui sotto:




FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.scudit.net/mdmoro_misteri.ht
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