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Il governo vuole combattere l’evasione delle partite Iva, ma non tocca le multinazionali


                                                 LINKIESTA

La via dell'inferno fiscale italiano è lastricata di buone intenzioni. Si potrebbe riassumere così la polemica degli ultimi giorni sulla Manovra. Mancano i dettagli nero su bianco, ma già dal documento programmatico di bilancio, il governo ha fatto capire che aumenterà in modo indiretto le imposte ai lavoratori autonomi per recuperare un po' di gettito: 250 milioni il prossimo anno e 1,8 miliardi nel 2021. E lo farà in due modi. Primo, non manterrà la promessa di applicare dal 2020 il regime forfettario al 20% per i lavoratori autonomi che dichiarano tra i 65 mila e i 100 mila euro. Secondo: toglierà la possibilità di fare la detrazione automatica per chi dichiara tra i 30 mila e 60 mila euro. Tradotto: più obblighi e scartoffie per i liberi professionisti e freelance che per abbattere il proprio imponibile dovranno provare di aver sostenuto le spese necessarie a compiere il proprio lavoro. La buona intenzione era combattere l’elusione fiscale ed eliminare gli effetti distorsivi della legge voluta dal governo Lega-M5S che ha costretto il passaggio di molti lavoratori dipendenti alla partita Iva per risparmiare di più. La via dell'inferno sarà quella del fisco italiano sempre più complicato per i lavoratori autonomi che non guadagnano cifre da capogiro e lottano ogni giorno contro la burocrazia. «Sembra di essere tornati alle demonizzazioni dei piccoli commercianti. Si evidenziano i loro difetti per coprire quelli dei soggetti più grandi. Per fortuna che due azionisti del governo, Di Maio e Renzi hanno posto attenzione a questi temi» , spiega a Linkiesta Cesare Fumagalli, segretario generale di Confartigianato. «Confidiamo molto nel 27 ottobre e nel 26 di gennaio, cioè nelle elezioni in Umbria ed Emilia Romagna. Speriamo che il timore di perdere i voti li dissuada ad andare avanti su questo percorso».
Ecco Fumagalli, che cosa non le piace della manovra? 
Una legge di Bilancio che su 30 miliardi ne dedica 23 a evitare l'aumento automatico dell’Iva sembra un provvedimento da “pari e patta”. Non si può parlare di manovra espansiva, e invece questo Paese che cresce di uno zero virgola ne avrebbe tanto bisogno.
Eppure questo Governo è nato proprio per evitare l’aumento automatico dell’Iva. 
Guardi, quando c’era lo scorso Governo noi siamo stati gli unici a dire che le clausole di salvaguardia non devono essere un tabù. L’abbiamo detto sia al Viminale da Salvini che a Conte a Palazzo Chigi, perché se le risorse sono poche a disposizione non si possono mettere tutte su questo vincolo. Non abbiamo mai pensato a un aumento automatico selvaggio, quanto a un ritocco. E come vede questo Governo lo ha fatto parlando di rimodulazione. Ma il problema è un altro.
Quale?
Nel documento programmatico di bilancio c’è scritto che oltre 7 miliardi arriveranno come ricavo dalla lotta all’evasione fiscale. Una battaglia che noi di Confartigianato supportiamo come tutti gli altri. Però non con la versione intravista fino a qui e le parole d’ordine finora utilizzate. Speriamo di essere smentiti presto dal Governo, ma fin quando si darà la colpa solo all’idraulico, al parrucchiere, al commerciante e al ristoratore, non andremo da nessuna parte. E sto citando le categorie tirate fuori dai giornali nelle ultime settimane.
Secondo lei c’è un accanimento verso i commercianti? 
Come mai non si parla più di web tax? Perché non si denuncia l’esistenza scandalosa di alcuni paradisi fiscali all’interno dell’Unione europea. Sa qual è la massima ambizione di una piccola impresa o di una partita Iva? Avere il livello di tassazione dei giganti del Web. Se un artigiano potesse avere la pressione fiscale che hanno i vari Google, Facebook ed Apple farebbe festa per un mese.
Se n’è parlato poco, è vero, ma dal 1 gennaio sarà applicata un’aliquota del 3% sui ricavi oltre 750 milioni delle multinazionali digitali. 
Vedremo, perché servirebbe un accordo anche a livello europeo. Ma allora occupiamoci anche delle prime cento aziende italiane, già che ci siamo. Quante hanno la sede fiscale in Italia? Se l’artigiano avesse la pressione fiscale delle multinazionali italiane, magari non farebbe festa un mese, ma una settimana sì. Guardate che la lotta all’evasione è una cosa seria. E deve essere affrontata in tutti gli aspetti che la determinano. Se ci si limita solo alla questione del contante, la deducibilità delle spese ordinarie dell’idraulico non va bene. Il Governo nega di voler contrastare solo l’evasione da sottofatturazione, che è quella dei piccoli, ma in realtà gli strumenti previsti dal Nadef si concentra tutto lì.
Come la decisione del Governo di non applicare dal 2020 il regime forfettario al 20% per i lavoratori autonomi che dichiarano tra i 65 mila e i 100 mila euro?
Esatto. C’è stato uno scandaloso cambio di destinazione delle risorse. Perché il provvedimento del governo gialloverde prevedeva 2,1 miliardi nel triennio per ridurre il carico fiscale a un pezzo importante del sistema produttivo e dei servizi italiani: la fascia di imprese con ricavi tra 65mila e 100mila euro. Aver eliminato la sua applicazione è un errore strategico.
Perché? 
Perché se il nuovo Governo ci avesse detto che il problema era la tassa piatta lo avremmo capito. Però potevamo restare con le modalità di rimodulazione legate alle curve e agli scaglioni Irpef dedicate alla stessa platea. Invece l’hanno cambiata di colpo. I 2,1 miliardi dedicati ai titolari di partita Iva e piccola impresa con ricavi compresa in quella fascia sono spariti. E quei soldi sono stati usati per ridurre le imposte sui lavoratori dipendenti. Il cuneo fiscale per intenderci, quella parolina magica sotto cui nessuno va mai a vedere cosa c’è. Almeno si assumessero la responsabilità di dire che l’hanno tolto per darlo ad altri. Il problema è che è una guerra tra poveri e lascia fuori i grandi soggetti.

Anche l’idea di sanzionare i commercianti che non fanno pagare con il Pos è una guerra tra poveri? 
L’idea di una doppia tassa: 30 euro, aumentata del 4% del valore della transazione per la quale sia stata rifiutata l’accettazione del pagamento con mezzi elettronici è una leggerezza. Basta vedere l’opposto: come è stata gestita con successo la fatturazione obbligatoria universale. Con i precedenti governi, noi di Confartigianato avevamo ottenuto che almeno durante la prima applicazione nessuno fosse sanzionato. Sei milioni di persone che di colpo passano alla fatturazione obbligatoria è una roba che ci aspetteremmo di vedere in Giappone o Corea del Sud. Da noi è stato un successo e sa perché?
Ce lo dica. 
Perché abbiamo accompagnato i nostri associati nell’applicazione senza demonizzarli. E nessuno ha detto bah perché il processo è stato portato avanti senza isterismi. E ora oltre la fatturazione elettronica dal primo gennaio ci sarà anche la telematizzazione degli scontri e delle ricevute istantaneamente note al fisco. Quale diavolo può essere il passaggio ulteriore? Un finanziere per ogni azienda? Il gioco non vale la candela, i costi sarebbero più dei benefici. La lotta all'evasione sta prendendo una brutta piega. Sembra di essere tornati alle demonizzazioni che evidenziando alcuni coprono altri.
Però per bilanciare il Governo sta pensando di abbassare le commissioni per i commercianti che usano il Pos.
Purtroppo non riguarda tanto il Governo. Dietro l’applicazione delle commissioni sul Pos ci sono due tre grandi soggetti internazionali. E a dire il vero è l’aspetto che mi preoccupa di meno perché i veri nemici di queste multinazionali, sono già le nuove modalità di pagamento elettronico che soppianteranno le commissioni. Tra cinque anni le carte di credito saranno pezzi di antiquariato.
A proposito di antico, il Governo sta pensando di ripristinare il limite del contante da tremila a mille euro, come ai tempi del governo Monti. 
Mi affido alle parole di un insospettabile come Vincenzo Visco che ha detto: "Si può fare molto più evasione taroccando i bilanci che con l'uso del contante.
Ci sarà qualcosa che vi soddisfa della Manovra. 
Il pacchetto di industria 4.0 ci piace in generale, e ancora di più nell'ultima versione della scorsa legge di bilancio che ha introdotto anche delle graduazioni. Ovvero più piccola è l’impresa più usufruisce delle agevolazioni. È un principio sancito dall'Unione europea con lo small business act: gli interventi si riducono nell'intensità delle agevolazione al crescere della dimensione dei soggetti.
La scorsa settimana ha incontrato il ministro dello Sviluppo Economico Patuanelli per chiedergli di cambiare gli ecobonus ed ecosisma. Cosa non vi convince?
Lo scorso Governo aveva previsto che ogni cittadino avesse la possibilità di adire alle agevolazioni eco bonus legato alla riduzione dei consumi energetici. Ma anziché dedursi in dieci anni lo sconto del 50% o dell’85% nel caso massimo del sisma bonus, qualcuno del Governo ha pensato di dare una potente spinta al mercato. E così hanno tolto la detrazione in dieci frazioni in dieci anni e al loro posto hanno dato al consumatore la possibilità di pagare direttamente la metà. Senza detrazioni o altro. Una ratio incomprensibile.

Facciamo un esempio per capire. 
Mettiamo che un cittadino paghi 100 per cambiare gli infissi. Prima si spendeva 100 e in 10 anni si detraeva il 10% ogni anno. Ora con l’ecobonus del governo il cittadino paga direttamente 50. Il paese dei balocchi per i consumatori ma anche per lo Stato visto che non aggrava nulla sul bilancio pubblico. Peccato che c’è un soggetto terzo che va a gambe all’aria: gli installatori che cambiano gli infissi che per legge possono dedurre in cinque anni rispetto a quello che devono versare. Ma un’azienda piccola di infissi già se ha due o tre clienti non ci sta con i conti. Mentre le grandi aziende con importanti partite fiscali possono aspettare tempo senza problemi prima di compensare. E a quel punto si prendono anche il mercato. Lo ha riconosciuto anche l’Autorità Garante della Concorrenza e Mercato.
Cosa vi ha detto il ministro Patuanelli? 
Che cercherà la quadra. Sarà difficile tutelare il bilancio dello Stato, i consumatori e gli installatori con il poco che c’è. L’ultima volta che qualcuno ha moltiplicato i pani e i pesci è successo a Cana qualche millennio fa.

L’EX MINISTRO DEL TESORO TREMONTI SCRIVE A DAGOSPIA LA 'VERA STORIA DELLA CLAUSOLA IVA'


L’ARTICOLO SULL’IVA DE ”LA VERITA”’

Lettera di Giulio Tremonti a Dagospia

Caro Dago:

dato che in varie forme e termini la storia delle “clausole IVA” torna e ritorna più o meno alterata rispetto al drammatico contesto in cui ha avuto inizio – 8 anni fa – nell’estate del 2011- ti chiedo ospitalità per quanto segue:

a) nelle Considerazioni Finali della Banca d’Italia dette dal Governatore Draghi il 31 maggio del 2011 era scritto tra l’altro quanto segue: “La gestione del pubblico bilancio è stata prudente…le correzioni necessarie in Italia sono inferiori a quelle necessarie negli altri paesi dell’Unione europea”. Ancora più positivo fu il giudizio espresso in giugno dal Consiglio europeo;

b) dato che i conti pubblici di un grande paese non possono variare in negativo ed addirittura drammaticamente in pochi giorni, è ragionevole porsi qualche domanda su quanto è stato il 5 di agosto quando BCE/Banca d’Italia hanno inviato al Governo della Repubblica Italiana una lettera contenente la richiesta ultimativa di fortissime “correzioni” di bilancio pena – in caso di risposta non tempestiva (entro l’8 di agosto) – la minaccia di mandare in default il debito pubblico italiano. In uno scenario normale sono i Governi che non devono minacciare la Banca Centrale, nel caso era la Banca Centrale che violando ogni regola, minacciava un Governo!


c) quale la ragione di tutto questo? Era una ragione che torna ad essere drammaticamente evidente in questi giorni: la strutturale risalente e permanente crisi delle grandi banche tedesche (e francesi). Allora la crisi era sui crediti verso la Grecia. L’avere iniettato allora 200 miliardi di “aiuti europei” per le perdite sulla Grecia non è stato evidentemente sufficiente (c’erano già anche a latere i derivati!);


d) nella primavera del 2011 fu ipotizzato l’utilizzo del “Fondo Salva Stati” (suggerito dall’Italia nel 2008) per salvare non solo gli stati ma anche le banche. Il Governo italiano pose la condizione che il contributo al Fondo in caso di utilizzo per salvataggi bancari non fosse calcolato in base al PIL (come giusto per la funzione Salva Stati) ma calcolato sul rischio bancario: Germania e Francia erano a rischio sulla Grecia per 200 miliardi, l’Italia per 20!

e) la soluzione proposta all’Italia determinò reazioni negative fortissime non solo perché aumentava esponenzialmente l’onere a carico dei pubblici bilanci tedesco e francese ma anche perché evidenziava l’effettiva origine della crisi che non era tanto connessa alle finanze pubbliche avendo piuttosto causa in una profonda crisi del sistema bancario, crisi che non si voleva assolutamente evidenziare (e che ancora a lungo e per le stesse ragioni ancora si tende a nascondere);

f) è in quanto sopra che si trova l’origine prima degli sberleffi recitati in televisione da una coppia di leader europei in conferenza stampa, quanto dal parallelo altrimenti ingiustificato scatenarsi degli spread contro l’Italia;

g) per evitare il default minacciato con la lettera del 5 agosto il Governo della Repubblica Italiana emanò il “Decreto di Ferragosto”. La stampa internazionale lo definì “perfect”. In realtà, dato tutto quanto sopra, il Decreto non fu comunque sufficiente per bloccare la pressione politica necessaria per forzare l’Italia verso l’ipotesi di un abnorme finanziamento del “Fondo Salva Banche”! La “clausola di salvaguardia” non è stata dunque un’invenzione italiana, ma una imposizione europea. Tuttavia con una specifica, una differenza tra quanto è stato nell’agosto del 2011 e quanto è poi avvenuto negli 8 anni successivi;


h) nella formulazione iniziale (agosto-settembre 2008) l’adempimento alla clausola-imposizione era assolutamente programmatico e generico e comunque subordinato all’ipotesi del non raggiungimento di altri e vasti obiettivi di bilancio. Alla larga nel testo si ipotizzava infatti nel caso denegato di un insufficiente raggiungimento di questi obiettivi una “possibile rimodulazione delle tax expenditures o delle aliquote delle imposte indirette incluse le accise o l’IVA”;

i) nell’ottobre-novembre del 2011 il Governo entrò in crisi interrompendo la sua azione di finanza pubblica. E’ solo con il primo Decreto del Governo Monti che appare la clausola IVA come è poi stata reiterata nei lunghi 8 anni successivi. Una serie di clausole vincolanti e cifrate per importi e date. E’ del resto poi forse il caso di ricordare che oltre ad avere importato dall’Europa e montata in loco una clausola IVA di tipo imperativo, come da allora così ancora, uno dei primi atti del Governo Monti fu quello per cui il Governo italiano consentì il calcolo del contributo italiano al “Fondo Salva Banche” non in base al rischio, ma in base al PIL così che la crisi rispetto alla quale l’Italia era totalmente estranea (si rileggano le citate Considerazioni Finali) fu prima addebitata all’Italia come se si trattasse di una crisi della finanza pubblica italiana per poi essere – per beffa – messa sul conto dell’Italia gravandola – in aggiunta alle clausole – per un importo assolutamente spropositato.

 
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'Patrimoniale e aumento di Iva e IMU potrebbero distruggere l'economia italiana', ecco perché

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Di Salvatore Santoru
Recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha sostenuto che il governo italiano dovrebbe aumentare l'Iva, fare la patrimoniale(1) e non toccare la legge Fornero(2).Tali misure richieste dalla nota organizzazione potrebbero essere controproducenti per l'Italia, come si legge in un articolo di 'Investire Oggi'(3).
Andando maggiormente nello specifico, il fatto è che l’Italia ha già un’elevata pressione fiscale sul lavoro e i profitti, così come sui consumi e i patrimoni immobiliari e finanziari.
 Stando sempre a quanto riportato nel già citato articolo, c'è da dire che alzare le imposte indirette non costituirebbe una soluzione positiva per l’Italia, che risulta avere già una delle aliquote IVA più alte al mondo, nonché una tassazione sugli immobili superiore alla media OCSE del 50%.
Inoltre, c'è da ricordare che le ricette del Fondo Monetario furono applicate tra l'ultimo periodo del 2011 e il 2013 dal governo Monti e in seguito da quello Letta e in quel periodo la stessa Italia entrò in profonda recessione.
NOTE:

Il 'diktat del Fondo Monetario Internazionale' all'Italia: 'Dovete fare la patrimoniale e aumentare l'Iva'

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Di Salvatore Santoru

Recentemente il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha dato dei 'suggerimenti' sulla linea da seguire per gestire i conti pubblici italiani.
Andando maggiormente nello specifico e stando a quanto riportato in un articolo pubblicato sul sito web Wall Street Italia(1), nel 'Fiscal Monitor' dell'FMI il direttore del dipartimento degli Affari fiscali dello stesso istituto Vitor Gaspar(2) ha sostenuto che c'è la necessità di aumentare l'Iva e di fare la patrimoniale.

Inoltre, Gaspar ha difeso la legge Fornero e, più precisamente, ha affermato che non bisogna fare passi indietro sulle pensioni.

NOTE:

(1) http://www.wallstreetitalia.com/fmi-chiede-austerity-in-italia-iva-piu-alta-e-patrimoniale/

(2) https://www.imf.org/external/np/bio/eng/vt.htm

L'Imposta Occulta sulle Partite Iva

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http://www.nextquotidiano.it/limposta-occulta-sulle-partite-iva/

Il decreto legge fiscale che è stato approvato dalla Camera ed è al vaglio del Senato prevede per tutte le partite Iva (imprese artigiane, commercianti e professionisti) un carico di 8 nuovi adempimenti che comportano costi stimati in 480 euro annui nel 2017 e 720 già dal 2018 per ciascun soggetto. Lo scrive oggi il Corriere della Sera che racconta che l’accusa viene dalle associazioni dei professionisti, le quali lamentano che così si inflaziona un calendario di scadenze fiscali già fitto:

Stiamo parlando della trimestralizzazione del cosiddetto spesometro e la comunicazione ogni tre mesi dei dati delle liquidazioni periodiche dell’Iva. In questo modo il governo pensa di recuperare 2 miliardi nel 2017, una posta di bilancio significativa per chiudere i conti di quella che ormai abbiamo ripreso a chiamare «la finanziaria». In nome della sacrosanta lotta all’evasione si rischia però di mettere in croce le partite Iva che già devono penare per tenere una rotta di mercato apprezzabile vista la tendenza delle stesse amministrazioni pubbliche e delle imprese committenti a seguire la logica del massimo ribasso.

«Non si comprende — sostiene Andrea Dili presidente di Confprofessioni Lazio — come a fronte di provvedimenti governativi che vanno nella giusta direzione ovvero studi di settore, superammortamenti, disegno di legge sul lavoro autonomo si introducono invece contestualmente norme che accrescono il peso della burocrazia, scoraggiano gli investimenti e finiscono per pesare su chi le tasse le paga già». Confprofessioni Lazio è arrivata anche a fare delle previsioni sull’ammontare complessivo dei nuovi adempimenti burocratici e tira fuori la cifra monstre i 10 miliardi nel triennio 2017-20, un ammontare che supera di un miliardo il gettito atteso nello stesso periodo. «Sarebbe stato meglio concentrarsi su strumenti meno onerosi per le imprese e su soluzioni meno anacronistiche».

Non versò l'Iva per pagare i dipendenti: assolto in Cassazione



Di Claudio Cartaldo
La Cassazione ha deciso: prima delle tasse, bisogna pensare agli stipendi ai dipendenti.
Soprattutto quando si è in difficoltà economica.
Il caso del mancato pagamento di circa 1 milione e 300mila euro di Iva da parte delleAcciaierie di Badia, ora potrebbe fare giurisprudenza. Un precedente che può cambiare e di molto il rapporto degli imprenditori con il fisco. Tiziano Dorio era il legale rappresentante della società che dava lavoro a circa 120 operai. 




Ora l'Acciaieria è fallita ma nel 2006 e 2007, quando era già in cattive acque, pur avendo dichiarato regolarmente l'Iva da pagare, non aveva poi saldato il dovuto. Il motivo? Oltre alla crisi, si era aggiunto l'adeguamento degli impianti. Per questo motivo aveva fatto una scelta: anteporre il pagamento degli arretrati ai dipendenti secondo gli accordi sindacali sottoscritti. Così non versò l'Iva.

Il giudice del Tribunale di Rovigo, Gilberto Stigliano Messuti, tempo fa, lo aveva assolto con una sentenza già importante. Ma ora la vicenda arriva ad un'altra svolta. Come riportailGazzettino, infatti, la terza sezione della Corte di Cassazione ha annullato con rinvio ad altra sezione la sentenza della Corte di appello di Venezia che aveva invece ribaltato il giudizio assolutorio, sostenendo che comunque fosse necessario pagare l'Iva. Secondo la Cassazione e secondo gli avvocati Giuseppe Pavan e Giovanni Caruso, invece, "in tema omesso versamento dell'imposta sul valore aggiunto, la giurisprudenza di legittimità ha ormai affermato il principio che la crisi di liquidità del debitore alla scadenza del termine fissato per il pagamento, può essere rilevante per escludere la colpevolezza, se venga dimostrato che il soggetto tenuto al pagamento aveva adottato tutte le iniziative per provvedere alla corresponsione del tributo". Insomma, "afronte dell'argomentato apprezzamento del giudice di primo grado in ordine all'assenza di dolo ed all'impossibilità di adempiere, unita alla valutazione dell'estraneità della crisi aziendale alle modalità gestorie dell'amministratore, la sentenza della Corte di appello qui impugnata si è limitata, con poche righe, a rovesciare il giudizio". Vista la mancanza di motivazioni nella condanna di secondo grado, i giudici di Cassazione hanno annullato la sentenza di secondo grado.

Sardegna, parla Cappellacci: "Zona franca e moneta locale"

ugo cappellacci

Intervista di Lorenzo Lamperti a Ugo Cappellacci

Di Lorenzo Lamberti
http://affaritaliani.libero.it

“I sardi ci devono credere, farò qualsiasi cosa è in mio potere per attuare la zona franca”. Ugo Cappellacci, presidente della Regione Sardegna, sceglie Affaritaliani.it per parlare del suo progetto: “Vogliamo diventare come Campione e Livigno. Solo così eviteremo lo spopolamento”. Le conseguenze? “Esenzione dai dazi doganali e da imposte come l’Iva”. Rischi di paradiso fiscale? “Questa è un’opportunità non un problema”. Poi svela gli altri suoi piani: “Battaglia contro il Patto di stabilità, restituzione dell’Imu e un’agenzia delle entrate sarda”. Con il rilancio di Sardex, la moneta complementare locale: “Non vogliamo più sottostare alla ghigliottina di Roma”.

Presidente Cappellacci, com’è nato il progetto di rendere la Sardegna zona franca?

Quello della zona franca è un tema antico. D’altra parte già lo Statuto Speciale della Regione Sardegna all’articolo 12 disciplina l’istituzione dei punti franchi. Il loro riconoscimento compenserebbe gli svantaggi naturali della Sardegna, primo fra tutti l’insularità. Con un approccio di tipo estensivo alla norma dei punti franchi noi crediamo di poter realizzare una zona franca integrale che comporti l’esenzione dai dazi doganali e da imposte quali l’Iva. Cose che già accade per altri territori italiani come Livigno e Campione. I presupposti ci sono.




Che cosa state facendo concretamente per il riconoscimento della zona franca?

Abbiamo chiesto all’Unione Europea di interessarsi al nostro caso. Proprio in questi giorni ci è arrivata la risposta della Commissione che ci dice che su questa partita sarà decisivo lo Stato italiano. Per questo ho scritto anche al presidente Mario Monti chiedendogli di dare la giusta attenzione al tema.

Monti le ha risposto?

Non ho avuto un riscontro di nessun tipo. A breve gli invierò un ulteriore sollecito.

Quali sono le prossime tappe?

Intanto bisogna chiarire un equivoco. Il 24 giugno 2013 è il termine nel quale entra in vigore il codice doganale europeo. Questo non significa che se non viene istituita la zona franca entro tale data non si possa farlo successivamente. Non esiste un percorso precostituito.

Ma le sembra che l’Europa sia ben disposta?

A livello europeo abbiamo ricevuto una risposta prettamente tecnica che non mi soddisfa per niente. Ho chiesto un incontro al commissario europeo competente, Semeta. Insisterò perché questo diventi un tema politico.

Quali sarebbero le conseguenze dell’entrata in vigore della zona franca?

Prima di tutto la possibilità per le imprese di poter operare in un regime franco doganale. Un aspetto che compenserebbe la nostra insularità, che impone alle imprese maggiori costi di trasporto e di energia. Le imprese sarde soffrono per una serie di divari che penalizzano il nostro sistema. Speravamo nella riforma in chiave federale dello Stato per avere una perequazione almeno in termini infrastrutturali. Una riforma che purtroppo non è arrivata. A questo punto lo strumento che ci è rimasto è quello dell’istituzione della zona franca.

In questo quadro che ruolo gioca la moneta sarda, la Sardex?

Sardex è una moneta complementare che opera in un circuito già testato. Avvierò un percorso per riconoscere ai giovani disoccupati un reddito di comunità di 500 euro al mese che sarà pagato appunto con la Sardex. I giovani disoccupati riceveranno una carta di credito e potranno accedere a servizi previsti sul circuito Sardex.

In questi giorni lei ha presentato la nuova giunta dopo il rimpasto e ha parlato di battaglia contro il Patto di stabilità. Ci spiega meglio?

Condividiamo le preoccupazioni manifestate dal collega del Veneto Zaia e invitiamo anche le altre Regioni, sia quelle speciali che le ordinarie, a fare come noi e ad adottare una legge regionale che alzi il livello del conflitto nei confronti di uno Stato ancora sordo alle istanze provenienti dai territori. Roma sta ingessando le amministrazioni pubbliche e non consente il pagamento alle imprese. Non possiamo più sottostare a questa ghigliottina.

Lei ha parlato anche di restituzione dell’Imu…

Restituiremo l’Imu attraverso un contributo alle famiglie più bisognose, cioè quelle che non hanno un reddito superiore a 20mila euro. Ma non è tutto: con l’agenzia delle entrate sarda diremo addio ai metodi di Equitalia.

Torniamo alla zona franca. La Sardegna non rischia di diventare un paradiso fiscale?

Al contrario, può diventare una straordinaria opportunità per noi ma anche per l’Europa. La Sardegna può diventare un ponte naturale tra l’Africa e il continente europeo. In una prospettiva futura la nostra economia può svolgere un ruolo di primo piano.

C’è chi sostiene che il progetto della zona franca sia motivato solo da motivi elettorali. Tra un anno in Sardegna si torna a votare per le regionali?

Qualunque iniziativa di tipo politico destinata a trovare soluzioni concrete e positive per il futuro dei cittadini comporta un ritorno in consensi elettorali. È un gioco naturale. Ma sarebbe il colmo se per evitare di raggiungere il consenso stessi fermo non facendo quello di cui la Sardegna ha bisogno.

La possibilità della zona franca ha scatenato molto interesse tra i cittadini sardi. Lei si sente di promettere che il progetto sarà davvero realizzato?

Non dipende solo da noi. Siamo consapevoli che si tratta di una battaglia dura e difficile ma ci stiamo mettendo tutta la determinazione necessaria e con una testardaggine tipicamente sarda siamo convinti di farcela.

Fonte:http://affaritaliani.libero.it/cronache/cappellacci-sardegna-zona-franca180313.html

Sardegna diventerà zona franca: addio all'Iva?



Di Emilio Biga

La Regione Autonoma Sardegna, in data 7 febbraio, ha deciso l'attivazione di un regime doganale di tipo "zona franca" la cui perimetrazione coincide con i confini naturali dell'isola, ovvero tutto il territorio. È stato lo stesso governatore Ugo Cappellacci ha firmare il documento recante la richiesta al Presidente del Parlamento e a quello della Commissione Europea per permettere l'inserimento nel nuovo codice doganale comunitario anche la Sardegna e le sue isole circostanti tra i territori extra-doganali d'Italia, tutto questo in base al trattato di Lisbona.

L'entrata in vigore del nuovo codice doganale è prevista entro il 30 giugno, dopodiché anche la Sardegna diventerò zona franca, raggiungendo così Campione d'Italia, Livigno e le Canarie; sempre il governatore Cappellacci dichiara nella delibera della regione che: ”Ci apprestiamo a condurre una battaglia difficile, certi di avere il sostegno dell’Ue. Significa estendere ai benefici doganali anche quelli fiscali e del consumo”. Inoltre nella sua delibera aggiunge: “L’istituzione della zona franca consente di compensare lo svantaggio relativo alla natura insulare e ultraperiferica della Sardegna, di limitare il fenomeno dello spopolamento dell’isola e di mantenere la pace sociale”.

Un ulteriore spiegazione la fornisce a Panorama.it Andrea Impera, presidente regionale Associazioni del commercio e artigianato:“L’istituzione della zona franca trasformerà la Sardegna nella nuova Svizzera e permetterà il rifiorire dei piccoli commercianti e soprattutto dell’edilizia. Abbattere l’Iva ci consentirà di avere il carburante a costi bassissimi, di pagare pochissimo l’energia elettrica e di mettere in moto nuovamente tutto l’indotto legato al settore edilizio, un indotto ormai morto da anni e che ha ridotto sul lastrico intere famiglie. La zona franca ci permetterà di costruire a bassissimo costo e quindi favorirà gli investimenti”.

Fonte:http://news.supermoney.eu/economia/2013/02/sardegna-diventera-zona-franca-addio-all-iva-009950.html

Nessuna equità

 Di Galapagos
Un governo tecnico - anche se composto da persone per bene e con uno stile non cialtronesco al quale ci aveva abituato Berlusconi - non è mai un governo indipendente, ma è schiavo dei divieti delle forze politiche che devono garantirne la maggioranza parlamentare. Il governo Monti non fa eccezione. E, purtroppo, di suo ha messo, nel decreto legge varato domenica, un contenuto elevato di ideologia neoliberista che non a caso è piaciuta moltissimo ai mercati che ieri l'hanno esaltato spingendo al rialzo le borse e al ribasso il differenziale tra Btp e Bund tedeschi. Monti aveva promesso «efficienza, equità e sviluppo» e aveva garantito di dare il via a un sistema fiscale che avrebbe oppresso un po' di meno i redditi più bassi, aumentando la tassazione sui consumi e quella sul patrimonio. Era un'ottima premessa: sui redditi l'evasione fiscale è elevatissima, mentre occultare il patrimonio è molto più complicato. Di tutto questo nel decreto non c'è traccia. Dai primi calcoli emerge che dalla previdenza salteranno fuori 12 miliardi (oltre un terzo dell'intera manovra) tra blocco e aumento dell'anzianità emancata indicizzazione delle pensioni. Quest'ultimo provvedimento è particolarmente grave: colpisce la massa delle «rendite», quelle cioè superiori ai 940 euro al mese. Che sono taglieggiate da una inflazione attorno al 4,5% se calcolata - l'Istat lo fa - sul paniere degli acquisti quotidiani. Cioè della spesa necessaria a vivere. Di più: visto che l'aumento dell'Iva dal 10 al 12 per cento renderà più cari i consumi di massa, ne discende che lamanovra ha una connotazione anti popolare e al tempo stesso sarà depressiva per l'economia. Manon è finita: della patrimoniale non c'è traccia salvo un po' di fumonegli occhi sotto forma di aumenti di bollo per le auto di grossa cilindrata, aerei e elicotteri. C'è, invece, il ritorno dell'Ici sulla prima casa e soprattutto l'aumento delle rendite catastali per tutte le case, anche la prima. Insomma, tutti saranno chiamati a pagare, anche se, ovviamente, un po' di meno in cifra assoluta,manon certo in proporzione al reddito, i possessori di case modeste. E la patrimoniale è scomparsa: Berlusconi si è opposto e il governo tecnico di Monti non può fare a meno dei voti del Pdl. Le imposte a pioggia sulla casa sono il classico esempio di una tassazione efficiente (pesca nel mucchio) che non risponde, però, ai principi di equità. Anzi, così come è stata impostata, è una imposta regressiva che penalizza chi ha fato sacrifici immensi per comprarsi una abitazione vista la latitanza dello stato nell'edilizia sociale. Certo, Monti si trova a fronteggiare una situazione economica e finanziaria terribile, un paese quasi allo sfascio (anche dell'unità politica) della quale non ha responsabilità. Sicuramente nelle sue scelte sente sul collo il fiato del ricatto politico berlusconiano, però non ha lanciato alcun segnale di cambiamento. Eppure qualcosa poteva fare. Poteva, quantomeno, rinviare le enormi spesemilitari (16 miliardi solo per nuovi aerei) che appesantiscono i conti pubblici; poteva chiedere alla chiesa cattolica di rinunciare a parte dei propri privilegi pagando l'Ici sugli immobili destinati a attività commerciali che nulla hanno a che fare con la professione di fede; poteva tentare di dare un po' di slancio alla green economy destinandogli un po' di risorse oltre al «banale» 36% riconosciuto alle ristrutturazioni. Potevano essere colpiti con una tassazione meno di favore dell' 1,5% i capitali fuggiti all'estero e già «scudati» da Tremonti a condizioni di estremo favore che non hanno avuto uguali nel mondo. Qualcuno ha detto: «dategli tempo, mettiamolo alla prova». Si diceva così anche nel '94 all'arrivo di Berlusconi. Ma di tempo non ce n'è: la crisi incalza e l'economia italiana nel 2012 andrà in recessione. Il che significa che non sarà creata nuova occupazione, che gli anziani rimarranno al lavoro, il potere d'acquisto di larghi strati della popolazione si ridurrà e cadrà la domanda di beni di consumo senza che sia sostituita da una crescita di consumi sociali e di investimenti pubblici. Monti che è un tecnico lo sa bene. Decine di milioni di italiani impareranno a conoscerlo sulla loro pelle.

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