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Carlo Celadon: il sequestro di persona più lungo della storia d'Italia


Di Niccolò Carradori

È la sera del 25 gennaio 1988 e il 19enne Carlo Celadon sta cenando nella sua casa di Arzignano, in Veneto. Il padre Candido—un ricco imprenditore dell'industria conciaria—è in vacanza in Kenya con la sorella Paola, mentre il fratello maggiore Gianni è in viaggio di nozze. È seduto a tavola con i domestici, quando quattro uomini incappucciati e armati fanno irruzione nell'abitazione. 

Inizialmente Carlo pensa a una rapina. Ma dopo aver immobilizzato i domestici, gli uomini lo conducono fuori dall'abitazione, gli legano mani e piedi con del fil di ferro e lo chiudono nel bagagliaio di un'auto. Dopodiché mettono in moto, e partono nella notte. 


Quello che Carlo ancora non può sapere è che i quattro uomini sono degli affiliati della 'ndrangheta che lo stanno portando sull'Aspromonte, in Calabria, e che il suo sta per diventare il sequestro di persona più lungo della storia italiana.

La storia di Celadon, rispetto ad altri sequestri celebri avvenuti in Italia—Cesare Casella, Paul Getty, Farouk Kassam—è passata un po' in secondo piano. Per questo il giornalista Pablo Trincia l'ha scelta come primo episodio del suo nuovo podcast, Buio - Storie di Sopravvissuti


"La storia di Celadon," mi ha detto Trincia al telefono, "è singolarmente rappresentativa di un fenomeno, la stagione dei sequestri, che ha segnato la storia italiana. Fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Novanta la media era di un sequestro a settimana, con il picco massimo raggiunto negli anni Settanta. Un business endemico che, fra l'altro, ha finanziato l'ascesa di una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo. Ma è estremamente interessante anche perché rappresenta un calvario di sofferenza e resistenza umana."

La prima puntata di Buio, attraverso le testimonianze—quella di Carlo, ma anche del fratello, e del PM Tonino De Silvestri—ricostruisce questo calvario. Ma riesce anche ad inquadrare bene il fenomeno nella sua interezza sistemica. "La stagione italiana dei sequestri rappresenta uno spartiacque nella crescita delle cosche mafiose," ha continuato Trincia. "La 'ndrangheta aveva creato un vero e proprio sistema attorno ai sequestri, investendo poi i proventi in attività criminali più redditizie come la speculazione edilizia e il traffico di droga."


Ma torniamo al viaggio di Celadon nel bagagliaio dell'auto, che dura 17 ore senza sosta. Carlo ha le braccia e le gambe doloranti, e si è dovuto urinare addosso. Una volta arrivati a destinazione, viene lasciato in una piccola buca scavata nel terreno, e legato a un muro di roccia con tre catene, al collo, e a entrambi i piedi. Gli viene lasciato soltanto un sacco con un po' di pane e formaggio per sfamarsi.
Una volta rimasto solo, come spiega in Buio, comincia a realizzare la situazione: "Per quel poco che sapevo sui sequestri, la durata media di un rapimento era lunga. Sei o sette mesi. Mi aspettava un lungo periodo di sofferenza, totalmente all'oscuro di quello che poteva succedere."

Nei primi giorni, però, è soprattutto un altro pensiero a ossessionarlo. "Un paio di settimane prima del sequestro ero a cena con mio padre, quando al telegiornale passarono la notizia della liberazione di un altro ostaggio. Ormai i rapimenti erano all'ordine del giorno, e ricordo che gli chiesi cosa avrebbe fatto lui nella stessa situazione. Mi guardò fisso, scuotendo la testa, come a dire che non avrebbe mai pagato il riscatto. Temevo che mi avrebbe lasciato morire." 

Le paure di Carlo, però, sono fittizie. Non appena le forze dell'ordine lo hanno avvertito del rapimento, Candido Celadon è rientrato in Italia per tentare di salvare il figlio. Il telefono di casa inizia a squillare già dai giorni successivi, ma a chiamare sono truffatori che, fingendosi dei rapitori, cercano di estorcere denaro. Ci vogliono tre mesi prima di avere notizie reali: una sera di fine aprile, infatti, arriva la chiamata di un uomo con un forte accento calabrese. Dice di chiamarsi "Agip," e di avere in mano Carlo. Chiede cinque miliardi di lire per il riscatto. 

Candido Celadon pretende delle prove prima di trattare il rilascio del figlio, quindi Agip gli dà le informazioni per recuperare un'audiocassetta in cui Carlo implora il padre di liberarlo. Ha la voce stremata, e accusa il padre di averlo abbandonato e di pensare solo ai suoi soldi. I rapitori, infatti, stanno aizzando le paure di Carlo con uno sporco gioco psicologico: gli raccontano che il padre non vuole pagare, che preferisce lasciarlo morire, che rifiuta ogni richiesta. Gli fanno anche scrivere delle lettere al padre, che poi non consegnano, per acuire in lui il senso di abbandono. 
In realtà le trattative sono vincolate al volere del pubblico ministero di Vicenza, Tonino De Silvestri. "Esistevano due scuole di pensiero," ricorda de Silvestri in Buio. "Secondo la prima si dovevano congelare i beni della famiglia, e impedire ogni contatto con i rapitori. Un'altra scuola invece, suggeriva di concedere la trattativa alla famiglia. Io scelsi una via di mezzo: congelai i beni dei Celadon, ma permisi loro di poter trattare con i rapitori. L'idea era quella di consentire un incontro, e di organizzare un blitz al momento della consegna del riscatto." Nonostante questo, però, la trattativa con Agip va per le lunghe, e i mesi passano.
Nel frattempo Carlo resta incatenato nella buca. "L'odore dei miei viveri attirava i topi, e passavo il tempo appostato in un angolo. Mettevo un pezzo di formaggio sotto un bicchiere, e quando entravano gli schiacciavo la testa," ricorda nel podcast. "Due volte sono entrati anche dei serpenti, ed è stato terrificante. Sapevo che anche se non erano velenosi, rischiavo la vita: se mi avessero infettato con un morso, i miei rapitori non mi avrebbero certo portato in ospedale." Celadon doveva inoltre vedersela anche con le intemperie: "Un giorno calò sul monte un diluvio pazzesco. Il mio nascondiglio era scavato per terra, e la buca si riempì d'acqua. Pensavo che sarei morto annegato. Urlavo, mi sgolavo, chiedendo aiuto. Ma nessuno mi rispose."
Alla fine Candido Celadon e "Agip" si accordano per un incontro. I fratelli di Carlo dovranno farsi trovare in una strada di Piace, in Calabria, dove verrà loro segnalato il luogo dello scambio. I due eseguono, consegnano i cinque miliardi, ma non ricevono istruzioni sul rilascio. La polizia, però, è appostata poco lontano: segue gli uomini che hanno ritirato i soldi, e fanno irruzione in una piccola casa, arrestando cinque persone. Di Carlo, però, non c'è traccia. E nemmeno dei soldi appena consegnati.
Poco prima del blitz, infatti, Carlo era stato spostato in un altro luogo da altri complici. Lo avevano fatto camminare per ore, in mezzo al bosco, fino a una piccola grotta, dove lo avevano di nuovo incatenato e lasciato solo. Dopodiché, e per i sette mesi successivi, le notizie si interrompono. Tanto che i familiari di Carlo cominciano a pensare che lo abbiano ucciso. Alla fine, però, "Agip" ricomincia a chiamare casa Celadon. Chiede altri cinque miliardi, e le trattative ripartono da capo. La famiglia ha conservato le registrazioni di queste chiamate, e in Buio si avverte bene come il tono si faccia sempre più violento. "Tu devi solo dirmi se non vuoi pagare," dice "Agip" a Candido, "così ti facciamo arrivare la sua testa."
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Mafia nigeriana, ecco come la "piovra nera" sta conquistando l'Italia

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Di Pietro Mecarozzi

La mafia non è più solo Cosa nostra. I padrini han cambiato pelle e accento, mentre l’Italia è teatro inconsapevole di un passaggio di consegne tra due delle più potenti organizzazioni criminali della storia. Da Nord a Sud, la mafia nigeriana sta invadendo regioni e città dell’Italia, con o senza la collaborazione dei clan nostrani. Eiye, Black Axe, Viking e Mefite sono le quattro grandi cosche africane, conosciute anche come Cult. A queste si aggiungo i piccoli gruppi e i cosiddetti cani sciolti, per un organico complessivo che raggiunge di diritto le prime posizioni tra le strutture criminali più pericolose al mondo.

 Nata intorno agli anni ’80, la mafia nigeriana affonda le sue radici nei campus africani, dove gruppi prevalentemente formati da studenti di etnia Ibo e Yoruba, quindi con un elevato grado di istruzione, riuscirono a garantirsi la protezione dello Stato e del mondo politico grazie a uno scambio di favori che seguì la crisi del petrolio e il conseguente vacillamento della stabilità interna. La pietra angolare: il traffico di sostanze stupefacenti. Seguito da quello di organi, il racket della prostituzione, l’ingerenza sulle rotte dell’immigrazione, estorsioni e via dicendo. Una struttura verticale che fa capo ai Don, le figure di grado più alto, ma nella quale anche le donne (cosiddette maman, fondamentali nella gestione della prostituzione) possono essere investiste di nomine importanti e non solo destinate all’infelice compito di mule per il trasporto intracorporeo di ovuli contenti droga. 

La genesi di questa pericolosa mafia parte proprio da quei viaggi tanto rischiosi quanto (se portati a termine) redditizi, che hanno contribuito non poco al successo e all’espansione della cosca in termini materiali e geografici. Se prima infatti il compito di queste organizzazioni era quello di "stampella" alla quale si appoggiavano le grandi famiglie mafiose, ultimo ma non meno importate il caso dei due boss nigeriani pentiti e della ramificazione che il loro clan aveva intrapreso nel territorio rientrante in quello della famiglia di cosa nostra di “Palermo Centro” (mandamento di “Porta Nuova”), adesso il discorso è decisamente cambiato. Primo su tutti l’esempio di Castel Volturno, dove la mafia autoctona ha lasciato il posto a una delle perle insanguinate della collana che è l’organizzazione mafiosa nigeriana. Controllo totale su prostituzione (in particolare quella minorile) ed estorsione senza sconti di pena, neanche per i connazionali che hanno aperto delle attività nel nostro Paese e che - per far fede ai vincoli corleonesi! - sono tra i più martoriati. Eroina e oppiacei vengono acquistati in Oriente, mentre per la cocaina i ponti conducono in Sud America, per finire con un giro di prostituzione tenuto in piedi grazie al continuo rimpinguamento di forze da sfruttare proveniente direttamente dalle coste libiche Un po’ come un allievo che supera il maestro, la cosca nigeriana - contro ogni previsione - muove i suoi primi passi nel nord Italia, come afferma la relazione semestrale del 2018 della Direzione investigativa antimafia: “Storicamente, la presenza di comunità nigeriane va fatta risalire, fin dagli anni ’80, specialmente nel nord Italia, in Piemonte, con Torino in testa, in Lombardia, in Veneto e Emilia Romagna”. Per poi specificare: “ In Italia, il primo arresto di un nigeriano narcotrafficante risale al 1987. 

L’operatività di gruppi organizzati si è poi estesa, nei primi anni ’90, anche al centro-sud, specialmente in Campania, nel casertano e sul litorale domitio”. Un’ascesa partita dal settentrione e che registra ad oggi un impressionante network malavitoso: eroina e oppiacei vengono acquistati in Oriente, mentre per la cocaina i ponti conducono in Sud America, per finire con un giro di prostituzione tenuto in piedi grazie al continuo rimpinguamento di forze da sfruttare proveniente direttamente dalle coste libiche. La mafia di Langtan, conosciuta anche così dall’omonima cittadina della Nigeria, è un problema che adesso anche l’Italia, oltre a gran parte dell’Europa, non può più ignorare. Senza contare che questi clan cultisti rivestono una sorta di aggregatore sociale non solo per gli adepti già assoldati che partono dalla Nigeria per approdare poi sulle sponde italiane, bensì “picciotti” si diventa anche una volta in Italia, senza nessuna nozione di base ma con un battesimo a dir poco indimenticabile. A caratterizzare queste organizzazioni criminali, dunque, non contando il “metodo mafioso” ibrido tra un modello siciliano e quello di una gang, è il rito di iniziazione. “Vengono, infatti, utilizzati riti di iniziazione chiamati ju-ju, molto simili al voodoo e alla macumba, propri della cultura yoruba, immancabilmente presenti in Nigeria, nella fase del reclutamento delle vittime. Tali riti diventano, poi, funzionali alla “fidelizzazione” delle connazionali, che una volta giunte in Italia vengono destinate alla prostituzione” notifica il rapporto della Dia. E ancora, dalle parole di un pentito, è possibile capire la violenza di questi passaggi tribali, spesso traducibili in pestaggi e cruenti sevizie: denudati e buttati a terra, vengono presi a calci e pugni dai confratelli sotto lo sguardo del santone; tagli sul corpo e un calice di sangue e lacrime offerto come prova di fiducia per concludere. L’affiliazione è dolorosa e lontano dal nostro immaginario comune di ingresso nel mondo mafioso (Cosa nostra generalmente premia chi decide di arruolarsi). Il primo germoglio criminale nasce proprio nei centri di accoglienza, mentre l’humus in grado di alimentare questa sanguinosa giostra è proprio il flusso degli sbarchi Questo dovrebbe bastare per capire il livello di pericolosità del fenomeno. Ma dai dettagli emersi durante i processi che hanno coinvolto i primi pentiti della “piovra nera” si capisce che la situazione è ben più grave del previsto: “Un membro dei Maphite è andato a casa di un componente dei Black Axe e ha ucciso la madre, tagliandole il corpo a pezzi. Poi ha portato i resti nella scuola dove il figlio della donna stava seguendo la lezione e li ha buttati lì, scatenando il panico e il terrore. Sono scappati tutti via. Dopo due mesi da questo episodio, i Black Axe sono andati a casa della mamma di un componente dei Maphite e hanno cavato gli occhi ai suoi genitori e poi li hanno decapitati con un’ascia”. Non c’è perdono, tantomeno codici di onore. A suonare l’allarme sono, inoltre, i centri di accoglienza. Tra "stipendi" d’oro dei veritici dei clan e transazioni di denaro difficilmente rintracciabili, in quanto il metodo utilizzato è quello dell’hawala, niente banche ma una rete fittissima di referenti in vari paesi del mondo (in sostanza fanno rimesse), la questione ha contagiato l’intero dossier immigrazione. Dalla Libia vengono reclutate e obbligate a imbracarsi giovani donne nigeriane, le quali una volta in Italia vengono assegante a un joint, ovvero i posti sui marciapiedi, costringendole non solo a prostituirsi ma tenendo altresì la famiglia, rimasta in patria, in ostaggio. I soldi ricavati da prostituzione e droga, pertanto, sono il carburante che tiene in vita le varie cellule sparse per l’Africa, primo filtro essenziale della cosca. 

E qui entrano in gioco i C.a.r.a. Recentemente sono stati bloccati a Parigi, Marsiglia, Nizza, Nancy, una decina di nigeriani, tutti ricercati in Italia e tra cui si nascondeva Happy Uwaya, ritenuto il boss dell’organizzazione. Secondo lo Sco (il Servizio centrale operativo) gli arrestati erano membri del clan Vikings e avevano come base operativa il Cara di Mineo, in provincia di Catania. In altre parole, spesso il primo germoglio criminale nasce proprio nei centri di accoglienza, mentre l’humus in grado di alimentare questa sanguinosa giostra è proprio il flusso degli sbarchi. Non è un caso, pertanto, se il numero di detenuti nigeriani (aggiornato al 31 marzo 2019) è di 1.604 contro i 679 del 2007. L’indagine Athenaeum di Torino, infine, è la prova di come i tentacoli di questa organizzazione criminale si siano infiltrati in profondità, sostituendo un virus nostrano con un virus straniero.

FONTE: https://www.linkiesta.it/it/article/2019/04/24/mafia-nigeriana-estorsione-racket-prostituzione/41918/

“Oro insanguinato” a La Rinconada, il “Paradiso del Diavolo” sulle Ande peruviane: una città governata dalla criminalità organizzata, dove i diritti umani non esistono


Di Peter Koenig

La Rinconada, 5.000-5.400 metri sul livello del mare, baracche di lamiera ondulata, incollate alle colline delle montagne circostanti, casa di 50.000-70.000 minatori e gruppi mafiosi in lotta per il loro controllo. La Rinconada, sulle Ande peruviane, con le miniere d’oro più alte, caotiche, illegali e velenose del mondo, circa 210 km a nord est di Puno, un viaggio in auto di 4 ore, su strade mal asfaltate e piene di buche. La Rinconada, nei pressi della città mineraria di Ananea (circa 4.700 m sul livello del mare), poco più civilizzata, è anche considerata come uno dei posti più orribili del mondo: un luogo governato da bande di criminali, che si estende su una valle e fin sulle colline, senza acqua corrente, rete elettrica o rete fognaria. La Rinconada, un tempo un lago montano incontaminato, ha ora l’aspetto e l’odore di un’immensa discarica, infestata da esalazioni giallo-brunastre di mercurio – residui di un’illegale estrazione d’oro.
L’aria rarefatta, povera di ossigeno, è carica di vapore di mercurio, il quale pian piano penetra all’interno dei polmoni, andando col tempo ad intaccare il sistema nervoso, la memoria, la motilità, portando spesso a paralisi ed infine a morte prematura. L’aspettativa di vita di un lavoratore minerario è di 30-35 anni, circa la metà di quella di un cittadino peruviano medio.
La vita non ha valore. I lavoratori vengono uccisi perché hanno una roccia che potrebbe contenere delle piccole venature d’oro. I corpi vengono spesso gettati su mucchi di immondizia, lasciati a marcire. A volte se ne trova uno che poi viene seppellito proprio nella discarica. Non di rado ci si può imbattere in una tomba nel bel mezzo di un campo di rifiuti.
I diritti umani qui non esistono. Il lavoro minorile è comune. Così anche la prostituzione di bambini ed il traffico di donne e droga. Le pause vengono passate in mezzo ai fumi di alcol e sostanze stupefacenti. La vita non ha valore.
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I ragazzini lavorano nelle gallerie minerarie sotterranee, in quei cunicoli nei quali gli adulti non riescono ad entrare. Quando una di queste crolla ed un bambino muore, non ci si fanno grossi problemi. Molti di loro non vengono identificati. Molto probabilmente non hanno neanche una famiglia. Sono figli di genitori non umani, che gestiscono questa industria infernale e che si portano dietro le proprie creature perché hanno bisogno di ulteriori braccia. Nessun amore, nessuna etica, nessun rispetto per nient’altro che non siano le leggendarie pepite d’oro. Nessuna pietà. Questa è La Rinconada.
I minatori vengono di propria spontanea volontà. Nessuno li costringe. Per la maggior parte sono poveri. Alcuni solo avidi. Il sogno di diventar ricchi in miniera fa accettar loro le più orrende condizioni di lavoro e di vita. Sopravvivere in una discarica a cielo aperto, in mezzo a metalli pesanti tossici e spazzatura, guadare in mezzo a materiale di scarto pregno di mercurio, aria rarefatta, contaminata con vapori velenosi, senza riscaldamento, temperature sottozero per la maggior parte dell’anno, detriti e rifiuti ovunque. I minatori però non si lamentano. Alcuni portano le proprie mogli, qualcuno anche i figli – è una loro scelta. Alcuni rimangono “temporaneamente” per 6-12 mesi, 2 anni, … Per altri invece il sogno di diventar ricchi non finisce mai; rimangono fino alla morte. Sanno che verranno abusati e ridotti in schiavitù. Lo sanno, non sono costretti, eppure lo accettano.
I minatori solitamente lavorano per lunghe ore, e per 29 giorni lo fanno anche gratuitamente. Il 30° possono tenere per sé qualsiasi cosa abbiano estratto dal terreno. Mensilmente raccolgono dunque circa 800-1.000 soli (cioè tra i 250 ed i 320 dollari americani). A volte la fine del mese non porta alcunché. A volte porta alcune rocce con venature di oro. Tutti sperano in una pepita. Questo tipo di salario non vale solo per il Perù. La Bolivia ed altri paesi andini aperti all’industria più distruttiva dal punto di vista ambientale e sociale – quella mineraria – applicano sistemi simili. L’illusione di trovare la leggendaria “roccia d’oro” è un’ossessione. Ed anche nell’eventalità che un minatore trovasse un tesoro da conservare, probabilmente verrebbe derubato, se non ucciso, il suo corpo smembrato – tanto sarebbe solo un altro minatore che si è perso. O forse no. Forse solo scomparso. Forse in una discarica. Ce ne sono un’infinità a Rinconada. Riflettono il carattere del posto: immondizia, morte, puzza e rifiuti.
Non importa a nessuno – o perlomeno non abbastanza da indagare su morti e dispersi. La realtà purtroppo è questa. I minatori vengono spontaneamente, non con la coercizione. Si schiavizzano da sé, nella vana speranza di arricchirsi. In realtà, si intossicano con le esalazioni del mercurio, con un ambiente totalmente velenoso, con un’esposizione giornaliera ai metalli pesanti. Il loro sistema nervoso si deteriora, lentamente ma inesorabilmente. Collasso polmonare, danni cerebrali, distrofia muscolare, morte precoce, paralisi, perdita di memoria. Per molti è un sogno che si trasforma in incubo. La povertà fa questo, ti uccide mentre sogni un mondo migliore.
Rinconada – regole mafiose. La polizia è connivente. Assassinî ed omicidi sono all’ordine del giorno. Prostituzione ed abuso di alcool e droghe dilagano. Non importa a nessuno. Vale la legge del più forte.
Queste organizzazioni criminali peraltro sono tutte locali. Provengono dalle vicinanze, da Juliaca, Puno e dintorni. Non sono ammesse compagnie minerarie straniere. Queste, le enormi e famigerate multinazionali di oro e metalli preziosi, stanno “a valle”, senza identità né origini, in attesa di impossessarsi delle merci insanguinate. Di modo che nessuno possa ricollegarle ai crimini.
Le donne generalmente non lavorano nelle miniere. Superstizione. Portano sfortuna, dicono. Distraggono gli uomini, fanno sparire le venature d’oro. Le miniere sono per i maschi, solo loro sono autorizzati a lavorarle. Le montagne possono diventare gelose. Le donne hanno altre faccende alle quali badare: raccogliere rocce sparse che possono contenere resti di oro; preparare il cibo, pulire e, se una famiglia è folle abbastanza da portare la propria prole in questo inferno, badare ai bambini.
La Rinconada – uno dei posti più orribili al mondo. Poco conosciuto. La maggior parte della gente di Lima, la capitale peruviana, ne ignora totalmente l’esistenza e, quand’anche ne abbia sentito il nome, di solito immagina che sia un lussureggiante country club nell’elitario quartiere de “La Molina”. Non sanno che in realtà il suo soprannome è “Il Paradiso del Diavolo”.
Rinconada produce “oro insanguinato”, concetto simile ai diamanti e smeraldi insanguinati di altre parti del mondo.
Chi lo acquista?
Grandi corporation. Una di queste è la svizzera Metalor, una delle più grandi fonderie d’oro al mondo. Ogni anno nel globo vengono estratte dalle 3.000 alle 3.500 tonnellate d’oro. La Svizzera ne raffina circa il 70-80%. Si stima che il 20-30% di esso sia “oro insanguinato” – cioè derivante da corruzione, distruzioni ambientali e sociali, furto di terreni, illecite pratiche di estrazione, lavoro minorile, … – insomma, tutto ciò che avviene a Rinconada.
Ad oggi la Svizzera non vuole conoscere l’origine dell’oro. Il paese non impone un codice etico alle aziende che godono del paradiso fiscale elvetico. Il governo finge di credere che queste società abbiano i propri codici di condotta e confida nel fatto che aderiscano ai propri standard etici. Com’è facile ripulirsi la coscienza!
Quando vengono portate loro prove del contrario, le autorità chiudono un occhio e, se messe sotto pressione, semplicemente rispondono “se usassimo il pugno di ferro, lascerebbero il paese” e “se stanno commettendo qualcosa di illegale, sono responsabili nei confronti del paese ospitante”. Fingono di non sapere che basta elargire delle tangenti e poi si può fare di tutto nella maggior parte di questi “paesi ospitanti”.
Questo il comportamento che uno dei paesi più ricchi e ritenuti più nobili del pianeta tiene per tenersi buone le proprie compagnie. La Svizzera è peraltro anche l’unico membro OCSE che permette ai parlamentari di sedersi in tutti i Consigli di Amministrazione nei quali desiderano stare. In pratica, un conflitto di interessi totalmente legalizzato. E nessuno apre bocca. La popolazione accetta questa palese aberrazione senza batter ciglio – la maggior parte non sa nemmeno che vige. D’altronde gli svizzeri sono ricchi, non hanno tempo per pensare agli abusi dei diritti umani che le corporation perpetrano. Il Parlamento in pratica è un’enorme lobby aziendale-bancaria. In questo ambiente di crimini da colletti bianchi, società come Glencore e Metalor possono prosperare facilmente.
Un referendum popolare che spingeva per un'”Estrazione Responsabile”, proposto di recente, è stato affossato nel Parlamento svizzero dalla lobby mineraria ivi presente. In riguardo alla pratica referendaria, è prassi comune che esecutivo e Parlamento esprimano il proprio voto prima della votazione pubblica: altra pratica sleale, in quanto in grado di influenzare la decisione finale degli elettori.
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Nel mentre, il governo peruviano accusa la fonderia svizzera Metalor di acquistare in Perù tonnellate di oro da fonti sospette – in sostanza, “oro insanguinato”. La compagnia è anche indagata per partecipazione esterna in associazione criminale e per riciclaggio di denaro [sempre dai contratti di oro illecito] (OjoPúblico, Perù, 14 marzo 2019):
“Nel periodo che va dal 2001 al 2018, il Gruppo Metalor è stato l’importatore esclusivo di oro proveniente da attività minerarie illegali, vendute o spedite da Minerales del Sur SRL (Minersur), per un importo superiore ai 3,5 miliardi di dollari USA. Metalor ha il proprio quartier generale nel cantone di Neuchatel, in Svizzera”.
Una di queste fonti illegali è La Rinconada. Un’altra è lo scavo a Madre de Dios, regione amazzonica del Perù, dove migliaia di ettari di foresta pluviale sono state devastate e razziate da organizzazioni di stampo mafioso. Metalor nega tutto, asserendo che fa affari solo con compagnie minerarie rispettabili. Il caso è aperto, ma il fetore di illegalità che da molti anni circonda questa azienda nausea quasi quanto quello di Rinconada.
Perché per trovare questo metallo si distruggono l’ambiente, le preziose fonti di acqua dolce, lo spirito umano, si seminano conflitti tra intere società, devastando il loro tessuto sociale ed arrecando morte a milioni di persone, per secoli, nelle regioni sfruttate? Il vero valore industriale dell’oro è solo del 15-​​20% di quello speculativo di mercato. La febbre è però tale che le banche si sono inventate l'”oro di carta”. In pratica, Tizio e Caio possono ottenerlo senza che ci sia mai il bisogno di vedere il lingotto. La banca semplicemente emette un certificato, un pagherò, per una certa quantità di oro che, in teoria, potrebbe essere scambiato per un bene materiale qualora Tizio volesse portare il lingotto nel proprio caveau personale domestico. Non è così facile come sembra. L’oro cartaceo che circola supera 100 volte in quantità quello reale disponibile sul mercato. Se tutti volessero scambiarlo con quello reale, il sistema bancario collasserebbe, o comunque non sarebbe fisicamente in grado di effettuare la conversione.
Il caso più eclatante ha riguardato la Germania, la quale, da tradizione, ne teneva circa 1.200 tonnellate, del valore di circa $50 miliardi, depositate nella FED di New York. Nel 2013, quando i tedeschi hanno scoperto che il proprio oro era conservato al di fuori dei confini nazionali, si è scatenata una rivolta pubblica. La Bundesbank aveva dunque espresso l’intenzione di ritirarlo e rimpatriarlo entro il 2020. La FED ha però risposto picche. Non lo si è potuto toccare. Per caso la Federal Reserve stava utilizzando i lingotti tedeschi, nonché quelli di tanti altri paesi, depositati nelle proprie casse per effettuare operazioni di speculazione?
Sangue e criminalità sono intimamente legati all’oro, a quanto pare. Il sistema monetario per molto tempo si è basato su di esso. Il rublo russo e lo yuan cinese lo sono tuttora, sostenuti anche dalle rispettive economie. Le valùte occidentali invece oggi sono moneta fiat. Chissà, forse, per salvare dal collasso il dollaro americano e la sua piramide, l’Occidente potrebbe tornare di nuovo ad una sorta di gold standard, un mezzo comunque artificiale.
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Quanta parte dell’oro nelle riserve dei paesi di tutto il mondo è “insanguinato”? Quante persone, bambini ed intere generazioni dovranno vivere ancora nella miseria, la loro salute debilitata dall’esposizione ai metalli pesanti, fino a che la coscienza umana non sarà in grado di fermare questa follia? Bisogna chiudere inferni come quelli di Rinconada e Madre de Dios. Ed altre centinaia di miniere analoghe in tutto il mondo. Quando il valore dell’oro si allineerà al suo valore effettivo – cioè quello industriale, né più né meno – allora forse l’umanità ne acquisirà in dignità e rispetto reciproco.
Traduzione  per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG

MAFIA NIGERIANA, lo scoop del Fatto Quotidiano: 'La sua ascesa iniziò a Torino nei primi del 2000'


Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo anche in Italia si sta parlando della mafia nigeriana, una potente organizzazione criminale sempre più influente a livello mondiale. Negli ultimi mesi si stanno avendo sempre più notizie di arresti e inchieste nei confronti di individui o gruppi legati al network della stessa organizzazione mafiosa e, proprio pochissimi giorni fa, è stato disarticolato un clan a Palermo.

Un recente ed interessante articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano, scritto dal giornalista Andrea Giambartolomei, ha ricostruito l'ascesa della mafia nigeriana in Italia.
Più specificatamente, nello stesso articolo si sostiene che la stessa organizzazione criminale di origine africana crebbe fortemente a Torino nei primi anni del Duemila.

 In quel periodo il capoluogo piemontese  era interessato da una forte crisi ( specie della Fiat) e non era ancora 'rinato' grazie alle Olimpiadi invernali del 2006.
 La comunità nigeriana, che al tempo era composta ufficialmente da 2 mila cittadini regolari, era lacerata da un clima di violenza sempre più forte. 

In tal contesto, c'è da dire che tra le vittime ( generalmente anch'esse nigeriane) del racket della mafia solo pochissime parlavano o riuscivano a ribellarsi.

MAFIA NIGERIANA, blitz a Palermo contro la Eiye: 17 fermi


Di Salvatore Santoru

Un recente blitz della Squadra Mobile di Palermo ha portato all'arresto di diversi esponenti della mafia nigeriana. Andando maggiormente nello specifico e stando a quanto riporta 'Antimafia Duemila', l'operazione era volta alla disarticolazione del sodalizio criminale chiamato denominato “Eiye”, diffuso in tutta l'Italia. 

A seguito dell'operazione avvenuta nel quartiere Ballarò e denominata 'No Fly Zone' sono stati arrestati, riporta il 'Giornale di Sicilia', 17 individui coinvolti nel clan facente parte del network della mafia nigeriana.

Camorra, catturato il superlatitante Marco Di Lauro



Catturato il superlatitante di camorra Marco Di Lauro, grazie a un’operazione congiunta di Polizia e Carabinieri. a renderlo noto è il titolare del Viminale Matteo Salvini che fa i complimenti alle forze dell’ordine, «dopo l’arresto di un terrorista algerino dell’Isis mettono a segno un’altra operazione importantissima. Nessuna tregua ai criminali», conclude Salvini.

Marco di Lauro si nascondeva in un appartamento di via Emilio Scaglione, nel quartiere di Chiaiano, periferia nord di Napoli. Alla vista delle forze dell’ordine non ha opposto resistenza. «Marco Di Lauro non era armato e non ha opposto resistenza». Lo ha detto il questore di Napoli, Antonio De Jesu, che è sceso dai suoi uffici per accogliere i suoi uomini che, insieme all’Arma dei Carabinieri, hanno condotto l’operazione.
Soddisfatto anche il comandante provinciale dei Carabinieri di Napoli, colonnello Ubaldo Del Monaco, che ha evidenziato che l’azione si è svolta sotto il coordinamento della Dda di Napoli guidata dal procuratore Melillo. «Siamo contenti», ha aggiunto Del Monaco.

Classe 1980, era latitante dal 2004: quarto figlio di Paolo di Lauro, soprannominato «Ciruzzo o’ milionario», fondatore della famiglia camorristica napoletana di Secondigliano, figura nella lista dei 30 latitanti più pericolosi del Viminale. Era ricercato per associazione di tipo mafioso e altro e nel 2006 sono state diramate le ricerche in campo internazionale.

Così la mafia nigeriana controlla almeno nove città italiane

Di Giuseppe Aloisi
Di mafia nigeriana si parla ancora poco - almeno in termini mediatici -, ma tra gli elementi citati spesso c'è la correlazione tra i rituali vodoo e l'organizzazione criminale in questione.
Il Viminale sembra voler agire con decisione: il ministro Matteo Salvini ha predisposto l'invio di 200 soldati presso Castelvorturno, quello che sembra essere il vero centro di comando, magari di diffusione, del fenomeno in oggetto.
Ma a leggere alcune delle analisi che vengono pubblicate, come quella di Marco Gregoretti per Voiche è stata riportata da Dagospia, non sembra possibile circoscrivere questa tipologia di mafia a un unico territorio. Se Castelvorturno piange, insomma, altre città non ridono. Tanto che quelle "controllate" in Italia - nel senso di essere assoggettate - sarebbero ben nove. Il legame tra una certa ritualità tribale e i comportamenti messi in atto da vari gruppi criminali, che sono almeno tre, è uno dei capisaldi teorici del dottor Alessandro Meluzzi, che si è detto più volte certo di questo nesso: "Quello che hanno fatto alla povera Pamela Mastropietro - ha dichiarato lo psichiatra alla rivista citata - , ma anche alla piccola Desirée Mariottini non trova parole per essere descritto. Sono state vittime di rituali criminali con i quali rischiamo di dover convivere quotidianamente". Le modalità d'azione, insomma, hanno delle drammatiche costanti. Lo dovremmo dedurre da recenti fatti di cronaca. Meluzzi, però, non è il solo a rintracciare un collegamento tra i tribalismi e i delitti: "Anche la criminologa Valentina Mercurio - si legge ancora - ha fatto diversi «studi sul campo» sui rituali e i sistemi punitivi adottati da queste bande criminali in Nigeria e in occidente".
Volendo essere precisi, varrebbe la pena spiegare cos'è lo Juju, che alcuni ascrivono al Vodoo e altri, orientalizzandone l'espressione, usano citare in funzione di una sorta di spiritualismo africano. Fatto sta che Voi ha deciso di non pubblicare, considerato l'"incubo permanente" che rappresenta, un reportage fotografico al riguardo. I filoni da seguire, sempre secondo quanto si è dedotto in questi mesi, sono almeno tre.....
Per comprendere la mafia nigeriana, insomma, bisogna tener conto di una serie di fattori intrecciati: quello rituale, quello criminale e quello economico - finanziario. Tutti e tre i fattori, però, viaggerebbero su una sola direttrice e finirebbero col produrre un effetto comune: una sorta di dominio territoriale che nove città d'Italia dovrebbero, loro malgrado, conoscere bene.

Teramo calcio, il nuovo ad: “Camorra scelta di vita. Ho sempre rispettato”

“La camorra è una scelta di vita, io ho sempre rispettato loro, loro hanno rispettato me”. Queste le parole, secondo quanto riporta l’Ansa, del nuovo amministratore delegato del Teramo calcio Nicola Di Matteo che sarebbe state pronunciate a margine della sua presentazione ufficiale allo stadio, alla presenza del presidente Luciano Campitelli. Frase che, inevitabilmente, ha scatenato una polemica e la reazione della Lega Proche ha segnalato le dichiarazioni alla Procura Federale della Figc e ha attivato il proprio Comitato etico, presieduto dal prefetto Francesco Cirillo. “La camorra è una organizzazione criminale che nulla può accomunarci. Noi siamo e saremo contro sempre senza se e senza ma. Una dichiarazione assurda e vergognosa”, commenta il presidente di LegaPro, Francesco Ghirelli.
Sulla stessa linea d’onda anche il primo cittadino di Teramo: “La camorra è una scelta di morte e non di vita. Nessun cittadino teramano si riconosce in parole che non denuncino come la camorra, al pari di ogni altra organizzazione criminale di stampo mafioso, sia sopraffazione, delinquenza, dispregio delle leggi e della Libera convivenza – ha commentato il sindaco Gianguido D’Alberto – Non possiamo accettareche chi si unisce alla nostra comunità in qualche modo giustifichi o “rispetti” quei comportamenti, quelle scelte di vita e quella cultura”. “Sconcerto e disapprovazione” a nome del Pd è stato espresso dal capogruppo consiliare Luca Pilotti: “La camorra è una gravissima e pericolosissima forma di criminalità organizzata. È inaccettabile che tali parole siano pronunciate da una persona inserita in un contesto societario che rappresenta e spende il nome della nostra Città ed occorre che il signor Di Matteo chiarisca di fronte ai Teramani tutti le dichiarazioni rese”.  Il Pd parla di “persone non benvenute a Teramo chi la pensa così, giacché non si può accettare che passino messaggi di questo genere, che tendono a minimizzare quella che è una dura e drammatica realtà: che la camorra è una organizzazione criminale di stampo mafioso e non una scelta di vita”.

“Stupore e riprovazione per le parole dell’amministratore delegato del Teramo Calcio” scrive su Twitter il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra (M5S). “Lo sport non può che essere rispetto delle regole, chi considera la camorra una realtà da rispettare è evidentemente un soggetto che dello sport e non solo non ha capito lo spirito”.
In una lunga nota Di Matteo precisa, ma non smentisce la dichiarazione: “In merito agli articoli di stampa apparsi in queste ore, relativi alla recente conferenza di presentazione ed alle dichiarazioni rilasciate, sento il dovere di precisare le mie effettive considerazioni. Come avrete intuito, non mi ritengo un fine oratore, né tantomeno ho in dote la capacità di argomentare in modo abile e persuasivo, specialmente di fronte una telecamera, ma l’oggetto della conferenza, la mia presentazione nel ruolo di Amministratore delegato della S.s. Teramo Calcio, lo imponeva e non mi sono tirato indietro. È la storia della mia vita a confermarlo: alle mere chiacchiere ho sempre risposto con i fatti, gli stessi che mi hanno portato a costruire qualcosa d’importante nel mio ramo professionale, partendo davvero dal nulla. Se a soli sedici anni ho deciso, di mia precisa sponte e, anche contro la volontà della mia famiglia, per evidenti motivi vista la mia tenera età, di scappare dal mio paese d’origine come un emigrante coraggioso e di cercare di crearmi una vita diversa, come peraltro candidamente affermato nelle dichiarazioni rilasciate qualche giorno fa, è semplicemente perché pensavo di potermi creare un futuro normale, magari migliore. La mia è una vita salvata, perché come riportato nella mia biografia, se fossi rimasto nel mio luogo natìo, probabilmente mi sarei trovato in situazioni molto delicate. Non rinnego la mia terra, né le mie origini, ci mancherebbe, così come fa parte del mio animo rispettare tutti, ma ribadisco un concetto già affermato, per evitare ulteriori malintesi: ognuno di noi ha il diritto di scegliersi la sua strada e di disegnare il proprio percorso, ma quel tipo di vita non mi piaceva, né la reputo raccomandabile. La serietà professionale e lo spirito di sacrificio sono stati gli unici ingredienti capaci di portarmi dove sono ora, con lealtà e rettitudine. Rivolgendomi, ora, in maniera specifica alla città di Teramo, vorrei che possiate giudicarmi non per i classici luoghi comuni che caratterizzano il nostro Paese, viste le mie origini, ma per il lavoro che metterò in opera: sono un entusiasta del calcio e cercherò di dare una mano al club con l’innata passione che mi lega a questa disciplina. Se dovessi riuscirci o meno, sarà soltanto il tempo a valutarlo”.

Gioco online, le mani delle mafie sul mercato delle scommesse: 68 arresti tra Reggio Calabria, Catania e Bari


Di Lucio Musolino
Avevano bisogno di “quelli che cliccano, che movimentano” i soldi facendoli transitare da un Paese all’altro senza lasciar traccia delle transazioni online, non di quelli che fanno “bam bam”, cioè di quelli che sparano. E così avevano puntato tutto sul gioco online, impadronendosi – secondo la Direzione nazionale antimafia – del mercato delle scommesse. Tutte insieme: clan della ‘ndrangheta, famiglie mafiose siciliane e pugliesi che poi puntavano all’estero per riciclare il denaro.
Oltre 60 arresti in Puglia, Calabria e Sicilia – Sessantotto arresti (13 a Catania, 22 a Bari: si tratta di esponenti legati alle famiglie storiche della criminalità organizzata) e un’ottantina di perquisizioni sono stati eseguiti stanotte dalla guardia di finanza, dalla Dia, dalla polizia e dai carabinieri. Tre inchieste, tre procure (Reggio CalabriaBari e Catania) e centinaia di uomini impegnati nel blitz coordinato dalla Dna e dal procuratore Federico Cafiero De Raho. In sostanza le mafie si sono spartite e controllano il mercato della raccolta illecita delle scommesse on line. 
Volume d’affari da 4,5 miliardi di euro – Oltre all’ordinanza di custodia cautelare emessa dalla procura di Bari e ai due provvedimenti di fermoeseguiti dalle Dda di Reggio Calabria e Catania, c’è stato un sequestro di beni in Italia e all’estero per oltre un miliardo di euro. Il volume delle giocate relative agli eventi sportivi, e non solo, era molto più vasto. Dalle indagini, condotte anche dallo Scico di Roma, infatti è emerso un giro d’affari superiore ai 4,5 miliardi di euro.

Imprenditori e prestanome – In carcere sono finiti importanti esponenti della criminalità organizzata pugliese, reggina e catanese. Ma anche diversi imprenditori che, stando alla ricostruzione degli inquirenti, di fatto erano i prestanome dei clan. Le tre procure contestano i reati di associazione mafiosa, trasferimento fraudolento di valori, riciclaggioautoriclaggio, illecita raccolta di scommesse on line e fraudolenta sottrazione ai prelievi fiscali dei relativi guadagni. In Calabria, in Sicilia e in Puglia il sistema è pressoché lo stesso: seguendo il percorso del denaro utilizzato per scommettere su internet, la guardia di finanza è riuscita a ricostruire come i gruppi criminali coinvolti nell’inchiesta si sono spartiti e controllavano, con modalità mafiose, il mercato delle scommesse clandestine on line.
I sequestri da Malta a Curacao – Il tutto utilizzando diverse piattaforme gestite dalle stesse organizzazioni. I soldi, accumulati illegalmente, venivano poi reinvestiti in patrimoni immobiliari e posizioni finanziarie all’estero intestati a persone, fondazioni e società, tutte ovviamente schermate grazie alla complicità di diversi prestanome. E proprio per rintracciare il patrimonio accumulato ed effettuare i sequestri è stata fondamentale la collaborazione di Eurojust e delle autorità giudiziarie di Austria, Svizzera, Regno Unito, Isola di Man, Paesi Bassi, Curacao, Serbia, Albania, Spagna e Malta.
Le giovani leve dei “teganini” – Nel corso di una conferenza stampa che si terrà stamattina a Roma, nella sede della Dna, saranno illustrati i dettagli delle tre operazioni che, per quanto riguarda la ‘ndrangheta, sono state coordinate dal procuratore Giovanni Bombardieri e dai sostituti della Dda Stefano Musolino e Sara Amerio. Il provvedimento di fermo ha riguardato anche le giovani “leve” delle cosche. In particolare, nel provvedimento di fermo sono finiti alcuni dei “teganini”, i figli dei boss Tegano che, assieme ai De Stefano e i Condello, hanno fatto la storia criminale della città dello Stretto.

Il ruolo dei “teganini” – Tra i destinatari del provvedimento di fermo c’è Domenico Tegano, detto “Mico”, figlio del boss ergastolano don Pasquale. Quest’ultimo dopo anni di latitanza era stato catturato nel 2004 e, da allora, è detenuto al 41 bis nel carcere di Spoleto perché ritenuto dagli inquirenti un “elemento verticistico della cosca”. Mico Tegano è il suo primogenito e, secondo gli investigatori, ha un carisma “fuori dal comune”. Fino a ieri erano conosciuti in città per aver terrorizzato la movida reggina con risse, estorsioni, spaccio di cocaina e controllo quasi militare dei lidi sul lungomare di Reggio. Oltre alle tradizionali attività criminali, però, il rampollo si occupava di scommesse e da anni è solito recarsi anche all’estero. Di Mico Tegano ne ha parlato anche il collaboratore Mariolino Gennaro che, prima di pentirsi, era l’uomo della cosca che, da Malta, gestiva gli affari legati alle scommesse online.

L'ALLARME DELLA DIREZIONE ANTIMAFIA SULLA MAFIA NIGERIANA NEL 2016: 'È l'organizzazione criminale africana più diffusa in Italia e in Europa'

Risultati immagini per nigerian mafia black axe

Di Salvatore Santoru

Nel 2016 la Direzione Investigativa Antimafia(Dia) aveva lanciato l'allarme sulla sempre più forte crescita della mafia nigeriana in Italia(1).
Stando allo stesso rapporto(2), l'organizzazione criminale sarebbe diventata la più potente tra quelle africane presenti in Italia e in Europa e la sua diffusione sarebbe avvenuta grazie alla sempre più forte immigrazione di massa(3).

Come riportano diverse inchieste giornalistiche e indagini, la stessa mafia nigeriana risulta alquanto feroce e a farne le spese sono spesso diversi migranti nigeriani.

NOTA:

(1)https://www.informazioneconsapevole.com/2016/07/black-axe-la-potente-mafia-nigeriana.html

(2)http://direzioneinvestigativaantimafia.interno.gov.it/semestrali/sem/2016/1sem2016.pdf

(3)http://www.secoloditalia.it/2018/02/macerata-cosi-la-dia-nel-2016-lanciava-lallarme-sulla-feroce-mafia-nigeriana/

ARTICOLO PER APPROFONDIRE:

http://it.blastingnews.com/cronaca/2018/02/macerata-lombra-della-mafia-nigeriana-dietro-lomicidio-di-pamela-mastropietro-002347509.html.

Il prete-boss, i volontari e i mafiosi nel paese che sfrutta l’accoglienza


Di Francesco Grignetti

Il primo impatto è da urlo: lungo il corso, tre ragazzotti su un motorino scalcagnato, rigorosamente senza targa, e senza casco, fanno lo slalom tra le auto. E poi i soliti vecchietti, seduti sulle panchine in ombra. Infine, e questa è la nota nuova, a trotterellare lungo la strada ci sono tantissimi giovani immigrati, per lo più dell’Africa nera. Benvenuti a Isola di Capo Rizzuto. «Comune del sole e dell’accoglienza», recita il cartellone all’ingresso del paese, appena usciti dalla statale ionica. Un paese dove, secondo l’ultima inchiesta della magistratura, s’era formata un’immonda alleanza tra il parroco, il sindaco, il volontariato e la ’ndrangheta. Tutti assieme voluttuosamente ad abbuffarsi con i soldi che lo Stato spende per accogliere i richiedenti asilo, trasformando la cassa del Centro nel bancomat (la «bacinella») per la cosca.  

Il Centro per richiedenti asilo è un grande spazio recintato, con i soldati al cancello, poco fuori dal paese, dirimpetto a un aeroporto che esiste solo sulla carta e sulle note spese di qualche ente locale. Dentro, ci sono appartamentini prefabbricati e una grande sala per la mensa. Millecinquecento posti per migranti e quasi mai un letto vuoto. L’ingresso è sbarrato agli estranei. Ogni tanto si sente una voce dagli altoparlanti. È come nei camping, ma qui chiamano qualcuno alla visita medica, oppure a un colloquio, o perché lo trasferiscono da qualche altra parte.  

Ecco, il cartello dice bene: Isola di Capo Rizzuto è uno di quei paesi che hanno scoperto l’industria dell’accoglienza. Al popolo dei gommoni serve tutto, dai pasti alla biancheria pulita, all’assistenza sanitaria, ai vestiti. E qui a gestire le cose c’è una Misericordia, benemerita associazione di volontariato che in Italia esiste dal Medioevo, ma che a Isola di Capo Rizzuto pare avere assunto le vesti di un’arcigna ’ndrina. 

Nel 2014, il Centro è costato 14 milioni di euro. Quasi 100 milioni in otto anni. E su questi soldi si sono buttati in tanti. Il principale accusato si chiama Leonardo Sacco ed è il gestore da una decina di anni. La «sua» Misericordia nel frattempo è diventata il motore economico del paese: non soltanto fa lavorare 300 famiglie per i servizi accessori al Centro, ma gestisce il poliambulatorio, il centro anziani, un ex cinema che stanno trasformando in bar-ristorante, la polisportiva annessa al santuario della Madonna greca.  

La Misericordia era il braccio esecutivo del parroco, don Edoardo Scordio, il motore immobile che da quarant’anni tutto può e tutto muove a Isola di Capo Rizzuto. Bene lo sa l’ex sindaco, Carolina Girasole, schiantata per essere entrata in conflitto con don Edoardo quella volta che osò affidare alcune terre confiscate al clan Arena a una cooperativa di «Libera» e non ai soliti noti. Lei si mise di traverso. Ed è finita che fu arrestata e infangata con l’accusa di voto di scambio, salvo essere assolta al processo (ma ora pende l’appello).  

Gli Arena, poi, sono i potentissimi capimafia. Se si guarda agli spelacchiati prati del Centro di accoglienza, tutt’intorno si notano soltanto le immense pale di un parco eolico che loro, quelli del clan, avevano creato sui propri terreni e certo non per spirito di ecologismo. A ben guardare, poi, quei terreni sono coltivati con pregiati finocchi, melanzane, pomodori. È una terra ricca, quella di Isola Capo Rizzuto. Ma state sicuri che a rompersi la schiena c’è qualche immigrato.  

Loro, ultimo gradino della società, entrano ed escono dal Centro ad occhi bassi. Racconta Djabati Alassane, 23 anni, della Costa d’Avorio, in un francese stentato: «Nel mio paese, lavoravo come meccanico. Ora sono qui dal 24 dicembre. Non faccio nulla, non c’è nulla da fare: mangio e dormo, e poi di nuovo mangio. E poi dormo». Kibron Tsesuly, 29 anni, eritreo, parla inglese: «Non c’è lavoro per noi, io ho chiesto asilo politico e ho indicato come possibili destinazioni la Svizzera, la Germania e l’Olanda». La sua storia è come quella di mille altri. «Ho pagato in tutto 3 mila e quattrocento dollari per passare dall’Eritrea all’Etiopia, poi al Sudan, ho attraversato il Sahara, ho aspettato 4 mesi in Libia e finalmente mi hanno fatto imbarcare su una barca piccolissima di legno. Come mi trovo? Bene. Il cibo italiano è buono, mi piace. Mangio molto pollo».  

È su questi disgraziati che la ’ndrangheta faceva affari, spacciando pasti che non esistevano o comunque erano di qualità infima. E chi doveva controllare, era complice. Anche il parroco? «Noi non ci crediamo», dicono risolute Elisabetta, Pina e le altre signore del paese, all’entrata del Duomo. Al pomeriggio si sono riunite in fretta per pregare. «Lo facciamo per don Edoardo».  

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