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Così l’austerità può causare la fine del progetto europeo


Di Andrea Muratore

Joschka Fischer è stato un leader politico di spessore non secondario, per quanto molto controverso. Nel 1998 e nel 2002 condusse i Verdi tedeschi a due dei migliori risultati elettorali della loro storia, permettendone l’ingresso nel governo a fianco della Spd di Gerhard Schroeder, cancelliere dal 1998 al 2005, nei cui esecutivi Fischer ricoprì l’incarico di vicepresidente.
Fischer ha potuto così prendere parte a diverse iniziative politiche che, nel bene e nel male, hanno condizionato la Germania e l’Europa. Da pacifista convinto, ha avallato la decisione tedesca di intervenire in Jugoslavia nel 1999, ma ha giocato un ruolo cruciale nell’impedire un analogo scenario nel 2003. Sul piano economico, pur professandosi di sinistra, ha sposato in toto le riforme economiche governative che puntavano a flessibilizzare il mercato del lavoro e ridurre i costi della previdenza sociale, il famigerato “pacchetto Hartz”, aprendo di conseguenza la strada a quel misto tra deflazione interna funzionale all’ampliamento delle esportazioni e dominazione monetaria che ha costituito la strategia del governo di Angela Merkel in Europa dal 2005 in avanti.

Fischer a tutto campo contro Angela Merkel

A vent’anni di distanza dalla sua entrata nel governo, Fischer fa mea culpa. E lo fa riconoscendo la connessione tra le riforme promosse dai suoi governi e le politiche di austerità che, a suo parere, hanno destabilizzato il continente. “Bisogna prepararsi seriamente alla fine del progetto europeo, che era stato costruito per il bel tempo, ma alla prima crisi seria, la bolla immobiliare americana, è stato del tutto impreparato”, ha scritto Fischer nel suo ultimo libro, L’Europa fallisce. “Un anno dopo il crack il ministro delle Finanze Peer Steinbrueck continuava a parlare di crisi americana, senza accorgersi che i lembi del suo frack stavano già prendendo fuoco”.
Fischer, scrive Il Sussidiarione ha ancora per la Merkel, colpevole nel 2008, nel momento cruciale della diffusione della crisi, di aver rifiutato una gestione “europea” e condivisa della crisi, fautrice del dogmatico “ognuno per sé”. Un “ognuno per sé” rimangiato diverse volte, quando a rischio erano le banche tedesche, come nel caso della Grecia nel 2010. Questa radicale mancanza di solidarietà e sussidiarietà (direi una mancanza di radici cristiane) è il vero guasto dell’attuale Unione europea. Se non si risolve questo guasto, allora ciò che è iniziato con una tragedia (economica) potrebbe davvero finire con una farsa. Ma ci sarà ben poco da ridere”.

La pace sociale in Germania a rischio

La Germania inizia a scontare sulla propria pelle i problemi della governance di Angela Merkel e della sua condotta nell’Eurozona. Mentre va esaurendosi l’onda lunga delle azioni energiche diMario Draghi (“deprimente constatare che se la maggioranza della Bce non avesse seguito le decisioni di Mario Draghi, ma le obiezioni dei tedeschi, a quest’ora l’euro non esisterebbe più”, il commento di Fischer) l’Europa intera si lecca le ferite per le conseguenze dell’austerità fiscale imposta da Berlino per tutelare, attraverso la stabilità monetaria e il controllo dei prezzi, un modello export-led che, lungi dal farne la locomotiva d’Europa, impedivano al resto del continente di reagire alla crisi a pieno regime.
Ora, mentre la Grecia è stata praticamente rasa al suolo, l’Italia fa i conti con gli anni di ritardo accumulati nell’adeguamento totale alla linea di Berlino e anche la Francia subisce i contraccolpi interni delle turbolenze europee, la società tedesca non se la passa certamente meglio. Le riforme Hartz hanno contribuito, come dicevano i loro critici a inizio anni Duemila, a instaurare la “povertà per legge”.
“Oggi i nodi sono venuti al pettine e la Germania sente il morso della decrescita”, scrive Il Tempo. E il vantato equilibrio sociale tedesco a vacillare e a creare tensioni. I lavoratori dipendenti sono fermi al palo (…) Spesso il posto fisso non basta e si scatena la corsa all’assistenza. Il reddito medio dei meno abbienti – il 40 per cento della popolazione – è precipitato del sette per cento nel primo quindicennio del 2000. Nello stesso periodo, quello del 10 per cento – i più ricchi – è volato al venti per cento in più”. La povertà coinvolge 15-20 milioni di persone. A dare il là a tutto questo, delle riforme votate anche dallo stesso Fischer.
Difficile capire come uscirne. L’architettura stessa dell’Unione europea è, per dato strutturale, germanocentrica, ed è difficile immaginarla in maniera diversa. La resa dei conti potrebbe avvenire nel caso di una seconda, grande crisi finanziaria: in assenza di un whatever it takes che copra le mancanze o le ipocrisie di certi leader politici, le sue conseguenze sarebbero devastanti per l’intera architettura dell’Eurozona.

IL PRONIPOTE DI HITLER: 'Mi piace molto la Merkel, sono repubblicano e considero Trump un bugiardo'

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Di Salvatore Santoru

Il pronipote di Adolf HitlerAlexander Stuart-Houston(Alexander Hitler), è stato recentemente intervistato dalla testata tedesca 'Bild'.
Durante l'intervista, come riporta il Corriere Della Sera(2), Alexander ha sostenuto che la cancelliera Merkel è una persona intelligente e capace.

Inoltre lo stesso discendente del Führer ha affermato, riporta Blitz Quotidiano(3), di essere repubblicano ma di considerare Trump un bugiardo e una persona inaffidabile per via del suo atteggiamento.
Alexander vive in una villetta a schiera di Long Island e sino ad ora non aveva mai accettato di parlare con i media.
 Come riporta sempre il Corriere, il padre di Alexander era il nipote di Hitler William Patrick, nipote per il quale lo stesso Führer non ha mai avuto simpatia. 

NOTE:

(1) https://www.bild.de/bild-plus/politik/ausland/politik-ausland/bild-beim-grossneffen-von-adolf-hitler-was-alexander-hitler-ueber-merkel-und-tru-57696586,view=conversionToLogin.bild.html

(2) https://www.corriere.it/esteri/18_ottobre_08/pronipote-adolf-hitler-mi-piace-molto-angela-merkel-48043dc6-cb31-11e8-9a02-946640b28e26.shtml

 (3) https://www.blitzquotidiano.it/cronaca-mondo/alexander-stuart-houston-hitler-trump-bugiardo-2939547/

CHEMNITZ, il capo dei servizi interni tedeschi smentisce la Merkel: 'Non c'è stata caccia allo straniero'

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Di Salvatore Santoru

Secondo il capo dei servizi segreti interni tedeschi non ci sarebbe stata nessuna 'caccia allo straniero' a Chemnitz.
Più specificatamente, lo stesso capo del Bundesamt für Verfassungsschutz(BFV)Hans-Georg Maassen ha sostenuto che non vi sono prove sull'autenticità di un video che circola su Internet e mostra aggressioni contro i migranti e ha smentito la ricostruzione delle proteste fatta dalla Merkel e da diversi media mainstream internazionali.

Andando nei particolari, Maasen ha riferito ciò in un'intervista alla Bild(1), come riportato da diversi media internazionali tra cui l'italiano Libero(2).

NOTE:

(1) https://www.bild.de/bild-plus/politik/inland/politik-inland/verfassungsschutz-chef-maassen-keine-information-ueber-hetzjagden-57111216,view=conversionToLogin.bild.html

(2) https://www.liberoquotidiano.it/news/esteri/13375087/angela-merkel-video-fake-news-caccia-allo-straniero-servizi-segreti.html

Sui migranti scontro senza precedenti in Germania: il ministro dell'Interno minaccia la rottura con Merkel

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Di Claudio Paudice
La crisi politica sull'immigrazione che sta affrontando in queste ore l'Unione cristiano-sociale tedesca e che rischia di trascinare con sé tutto il Governo Merkel IV fotografa plasticamente la distanza siderale tra i buoni propositi espressi a parole nei consessi dell'Unione Europea e le feroci divisioni che si celano all'interno dei singoli Paesi membri. La Germania, motore dell'Ue, non fa eccezione. Il ministro dell'Interno Horst Seehofer ha minacciato la cancelliera di andare avanti da solo nell'attuazione del piano sull'immigrazione adottando con decisione ministeriale le nuove norme se non sarà trovata una intesa soddisfacente per la Csu, partito gemello alla Cdu della Merkel ed espressione del lander della Baviera, sui respingimenti.
Seehofer è fautore della linea dura. Il suo piano, che doveva essere presentato martedì scorso ma poi slittato sine die a causa dei dissidi con la cancelliera, prevede respingimenti di massa di migranti non solo di coloro già respinti al confine tedesco che tentano di rientrare ma pure di quelli già registrati in altri Paesi Ue e di tutti quelli senza documenti validi. Una posizione troppo dura, che la cancelliera Merkel difficilmente riuscirebbe a sostenere a Bruxelles, consapevole che se dalla Germania arrivasse un segnale così aggressivo sul piano dell'immigrazione verrebbe letto come un "liberi-tutti" per gli altri Paesi, Italia inclusa visto il recente caso della nave Aquarius, ma anche per l'Austria. Alla Merkel non è piaciuto affatto quell'asse che ieri è stato saldato senza il suo placet tra il suo ministro all'Interno, l'omologo austriaco e Matteo Salvini, come annunciato dal premier austriaco Kurz. Non a caso ha provato a correggere la linea auspicando "una soluzione unitaria europea" della questione migranti. Nei fatti nel Governo tedesco si è creata una spaccatura che molti nella Csu non faticano a definire "storica" e forse insanabile.

Il ministro dell’Interno tedesco e il “piano di Trump” per l’Europa

Di Francesco Boezi
Horst Seehofer, da poco ministro dell’Interno del governo guidato da Angela Merkel, sta facendo parlare di sè. Secondo alcune interpretazioni, sarà proprio l’esponente della Csu a mettere in discussione, nel futuro più o meno imminente, la leadership nel centrodestra della Cancelliera. Vediamo perché.  
Il dibattito tedesco sta interessando sempre di più il tema dell’immigrazione. Seehofer, a differenza della Merkel, ha un’idea molto più restrittiva. I due, in passato, hanno discusso sull’islam. La religione musulmana, aveva dichiarato l’ex ministro della Sanità del governo Khol, non appartiene alla Germania. La nazione tedesca, secondo l’interpretazione del bavarese, è stata “forgiata” solo da cristianesimo. La Merkel all’epoca si è affrettata a discostarsi dall’esponente del governo che presiede. I due leader hanno poi chiarito sulla vicenda, ma la diversità di vedute rimane evidente.
Intanto c’è la questione dei cosiddetti “centri di ancoraggio”. L’esponente della Csu è convinto della bontà di questa soluzione: i migranti, sino alla determinazione del loro permesso di soggiorno, dovrebbero restare all’interno di questi luoghi adibiti all’ospitalità. C’è, però, chi mette in evidenza la presunta pericolosità di un provvedimento che porterebbe all’isolamento, quindi alla mancata integrazione. A fare da contorno alla discussione, ancora, c’è il possibile scandalo del centro asilanti di Brema.
Il ministro tedesco ha optato per la chiusura dell’ufficio migranti della città dei musicanti dei fratelli Grimm. La sensazione è che le domande dei richiedenti asilo presentassero più di qualche irregolarità, ma bisognerà aspettare le verifiche del caso per affermare qualche certezza. Potrebbe essere mancato un controllo preventivo sui requisiti. Di sicuro c’è che Seehofer sarà ascoltato, la settimana prossima, da una commissione apposita. Un caso che rischia di scuotere la già precaria tenuta dell’esecutivo teutonico. 
Il bavarese ha dichiarato di voler rivedere Schengen, cioè il trattato sulla libera circolazione in Europa, e guarda con interesse a un’alleanza strategica in chiave geopolitica con Austria e Ungheria al fine di raggiungere questo scopo. Sebastian Kurz e Viktor Orban, insomma, come possibili interlocutori per il futuro. Se la Merkel  è impegnata nella salvaguardia e nella strenua difesa delle istituzioni sovranazionali, il ministro baverese sembrerebbe intenzionato a scardinare le basi della cosiddetta “solidarietà comunitaria”, tanto da simpatizzare per la chiusura delle frontiere e per le politiche protezioniste promosse dal gruppo di Visegrad. 
Ieri, mentre il governo italiano giurava al Quirinale, è arrivata la notizia del rafforzamento dei controlli per la frontiera del Brennero da parte di tedeschi e austriaci, che hanno deciso di agire in modo congiunto. Il sovranismo ha aperto una breccia sul suolo tedesco. Seehofer non è il solo a voler ridiscutere le politiche sull’immigrazione. La Csu, che nel governo Merkel ha quattro ministeri, si sta spostando a destra. La crescita di Alternative Fur Deutschland dimostra l’esistenza di uno spazio politico che i bavaresi non vogliono farsi “fregare”. Specie in vista del ritiro dalla politica della Merkel. Poi ci sono le venture elezioni per il Parlamento europeo. 
Steve Bannon, per la seconda volta in pochi mesi, si è recato in Italia. L’ex chief strategist ha applaudito alla nascita del governo Conte, ma l’impressione è che la sua presenza nel vecchio continente non sia così slegata dalla strategia di Trump per l’Europa. Bannon, dicono i ben informati, è stato sì “cacciato” dalla Casa Bianca, ma conterebbe ancora molto.

La Merkel: 'L'Italia è stata lasciata sola sui migranti dopo il crollo della Libia'

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Di Salvatore Santoru

“Parte dell’insicurezza in Italia ha la sua origine proprio dal fatto che gli italiani, dopo il crollo della Libia, si sono sentiti lasciati soli, nel compito di accogliere così tanti migranti”, lo ha sostenuto recentemente la cancelliera tedesca Angela Merkel.

 Come riporta il Fatto Quotidiano(1), la Merkel ha utilizzato queste parole nel corso di un’intervista alla Frankfurter Allgemeine am Sonntag.
Inoltre, la politica tedesca ha affermato che:"La sicurezza delle frontiere, la politica di asilo comune e la lotta alle ragioni dell’esodo dei migranti sono la vera questione esistenziale per l’Europa - ha detto la cancelliera in un'intervista alla "Frankfurter Allgemeine am Sonntag" - abbiamo bisogno di misure comparabili nella decisione su chi rimane e chi no". 

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/03/migranti-merkel-italia-lasciata-sola-ad-accoglierli-dopo-il-crollo-della-libia/4401156/

Macron e Merkel da Trump decideranno il futuro anche dell’Italia. E cercheranno di evitare la guerra

[L’analisi] Macron e Merkel da Trump decideranno il futuro anche dell’Italia. E cercheranno di evitare la guerra 

Di Alberto Negri

Avvitati nella formazione del nuovo governo, gli italiani forse non si accorgeranno neppure che una parte dei loro destini politici ed economici questa settimana vengono decisi altrove, cioè negli Stati Uniti dove è in visita da Trump il presidente francese Emmanuel Macron che sarà raggiunto il 27 dalla cancelliera Angela Merkel. Sul tavolo dei negoziati l’accordo sul nucleare con l’Iran, che gli Usa vorrebbero abolire, ma anche la questione dei dazi doganali e una lotta al terrorismo che sta assumendo in Medio Oriente ben altri contorni, quella della spartizione della regione in zone di influenza.

Perché il dossier iraniano è decisivo e interessa direttamente anche l’Italia? 

Qui si gioca la vera partita sugli equilibri mediorientali. In Siria, dopo gli inutili raid americani francesi e britannici, si sta chiudendo il primo capitolo della guerra, vinta dalla Russia e da Teheran che sono riusciti a tenere in piedi il regime di Bashar al Assad. Adesso si apre il secondo capitolo, quello dello scontro geopolitico tra Iran, Israele a Arabia Saudita. Emerge in primo piano il vero bersaglio della guerra per procura siriana: la repubblica islamica degli ayatollah che dall’Iraq al Libiano, passando per Damasco, ha ampliato  la sfera di influenza della Mezzaluna sciita.
Israele, oltre a Riad, è in primo piano in questa battaglia. Lo si è capito molto bene con i raid israeliani sulle postazioni iraniane in Siria e con la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme _ attraverso lo spostamento da Tel Aviv dell’ambasciata Usa _ come capitale dello stato ebraico, contro ogni accordo internazionale Onu. Nell’ambito del disimpegno americano del Medio Oriente, Israele riveste il ruolo dei principale alleato di Washington e di “poliziotto” della regione. 
Ma gli americani debbono anche soddisfare le richieste dei sauditi, già in difficoltà nella guerra dello Yemen contro i ribelli sciiti zayditi Houthi alleati dell’Iran. I sauditi vogliono cancellare l’accordo con Teheran o altrimenti avere il via libera per iniziare anche loro la corsa a procurarsi una bomba atomica, aprendo quindi la strada a una pericolosa escalation nucleare nella regione.

La Merkel: 'L'immigrazione di massa ha portato una nuova ondata di antisemitismo in Germania'

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Di Salvatore Santoru

Angela Merkel ha sostenuto che i recenti flussi migratori hanno portato 'una nuova ondata di antisemitismo' in Germania.
Più precisamente,come riporta 'Tgcom24'(1), la Merkel si è riferita all'arrivo di tanti migranti di origine araba e ha affermato ciò in un'intervista rilasciata alla tv israeliana "Channel 10"(2).  

Inoltre, la Merkel ha precisato che l'antisemitismo era comunque ben presente in Germania anche da prima dell'attuale ondata migratoria.

NOTE:

(1) http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/merkel-coi-migranti-una-nuova-ondata-antisemitismo-in-germania_3135820-201802a.shtml

(2) https://en.wikipedia.org/wiki/Channel_Ten_(Israel)

L’Spd vota sì al governo con Merkel in Germania

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Qualcuno lo ricorderà come uno dei congressi più sofferti della lunga storia dei socialdemocratici tedeschi. Con un risultato fino all’ultimo minuto tutt’altro che scontato, 362 sì contro 279 no ma addirittura si sono dovuti ricontare i voti perché l’esito era incerto, la Spd ha votato a maggioranza per una ripresa delle trattative con la Cdu/Csu di Angela Merkel per una nuova edizione della Grosse Koalition. Salvo sorprese, già domani si vedranno i vertici dei partiti e si prevede che un nuovo governo sarà in piedi prima di Pasqua, preceduto da un contratto di coalizione che però prima dovrà essere sottoposto al referendum degli iscritti socialdemocratici. 

Intanto, sono in molti oggi a tirare un sospiro di sollievo: il leader Martin Schulz («la nostra repubblica e l’Europa ci stanno guardando»), ma anche la cancelliera, plausibilmente pure Emmanuel Macron all’Eliseo, e poco più di metà dei 642 delegati che a Bonn si sono scontrati non solo e non tanto su quello che sarà il futuro governo della Germania, ma soprattutto sul futuro e sull’identità a dir poco ammaccata della Spd, uscita dalle elezioni politiche del 24 settembre con il peggior risultato della propria storia dal dopoguerra ad oggi. 

Per la precisione, il congresso straordinario si è chiuso con 362 Sì, pari al 56,4% dei voti, contro 279 No: al partito che fu di Brandt e di Schmidt si è offerto uno scontro durissimo, nonostante il tentativo di Schulz di offrire al «fronte del no» nuovi argomenti per poter ingoiare il sì a una nuova «Groko», che a detta della vasta opposizione interna condanna la Spd ad annientarsi definitivamente sotto il giogo di Frau Merkel abdicando sistematicamente alla propria identità in nome della «ragion di Stato». Con un discorso combattivo ma accolto senza eccessiva convinzione dalla platea, Schulz ha promesso che il partito strappera’ al tavolo con Cdu/Csu ulteriori impegni sul fronte del diritto del lavoro, del welfare, della sanità e dell’immigrazione, pur difendendo quanto già raggiunto nel «pre-accordo» con Merkel & co raggiunto con fatica neanche dieci giorni fa. 

«La Spd si farà sentire, sarà riconoscibile: sarà un governo dell’Spd», ha tuonato il leader del partito. Che ha comunque difeso quanto già raggiunto nell’intesa di 28 pagine che farà da base alla costruzione del «contratto di coalizione» del nuovo governo, a cominciare dalla promesso di una «svolta» nella politica europea della Repubblica federale. «Un nuovo inizio», lo ha chiamato Schulz: «Stiamo decidendo oggi che via prenderà la Germania e che via prenderà l’Europa».  

D’altra parte, l’ex presidente dell’Europarlamento ha messo sull’avviso i compagni di partito: primo, un ulteriore ritorno alle urne «non sarebbe la strada giusta», per non dire che sarebbe un disastro annunciato, come suggeriscono tutti gli ultimi sondaggi. Secondo, se la Spd venisse meno alla sua responsabilità, sarebbe l’ultradestra nazionalista dell’Afd, attualmente terza forza politica del Paese, a trarne vantaggio. «Siamo noi socialdemocratici il bastione contro la destra estrema», ripete il leader, ben sapendo che l’argomento è decisamente sentito tra i 642 delegati riuniti a Bonn. 

Tuttavia certo non è stata una passeggiata, per il fronte «pro-Groko». Sudori freddi sono scorsi quando la sala è venuta giù dagli applausi per il discorso del capo dei Jusos, l’associazione dei giovani socialdemocratici: Kevin Kuhnert, faccia da ragazzino, è in questo momento la star in ascesa del partito, e si è profilato come uno dei principali oppositori di una nuova Grosse Koalition. Ha ricordato che «oggi c’è una grave crisi di fiducia nel partito», ha battuto con forza su uno dei nervi più scoperti della Spd, quell’essersi completamente annacquati dentro il mondo merkeliano in tanti anni di coabitazione nel governo. «E invece - ha scandito - non governare non vuol dire la catastrofe, vuol dire che potremmo tornare ad essere dei giganti». 

Alla fine, però, forse sono state le donne della Spd a far pendere la bilancia del congresso di Bonn a favore della ripresa delle trattative per la grande coalizione. Con un discorso più applaudito di quello di Schulz, Andrea Nahles, la combattiva capogruppo al Bundestag ed ex ministra al lavoro, ha battuto il pugno sul tavolo affermando che «gli elettori ci prendono per matti se li facciamo tornare di nuovo alle urne» e che «tratteremo finché dall’altra parte non stride», intendendo ovviamente il campo merkeliano. Idem la popolare governatrice della Renania Palatinato, Malu Dreyer: «Gente, dobbiamo avere un po’ più consapevolezza di noi stessi». Certo, fa un effetto un po’ spettrale quando i delegati hanno accolto quasi nel silenzio il risultato finale. Su questo potrebbe avere ragione il giovane Kuhnert: «Comunque vada a finire, saranno dolori per la Spd». 
Tra i primi a rallegrarsi per il via libera c’è stato il premier, Paolo Gentiloni, che lo ha definito «un passo avanti per il futuro dell’Europa».  



Passata a maggioranza la proposta di @MartinSchulz per concludere un accordo di grande coalizione. Un passo avanti per il futuro dell'Europa

Merkel fa mea culpa ma si mostra ottimista per il nuovo governo: "Colloqui con Fdp, Verdi e Spd"

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Il blocco conservatore Cdu/Csu ha ceduto "un milione di voti" all'estrema destra dell'AfD e "per questo dovremo approntare una politica giusta per questi stessi elettori" in modo da recuperare i voti. È quanto ha detto Angela Merkel, parlando in conferenza stampa dopo una riunione dei vertici del suo partito. "Su questa svolta a destra dovremo affrontare il problema. Tutto ciò che preoccupa i cittadini tedeschi sono questioni che meritano tutta la nostra attenzione. Prendiamo atto del senso di malcontento e protesta che esprimono i nostri elettori, a noi, con questa perdita di voti, e interverremo a riguardo", ha proseguito Merkel. Il partito di estrema destra populista Alternativa per la Germania (AfD) nelle elezioni di ieri si è attestato come terza forza politica, entrando per la prima volta nel Bundestag.
Una presa d'atto del malcontento dei propri (ex) elettori, dunque, ma anche una promessa di cambiamento. Unita a un messaggio rassicurante: "Sono ottimista, troveremo una soluzione" per formare un governo. Anche se ancora non è chiaro con chi: "stiamo cercando colloqui con Fdp e Verdi, ma anche con la Spd", ha detto la stessa Merkel in conferenza stampa. La cancelliera ha ben chiara la posizione espressa dai socialdemocratici (che già ieri hanno rifiutato la prospettiva di una nuova Grosse Koalition, ndr), ma ha sottolineato che "dovrebbero comunque restare nei contatti per i colloqui". Secca la risposta di Martin Schulz: "Merkel non mi ha chiamato, e dopo il cosiddetto 'Elephanten Runde' di ieri, credo che abbia capito che userà meglio il suo tempo chiamando qualcun altro". L'Spd - ha ribadito - farà forte opposizione.
Data l'indisponibilità dei socialdemocratici e lo stand-by dei cristiano-sociali bavaresi, lo scenario più verosimile è quello della cosiddetta coalizione Giamaica con i liberali dell'Fdp e i Verdi. Nel suo discorso, Merkel ha escluso che si possa proporre un avvicinamento alla co-presidente dell'AfD Frauke Petry, che oggi ha inaspettatamente comunicato che non entrerà nel gruppo parlamentare dell'AfD al Bundestag.

"È importante che il governo della Germania sia stabile e durevole", ha detto la cancelliera. Che non vuole sentir parlare di elezioni anticipate: il suo mandato durerà quattro anni. "Credo che tutti negli altri partiti sappiano che il voto degli elettori va preso come è. Chiunque speculi su nuove elezioni dimostra disprezzo per il voto degli elettori". "Chi lo fa - ha aggiunto - dovrebbe pensare quanto questo possa davvero portarlo un passo avanti". E ancora: "La mia decisione dell'anno scorso (di presentarmi per un nuovo mandato) non dipendeva da che percentuale avrei raggiunto", ha concluso Merkel.

Merkel verso 16 anni ​di cancellierato come Kohl



Di Luca Romano

Angela Merkel, se riuscirà a convincere i Verdi ed i Liberali che hanno grosse differenza di punti di vista sui temi dell'Ue, darà vita al suo quarto governo e riuscirà ad eguagliare il risultato storico del suo padre politico, Helmut Kohl, il cancelliere della riunificazione della Germania, che ha governato per 16 anni.

Kohl ha guidato la Germania ininterrottamente dal primo ottobre 1982 al 27 ottobre del 1998. Prima da Bonn della Germania Federale e dal 1990 a Berlino come guida della Germania unita. Merkel, sua erede non amata da Kohl (si sentì pugnalato alle spalle quando nel 1999 iniziarono ad uscire i particolari sul suo coinvolgimento nello scandalo Elf-Aquitiane - che coinvolse ma senza conseguenze anche il presidente francese, Francois Mitterand, in cui non venne difeso dal suo partito), è leader della Cdu dal 2000 e cancelliere dal 22 novembre del 2005, e raggiungerà tra un paio di mesi i 12 anni di cancellierato, cui si aggiungeranno gli altri 4 anni di mandato uscito dalle elezioni odierne. Il primo governo Merkel fu una Grosse Koalition con i social-democratici dell'Spd, dell'attuale presidente Frank-Walter Steinmeir, e durò dal 22 novembre 2005 al 27 ottobre 2009. Il secondo governo Merkel fu una coalizione con i più vicini Liberali di Guido Westerwelle, durò dal 2009 al 17 dicembre 2013. Il terzo governo, l'uscente, fu di nuovo Grosse Koalition con l'Spd, di Sigmar Gabriel.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/mondo/merkel-verso-16-anni-cancellierato-kohl-1445528.html

Elezioni Germania: Merkel vince ma cala, boom dei populisti

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Angela Merkel vince, ma prende una batosta. Volano i populisti. Crolla l’Spd. E i liberali tornano in Parlamento. E’ questo l’esito elettorale in Germania, secondo quanto emerge dalle prime proiezioni. In particolare, avranno 87 seggi in Parlamento i populisti tedeschi di Afd. La Cdu-Csu avrà la maggioranza dei seggi, e cioè 220, e i socialdemocratici 137. Rispetto al 2013, la Cdu ha visto un calo dell’8,2%, l’Spd ha segnato un -4,9, Afd vede un +8,5%, Fdp +5,3%, Verdi +0,8% e Linke +0,3%.
La cancelliera non nasconde un po’ di delusione per il risultato elettorale. “Non ci gireremo attorno, avremmo voluto naturalmente un risultato migliore”, ha afferma la Merkel, la quale, tuttavia aggiunge: “Siamo la forza maggiore del Paese, e contro di noi non può essere formato alcun governo”.
“È una pesante sconfitta per l’SPD, oggi finisce per noi la grande coalizione”, ha detto Manuela Schwesig, una delle esponenti di spicco dell’SDP, alla ZDF.  Annunciando che andranno all’opposizione.
I liberali festeggiano il ritorno in Parlamento. “La scorsa legislatura è stata la prima in cui i Liberali non sono stati presenti in Parlamento, e sarà anche l’ultima”. Lo ha detto il leader dei Liberali Chrstian Lindner, alla sede dell’FDP, parlando alla folla esultante dei suoi colleghi di partito e degli elettori.

Verdi già avvertono che i colloqui per il governo saranno difficili. “Ci saranno colloqui difficili, faremo soltanto quello in cui crediamo”, ha detto la candidata di spicco dei Verdi, Catrin Goering-Eckardt, commentando il risultato del partito e la prospettiva di colloqui per una possibile coalizione Giamaica con Unione (Cdu-Csu) e liberali.

Alla luce dei risultati di oggi, gli scenari possibili sono due: la Grosse Koalition, che però l’SPD ha già escluso, affermando di voler andare all’opposizione, o la cosiddetta Giamaica, costituita da Unione Liberali e verdi.

Merkel e Schulz duellano sulla Turchia, non entrerà nell’Unione europea



Duellano su Erdogan, che comunque entrambi vedono fuori dall’Europa, e sul tema migranti. Ma riescono anche a trovare punti in comune i due sfidanti, a partire dalla scelta dei colori: per il duello in tv, Angela Merkel e Martin Schulz hanno puntato entrambi sul blu, lui indossando una cravatta, lei una giacca di questo colore. Quest’ultima scelta dopo un passaggio nello studio televisivo, per esser certi che non sbattesse col contesto, secondo i tabloid. 

Non si contano, in 95 minuti di confronto, davanti a quattro giornalisti di emittenti tv - Maybrit Illner della ZDf, Sandra Maischberger di Ard, Peter Kloeppel di Rtl e Claus Strunz di Sat 1 - le volte in cui si danno ragione, si citano, si mostrano reciproco rispetto. Eppure la cancelliera a tratti si mostra risoluta nel dissenso, se non addirittura risentita. «Se divento cancelliere interromperò i negoziati per l’ingresso della Turchia nell’Ue», dice il candidato dell’Spd. «Non rompo con la Turchia, per fare la gara a chi ha la posizione più dura», è la reazione piccata della cancelliera. «Un ingresso nell’Ue non l’ho mai visto, a differenza dei socialdemocratici che lo appoggiavano», aggiunge. Al momento «di fatto i negoziati non esistono», e comunque «per interromperli serve l’unanimità in Europa». Merkel annuncia che «si sta verificando l’opzione di rafforzare gli avvisi per i viaggi dei tedeschi in Turchia» dopo gli ultimi due arresti di cittadini tedeschi. Schulz controbatte ancora: «Erdogan capisce soltanto il linguaggio che propongo io, quello di chi trae le conseguenze». 

Anche sulla Corea del Nord, Schulz mostra i denti, rispondendo alla domanda se Trump sia il presidente giusto per risolvere la crisi un chiaro: «no». «Non vedo una soluzione senza gli Usa», replica Merkel. Che poi aggiunge: «Va detto con chiarezza che serve una soluzione diplomatica, pacifica» anche di fronte all’escalation delle ultime ore. «È una questione di guerra o pace», concordano. 
«Con me non ci sarà una pensione a 70 anni», risponde a un’altra domanda Frau Merkel. «Meraviglioso! Finalmente una posizione chiara, mi fa piacere», scatta Schulz, che ne approfitta per tornare sul cavallo di battaglia di queste elezioni: la vaghezza della cancelliera, che vira quando le serve. Il duello è però anche il momento per ridimensionare una critica che non era piaciuta a nessuno nelle scorse settimane: Schulz attaccò Merkel, definendo il suo stile politico un «attentato alla democrazia». «Non lo ripeterò, era una espressione forte. Il mio obiettivo era dire che una democrazia non si porta avanti su un vagone letto». 

Schulz attacca poi anche sui profughi: nel 2015 fu sbagliato aprire le porte della Germania senza consultarsi con i partner europei, dice. «In quel momento era necessario prendere una decisione», risponde Merkel. Poi il match diventa più serrato: con domande a cui si può rispondere solo sì e no. Merkel cerca sempre di spiegare la sua posizione, mentre quando si tratta di rispondere bene o male sull’incarico di Schroeder al colosso petrolifero russo risponde «male», senza esitazione. Anche Schulz è costretto a farlo, pur rivendicando meriti storici all’ex cancelliere. 

La Germania approva il matrimonio gay nonostante il no della Merkel

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Di Letizia Tortello

Dopo dieci anni di dibattito e quattro dalla presentazione del disegno di legge, il matrimonio per le coppie omosessuali diventa realtà in Germania. Il parlamento tedesco ha votato oggi, con 393 voti a favore e 226 contro, la svolta per riconoscere piena uguaglianza di diritti a tutte le unioni, introducendo le nozze gay

Una decisione storica, con una brusca accelerata dopo che l’Spd, il partito guidato da Martin Schulz che governa con Merkel, ma che sfiderà la cancelliera alle prossime elezioni del 24 settembre, ha messo come condizione per una futura alleanza proprio l’uguaglianza totale di diritti per tutte le coppie, eterosessuali ed omosessuali. I socialdemocratici hanno firmato un’accordo con i liberali dell’Fdp e i Verdi, tutti d’accordo a far passare la legge, e prima della fine della legislatura. Dunque l’esito era scontato. Merkel si è trovata presa in contropiede e stavolta, dopo molti rinvii non ha potuto tirarsi indietro.  

Lunedì, intervistata dalla rivista femminile Brigitte, aveva annunciato che avrebbe lasciato libertà di coscienza ai suoi parlamentari, nonostante l’aperta e storica contrarietà del suo partito, la Cdu, sul tema, e anche quella degli alleati, i conservatori della Csu. La cancelliera ha concesso dunque ai suoi di esprimersi liberamente, lei ha votato “No” spiegando che, per lei, «il matrimonio è fondamentalmente un’unione fra uomo e donna». Per la cancelliera «è stato un dibattito lungo intenso ed emotivo, e spero ci sia rispetto per entrambe le parti». 

«Oggi è un giorno storico per l’amore in Germania», twittano i giornali tedeschi. Le unioni civili, nel Paese tedesco, sono legge dal 2001, ma non il matrimonio, che dà la possibilità alle coppie dello stesso sesso di adottare un figlio insieme, e non solo riconoscere quello del compagno o adottato dal compagno.