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Turchia pronta a portare le proprie truppe in Libia, ma da Mosca frenano


Di Mauro Indelicato
L’inizio del nuovo anno potrebbe riservare nuove ed ancora più importanti immediate novità sul fronte libico. Da Ankara infatti, trapelano notizie circa la possibilità che il parlamento voti già nei prossimi giorni a favore dell’invio di truppe in sostegno del governo di Tripoli.
A rivelarlo è stato lo stesso presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il quale nel corso di una conferenza stampa tenuta nella capitale turca ha espresso senza mezzi termini la volontà di portare all’attenzione dei deputati la norma volta ad impegnare l’esercito in Libia: “Il 7 gennaio – ha dichiarato Erdogan – appena riprenderanno i lavori in parlamento presenteremo un’apposita mozione”.
Dunque, il governo turco vuole accelerare i tempi per giungere quanto prima al definitivo via libera per l’invio dei propri soldati in Libia, circostanza questa che a sua volta sancirebbe la "consacrazione" di Ankara quale attore fondamentale nello scenario del paese nordafricano. Una notizia pessima per l'Europa ed in particolare per l'Italia.
Una volta presentata la mozione, il voto favorevole del parlamento appare scontato visto che Erdogan con il suo Akp e con gli alleati nazionalisti del Mhp ha saldamente in mano le redini della maggioranza.
Se dunque il prossimo 7 gennaio tutto andrà come nei piani previsti dal presidente turco, verrà messo il punto definitivo sul percorso iniziato il 27 novembre scorso, giorno in cui Erdogan ed il premier libico Fayez Al Sarraj hanno firmato il memorandum d’intesa tra i due paesi. Un accordo quello, destinato a cambiare gli equilibri sia all’interno del dossier libico e sia in ambito mediterraneo.
Infatti, il memorandum prevede tra le altre cose la definizione di nuovi confini marittimi tra le Zee, Zone Economiche Esclusive, di Libia e Turchia. Ma non solo: con l’intesa tra i due governi, l’esecutivo libico può richiedere in qualsiasi momento l’intervento dell’esercito di Ankara in sua difesa.
Circostanza quest’ultima già avvenuta: nei giorni scorsi infatti, il governo di Al Sarraj, che nel frattempo ha approvato il memorandum, ha chiesto aiuto militare contro l’esercito del generale Khalifa Haftar alla Turchia. Per questo motivo è possibile ritenere la mozione di cui ha parlato Erdogan, e che verrà votata dal parlamento il 7 gennaio prossimo, il traguardo del percorso iniziato il 27 novembre. L’invio di truppe da parte di Ankara, ha rappresentato per Erdogan sin da subito il vero fine ultimo del memorandum. Oggi questo progetto sembra essere prossimo al compimento.
Ma ci sono, a livello internazionale, non poche rimostranze. Se da parte europea è scontata la contrarietà a quanto previsto dal memorandum tra Turchia e Libia, hanno suscitato non poco clamore le reazioni arrivate da Mosca. Il Cremlino, che nel paese nordafricano è impegnato soprattutto nel sostegno ad Haftar, si è detto fortemente contrario all’eventualità dell’invio di truppe da parte della Turchia: “Qualsiasi tentativo di paesi terzi difficilmente fornirà un aiuto per una soluzione del conflitto”, si legge in una nota della presidenza russa. Da parte sua Mosca, che sul campo non ha propri soldati ma può vantare comunque la presenza di contractors della Wagner, ha dunque chiesto di evitare il coinvolgimento ufficiale di truppe di un altro paese in Libia.
I rapporti tra Turchia e Russia appaiono complessivamente buoni, specie in relazione al dossier siriano dove i due paesi hanno sottoscritto delle intese volte a certificare il cessate il fuoco di Ankara dopo l’operazione lanciata da Erdogan contro i curdi ad ottobre. Peraltro proprio il presidente turco vedrà Vladimir Putin ad Istanbul l’8 gennaio prossimo, il giorno dopo il possibile voto del parlamento per il via libera all’invio dei soldati in Libia.
Ed è a questo incontro che oramai si guarda con molto interesse per capire i prossimi scenari interni al dossier libico: la contrarietà di Mosca all’invio di truppe da parte di Ankara, è un modo per provare a portare sul tavolo politico le discussioni sulla Libia. E porre le basi dunque per un possibile accordo tra le due parti proprio nel bilaterale di Istanbul.

Nuove manifestazioni in Algeria. E c’è chi vuol rinviare il voto


Di Mauro Indelicato

Il 18 aprile si avvicina, ma in Algeria continua ad aleggiare una certa aurea di tensione e caos. In quella data in teoria gli algerini dovrebbero andare al voto, nella pratica sorgono i primi dubbi circa l’effettiva apertura delle urne. Dall’opposizione infatti, iniziano ad emergere posizioni comuni in cui viene chiesto il rinvio delle elezioni per uscire dall’impasse in cui il paese si trova da oramai alcune settimane. 
Tutto inizia con l’ufficializzazione della candidatura del presidente uscente Abdelaziz Bouteflika, al potere dal 1999 e proposto dal suo partito (il Fronte di Liberazione Nazionale) per un quinto mandato consecutivo. Ma il capo di Stato risulta afflitto dal 2013 dalle gravi condizioni di salute dovute ad un ictus. Da allora è costretto alla sedia a rotelle, presenta difficoltà nel parlare e non avrebbe la lucidità necessaria per adempiere al proprio ruolo. Ecco perché, dopo l’ufficializzazione della candidatura, in Algeria si assiste a manifestazioni di piazza importantiorganizzate soprattutto da giovani e studenti. 

La proposta del rinvio 

Già a dicembre all’interno dello stesso entourage di Bouteflika emergono primi dubbi sulla possibilità di far cadere il voto alla scadenza naturale del mandato del presidente. Il Fronte di Liberazione Nazionale non trova un sostituto, gli apparati dell’esercito mostrano perplessità su una possibile ricandidatura del capo dello Stato uscente, in generale l’Algeria non sembra pronta a vedere i propri equilibri garantiti da un nuovo leader. Dunque, piuttosto che tornare alle urne da più parti si suggerisce di rinviare le consultazioni. Secondo alcune indiscrezioni della stampa locale trapelate nello scorso mese di gennaio, anche alcuni parenti di Bouteflika avrebbero preferito un rinvio. Ma il governo e lo stesso presidente, o chi per lui viste le condizioni di salute, alla fine optano per la strada ordinaria del voto.

Le proteste che vanno avanti da giorni fanno nuovamente tornare a galla l’ipotesi del rinvio. Questa volta a parlare circa la necessità di posticipare la data del voto, sono alcuni partiti di opposizione. In particolare, dopo una riunione tenuta nella serata di giovedì, viene diffuso un comunicato nel quale si chiede “il rinvio del voto e l’apertura di una fase di transizione”. A firmare il documento è il partito Talaie Alhouriyat, guidato dall’ex primo ministro Ali Benflis, assieme a diverse formazioni islamiste: dal “Movimento per la società e la pace” al “Fronte per la giustizia e lo sviluppo“, collegato ai Fratelli Musulmani, passando anche per alcuni gruppi legati al disciolto Fis. Le firme sono anche dei rappresentanti del Partito dei Lavoratori e del Raggruppamento per la Cultura e la Democrazia. 
Il testo inviato poi alla stampa, parla della ricandidatura del presidente uscente come una “vera minaccia per l’integrità e la stabilità della Repubblica”. Secondo questi partiti di opposizione, una fase di transizione è l’unica via per dare tempo al paese di superare le tensioni e poter riorganizzarsi in vista di presidenziali non “turbate” dalle questioni inerenti Bouteflika. 

Continuano le manifestazioni

Intanto anche in queste ore ad Algeri si susseguono le manifestazioni. Università, piazze, luoghi pubblici sono oggetto di presidi e raggruppamenti da parte di numerosi giovani. Si chiede il ritiro della candidatura del presidente uscente e la volontà di vedere organizzate elezioni più trasparenti. Nonostante alcune misure varate dal governo per evitare massicci assembramenti di manifestanti, quali il ridimensionamento del servizi dei trasporti pubblici, le proteste vanno avanti. Nelle scorse ore anche un gruppo di deputati si unisce ai manifestanti. Ashourouq TV, una televisione locale molto seguita, parla di dimissioni di alcuni onorevoli che in questo modo vogliono esprimere solidarietà a chi in queste ore sta protestando. Tra questi deputati, alcuni sarebbero anche dello stesso partito di Bouteflika.
Da Ginevra invece arrivano notizia circa l’arresto di uno dei candidati alle prossime presidenziali. L’agenzia di stampa Dpa in particolare, rifacendosi a delle dichiarazioni di una portavoce della Polizia elvetica, nelle scorse ore lancia la notizia secondo cui Rachid Nekkaz sarebbe stato fermato nei pressi dell’ospedale dove è ricoverato dal 24 febbraio scorso Bouteflika. Nekkaz è un imprenditore franco algerino, il quale si vede respingere a febbraio la propria candidatura alle presidenziali per via della cittadinanza francese. Motivo per il quale lo stesso Nekkaz candida un cugino omonimo, che in caso di vittoria lo nominerebbe vice – presidente. Secondo la portavoce della Polizia svizzera, Nekkaz è sottoposto a fermo dopo una manifestazione in cui risultano presenti un centinaio di suoi concittadini. 

Miss Algeria vittima di razzismo da parte di alcuni suoi connazionali: "Troppo scura"


Capelli scuri e ricci, bel sorriso, splendida presenza e pelle di ebano: ecco l'identikit di Miss Algeria. All'anagrafe è Khadidja Benhamou, 26enne neo-reginetta di bellezza del suo Paese, e in queste ore sta affrontando la carica degli haters proprio a causa della sua pelle, ritenuta "troppo scura". Lo riporta, tra le varie testate, Vogue.
La ragazza è stata presa di mira dai suoi stessi connazionali: il colore della pelle della ragazza sarebbe più scuro di quello di gran parte degli algerini e tipica, invece, degli abitanti del sud dell'Algeria desertica, la regione meridionale dell'Adrar al confine con il Mali. Khadidja Benhamou arriva proprio da quella regione
"Sembra un mix tra Ronaldinho e Bijouna (attrice algerina, ndr): non rappresenta certo il nostro Paese", "Miss Algeria? Sembra James Brown": ecco alcuni degli sgradevoli commenti partoriti dal web ed indirizzati alla stupenda reginetta algerina.
Il sito ObservAlgerie ha sostenuto la ragazza, affermando: "Si tratta della prima nera ad essere eletta Miss Algeria, per questo viene linciata sui social. Questa giovane rappresenta il Sud algerino con la sua bellezza originale e un fascino fuori dal comune".
Miss Algeria ha risposto in maniera pacata e saggia, perdonando i suoi haters: "Che Dio mostri il cammino a chi mi critica e preservi coloro che mi incoraggiano".

Libia, Putin: 'L'Occidente ha distrutto una muraglia che proteggeva l’Europa dall'immigrazione di massa'


Di Salvatore Santoru

Durante il meeting del Valdai Club il presidente russo Vladimir Putin ha detto la sua sulla crisi libica.
Più specificatamente, riporta Aska News(1), Putin ha affermato che ora in Libia non esiste più uno stato e le milizie combattono tra di loro.

Inoltre, il presidente della Federazione russa ha affermato che con la guerra in Libia l'Occidente ha distrutto  una 'muraglia' che preservava l’Europa dal problema delle migrazioni.

NOTA:

(1) http://www.askanews.it/esteri/2018/10/18/libia-putin-occidente-ha-distrutto-la-muraglia-antimigrazioni-pn_20181018_00225/

La Tunisia adesso sfida Salvini: “No a hotspot per migranti da noi”

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Di Mauro Indelicato
La pioggia ed il vento nel canale di Sicilia sembrano rinviare le vere prove del nove tra Italia e Tunisia. Da giorni il maltempo imperversa sull’isola più grande del Mediterrane. Impossibile dire se per questa estate lo spauracchio degli sbarchi fantasma potrà essere o meno scongiurato: lo scorso anno il fenomeno degli approdi indisturbati sulle coste siciliane è iniziato precisamente il 22 giugno, con uno sbarco ad Agrigento, ma dodici mesi fa le condizioni erano già quelle tipicamente estive.
Sarà importante notare, quando nuvole e vento lasceranno spazio alla classica estate della Sicilia, quanti sbarchi fantasma si registreranno sull’isola. Il fenomeno degli sbarchi fantasma, è bene ricordarlo, coinvolge imbarcazioni che partono dalla Tunisia. Dopo gli alti e bassi tra Roma ed il governo del paese africano di questi giorni, la situazione sarà migliore rispetto al 2017?

Il no di Tunisi ad hotspot sul proprio territorio

Proprio nella giornata della visita del ministro dell’Interno Matteo Salvini a Tripoli, da Roma ha fatto sentire la propria voce l’ambasciatore tunisino in Italia, Moez Sinaoui: “La Tunisia non intende ospitare alcun hotspot per migranti sul suo territorio – si legge nelle sue dichiarazioni rilasciate ad AgenziaNova – Questa è una posizione di principio dello Stato tunisino”. Il riferimento è alle proposte circolanti da diversi giorni circa la creazione di hotspot nei Paesi di transito dei flussi migratori. Anche se lo stesso Salvini non ha mai esplicitamente parlato di strutture del genere in Tunisia, il rappresentante del governo del Paese africano in Italia sembra voler mettere le mani avanti portando quella che è la posizione dell’esecutivo tunisino ad un’eventuale richiesta del genere.
Sia Salvini che Conte hanno parlato, tra domenica e lunedì, di hotspot da realizzare nel sud della Libia e non in Tunisia ma nell’ottica di un’estensione di questa strategia anche ad altri paesi da dove partono numerosi barconi, Tunisi vuole da subito bloccare ogni velleità in tal senso. Secondo le autorità locali, le forze di polizia e di sicurezza tunisine sono in grado di compiere il proprio lavoro e di cooperare con gli altri paesi per la risoluzione del problema.

Rapporti Italia – Tunisia nel mirino

Nel corso della sua intervista ad AgenziaNova, l’ambasciatore Sinaoui ha voluto fare il punto sui rapporti tra Tunisi e Roma. Pochi giorni dopo l’insediamento del governo Conte, il ministro dell’Interno Salvini ha accusato la Tunisia di esportare galeotti in Italia tramite i barconi. Tra i due Paesi sono nati contrasti diplomatici che però, ad oggi, sembrano essersi appianati: “Il nostro ministro degli esteri Khemaies Jhinaoui – tiene a sottolineare Sinaoui – È stato il primo ministro degli Esteri a incontrare Moavero alla Farnesina”. Dunque, nonostante le tensioni dovute al problema dell’immigrazione, tra Italia e Tunisia vi sarebbero adesso rapporti volti ad una reciproca collaborazione.
Non solo prevenzione di sbarchi fantasma, ma anche la Libia sul piatto della relazione dei due Paesi: quest’ultimo è un problema comune, visto che per l’Italia vuol dire aumento della crisi dovuta alla pressione migratoria, per la Tunisia invece implica lo spauracchio di confini orientali meno sicuri e possibile infiltrazioni jihadiste.
Ma al di là degli alti e bassi tra i due governi, Italia e Tunisia sembrano due vicini dirimpettai che si guardano con sospetto. Se da un lato la relativa stabilità politica nel piccolo paese nordafricano consente la possibilità di stabilire concreti accordi tra le due sponde del Mediterraneo, dall’altro c’è il timore di Roma sul fatto che la Tunisia non stia effettuando tutti gli sforzi possibili per frenare il fenomeno degli sbarchi fantasma. Lo scorso anno l’allora ministro dell’Interno Marco Minniti si è più volte incontrato con i vertici tunisini.
Soltanto a stagione finita si sono registrate alcune operazioni della polizia tunisina volte a smantellare organizzazioni malavitose, specie tra Biserta e Sfax, in grado di organizzare i viaggi della speranza. Adesso, dopo gli alti e bassi dell’ultimo mese iniziati con l’insediamento del nuovo governo italiano, c’è attesa per vedere non solo a che punto sono i rapporti tra i due Paesi ma anche per constatare se per davvero dalla Tunisia si inizia a far sul serio nel contrasto ai trafficanti di esseri umani.

Libia, le accuse alla Francia: “Così fanno passare i migranti”

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Di Alessandra Bocchi
Le truppe francesi stanziate tra il Niger e la Libia lasciano passare indisturbati migranti e trafficanti di uomini. Lo sostengono Jamal Adel, giornalista libico che vive nella zona sud-est del Kufra, e il Fezzan Libya Group, l’organizzazione che monitora il traffico di persone nella capitale libica del sud di Sebha.
Dopo la proposta del ministro dell’Interno Matteo Salvini di creare dei centri di accoglienza nei Paesi confinanti con la Libia, i libici che si trovano vicini al confine mettono ora in guardia Roma: “I francesi non stanno facendo nulla per fermare il traffico di persone perché non ne soffrono le conseguenze. Quelli che soffrono davvero sono i libici e gli italiani”,  dice Adel a Gli Occhi della Guerra.
Le truppe francesi, infatti, starebbero fornendo sostegno medico ai migranti, senza però farli tornare nei loro Paesi d’origine. Anzi: i francesi permetterebbero ai migranti di passare il confine libico dove trovano alcuni trafficanti che li conducono sulle coste per poi iniziare il loro viaggio della speranza verso l’Italia.
Sia la Francia che il Niger ignorano il traffico di persone che avviene sul territorio sotto il loro controllo. “I trafficanti passano liberamente sotto il naso delle truppe francesi”, aggiunge l’organizzazione di Fezzan. “Se il Niger e la Francia pensano che il traffico di persone sia secondario, l’Italia e la Libia pensano sia un problema primario perché sono direttamente colpiti da questo fenomeno”.
Per questo i libici vorrebbero una collaborazione più forte con l’Italia. Un’operazione di questo tipo dovrà però per forza fare i conti con la presenza francese. “Quando l’Italia propose di mandare 140 militari in Niger, la missione fu abortita perché la Francia si oppose. La Francia non vuole che l’Italia prenda troppo potere geo-politico sul suo territorio”, aggiunge l’organizzazione Fezzan Libya Group.
La Francia non vuole l’Italia sul territorio del Niger perché con questo Paese ha uno stretto rapporto di interessi: dipende infatti dall’esportazione di uranio per la sua centrale nucleare nel villaggio di Arlit. A marzo infatti anche il presidente nigerino Mahamadou Issoufou, che ha rapporti stretti con il governo francese, si oppose alla presenza italiana in Niger.
La Francia inoltre sta sostenendo la tribù di Awlad Sliman, nel Sud della Libia. Storicamente, la Francia ha sempre appoggiato questa tribù e l’ha riportata in Libia dopo l’occupazione italiana per controllare la zona del Sud del Paese, che è ricca di petrolio.
Negli ultimi mesi, specialmente durante la crisi di governo in Italia, la Francia si è ritagliata un ruolo sempre più importante nelle negoziazioni libiche: Parigi sostiene il governo dell’Est di Khalifa Haftar, rivale di quello di Tripoli, appoggiato invece dall’Italia. Allo stesso tempo, però, il governo francese cerca di mantenere un controllo indipendente da Haftar nel sud della Libia sostenendo varie tribù, tra cui anche quella del Tebu, che recentemente è stata invasa da mercenari e milizie del Ciad e dal Niger.
I libici nell’area del sud di Fezzan non hanno dunque un’opinione positiva del ruolo che la Francia sta avendo nell’area del sud della Libia, dove il traffico di essere umani è notevole. “I libici sperano che Salvini mantenga la parola data, vogliono che siano controllati i loro confini e che il traffico di persone venga fermato”, aggiunge l’organizzazione Fezzan Libya Group.

Migranti, Salvini in Libia: “Hotspot nel sud del Paese”. Vicepremier di Tripoli: “Rifiutiamo categoricamente”

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Centri di accoglienza” da costruire nel sud della Libia e aiuti “tecnici ed economici” per mettere Tripoli nelle condizioni di controllare il flussi migratori. Si snoda attraverso queste due direttrici la proposta avanza da Matteo Salvini al governo libico presieduto da Fayez Al Sarraj. Il ministro dell’Interno è volato questa mattina a Tripoli, dove ha incontrato l’omologo Abdulsalam Ashour e il vicepresidente del Consiglio presidenziale Ahmed Maitig.
Il capo del Viminale aveva anticipato la proposta via Twitter, poco dopo l’atterraggio nella capitale libica: “Hotspots dell’accoglienza in Italia? Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti. Noi abbiamo proposto centri di accoglienzaposti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia”. Poi l’ha ribadita durante l’incontro con il ministro dell’Interno Abdulsalam Ashour e durante la conferenza stampa congiunta con il vicepremier libico Ahmed Maitig.
“Alcuni Paesi europei, tra cui la Francia, hanno proposto che i centri di accoglienza venissero costruiti in Italia – ha detto Salvini ad Ashour, in un video postato dallo stesso ministro su Twitter – noi, insieme ad altri Paesi europei abbiamo proposto esattamente quello che diceva sua eccellenza(ha detto Salvini riferendosi al suo interlocutore, ndr), cioè degli hotspot, dei centri di accoglienza ai confini sud della Libia per evitare che Tripoli diventi un imbuto come l’Italia. E speriamo che la nostra idea abbia la maggioranza in Europa”.
“Giovedì a Bruxelles sosterremo di comune accordo che i centri di accoglienza e identificazione vanno costruiti a sud della Libia per aiutare a bloccare l’immigrazione che stiamo subendo entrambi”, ha annunciato quindi il capo del Viminale alcune ore più tardi annunciato parlando davanti alle telecamere al fianco del numero due del governo Al Sarraj. Che ha subito stoppato la proposta sui centri di identificazione: “Rifiutiamo categoricamente la presenza di qualsiasi campo per i migranti in Libia: non è consentito dalla legge libica”.


Hotspots dell'accoglienza in Italia?Sarebbe problema per noi e per la Libia stessa perché i flussi della morte non verrebbero interrotti.
Noi abbiamo proposto centri di accoglienza posti ai confini a Sud della Libia per evitare che anche Tripoli diventi un imbuto, come Italia.
E’ probabile che la distanza tra le due posizioni sul tema dipenda dalla terminologia utilizzata e dalla possibile presenza di personale stranieroall’interno dei costituendi “hotspot” o “centri di accoglienza”. Una soluzione suggerita dalle dichiarazioni affidate dallo stesso Maitig a La Repubblica: intervistato dal quotidiano capitolino alla vigilia della visita di Salvini, alla domanda ‘è possibile immaginare hotspot per i migranti in Libia?’, Maitig risponde: “Non è possibile, l’identificazione da parte di autorità straniere in Libia è contro la nostra legge. Per noi sono solo migranti illegali. Ma sono sicuro che con il nuovo governo italiano e con la Ue potremo lavorare su soluzioni più efficaci di quelle praticate finora”. Il problema nascerebbe, quindi, se la gestione dei centri venisse affidata a personale non libico, perché ciò costituirebbe una violazione palese della sovranità nazionale.

L’Algeria si trova ad un passo da un baratro economico devastante

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Di Mauro Indelicato
È il paese più grande del mondo arabo, importante produttore di petrolio nonché vitale ‘laboratorio politico’ del Maghreb e dell’area mediterranea; il riferimento è all’Algeria, paese ricco di contraddizioni, il primo a subire nel proprio territorio la piaga dell’estremismo islamista, ma anche l’unico a non aver avuto considerevoli conseguenze dalle ‘primavere arabe’ che pure proprio tra le strade di Algeri hanno avuto un piccolo ma importante preambolo nel novembre 2010. Per queste e per altre ragioni, il paese nordafricano ha una grande importanza nel contesto mediorientale e del ‘mare nostrum’; pur se in secondo piano nelle cronache che hanno riguardato la regione negli ultimi anni, l’Algeria sta affrontando questioni molto delicate e decisive per il suo futuro e per la stabilità economica e politica dei prossimi anni. Proprio nella settimana appena trascorsa, il Parlamento uscito dalle elezioni di maggio ha approvato un nuovo ‘piano d’azione’ con i crismi di un’urgenza che non lascia, almeno per il momento, trasparire nulla di positivo.

La necessità del nuovo piano d’azione: stampare subito più moneta per pagare gli stipendi

Retta dal 1999 da Abdelaziz Bouteflika, sopravvissuto sia a quattro rielezioni che a numerosi problemi di salute che lo costringono a governare il paese da una sedia a rotelle e con forze fisiche sempre più carenti, l’Algeria ha un’economia non più propriamente socialista ma dove comunque il controllo statale appare importante e dove, con gli introiti delle esportazioni di combustibili fossili, si è cercato di finanziare un adeguato sistema di welfare, oltre che opere pubbliche ed infrastrutturali a volte realmente importanti (quali la nuova metropolitana di Algeri, gli oltre tremila nuovi chilometri di ferrovia e l’asse autostradale est – ovest) ed altre un po’ meno (come, per esempio, la grande moschea della capitale in corso di costruzione ad opera di imprese cinesi). Ma proprio l’eccessiva dipendenza dal petrolio e dagli idrocarburi, ha avviato il paese da alcuni anni ad una fase recessiva che preoccupa non soltanto da un punto di vista economico, ma anche sul fronte della tenuta sociale.
E’ in questo contesto che lo scorso 14 settembre il primo ministro, Ahmed Ouyahia, in Parlamento ha presentato il nuovo piano d’azione dalla durata pluriennale ma  i cui primi effetti nelle intenzioni del governo dovrebbero essere immediati; nel suo discorso ai parlamentari, il capo dell’esecutivo algerino ha affermato senza messi termini che il paese sarebbe sull’orlo di un vero e proprio black out finanziario, un collasso che determinerebbe gravi danni all’economia ed alla società. Toni allarmistici, che Ahmed Ouyahia ha giustificato elencando alcuni dati decisamente poco confortevoli: crollo delle entrate, dimezzamento delle riserve negli ultimi due anni, bilanci che non riescono a chiudersi e difficoltà nel reperimento immediato di nuove risorse. Ma soprattutto, è stato il più grande spauracchio nella vita amministrativa di un paese a dare al piano del governo i crismi dell’urgenza: “Senza questo atto – ha dichiarato il primo ministro – rischiamo già a novembre di non poter pagare gli stipendi ai dipendenti ed ai funzionari”.
Il parlamento ha quindi approvato, esattamente una settimana dopo, il nuovo piano economico il cui punto vitale riguarda la norma che regola gli ‘investimenti non convenzionali’ da immettere sul mercato interno; in poche parole, si tratta di nuova moneta da stampare per poter pagare gli stipendi e coprire numerose falle di bilancio evitando per il momento il totale collasso delle istituzioni. Una misura drastica, non subito digerita dalle opposizioni sia laiche che islamiste in parlamento; secondo alcuni gruppi politici infatti, la situazione di emergenza prospettata dal governo è da attribuire solamente ad una scusa dell’esecutivo per forzare l’adozione di determinate misure, secondo altri invece il piano d’azione potrebbe mettere soltanto una falla su un sistema che invece andrebbe curato con provvedimenti in grado di agire a lungo termine. Le norme volute da Ahmed Ouyahia sono comunque state approvate: tra queste, oltre alla stampa di una maggiore quantità di moneta, anche il parziale blocco delle importazioni di determinati beni al fine di avvantaggiare la produzione locale.

In gioco la stabilità dell’Algeria

Se da un lato la necessità di ricorrere a misure d’emergenza è molto più di un campanello d’allarme per il paese, dall’altro però è anche vero che il governo ha potuto e voluto muoversi all’interno dell’alveo di una sovranità monetaria e politica che l’Algeria rivendica da sempre da quando ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia; l’operare direttamente sulla propria moneta e l’incidere con misure in un certo qual modo protezionistiche, potrebbe dare respiro nell’immediato e permettere la risoluzione di alcune delle più stringenti problematiche a partire dal pagamento degli stipendi. Pur tuttavia, la fragilità dell’economia algerina appare molto evidente: gli investimenti nelle infrastrutture non sono bastati, il calo dei prezzi del petrolio ha creato gravi buchi nel debito e nel saldo del commercio e, in generale, la mancata diversificazione del sistema economico impongono una seria preoccupazione circa il futuro dell’Algeria. La partita in questione è molto delicata: in ballo non c’è solo l’economia, ma anche la stabilità del paese.
C’è chi ha sostenuto, all’indomani delle cadute di Ben Alì e Mubarack rispettivamente in Tunisia ed Egitto, che in Algeria le istituzioni hanno retto all’urto delle primavere arabe soltanto perché i cittadini algerini hanno ancora ben in mente i ricordi della guerra civile degli anni 90 e quindi la salvaguardia della stabilità, ancora oggi, sarebbe in cima alle preoccupazioni della società civile; certo è però che, qualora il paese continui nella sua fase recessiva aggravando la situazione e dando di sé un’immagine di ‘grande malato’ del nord Africa, la stessa stabilità potrebbe essere compromessa e ciò costituirebbe un problema anche per l’intera area mediterranea.

ULTIME DALLA LIBIA

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Di Emmezeta
Come sempre in Libia, le cose non sono affatto chiare. Cosa è successo esattamente ieri? C'è stato davvero un tentativo di prendere i palazzi del potere nella capitale da parte delle forze dell'ex premier tripolino al-Ghwell? La risposta sembrerebbe essere: sì e no. Sì, perché le sue milizie sono effettivamente entrate negli edifici dei ministeri della Difesa, della Giustizia e del Lavoro. No, perché si è trattato più che altro di un'azione dimostrativa.
Dimostrativa, ma non per questo meno indicativa di uno scontro che si sta sicuramente avvicinando, e che vede l'Italia in una posizione alquanto scomoda.

Per capire cosa stia davvero succedendo bisogna fare il punto sul caos politico-militare seguito alla guerra d'aggressione della NATO del 2011. Ad un primo grossolano sguardo, e tralasciando le zone desertiche del sud del paese, oggi la Libia appare divisa in due: ad est le forze che fanno capo al generale Haftar, apertamente sostenuto dall'Egitto e dalla Russia, che dalla Cirenaica sono arrivate alla cittadina di Sidra nell'est della Tripolitania; ad ovest - nel grosso della Tripolitania - le milizie che appoggiano in qualche modo il governo al Serraj, quello insediato dall'esterno dalle potenze occidentali e riconosciuto dall'ONU.

Detto così le cose sembrerebbero relativamente semplici, ma ci sono altri decisivi elementi di complicazione. Vediamo quelli più importanti:

1. Il governo fantoccio di al Serraj più che disporre di forze proprie vive grazie al sostegno (ben remunerato) di alcune decine di milizie tribali, tra le quali spicca quella di Misurata. La fedeltà di queste milizie è assai dubbia. E' probabile che il loro appoggio duri finché reggerà il sostegno internazionale ad al Serraj. Ma è proprio questo l'elemento decisivo che sembra ora scricchiolare (vedi punto 4).

2. Nella capitale e nell'ovest del paese agiscono anche le forze che fanno capo a Ghwell, almeno in parte legate alla Fratellanza Musulmana. Dopo aver guidato (con l'appoggio della Turchia e del Qatar) il governo tripolino nel 2015-2016, Ghwell aveva lasciato Tripoli nel maggio scorso. Un allontanamento temporaneo che non era però una rinuncia alla lotta, come i fatti di questi ultimi mesi (ed anche quelli di ieri) dimostrano. Per capire la situazione nella capitale, basti pensare che Ghwell - formalmente sotto sanzioni internazionali ed a rischio di arresto - risiede adesso tranquillamente all'Hotel Rixos di Tripoli.

3. In questi mesi le posizioni del generale Haftar - che oltre all'est del paese controlla anche una vasta area della Tripolitania a sud-ovest di Tripoli, grazie soprattutto al ruolo della milizia di Zintan - si sono rafforzate, sia militarmente che politicamente. Sta di fatto che egli, al pari del parlamento di Tobruk, mai ha riconosciuto il governo al Serraj.

4. Il rafforzamento politico di Haftar, ed il conseguente indebolimento di al Serraj, è facilmente riscontrabile nei fatti delle ultime ore. Mentre a Tripoli andava in scena l'ennesimo scontro, Haftar era ospite della portaerei russa Admiral Kuznestsov al largo delle coste della Cirenaica. Ma se l'appoggio russo (oltre a quello dell'Egitto e degli Emirati Arabi) è cosa del tutto ufficiale, quello della Francia è solo un po' più nascosto. Sta di fatto che ieri all'appello dell'Italia per concordare una dichiarazione comune a sostegno di Serraj (vedi La Stampa) hanno risposto picche sia gli Stati Uniti (ufficialmente "poco interessati" alla Libia) ma anche i governi di Parigi, Londra e Berlino. Uno smacco per il governo italiano, ma anche un annuncio di condanna a morte per l'attuale governo fantoccio di Tripoli.

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