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IL PROF CARLO GALLI: 'Anche il PCI, oggi, sarebbe stato definito sovranista. La sinistra italiana ha abbandonato l'analisi della realtà sociale'

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Di Salvatore Santoru

 "Il Pci, oggi, verrebbe definito sovranista". 
Lo sostiene il filosofo e professore universitario Carlo Galli, storico delle dottrine politiche all'Università di Bologna e uno dei più noti interpreti del pensiero moderno e contemporaneo(1).

Più specificatamente, l'accademico e politico modenese ha parlato dell'attuale crisi della sinistra italiana nell'ambito di un'intervista fatta da Nicola Mirenzi per l'edizione italiana dell'Huffington Post(2).
In tale intervista, il prof ha anche dichiarato che la sinistra italiana ha abbandonato l'analisi della realtà e ha ignorato i bisogni di protezione di molti cittadini.

Galli è stato membro del Partito Democratico, di SEL ed è attualmente iscritto come indipendente al Gruppo parlamentare alla Camera Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista

NOTE:

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Carlo_Galli_(politico)

(2) https://www.huffingtonpost.it/2018/09/13/il-pci-oggi-verrebbe-definito-sovranista-intervista-al-prof-carlo-galli-condanna-a-orban-e-controproducente_a_23525808/

"IL DECENNIO DEL RIFIUTO": L'ANTIEUROPEISMO DEL PCI NEGLI ANNI CINQUANTA

immagine pci ue

Di Carlo Giuseppe Cirulli
La prima fase [risalente agli anni Cinquanta, ndr] del rapporto tra il Pci e l’Europa si caratterizza per un rifiuto totale del processo d’integrazione europea. L’opposizione all’Europa trova le sue radici nei tratti identitari del Pci, nella sua collocazione internazionale, facendo sì che il processo d’integrazione europea venga a contatto con la “carne viva” del partito. L’Europa avrebbe giocato un ruolo fondamentale nella storia dei partiti comunisti dell’Europa occidentale nella misura in cui sarà dalla paura del comunismo e di una sua vittoria anche in alcuni paesi dell’Europa occidentale che verrà una spinta sostanziale al processo d’integrazione europea.
Infatti, pur non essendo l’unico fattore determinante, la guerra fredda ha in un certo senso “assistito” il processo di integrazione europea: gli Stati Uniti hanno sostenuto esplicitamente la costruzione comunitaria e i partiti comunisti, inizialmente indifferenti a forme di integrazione europea, sarebbero divenuti apertamente ostili a forme di integrazione dalla nascita del Comintern in poi (settembre 1947). L’Europa venne così identificata da tutti i partiti comunisti occidentali come capitalista, atlantica, riformista e come un ostacolo per la Rivoluzione. Il Partito Comunista Italiano, condividendo questa visione con il Partito Comunista Sovietico, oltre che con gli altri partiti comunisti occidentali come quello francese, avrebbe adottato subito un atteggiamento di aperta condanna verso la Comunità Europea, vista come uno strumento al servizio dell’imperialismo che aveva il duplice obiettivo di soggiogare politicamente ed economicamente l’Europa agli Stati Uniti e di rafforzare l’offensiva imperialista contro il blocco dei Paesi socialisti guidati dall’Urss.
Come osserva Di Nolfo, la guerra fredda, prima di essere scontro diplomatico, o marginalmente militare, era un confronto tra l’egemonia economica statunitense, unitamente al sistema di interdipendenze che essa creava su scala globale, e il tentativo sovietico di rispondere ad essa mostrandone contraddizioni e fragilità. La guerra fredda era così uno scontro tra sistemi economici e il processo d’integrazione che, richiamando la celebre Dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, mirava a creare una solidarietà di fatto tra gli Stati europei attraverso una sempre maggiore collaborazione in campo economico, si inseriva all’interno di uno dei due blocchi: quello americano.  In tal senso è indicativo quanto dichiarato in un’intervista da Antonio Giolitti, che sino al ‘57 era stato un esponente di primo piano del Pci in materia di politica economica e politica estera. Egli affermava come, finché aveva fatto parte del Pci, il tema dell’Unione Europea fosse sempre stato semplicemente “snobbato, essendo dato per scontato che (fosse) un’operazione di marca capitalistico-imperialistica”.
L’antieuropeismo del Pci trovava così le sue basi in una chiara collocazione internazionale del partito che lo vedeva far parte ideologicamente del blocco contrapposto a quello occidentale.  Se a livello interstatale i singoli Paesi europei adottarono una politica estera in tutto e per tutto coerente con il blocco di riferimento, a livello intrastatale il bipolarismo comportò una netta divaricazione tra le forze di sinistra social-comuniste, che avevano nell’Urss il modello di riferimento, e quelle di matrice liberal-democratica, laica e cattolica. Tale netta spaccatura, in Italia, era ancor più marcata per la presenza del maggior partito comunista dell’Europa occidentale e per il “patto d’unità d’azione” stretto, nel 1943, tra questo ed il Partito Socialista Italiano che sarebbe culminato con la presentazione di un fronte unitario alle elezioni politiche del 1948.
Oltre all’influenza dell’Urss sulla posizione del Pci, non va nemmeno trascurato il ruolo di partito di opposizione che esso giocò nel quadro politico italiano. Infatti, nell’immediato dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta, “ogni movimento di lotta e di protesta, sia di carattere economico che politico, ebbe il Pci come proprio referente politico e come luogo di elaborazione, organizzazione e direzione” (M. Flores e N. Gallerano). Sarà solo a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta che il Pci cesserà di essere l’unico rappresentante dei movimenti di lotta e di protesta. L’antieuropeismo del Pci ha quindi anche una radice interna. Secondo l’analisi condotta da N. Conti e L. Verzichelli, l’antieuropeismo del partito era dettato non solo dalla dialettica maggioranza/opposizione ma anche dalla  distanza del partito dal “centro dello spettro politico”. Il primo decennio del processo di integrazione europea vede così il Pci attestarsi su una posizione di rigido antieuropeismo: non a caso S. Galante parla di questi anni come “decennio del rifiuto”.
Il partito era schierato su posizioni rigidamente filosovietiche ed ogni idea di sovranazionalità era respinta, soprattutto se si riferiva al solo campo occidentale. La difesa dell’indipendenza e della sovranità nazionale era perseguita con ogni mezzo e la politica estera governativa era “percepita e presentata come partecipazione intenzionale a un disegno ispirato dall’anticomunismo straniero e indigeno ai cui interessi subordinava, compromettendoli, quelli interni ed esterni della nazione” (S. Galante).  È cosi possibile evincere come l’iniziativa della CECA [Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, ndr] fosse vista dal Pci come una operazione negativa non solo perché di stampo chiaramente capitalistico, ma anche perché ritenuta svantaggiosa economicamente per un’Italia che appariva come “la cenerentola che pagava nell’accordo tra i due grandi” (A. Giolitti). La stessa ferma opposizione sarebbe stata mostrata dal partito nei confronti del fallito tentativo della CED [Comunità Europea di Difesa, ndr], che sarebbe stato visto come una semplice filiazione del Patto Atlantico.
Secondo una formulazione che si può far discendere da Marx in persona ed in seconda battuta da Lenin,vi era una chiara opposizione ideologica a qualsiasi forma di collaborazione tra gli Stati europei che non avesse come presupposto il superamento del capitalismo e la conquista del potere da parte del proletariato. Già durante gli anni del secondo conflitto mondiale l’Unione Sovietica si era opposta a qualsiasi iniziativa volta a progettare, per il periodo post-bellico, forme di raggruppamento regionale per l’Europa. Da questo derivava anche l’interscambiabilità, agli occhi del Pci, dei binomi Europa/Nato, europeismo/atlantismo: è indicativo come in questi anni il termine adoperato negli ambienti del Pci per indicare il processo d’integrazione europea fosse quello di “Mercato Comune” piuttosto che di “Comunità Europea”, proprio per voler marcare la chiara connotazione capitalistica del fenomeno che, in quanto tale, andava avversato.
ARTICOLO VISTO ANCHE SU https://appelloalpopolo.it/?p=18022

QUANDO PANNELLA VENIVA ACCUSATO DI "FASCISMO" DAI VERTICI DEL PARTITO COMUNISTA



Di Salvatore Santoru

Il defunto leader radicale Marco Pannella fu un personaggio alquanto singolare e "atipico" all'interno del panorama politico italiano.
Pannella si fece interprete di un "liberalismo radicale" che andava oltre i dogmatismi ideologici imperanti e pur non dimenticando certe sue controverse scelte e strategie politiche, ad egli va riconosciuto il merito di essere stato l'interprete di uno "spirito radicalmente libertario" assai raro all'interno della politica italiana, sia essa di destra come di sinistra.

Per questo Pannella risultava assai scomodo ai vertici delle "parrocchie politiche" dominanti l'Italia, quella democristiana e quella comunista.
Dai vertici comunisti egli era malvisto per la sua critica della violenza politica nonché del totalitarismo in sé, al di là di quale colore politico potesse assumere.
C'è da segnalare che lo stesso leader radicale ricevette addirittura l'accusa di "fascismo" per un un suo discorso risalente al 1979.

Difatti, come riportato da Wiipeda(1) Pannella fu accusato di aver fatto un "discorso fascista" da parte del politico comunista Giorgio Amendola per via del fatto di aver paragonato le azioni terroristiche delle Brigate Rosse alla strage di via Rasella(ordinata dallo stesso Amendola) durante il ventunesimo congresso del Partito Radicale, e il politico comunista Luciano Lama sostenne inoltre che«Tra Pannella e la sinistra, tutta la sinistra non c'è, né ci può essere, affinità elettiva».
In seguito, Pannella ribadì la sua condanna della strage di Rasella(rivendicata dal PCI) ed espresse anche empatia verso i soldati che erano stati uccisi sostenendo che: «Ricordare che erano sud-tirolesi i ragazzi di via Rasella è fare insulto alla Resistenza? [...] vorrei poter portare fiori sulle tombe di quei 40 ragazzi, il cui nome non è scritto da nessuna parte, se non nella nostra convinzione che non si trattava di cose (come qualcuno sembra credere) ma di persone, di uomini che avevano delle madri, delle mogli, dei figli, che erano capaci di pensare, di sentire, di baciare».

Al di là delle valutazioni legate all'ideologia e delle versioni storiche, c'è da segnalare che il discorso di Pannella risulta del tutto coerente con il pensiero libertario,non violento e tendenzialmente pacifista che esprimeva, e bisogna riconoscere il coraggio avuto dallo stesso politico radicale nel denunciare l'inutilità dell'attacco e della conseguente strage di via Rasella(2), compiuta da alcuni guerriglieri gappisti e che costò la vita a 33 soldati tedeschi e 2 civili italiani,tra cui il bambino Piero Zuccheretti(3), strage che al tempo veniva elogiata(tanto che Amendola parlò delle "medaglie d'oro" per via Rasella) e che storicamente fu il preludio alla terribile rappresaglia nazista delle Fosse Ardeatine(4).

NOTE:

FOTO:https://it.wikipedia.org

"Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane","tornate da dove siete venuti":quando si attaccava e si rifiutava in modo xenofobo i 350mila profughi istriani e dalmati

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Di Giuseppe De Lorenzo
Il Pci non conobbe la parola “accoglienza”. Per gli italiani di Pola e Fiume solo odio. L’Unità scriveva: “Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane”.

Centro smistamento profughi di Udine, 1947 http://eliovarutti.blogspot.it
“Poi una mattina, mentre attraversavamo piazza Venezia per andare a mangiare alla mesa dei poveri, ci trovammo circondati da qualche centinaio di persone che manifestavano.
http://www.bassavelocita.it
Da un lato della strada un gruppo gridava: ‘Fuori i fascisti da Trieste’, ‘Viva il comunismo e la libertà’ sventolando bandiere rosse e innalzando striscioni che osannavano Stalin, Tito eTogliatti“. Racconta così Stefano Zecchi, nel suo romanzo sugli esuli istriani (Quando ci batteva forte il cuore), il benvenuto del Pci agli italiani che abbandonarono la Jugoslavia per trovare ostilità in Italia. Quella che fino a pochi attimi prima era la loro Patria.





Quando alla fine della seconda guerra mondiale, il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace che consegnava le terre dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, la sinistra non conobbe la parola ‘accoglienza’.





 Tutt’altro. Si scagliò con rabbia e ferocia contro quei “clandestini” che avevano osato lasciare il paradiso comunista.
https://it.wikipedia.org
Trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra ha trattato come invasori, come traditori. Ad attenderli nei porti di Bari e Venezia c’erano sì i comunisti, ma per dedicargli insulti, fischi e sputi. Nel capoluogo emiliano per evitare che il treno con gli esuli si fermasse, i ferrovieri minacciarono uno sciopero.


http://www.lavocedelnordest.eu
Giorgio Napolitano ha ragione: il Pd è davvero l’erede del Pci. La sinistra italiana, che di quella storia è figlia legittima, dimentica tutto questo. Ora si cosparge il capo di cenere e chiede a gran voce che l’Italia apra le porte a tutti i migranti del mondo. Predica l’acccoglienza verso lo straniero che considera un fratello. Quando per anni ha considerato stranieri i suoi fratelli. Gli unici profughi che la sinistra italiana ha rigettato con violenza erano italiani. Istriani e Dalmati. “Sono comunisti. Gridano ‘fascisti’ a quella povera gente che scende dalla motonave (…). Urlano di ritornare da dove sono venuti”.
http://pulcinella291.forumfree.it
Non sono le parole di Matteo Salvini. “Tornate da dove siete venuti” era lo slogan del Partito Comunista di Napolitano, Violante, D’Alema, Berlinguer e Veltroni.
L’Unità, nell’edizione del 30 novembre 1946, scriveva: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi”.


http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com
Oggi invocano l’asilo per tutti. Si commuovono alla foto del bambino riverso sulla spiaggia. Lo pubblicano in prima pagina. Dedicano attenzione sempre e solo a chi viene da lontano. Agli italiani, invece, a coloro che lasciatono Pola, Fiume e le loro case per rimanere italiani, la sinistra riservò solo odio. Lo stesso che gli permise di nascondere gli orrori delle Foibe.
“Non dovevamo dimenticare che eravamo clandestini, anche se eravamo italiani in Italia“.

FONTE:http://www.ilgiornale.it/news/politica/tornate-casa-vostra-quando-sinistra-cacciava-i-profughi-perc-1169028.html

Nicola Bombacci:il militante comunista che aderì alla RSI e finì impiccato a Piazzale Loreto



Di Sergio Sagnotti

Nicola Bombacci nacque a Civitella di Romagna (FC) il 24 ottobre 1879, su di lui le definizioni si sono sprecate, molti lo chiamarono il “comunista in camicia nera” o “il rivoluzionario del temperino” per via della sua indole pacifica o ancora “il Lenin di Romagna” perché ai comizi si tramutava in un vero trascinatore di folle, oppure solamente “Nicolino” come piaceva chiamarlo a Benito Mussolini.



Oggi, siamo tutti al corrente, che il mestiere del politico è cambiato radicalmente fino ad evolversi in maniera negativa il più delle volte, in passato la politica veniva svolta per il solo scopo, a volte utopico, di poter cambiare realmente le cose o comunque per semplice passione; di soldi allora non ne giravano molti, a differenza di oggi, un politico di allora faceva la fame e non riusciva ad avere un pò di tranquillità economica solamente predicando ideali.

La vita di Nicola Bombacci fu caratterizzata da un esistenza parallela a quella di Benito Mussolini, caso strano e assai curioso è il fatto che le loro due vite politiche e non si incontreranno in due momenti topici, l’inizio e la fine, quella che sarà per entrambi l’alba ed il tramonto della loro vita politica e terrena.

Bombacci e Mussolini erano entrambi romagnoli, entrambi maestri elementari ed entrambi avevano la dote e la capacità di trascinare le masse attraverso i loro discorsi; al di la di questo essi non avevano niente altro in comune; “Nicolino” era monogamo “Benito” donnaiolo, il primo mite l’altro vulcanico, ma soprattutto uno fu il fondatore del Partito Comunista e l’altro del Partito Fascista…

Gli esordi in politica di Bombacci furono insieme a Mussolini nel Partito Socialista nel 1903, egli si contraddistinse subito rivelandosi un intransigente sostenitore della rivoluzione proletaria.

Sotto la sua guida il partito raddoppia gli iscritti e ottiene importanti e clamorosi successi elettorali, come il 16 novembre 1919 quando venne eletto deputato nella circoscrizione di Bologna ed il partito ottenne il 35% dei suffragi, costituendo quindi, il più consistente gruppo parlamentare mai entrato alla Camera prima di allora.

All’apertura della Camera, Bombacci fece subito vedere di che pasta era fatto, quando il Re Vittorio Emanuele III rivolse, come tradizione, il saluto ai nuovi deputati, Nicolino si alzò in piedi e gridò “Viva il socialismo”, abbandonò l’aula seguito da tutti i suoi compagni e lasciò il parlamento semi-deserto.

Nel 1920 Bombacci fece parte della prima delegazione parlamentare che si recò in URSS, nel 1921 la sua visione massimalista e intransigente del socialismo lo portò a fondare il Partito Comunista d’Italia, durante il diciassettesimo congresso del Partito Socialista nella sala del teatro Goldoni di Livorno, in cui accade di tutto.

L’11 novembre 1922, il 31 ottobre in Italia, Bombacci ritornò in Russia per i lavori del quarto congresso dell’Internazionale, tre giorni prima c’era stata in Italia la Marcia su Roma; nella capitale sovietica, il sanguigno politico romagnolo, ebbe un alterco con il suo amico Lenin, il quale rimproverò la compagnia italiana ed in particolare Bombacci riferendogli la seguente frase: “In Italia, compagni, c’era un solo socialista capace di guidare il popolo alla rivoluzione: Mussolini! Ebbene voi lo avete perduto e non siete stati capaci di recuperarlo!”.

I rapporti con l’URSS e con i suoi personaggi politici di spicco, rimasero comunque più che buoni e Bombacci ricoprì anche ruoli strategici importanti nelle relazioni politico-commerciali sull’asse Roma-Mosca e anche negli abboccamenti fra Mussolini, Voroskij e Krasin che portarono al riconoscimento da parte dell’Italia dello Stato dell’Unione Sovietica e alla conseguente riapertura dei rapporti politco-commerciali fra le due nazioni. Di fatto l’Italia era il primo Stato a riconoscere l’URSS…

Nel 1927 Bombacci fu espulso dal Partito Comunista reo di aver paragonato la rivoluzione fascista a quella comunista, tale decisione, però, non fu vista di buon occhio dall’Internazionale; è da questa data che inizia la parabola politica discendente del Lenin di Romagna.

Ad onor del vero bisogna ricordare che la famiglia Bombacci non era mai stata economicamente facoltosa, ma la situazione si aggravò ulteriormente quando il suo ultimo figlio Vladimiro, ebbe un incidente fratturandosi le vertebre cervicali, e necessitò di cure ed attenzioni costose che il padre, schiacciato dai debiti, non poteva permettersi; ed è in questo momento che le stelle di Nicolino e Benito si ricontrano; Mussolini aveva sempre seguito da vicino le vicende del suo ex compagno, e quando bussò alla porta di casa Bombacci un funzionario governativo con un biglietto di prenotazione in una delle cliniche più lussuose e prestigiose del tempo intestato a Vladimiro, non fu difficile capire il mandante di quel generoso atto; si suppone comunque che la moglie di Bombacci, Erissena, avesse scritto al Duce spiegandogli la precaria situazione finanziaria in cui vertevano.

A chiedere aiuto al Duce fu poco dopo anche l’altro figlio di Bombacci, Raoul, il 18 agosto 1929, che scrisse al capo del governo italiano chiedendo un aiuto economico a causa di problemi lavorativi e anche in questo caso non vennero a mancare aiuti.

Nel frattempo, Bombacci continuava a fare la fame, dimagriva, era visibilmente deperito e nell’impossibilità materiale di nutrire i propri figli, nonostante ciò aveva rifiutato una proposta lavorativa dell’ambasciata russa, perché ritenuta non onesta, aveva preferito fare l’operaio ma l’essere tisico gli aveva impedito di fare anche quello…

Un rapporto a Mussolini scrive: “Bombacci è sommerso dai debiti: deve 2000 lire al padrone di casa, 740 al sarto, 8000 alla Banca del Lavoro, 713 all’ufficio delle imposte, 1000 a un certo Mai che gli ha pignorato i mobili, 6000 ai vari bottegai del quartiere. In totale deve ai suoi creditori la somma di 60.000 lire.”

Sotto ad ogni nota si scorge la sigla di Mussolini con su scritto “Provvedere”.
In quegli anni il fascismo sembra l’unica via attraverso la quale si potevano introdurre elementi di socialismo, e Bombacci se ne accorse.

Nel 1937 Mussolini gli permise la pubblicazione di una sua rivista politica chiamata “La Verità”, una versione italiana della “Pravda”, in cui collaborarono molti vecchi socialisti; in questo stesso anno Bombacci torna a scrivere a Mussolini dopo un lungo periodo, nella sua lettera gli suggerisce di adottare una strategia di tipo autarchico, per migliorare ulteriormente la situazione economica italiana, ed è sulla lettura di questa lettera che alcuni storici italiani come Arrigo Petacco, si fanno alcune domande su chi dei due politici romagnoli inventò in realtà l’autarchia.

La Verità mantenne sempre un atteggiamento socialista e di contrasto nei confronti del nuovo regime comunista staliniano, di cui Bombacci diceva di aver capito l’inganno. Arrivarono gli anni ’40 e la conseguente spaccatura all’interno dell’Italia che portò alla fondazione della Repubblica Sociale Italiana; Mussolini fu cosi costretto, controvoglia, a tornare a capo del neonato Partito Fascista Repubblicano, sotto le incalzanti pressioni di Hitler che minacciò, nel caso in cui il Duce non avesse accettato l’incarico, di applicare misure molto dure contro la popolazione italiana, misure “…che avrebbero indotto gli italiani a invidiare il destino dei polacchi…”.

La parola “socialista” cominciò a tornare di moda e il Duce cominciò a percorrere la strada della socializzazione delle imprese del Nord, fu questo romantico ritorno agli ideali socialisti che attirò Bombacci verso Salò e ad un riavvicinamento alla politica a 64 anni di età, pur non essendosi mai iscritto al partito fascista.

Il Lenin di Romagna partecipò attivamente anche alla stesura dei 18 punti di Verona che si prefiggeva la R.S.I e al traguardo inseguito da una vita della socializzazione delle imprese e dei diritti dei lavoratori; in questi mesi Bombacci visse il suo momento di gloria, era euforico, nei suoi discorsi ironizzava sulla filastrocca che gli squadristi gli avevano dedicato anni prima “Me ne frego di Bombacci…” oppure “…con la barba di Bombacci faremo spazzolini per lucidar le scarpe di Benito Mussolini…” nel marzo del 1945 riscosse un grandissimo successo nel suo comizio a Piazza de’ Ferrari a Genova davanti a più di 30.000 operai.

Il tempo, però, per lui e per il Duce stava per scadere, gli alleati erano alle porte e il crepuscolo era vicino.

Un giorno rivolgendosi ad Alberto Giovannini, Bombacci si chiese che cosa avrebbero detto gli storici di lui e di Mussolini poi si rispose “Sai, diranno, erano romagnoli tutti e due, si volevano bene…erano stati a scuola insieme…”

Nella tarda giornata del 25 aprile 1945 la guerra stava per finire, gli alleati alle porte, Bombacci si rivolse al figlio di Mussolini, Vittorio, dicendogli: “Dove va tuo padre vado io, seguirò tuo padre fino alla fine, non dimenticherò mai che ha aiutato la mia famiglia quando aveva fame…” poi rivolgendosi ancora a Giovannini: “Una volta mi trovai in una situazione analoga accanto a Lenin a Pietroburgo (…) Ma adesso è peggio. Allora avevamo gli operai dalla nostra parte.”.

Mussolini lo volle accanto a se sulla Alfa 1800 che lasciò Milano, poco dopo furono catturati dai partigiani e condotti in luoghi separati, i due amici non si rividero mai più; Bombacci fu condotto nel municipio di Dongo per essere ucciso.

La colonna dei condannati fu avviata verso il luogo di esecuzione, racconta il partigiano Renato Codara: “ Aveva un paio di pantaloni a righe e una giacca nera lunghissima, mi fissò un istante e mi disse, portando la mano destra al cuore: “Spara qui…” rimasi un po’ sorpreso, poi gli risposi in dialetto “Cal sa preoccupa no…”. Prima che morisse l’ho udito gridare: “Viva Mussolini!, Viva il socialismo!”
Pochi minuti dopo si sentirono gli ordini impartiti dal partigiano Riccardo: “Attenti! Dietrofront! Caricate! Giù le sicure! Puntate! Fuoco!”; “E un fuoco infernale” riferirà un testimone oculare “…di quelli che in guerra precedono il balzo dell’assalto. Pare siano stati sparati milleduecento colpi, due caricatori da quaranta pallottole per condannato. La gente urla. Alla prima scarica molti rimangono in piedi, alla seconda cadono tutti. Bombacci è caduto di spalle, con gli occhi azzurri rivolti al cielo. Ricomincia a piovere…”.

Dopo essere stato esposto nel lugubre epilogo di Piazzale Loreto il cadavere di Nicola Bombacci fu sepolto nel campo 10 del cimitero milanese dei caduti dell’RSI di Musocco.
Questa è la storia di Nicola Bombacci, non un uomo qualsiasi, personaggio scomodo per la destra e per la sinistra, uno dei massimi oratori e personaggi politici della storia d’Italia, tentò di percorrere la mitica “terza via” tra fascismo e comunismo e cavalcò il sogno della socializzazione che lo condusse, forse consapevolmente, alla morte…


Riferimenti bibliografici:

Arrigo Petacco, Il comunista in camicia nera;
Edmondo Cione, Storia della RSI;
Renzo De Felice, Mussolini, il rivoluzionario;
Renzo De Felice, Mussolini, il fascista;
Renzo De Felice, Mussolini, il Duce;
Ugo Manunta, La caduta degli angeli;
Guglielmo Salotti, Nicola Bombacci da Mosca a Salò.
Paolo Spriano, Storia del PCI

Il caso:l'appello di Togliatti ai «fratelli in camicia nera» nel 1936 per un'alleanza in funzione anticapitalista

 

Di Cesare Medail

Che nel primo dopoguerra il Partito comunista intendesse dialogare con i cosiddetti «fascisti di sinistra», avviando un processo di riconciliazione con gli stessi giovani di Salò, non è certo una novità per gli storici di quel periodo. Nel ' 45 toccò a Giancarlo Pajetta, l' intransigente «ragazzo rosso», scrivere su L' Unità che era giunto il momento di «riconquistare alla patria quei giovani disorientati e delusi dal regime»; ancora più esplicito, Ugo Pecchioli parlò di «necessaria chiarificazione con i coetanei che avevano scelto la Rsi perché frastornati dalla propaganda»; lo stesso Ingrao affermava su Pattuglia, rivista della Fgci, di non ritenere più utile guardare al passato degli ex fascisti, essendo molto meglio «guardare all' oggi». Se tutto ciò è abbastanza noto, molto meno palese è il processo che ha portato i comunisti italiani alle aperture del dopoguerra: non furono, infatti, svolte improvvise ma frutto di una riflessione strategica che risale a Gramsci e a Togliatti. È merito del mensile di storia contemporanea Millenovecento (terzo numero) avere ricostruito, in un saggio di Alessandro Marucci, la «lunga marcia» del Pci verso la riconciliazione con il popolo in camicia nera, anche perché dalla ricostruzione affiorano gli obiettivi reali della strategia. L' Internazionale aveva definito il fascismo «reazione capitalista», ma già al Congresso di Lione del ' 26, Gramsci vi aveva intravisto una «base sociale» che si andava dilatando grazie a ceti di recente formazione, come la nuova borghesia agraria e la piccola borghesia urbana. Riflessione decisiva, che Togliatti avrebbe sviluppato nelle famose Lezioni sul fascismo (Mosca 1935), in parte volte a capire la «fabbrica del consenso fascista» e il coinvolgimento delle masse nella vita del regime (bisogna arrivare a De Felice perché qualcuno ristudi a fondo quei meccanismi). Il fascismo, insomma, era per Togliatti «un regime reazionario di massa»: parola chiave, quest' ultima, di ogni strategia comunista. Se di masse si trattava, ancorché fasciste, un' iniziativa politica nei loro confronti era inderogabile. Ecco allora puntuale, su Lo Stato operaio, un editoriale intitolato «Largo ai giovani» (slogan fascista), dove i comunisti salutavano nei giovani littori un certo «anticapitalismo, per quanto vago e contraddittorio», segno di una nuova coscienza che andava maturando nella società italiana. Un mese dopo, nell' agosto 1936, sullo stesso foglio Togliatti lanciava esplicitamente un appello ai «fratelli in camicia nera», intitolato «Per la salvezza dell' Italia riconciliazione del popolo italiano!». La svolta del Pci non avveniva, dunque, di fronte a un regime in crisi ma durante la guerra d' Etiopia, negli anni del massimo consenso: Togliatti si rivolgeva anche ai lavoratori cattolici e a tutte le forze liberali e democratiche, richiamandosi al Risorgimento e trasferendo il mito nazionale nel corpus ideologico del partito. Pochi anni dopo, da Radio Milano Libertà si rivolgeva ai «fascisti in buone fede», ai quali chiedeva di impegnarsi per un' azione comune che avrebbe risparmiato al Paese la distruzione. Come sarebbe apparso ancora più evidente dopo la guerra nel dialogo con i «fascisti di sinistra» e gli ex repubblichini, il discorso ruotava attorno alle idee di patria e di nazione, ben lungi dalla tradizione leninista. Ma proprio qui sta la chiave per capire lo scopo della nuova strategia. Assumendo la difesa aperta dei valori patriottici, Togliatti mirava a trasformare il vecchio partito d' avanguardia, internazionalista, classista e tutto sommato elitario, in un partito di massa, capace di ricongiungersi alla specifica tradizione nazionale, recuperando le masse fasciste e immaginando alleanze sempre più ampie. Detto e fatto. Cinismo del «Migliore» o lungimiranza? Forse una miscela di entrambi, dove comunque l' ingegneria strategica liquida l' intransigenza. Forse per sempre.

FONTE:http://archiviostorico.corriere.it/2003/gennaio/03/nel_Togliatti_guardava_fratelli_camicia_co_0_0301031563.shtml?refresh_ce-cp

ESTRATTO DEL TESTO


La causa dei nostri mali e delle nostre miserie è nel fatto che l’Italia è dominata da un pugno di grandi capitalisti, parassiti del lavoro della Nazione, i quali non indietreggiano di fronte all’affamamento del popolo, pur di assicurarsi sempre più alti guadagni, e spingono il paese alla guerra, per estendere il campo delle loro speculazioni ed aumentare i loro profitti. Questo pugno di grandi capitalisti parassiti hanno fatto affari d’oro con la guerra abissina; ma adesso cacciano gli operai dalle fabbriche, vogliono far pagare al popolo italiano le spese della guerra e della colonizzazione, e minacciano di trascinarci in una guerra più grande. Solo la unione fraterna del popolo italiano, raggiunta attraverso alla riconciliazione tra fascisti e non fascisti, potrà abbattere la potenza dei pescicani nel nostro paese e potrà strappare le promesse che per molti anni sono state fatte alle masse popolari e che non sono state mantenute. (…) I comunisti fanno proprio il programma fascista del 1919, che è un programma di pace, di libertà, di difesa degli interessi dei lavoratori [...]
FASCISTI DELLA VECCHIA GUARDIA! GIOVANI FASCISTI!
Noi proclamiamo che siamo disposti a combattere assieme a voi. LAVORATORE FASCISTA, noi ti diamo la mano perché con te vogliamo costruire l’Italia del lavoro e della pace, e ti diamo la mano perché noi siamo, come te, figli del popolo, siamo tuoi fratelli, abbiamo gli stessi interessi e gli stessi nemici, ti diamo la mano perché l’ora che viviamo è grave, e se non ci uniamo subito saremo trascinati tutti nella rovina [...] ti diamo una mano perché vogliamo farla finita con la fame e con l’oppressione. È l’ora di prendere il manganello contro i capitalisti che ci hanno divisi, perché ci restituiscano quanto ci hanno tolto

FONTE:http://www.lintellettualedissidente.it/storia/compagni-e-camerati-lappello-di-togliatti-del-1936/

Avere venti anni nel 2012 nella UE dei banchieri

Di Patrizia Grilli
http://dadietroilsipario.blogspot.it
Ho preso l'immagine di uno spot elettorale del PCI datato 1984, leggasi dettagli su Il Post. A giudicare dallo stesso, pare che l'Europa nel 1984 fosse devastata da guerre fratricide e la disoccupazione galoppasse. Oggi, gli eredi del PCI chiamano la macelleria sociale atto di responsabilità nei confronti dei mercati internazionali ed incassano con gioia il Premio Nobel assegnato all'Ue per il suo impegno nelle guerre di aggressione imperialista. Il ventenne del 2012 non avrà né pensione né sanità gratuita. Bella l'Europa dei popoli eh?
Barbara





Mutui: le banche non perdonano, in aumento le abitazioni pignorate (+23%)
Noi Italiani non siamo degli abili speculatori, non abbiamo l’abitudine di “giocare” in borsa. Siamo un popolo concreto e conservatore, vogliamo certezze.
Dalla vita chiediamo la stabilità famigliare, un lavoro, qualche risparmio ed il grande
sogno: la casa.
Rispetto ad altri Paesi europei, abbiamo il più alto numero di abitazioni di proprietà.
É un antico retaggio considerare il “mattone” il migliore investimento.
Qualsiasi soggetto si avvicini al mondo del lavoro, ha una meta: riuscire ad acquistare il proprio ” nido”.
Lo viviamo così: lo spazio privato dove nessuno ci può e ci deve invadere.
Una sicurezza che questa crisi finanziaria e le fallimentari misure del Governo Monti ci sta togliendo.
Parliamo spesso dei pensionati sul lastrico, degli esodati, dei disoccupati, delle imprese che chiudono ma facciamo poco rumore per rimarcare un vero e proprio dramma.
Dati ADUSBEF: nel 2012 sono stati eseguiti 46mila pignoramenti di abitazioni, il 22,8% in più rispetto al 2011, il doppio del 2008; 100mila unità immobiliari sono andate all’asta.
L’acquisto di una casa avviene, di massima, grazie all’erogazione di mutui bancari riscattabili mensilmente.Secondo il Testo Unico bancario, il ritardato pagamento è consentito dai 30 ai 180gg dalla scadenza. Dopo sette rate insolute, scatta la richiesta di rimborso immediato e la procedura di pignoramento dell’immobile.
Una crisi così profonda, che porta depressione nelle entrate delle famiglie, rende spesso difficile rispettare gli impegni economici presi. Non tutti possono permettersi di stipulare polizze assicurative  di copertura ed anche queste incidono in forma onerosa.
Diventa un’impresa titanica per i disoccupati, i pensionati minori, i nuovi poveri.
Le banche non perdonano. Mancare i pagamenti oltre i tempi previsti dalle norme, non da scampo: le abitazioni vengono pignorate.
La premessa sottolineava il valore che gli Italiani danno alla casa e chiarifica lo stato di disgrazia in cui cade chi deve privarsi del tanto ambito sogno.
È una sconfitta senza pari: dover rinunciare al bene primario; trovare una nuova locazione; affrontare l’onta dell’esproprio forzato; perdere l’unico bene”cuscinetto”che garantirebbe un eventuale altro accesso al credito.
La morte “finanziaria” di una persona!
Teniamo conto anche del danno psicologico: ammettere alla società ed a se stessi di aver fallito e di non essere stati in grado di assicurarsi un futuro.
L’attuale gestione dell’economia ha provocato dei disastri sociali più o meno evidenti.
Gli espropri per insolvenza passano inosservati eppure da questi non si torna indietro: un lavoro forse,si ritrova; la propria casa, una volta persa, non c’è più…probabilmente neanche la possibilità di farne un’altra.
I giostrai della politica considerino anche questo dramma come un loro insuccesso.
Avere un pensiero verso quelle famiglie rimaste senza un tetto li faccia riflettere e, mi auguro, anche un pò vergognare.  


Fonte:http://dadietroilsipario.blogspot.it/2012/12/avere-venti-anni-nel-2012-nella-ue-dei.html

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=44671

Napolitano, il capo di una Repubblica di partiti e privilegi

Di Romano Bracalini
Non appena la “spending review” ha cominciato a muovere i primi passi, con le lentezze del caso e col tradizionale ritardo d’ogni programma italiano, Napolitano, con scarso senso dell’opportunità, ha ritenuto di avvertire il governo di procedere a “tagli compatibli” della spesa pubblica, la quale avendo dimensioni gigantesche di parassitismo e di spreco di tutto avrebbe bisogno salvo che di avvertimenti alla sobrietà e alla cautela. Ma chi della democrazia ha sempre avuto un’idea relativa, come Napolitano, non può certo cambiare all’improvviso e rifarsi una verginità nuova.
L’uomo è ciò che è ed è sempre stato. Fin dai tempi della segreteria Togliatti, dopo i fatti di Ungheria, nel 1956, Napolitano, pur richiamandosi all’ala migliorista, di “destra” del PCI, si è sempre segnalato come un elemento di apparato, docile e devoto alle direttive del parito. La crisi della partitocrazia, della quale è stato tra gli alfieri più convinti e tenaci, e grazie alla quale ha rivestito funzioni istituzionali e di governo, non ha operato su di lui alcun ripensamento e, come capo dello Stato, anziché attenersi rigorosamente alla Carta, come ci si dovrebbe aspettare dal suo supremo custode, continua in realtà a travalicarne i limiti e le funzioni.
La natura autoritaria che lo permea e che lo ha costantemente ispirato nella sua lunga militanza politica gli permette di compiere, senza imbarazzo alcuno, questi continui strappi costituzionali, insieme alla vanità dell’apparire che lo accomuna al suo sodale Monti, del quale non disdegna d’essere considerato la guida e il mèntore. Si ricorderà, solo di passata, che Napolitano è il solo comunista al quale la caduta del muro non ha impedito di salire ai vertici dello Stato. All’Est, nessuno si sarebbe sognato di eleggere un vecchio arnese del passato regime. E’ per questo, che fuori ogni norma costituzionale e di principio, che al contrario dovrebbe imporgli la regola del silenzio e della discrezione, Napolitano ha derogato continuamente dal suo ruolo compiendo stavolta un atto di governo in aperto contrasto con lo spirito della Carta che assegna al presidente pochissimi poteri e per certi versi meramente simbolici e di rappresentanza.
Non è la prima volta che Napolitano pontifica e interviene su argomenti che esulano dal suo ufficio, lo fa praticamente ogni giorno e la sua natura partenopea non gli è di grande aiuto, ma questa volta dicendo al governo ciò che dovrebbe fare, in materia di riduzione delle spese, ha compiuto un gesto di arroganza e di arbitrio mostrando d’essere più interessato alla salvaguardia dei privilegi di casta che alla condivisione dei sacrifici uguali per tutti. Nessun limite alla pressione fiscale e agli oneri sui consumi, in compenso si restringono i diritti del cittadino, su questo il presidente non si è pronunciato, dando prova di condividerli, mentre si mostra preoccupato quando la “spending review” minaccia di colpire la giungla dei privilegi e degli sperperi e dove l’esecutivo si arresta intimidito.
Così il numero delle auto blu non è stato ridotto di molto, non si parla di ridurre i rimborsi elettorali ai partiti, né di ridurre le pensioni d’oro (Amato, Ciampi) né la body guard del presidente Fini (ma chi se lo fila l’ex balilla di Almirante?), nè, tanto meno, di ridurre le spese del Quirinale repubblicano che costa sei volte di più del palazzo reale della regina Elisabetta II d’Inghilterra. Si è giunti alla furbizia levantina di far rientrare dalla finestra norme e provvedimenti che la volontà popolare aveva cacciato dalla porta. L’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti votata a maggioranza dagli elettori, non ha avuto alcun effetto. Si è mascherata l’abolizione, col contributo elettorale, tradendo la volontà degli elettori e spendendo più di prima.
Non è la prima volta che succede. Non è un mistero che in Italia c’è una dittatura dei partiti. E solo il discredito in cui sono precipitati ha permesso l’avvento in Italia, come in certa Sudamerica, di un governo non rappresentativo del popolo. Solo in Italia viene tollerato l’asse di potere che, contro ogni regola democratica, si è stabilito tra Quirinale e palazzo Chigi, un asse che equivale a un colpo di Stato che ha esautorato il Parlamento e ogni altra sede di mediazione politica. E’ per questo che il presidente, non temendo nè critiche né censure, si comporta come il capo di una repubblica presidenziale che, come in Francia e negli Stati Uniti, è sottoposto al voto degli elettori. Ma le libere elezioni e la volontà popolare non appartengono al bagaglio ideologico del compagno Napolitano. Così in un governo di Carneade, re Giorgio può impunemente agire da sovrano.

Fonte: http://www.lindipendenza.com/napolitano-repubblica-partiti/

Soldi russi al Pci di "Re Giorgio"!

Fonte:http://freeskipper.blogspot.it/2012/08/soldi-russi-al-pci-di-re-giorgio.html
Antonio Di Pietro è furioso dopo l'ennesimo voto di fiducia incassato dal governo sulla spending review, e ne ha per tutti! Torna a cantarle di santa ragione al Quirinale e lo fa dalle pagine del suo blog - Non riconosco più Napolitano - e poi sul settimanale "Oggi" dove, utilizzando le parole del suo storico avversario Bettino Craxi, riprende dall’ex leader del Psi l'accusa più politica che il segretario socialista aveva formulato nei confronti dell'onorevole Giorgio Napolitano: i trascorsi legami con l'allora Urss e con la Prima Repubblica. “Esistono - secondo Di Pietro - due Giorgio Napolitano: quello che ci racconta oggi la pubblicistica ufficiale, il limpido garante della Costituzione, e quello che raccontò l'imputato Bettino Craxi in un interrogatorio formale, reso, nel 1993, durante una pubblica udienza del processo Enimont, uno dei più importanti di Tangentopoli. Craxi descriveva quel Napolitano, esponente di spicco del Pci nonchè presidente della Camera, come un uomo molto attento al sistema della Prima Repubblica specie coltivando i suoi rapporti con Mosca. Io credo che in quell'interrogatorio formale, che io condussi davanti al giudice, Craxi stesse rivelando fatti veri perchè accusò pure se stesso e poi gli altri di finanziamento illecito dei partiti. Ora delle due l'una: o quei fatti raccontati non avevano rilevanza penale oppure non vedo perchè si sia usato il sistema dei due pesi e delle due misure. Abbiamo letto sul prestigioso NYT che al nostro presidente della Repubblica è stato dato il titolo di 'Re Giorgio'. A nessun altro capo dello Stato era mai capitato prima. Bisogna porsi questo problema. Evidentemente il presidente della Repubblica ha cercato il consenso di tutte le forze politiche per mantenere un'acquiescenza nei suoi confronti, una quiete, che io non condivido. Io penso che quando c'è un fallo l'arbitro deve fischiare e non fare finta di niente sennò cerca di addomesticare la partita.”. Passano poche ore e, come prevedibile, arriva la replica stizzita del Colle, che parla di "nuovi, assurdi artifizi provocatori nel quotidiano crescendo di un'aggressiva polemica personale contro il presidente della Repubblica". Di Pietro però non si arrende e contro ribatte: "Consiglio alle fonti del Quirinale di vedere il filmato su youtube e di risentire dal vivo le dichiarazioni rese da Bettino Craxi nel formale interrogatorio davanti ai giudici del tribunale di Milano, durante il processo Enimont. In particolare consiglio di ascoltare cosa riferì Craxi in merito al sistema di finanziamento ai partiti ai tempi della Prima Repubblica e come questo sistema coinvolgesse tutti i partiti, compreso il Pci dell'onorevole Napolitano, ovviamente per fatti già all'epoca non aventi più rilevanza penale, a causa del tempo trascorso e delle modalità di attuazione".

Gelli: dalle SS alla massoneria, passando per il Pci

Di Stelvio Dal Piaz
Occorre una precisazione: gli organi di informazione e i cosiddetti politici ormai “devitalizzati”, insistono nell’affermare che il governo Monti è un esecutivo tecnico di alto profilo in cui non sono presenti i partiti. Non è vero! I partiti “Corriere della Sera” e il gruppo “La Repubblica” e “L’Espresso” sono abbondantemente rappresentati. E’ una storia vecchia che parte da lontano.
A volte queste due “bande” si combattono e a volte si accordano, a seconda che i loro padrini trovino convenienza a tutela dei loro esclusivi interessi.
Nel merito voglio ricordare un episodio emblematico di questa situazione. Siamo nel periodo in cui era scoppiato l’affare Gelli P2. Sul “Secolo d’Italia” del 30 maggio 1981 il compianto deputato Beppe Niccolai pubblicava, fra l’altro, quanto segue: “Dunque, prima puntualizzazione. E’ grazie a queste benemerenze resistenziali che Licio Gelli diventa il Grande Maestro che può avvicinare e plagiare Presidenti del Consiglio, ministri, parlamentari, generali, banchieri, giornalisti, dirigenti d’azienda, cioè tutto il vertice che conta dell’Italia uscita dal 25 aprile 1945. “L’unità”, come suo costume, si comporta da mascalzone. Dice le cose che le fanno comodo. Tace sul resto.
Non accorgendosi che anche il comunista di base è in possesso di un cervello funzionante. Un cervello perfettamente in grado di chiedere: ma se Licio Gelli apparteneva alle SS, come ha fatto a circolare indisturbato fin dall’ottobre 1944 in Pistoia, senza fare un giorno di carcere ? Perché lo hanno protetto i comunisti. Quindi seconda puntualizzazione: a rimettere in circolazione Licio Gelli, dopo il 1944, è lo stesso Pci. Terza puntualizzazione: nella guerra fra bande che travaglia (e insanguina) l’Italia, la magistratura ha la sua vistosissima parte, Scalfari (Eugenio NdR) e la sua banda, all’attacco di Gelli e del “Corriere della Sera” è evidente, non ha alcun intento moralizzatore. E’ della stessa pasta dei suo dirimpettai. Morde per motivi di bottega, o meglio di banda. E i morsi e le azzannate che può dare derivano dalle informazioni che certi magistrati, al servizio del Pci, gli forniscono puntualmente. Già Ugo Intini, su ‘L’Avanti” del 17aprile 1980, ha descritto lucidamente il partito di Eugenio Scalfari. State a sentire. Non si può, in modo apparentemente inspiegabile, ora tentare di soffocare gli scandali reali, e ora attizzare quelli inventati.
Non si può ora manovrare nelle cucine del sottogoverno e del potere economico, ora pretendere di rappresentare la coscienza critica della sinistra. Non si può essere parte del potere politico e nello stesso tempo rivendicare l’autorevolezza che spetta agli organi superpartes specialmente quando nel gioco politico si entra come espressione di un complesso intrico di interessi finanziari. Sottolineiamo la posizione equivoca di chi pretende di essere, a seconda della convenienza, ora protagonista politico e ora commentatore indipendente, di chi vuole ora distribuire colpi bassi in nome di gruppi di potere, ora nascondendosi dietro lo scudo della dignità culturale e dei diritti dell’informazione”.
Continuava Niccolai: “Esatto, Se c’è la banda “Corriere della Sera - Calvi - Gelli”, c’è pure la banda “Caracciolo, La Repubblica, Scalfari” che non disdegnò, in tempi lontani, difendere Michele Sindona. Sono due bande. Accampate sul suolo d’Italia. La lotta vede, via via, la supremazia dell’una o dell’altra: il Pci. è parte ed è banda al tempo stesso. Come del resto la Dc che, nel marasma soprattutto morale in cui si trova, è interessata ad alzare polveroni, Più sono fitti meglio è. E’ un comportamento suicida. Perché, alla fine, è la banda più organizzata che rischia di prevalere: il Pci. Aveva ragione Aldo Moro: ‘Mi volete morto. Ebbene sarà la vostra fine’. Le bande avevano il loro saggio moderatore. Con lui vivo l’equilibrio veniva mantenuto. Tutto si imputridiva, ma i giochi non precipitavano. Ora è diverso. La macchina, senza più controllo, macina e stritola... L’Italia, prima di tutto”.
Come potete osservare ci sono dentro tutti; nella parte dei “moralizzatori” è lo spaccato dell’Italia del dopoguerra che si perpetua ancora oggi. E ancora oggi riscopriamo la regia dei due “partiti-banda” - solidali in questa circostanza - a tutela degli interessi dei loro padrini.

Da  Rinascita

BERLINGUER E IL NEOLIBERISMO


Di Daniela- Blog Drome
Ogni tanto mi domando se la fine del comunismo e della socialdemocrazia, ed ora anche della democrazia sia stata programmata a tavolino. Se si guarda all’Obiettivo posto dallaTrilaterale nel 1975 direi di si; loro parlavano di eliminare un ostacolo alla economia e questo ostacolo era la Democrazia.
E con la sparizione dell’URSS la cosa è andata ancora meglio per loro.
I popoli delle cosiddette aree democratiche si sono visti togliere piano piano e subdolamente i diritti alla base della Democrazia: come avere una corretta istruzione, avere una corretta salute e avere un lavoro senza divenire schiavi. In Italia non si votano più le persone ma i partiti e quindi è stato raggiunto un altro traguardo a quell’obiettivo.
Si aggiunga la manipolazione mediatica e del marketing sopra questa popolazione sempre più ignorante e impaurita e si arriva alla sfiducia nella politica al non credere di poter cambiare nulla.
Quante volte si sente “Tanto è sempre successo così?”
Eppure la storia dimostra che si può, i popoli possono, a condizione che tale fiducia ci sia, ma è difficile instillare tale convincimento se manca la Cultura.
Il periodo degli anni settanta fu un periodo animato da forti discussioni (anche tragiche come quella delle BR) ma di sostanziale partecipazione del Popolo allo Stato democratico. I referendum sul divorzio e sull'aborto videro un popolo italiano moderno e laico e nel 1984 (anche grazie all'onda emotiva della morte di Berlinguer stesso) si vide il PCI primo partito d'Italia.
Pasolini, ultimo grande intellettuale italiano, si accorse fin da allora della manipolazione mediatica e dell’abbassamento del livello culturale e lo disse così bene che probabilmente fu ucciso per quel motivo e non certo perché fosse gay.
A luglio molti hanno riportato l’intervista diEnrico Berlinguer a “La Repubblica” del 28 luglio 1981.
Non sono nostalgica né complottista, ma guardo la realtà come si presenta.
In Italia non c’è più un partito come era il vecchio PCI, un partito di massa autonomo, dai poteri forti, che difenda i deboli e che non si faccia fregare dall’avvento dell’Europeismo sfrenato. Oggi la sinistra, l'opposizione non ha più quei valori e nemmeno una identità ben precisa. Gli ideali come valori comuni quali la passione verso la giustizia e l'uguaglianza sono svaniti, e proprio in un momento in cui i popoli, martoriati e ignoranti come non mai sono ancora più inconsapevoli della loro schiavitù, soprattutto schiavi di idoli futili come le nuove tecnologie che ci fanno solo credere di essere liberi.
In quella intervista Berlinguer parlava di DEBITO PUBBLICO e di INFLAZIONE, concetti distillati dai principi neoliberisti e atti a far crollare l'idea di Stato.
Anche Berlinguer aveva dei difetti, ma se fosse vissuto avrebbe sicuramente contrastato il neoliberismo. Probabilmente parlava di debito pubblico e di inflazione per questioni di realismo politico, che però lui sapeva coniugare con la difesa dei ceti popolari.
Nel 1979 il PCI votò contro il Sistema Monetario Europeo, embrione del futuro Euro.
E Berlinguer morì mentre stava lottando con tutte le sue forze contro il decreto del governo Craxi che tagliava la scala mobile.
I suoi successori non seppero proseguire quella lotta.
Non a caso è grazie agli pseudieredi di Berlinguer (Prodi?) che siamo arrivati alla nefasta moneta unica, eliminando dallo Stato la sovranità monetaria.
I dirigenti del PCI e della CGIL affrontarono divisi il referendum sulla scala mobile del 1985. Per questa ragione, oltre al fatto che i lavoratori autonomi erano stati messi contro quelli dipendenti tramite la manovra Visentini dell' Autunno 1984 (che forse Berlinguer avrebbe saputo affrontare in modo diverso) quel referendum fu perso di misura. Quel 1984 fu davvero cruciale, perché subito dopo la morte di Berlinguer il governo Craxi diede le concessioni televisive a Berlusconi.
Poi il PCI fece la fine che fece.
Il problema è che già nel 1984 tutto dipendeva troppo da una singola persona, e quando ci si riduce così è facile per il potere prevalere. E quella persona morì.
Da quasi trentanni si sente solo avversione ai partiti, ma si dovrebbe avversi alle degenerazioni dei partiti, perché i partiti erano stati concepiti come organizzazioni che i popoli in democrazia usavano per migliorare le condizioni dello Stato.
Con quella avversione creata ad arte, e con la noncuranza di chi in quei partiti militava, ecco che siamo arrivati al capolinea, all’avversione cieca alla non comprensione della importanza di avere organizzazioni di cittadini.
La democrazia non può esistere senza regole e senza organismi. Altrimenti c'è solo l' arbitrio del più potente. In Islanda possono fare quello che fanno perché sono soltanto 320000 abitanti concentrati in tre piccole città.
Ma qui in Italia, con quasi sessanta milioni di abitanti non è possibile fare la rivoluzione senza partiti. E si deve cominciare a pensare di farla, anche partendo da ognuno di noi, partendo dal non avere più paura, dall’uscire di casa e frequentare e cominciare a parlare tra cittadini.


Da Blog Drome

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