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Altro che larghe intese : questo è il Governo delle larghe scissioni


Di Giacomo Cangi

Viene quasi il dubbio che questo Governo delle larghe intese porti sfortuna ai partiti che lo sostengono. Ce ne fosse uno che sia unito, compatto. Tutti sono divisi o dilaniati al loro interno.

Scelta Civica

 Ormai è ufficialmente finito il percorso comune di Udc e Scelta Civica. Da quanto si apprende, la spaccatura sarebbe avvenuta a causa delle critiche dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti alla legge di stabilità mentre gli ex Udc chiedevano un sostegno più forte all’azione di Governo. I popolari, che fanno riferimento soprattutto al ministro Mario Mauro, guardano con interesse a quello che sta succedendo in casa Pdl. Non è un dettaglio da sottovalutare il fatto che Formigoni e Lupi siano ciellini doc proprio come Mauro. Ma i popolari potrebbero strizzare l’occhio anche ai tanti centristi del Pd. Non è da escludere che alle prossime elezioni queste tre forze possano presentarsi insieme, formando una sorta di nuova Democrazia Cristiana. Pier Ferdinando Casini non sta con i montani ma con i popolari. E viene da sorridere ripensando a cosa diceva solamente un anno fa: «Deve essere ancora la politica dopo le elezioni, col suffragio degli elettori, a richiamare Monti» in quanto non c’è «alternativa alla sua affidabilità e credibilità» (17 novembre 2012), «Io auspico un Monti-bis, spero che l’Italia continui ad essere affidata a mani capaci, ad una persona seria», c’è «la necessità di continuare con l’agenda Monti. (…) Monti dice la verità, non ci sono più promesse e demagogia, dice che siamo messi male e che bisogna fare sacrifici» (19 Novembre 2012). A Casini non venne in mente che se gli italiani sono messi male è anche per colpa sua.

Centrodestra

 Da una parte c’è Berlusconi con i suoi fedelissimi e dall’altra parte Angelino Alfano, Fabrizio Cicchitto, Roberto Formigoni, Maurizio Lupi, Renato Schifani, Nunzia De Girolamo, Beatrice Lorenzin, Gaetano Quagliariello, Carlo Giovanardi. L’impressione è che i cosiddetti alfaniani si siano allontanati dal Cavaliere per un motivo di semplice convenienza. Hanno capito che il leader del centrodestra è vicino alla fine. Fra poco verrà votata la decadenza, ed essendo a scrutinio palese, Berlusconi non potrà contare sui 101 che affossarono la candidatura di Prodi al Quirinale. In più, stanno andando avanti anche gli altri processi. Insomma, gli alfaniani stanno cercano di costruirsi un futuro politico che non prevede Berlusconi. C’è però un piccolo particolare da tenere presente: politicamente parlando, gli alfaniani valgono zero, non li votere praticamente nessuno. Nel Popolo della Libertà a portare i voti era uno soltanto, non certo la sua banda di (ex) cortigiani. Berlusconi però se li vuole tenere stressi. Ha infatti dichiarato che «non dobbiamo scavare un solco che poi sarà difficile da rimuovere. Questo gruppo (…) dovrà poi necessariamente far parte della coalizione dei moderati, dobbiamo comportarci con loro come con Lega e Fdi. E non fargli dichiarazioni contro». Il Cavaliere è un abile politico e ha imparato la lezione delle elezioni di febbraio quando la sua coalizione prese 10.069.117 voti contro i 10.353.360 della coalizione di centrosinistra. Solamente 284.243 preferenze in meno. A Berlusconi mancarono i 3.772.525 voti che andarono a Scelta Civica. I quali furono molti meno del previsto, ma sufficienti a impedire il sorpasso del centrodestra berlusconiano sul centrosinistra. Il Cavaliere ha capito che il centrodestra vince quando si presenta unito. Quando si presenta diviso, perde. Magari di poco, ma perde. E non è detto che alle prossime elezioni, al Cavaliere vada così bene come qualche mese fa, quando trovò un centrosinistra disposto a fare un Governo insieme al suo storico nemico.


Partito Democratico

 Nel Pd le scissioni interne non sono certo una novità. Primo motivo di divisione è il sindaco di Firenze Matteo Renzi che non piace, per motivi diversi, a una buona fetta del partito. Il secondo motivo di scontro è il futuro europeo del Pd. L’attuale segretario Guglielmo Epifani ha annunciato da poco che «tra febbraio e marzo avremo l’onore di organizzare a Roma, per la prima volta, il congresso del Pse». Apriti cielo. Subito Fioroni ha minacciato la scissione: «Un blitz pericoloso e grave», «Viene meno l’atto fondativo del Pd», «Lo scioglimento della Margherita è annullato di fatto». Gli ha fatto eco Giorgio Merlo, dirigente nazionale del partito: «È sufficiente ricordare che il profilo politico del Pd, l’atto fondativo del Pd e la prospettiva stessa del Pd non prevedono una confluenza acritica e passiva del partito nel Pse. Chi lo pensa o ha troppa fretta o dà per scontato un passaggio che nessuno ha mai discusso». Non la pensa come loro il candidato alle primarie Gianni Pittella: «La linea maggioritaria del Pd dovrebbe essere, mi auguro, quella dell’adesione alla famiglia del socialismo europeo. Poi se Fioroni non vuole starci è libero di andarsene ma non può impedire al Pd di fare le sue scelte». Terzo motivo: il caso Ligresti. Sono sempre di più i democratici che chiedono le dimissioni, fra cui tutti i candidati alle primarie. I filogovernativi, invece, non ne vogliono sapere di sfiduciare la Cancellieri.

Chi ci guadagna?

 Di sicuro non Sel, visto il recente scandalo che ha al centro il suo leader Nichi Vendola, probabilmente giunto alla fine della sua carriera politica. Ma il Movimento 5 Stelle. Così come durante il Governo Monti i pentastellati accumularono un largo consenso grazie agli autogol degli altri partiti, soprattutto del Pd, adesso stanno approfittando dell’immobilismo del Governo. E, soprattutto, dell’atteggiamento dei partiti che sembrano essere più impegnati a risolvere i loro dilemmi interni piuttosto che i problemi degli italiani.

Fonte:http://www.wakeupnews.eu/altro-che-larghe-intese-il-governo-delle-larghe-scissioni/

Il " palazzo della politica italiana " sta crollando già da tempo….



Dopo Berlusconi ci sarà quasi sicuramente il crollo del centrodestra italiano ma il “palazzo” della politica sta crollando già da un pezzo. Le elezioni di febbraio hanno portato un terremoto politico di proporzioni gigantesche con la grande affermazione del Movimento 5 Stelle che ha dato vita ad un terzo polo nella politica italiana. Il crollo del centrodestra, una delle cause dell’attuale crisi della politica italiana, sta avvenendo già da un po: ricordiamo l’esito delle amministrative sia di questo anno che dell’anno scorso, elezioni in cui il centrodestra ha avuto grandi defaillance.

Poi c’è stata la “ripresa” alle politiche di febbraio che però non ha risolto la situazione. Infatti la crisi del centrodestra ha portato tra l’altro alla crescita sia del Movimento 5 Stelle sia dell’astensionismo.

Quindi il palazzo della politica italiana sta crollando già da tempo come già detto e con la probabile “uscita di scena” di Berlusconi la situazione forse si aggraverà ancora portando un’ulteriore frammentazione nel quadro politico da aggiungere a quella già esistente.

Dopo la caduta della DC con tangentopoli ci sono stati 20 anni di berlusconismo e con la caduta di Berlusconi il “vuoto” si ripresenterà con sembianze ancora più terrificanti.

Il passaggio alla terza repubblica sta risultando e risulterà molto traumatico perchè dal lato del centrosinistra non c’è una forte affermazione in grado di “sostituire” il centrodestra e il fenomeno Renzi rappresenta l’ultima spiaggia.

Renzi sta portando ad un “revival” democristiano in senso contemporaneo neoliberista e capitalista: il leader fiorentino dovrà “risolvere” uno sfacelo che sopravverrà alla caduta del cavaliere e dei suoi seguaci. Molto probabilmente il “megacentro” visto con il governo Monti e con il governo Letta sarà ancora presente con la “saldatura” che forse avverrà tra il PD, l’attuale centro e quello che rimarrà del PDL. Ancora una volta avremo le stesse persone che cambieranno “maschera” ma saranno purtroppo sempre le stesse.

Il centrodestra per il futuro dovrà riformarsi e superare la “parentesi” berlusconiana cercando di dare vita ad un partito conservatore e liberale in linea con gli altri partiti di centrodestra del mondo occidentale.

Il centrosinistra invece dovrà rappresentare una precisa opposizione alle forze liberali in senso socialdemocratico e progressista in linea con gli altri partiti della sinistra europea ed occidentale.

Il Movimento 5 Stelle forse dovrà “cambiare rotta” e portare anche la proposta oltre la continua protesta, passare dalla fase destruens alla fase construens.

Perciò il palazzo della politica italiana riceverà ancora altri “scossoni” e non rimarranno altro che le macerie da cui ricostruire un’Italia nuova libera da mali come la corruzione, l’evasione fiscale, il nepotismo, il clientelismo, la stagnazione economica e quant’altro.

Speranze di rigenerazione e cambiamento sono all’orizzonte, speranze in una catarsi totale che dovrà risollevare il paese dall’oblio e dal baratro in cui il paese è da tempo precipitato.

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/il-palazzo-della-politica-italiana-sta-crollando-gia-da-tempo/

Rimborsi elettorali: ecco quanto incasserà ogni partito. M5S escluso



Di Antonio Palma

Finita la campagna elettorale i partiti che hanno partecipato alla consultazione elettorale per il rinnovamento del Parlamento sono pronti ad incassare i rimborsi elettorali previsti per legge. Attenzione non si tratta di veri e propri rimborsi per i costi sostenuti in questi mesi, ma di un finanziamento a forfait in base al numero dei voti ricevuti alle elezioni politiche. La torta da spartirsi nel 2013 si aggira intorno ai 160 milioni di euro, e considerando che il numero di senatori e deputati  eletti è stato pari a 945, il rimborso medio sarà di oltre 169mila euro per ogni parlamentare. Una cifra enorme comparata con i costi effettivamente sostenuti ma che impallidisce di fronte ai rimborsi percepiti dai partiti nella passata legislatura.

Al Pd la cifra maggiore - Dopo la riforma varata lo scorso anno con una legge bipartisan che ha limitato l'erogazione dei fondi pubblici ai soli partiti che eleggono almeno un parlamentare, la somma complessiva infatti è significativamente diminuita rispetto ai 407 milioni del 2008, che equivaleva  al record di  430 mila euro di rimborso per ogni parlamentare. Nel dettaglio e sulla base dei risultati elettorali il partito che dovrebbe intascare i rimborsi maggiori è il Pd con una cifra che si aggira intorno ai  45,8 milioni di euro, seguito dal Movimento Cinque Stelle con 42,7 milioni di euro, dal Pdl con 38 milioni di euro e da Scelta Civica con Monti che intasca “solo” 15 milioni di euro.


Anche i partiti al di sotto dell'1% avranno i rimborsi - In questa classifica dei guadagni per essere semplicemente entrati in Parlamento troviamo poi La Lega Nord con 7,3 milioni di euro, Sel con 5,1 milioni di euro, Fratelli d'Italia che intasca 1,6 milioni di euro e l'Udc a cui toccheranno 1,5 milioni di euro. Ma fette più piccole della torta dei rimborsi elettorali spettano anche alle formazioni più piccole da Grande Sud di Miccichè che intasca 350mila euro a SVP che ne prende 366mila, passando per i 398mila euro che invece spettano al lista di Crocetta e i 422mila euro del Centro Democratico.

Il Movimento Cinque Stelle rinuncerà al rimborso - In realtà il Movimento Cinque Stelle come da programma elettorale ha già annunciato che rinuncerà al rimborso previsto, come già accaduto in Sicilia dopo le elezioni regionali per il parlamento dell'Isola. Del resto uno dei punti cardine del programma politico del M5S è proprio l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti o rimborsi elettorali come ribadito dallo stesso Beppe Grillo dopo il voto. Vedremo se l'esempio del M5S potrà convincere qualche altro partito a rinunciare al suo rimborso.

Fonte:http://www.fanpage.it/rimborsi-elettorali-ecco-quanto-incassera-ogni-partito-m5s-escluso/

Il ritorno di Berlusconi e dell'antiberlusconismo



Di Marino Badiale e  Fabrizio Tringale
http://il-main-stream.blogspot.it

L'ennesima discesa in campo di Berlusconi e l'annuncio delle dimissioni di Monti hanno agitato le acque in quel mondo delle apparenze che è la politica italiana. Il PDL si appresta a lanciare una campagna elettorale incentrata sulla difesa della sovranità nazionale e fortemente critica verso l'euro e
verso i principali partner europei, in primis la Germania. E' quindi possibile che anche in parte del mainstream cominci ad apparire qualche verità sull'euro e sulla follia dei vincoli europei, se non altro perché ciò, almeno per il momento, conviene a colui che detiene la proprietà di un bel po' di mezzi di informazione. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che razza di personaggio sia Berlusconi. Può essere considerato affidabile nel ruolo di difensore della sovranità nazionale? Risposta semplice: assolutamente no. E non solo per i suoi guai con la giustizia, le condanne evitate grazie alla prescrizione o alle leggi ad personam, o perché sia un un uomo ricattabile, come dimostra il caso Ruby. Ma per le scelte politiche dei suoi governi. Berlusconi ha partecipato, da premier, a numerosi vertici europei senza mai porre un veto sulle decisioni che venivano assunte. Il suo governo ha supinamente accettato di vincolare l'Italia alle varie misure che poi sono state tradotte in leggi dall'esecutivo guidato da Monti. Lo spiega Vladimiro Giacché nel suo ultimo libro, in riferimento soprattutto all'inasprimento della rigidità dei parametri di Maastricht.
Certo, si potrebbe obiettare che Berlusconi non è stato solerte nell'obbedire agli ordini contenuti nella famosa lettera della BCE, nell'estate del 2011. E che è anche per questa resistenza che è stato
“dimissionato” e poi sostituito da Monti. Ma è proprio questa vicenda a mostrare la pochezza del personaggio, il suo barcamenarsi di corto respiro fra la totale incapacità di opporsi alle imposizioni della UE e il tentativo di salvaguardare i propri interessi, compreso il consenso elettorale.
Possiamo considerare positivo il fatto che nei prossimi mesi potrebbe finalmente aprirsi qualche spazio per una discussione pubblica sull'euro e sulla UE. Occorre però anche tenere presente il rischio che le posizioni di critica verso i vincoli europei vengano squalificate dal fatto di essere associate ad un tale individuo, e che alla fine il dibattito politico-mediatico, oramai incentrato su messaggi brevi e superficiali, tenda alla rimozione del confronto sulle argomentazioni per limitarsi a contrapporre la sozzura di Berlusconi alla “credibilità” dei suoi avversari (Monti, Casini, Montezemolo, Bersani).
Ennesimo esempio del fatto che per riportare il Paese su una strada di civiltà e giustizia occorre liberarlo dall'intero ceto politico, di destra e di sinistra, e costruire un sistema di informazione e comunicazione pienamente libero dai condizionamenti della politica.

Fonte:http://il-main-stream.blogspot.it/2012/12/il-ritorno-di-berlusconi-e.html

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=44725

Fine o degenerazione della seconda repubblica?



Come si vede dai recenti sondaggi la seconda repubblica è finita.

Cominciamo dal crollo verticale del PDL determinato “dall’uscita di scena” di Berlusconi come anche dai recenti scandali che hanno avuto per protagonista sia la Regione Lazio che la Regione Lombardia.

Poi il crollo della Lega Nord determinato tra l’altro dallo scandalo Belsito ma anche da affiancare al crollo del PDL.

La “discesa” dei due partiti che fino a poco tempo fa erano al governo insieme è “sintomo” della fine anche dei quasi 20 anni di Berlusconismo che durano più o meno dal suo ingresso nella politica italiana.

La fine della seconda repubblica si vede anche dal crollo di consensi dell’Italia dei Valori di Di Pietro: uno dei partiti che si è reso protagonista negli ultimi anni di vari governi di centro-sinistra come si è reso protagonista anche di una forte opposizione al berlusconismo.

La fine della seconda repubblica si vede anche dall’uscita di scena di personaggi come Veltroni e D’Alema che hanno annunciato entrambi di non volersi candidare per le prossime elezioni politiche.

La fine della seconda repubblica è segnata anche “dall’incredibile ascesa” del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, elemento “nuovo” nella politica italiana dai metodi “controversi” e “poco ortodossi”.

Molti invece vedono il movimento di Grillo come espressione dell’anti-politica e del populismo portato avanti già da anni da Lega e PDL: secondo questa interpretazione allora forse non siamo di fronte alla fine della seconda repubblica ma ad una sua “evoluzione” o “degenerazione”della stessa, degenerazione se pensiamo anche al“caos” di movimenti politici e liste civiche che “stanno entrando in campo”.

Che sia la fine della seconda repubblica o una degenerazione della stessa è sicuro che tutto sta cambiando e che “nuovi scenari si stanno aprendo all’orizzonte”.

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/fine-o-degenerazione-della-seconda-repubblica/

Sarà difficile “sradicare” il berlusconismo…


La “caduta” del partito di Berlusconi è anche troppo chiara ed evidente, anche se molti non rinunciano a credere ad una “rifondazione” del partito o addirittura ad una sua ridiscesa in campo.

Se l’ultima ipotesi citata non si verificasse e il PDL fosse davvero tramontato nella politica italiana allora un’altra domanda verrebbe da chiedersi: con il tramonto del PDL tramonterà anche il Berlusconismo imperante nel recente ventennio?!? Domanda a cui rispondere è davvero molto difficile….

Il berlusconismo è “penetrato” nella società italiana e si è ben radicato fondendosi con altri mali della società contemporanea come l’appiattimento sociale, la desertificazione culturale e la massificazione: anzi verrebbe anche da pensare che il berlusconismo “contenga” tanti mali della società conteporanea e nello stesso tempo ne sia la versione italiana.

Sessismo, machismo, arretratezza culturale, riduzione della donna ad oggetto sessuale, arrivismo sociale e tanto altro sono caratteristiche peculiari del fenomeno berlusconiano.

Un uomo che grazie alla personalizzazione nella politica e allo show mediatico, entrambe caratteristiche di cui Berlusconi ha fatto un enorme uso, ha saputo imporsi proponendo una “rivoluzione culturale” in negativo che ha portato l’Italia allo sfacelo e al declino etico e morale.

Tutto ciò appena detto si è sommato ad altri problemi che l’Italia “si porta dietro” da decenni come il nepotismo, il clientelismo, il trasformismo, la corruzione etc. e il tutto ha dato vita ad un mix esplosivo, un “impasto” abnorme che è alla base del declino inesorabile che vive l’Italia in tanti settori, in primis nella società e nella politica come nell’economia.

Sarà difficile “sradicare” il berlusconismo come si sradica “l’erbaccia cattiva” nei campi: sarà difficile fare una rivoluzione culturale diametralmente opposta a quella attuata dal berlusconismo e nello stesso tempo anche risolvere problemi endemici della nostra nazione.

Format PDL:


Berlusconi ha annunciato che “l’esperienza PDL” va archiviata. Dalle parole dell’ex-premier si capisce chiaramente che c’è bisogno di un’azzeramento totale, di una rifondazione epocale per quello che nel parlamento italiano è ancora il primo partito.

Dopo gli scandali della Regione Lazio e della Regione Lombardia si è scelto di fare “RESET”, di “formattare tutto” e di “ripartire da zero”.

Girano anche voci di un Forza Italia 2.0: infatti la rifondazione del PDL dovrebbe essere orientata al futuro ma con “un occhio rivolto al passato”.

Quello che tutti aspettavano in questi giorni è finalmente accaduto: ora si aspetta la probabile candidatura di Berlusconi oppure in alternativa la candidatura di un “esterno”. Si attende anche il programma della nuova formazione politica come anche il suo nuovo nome.

Si prevede anche che i principali esponenti del PDL saranno presenti anche nella nuova formazione politica accanto a nuove figure che si “affacceranno” sul panorama politico italiano.

Quindi il “sistema PDL” sta per essere formattato per dar vita ad un “nuovo sistema” e una nuova esperienza: sembra evidente però che tutto ciò che sta per nascere forse sia anche la classica “plastica facciale” o il “riciclo” delle stesse persone.

La “ripartenza” del centrodestra berlusconiano e non sicuramente coinvolgerà anche Montezemolo e “Italia Futura” come anche gli esponenti di “Fermare il declino” e forse anche Fini e Casini: la nuova formazione politica porterà ad un’ulteriore scossa nella politica italiana dopo quella portata dall’ascesa del movimento di Beppe Grillo.

Perciò le previsioni e gli scenari per il dopo elezioni si fanno ancora più confusi e la “paura” dell’instabilità politica avvicina sempre più l’ipotesi “Monti-bis”.

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/format-pdl/

La “galassia” della politica italiana


Dopo le parole di Monti riguardo ad un suo “possibile” impegno dopo le elezioni politiche, Casini e Fini lanciano la proposta di una lista civica che fa riferimento al presidente del consiglio attuale: secondo sia Fini che Casini Monti non è una “parentesi” ma è l’unica via possibile da attuare anche dopo le elezioni politiche. Intanto si prepara la discesa in campo di Italia Futura con una coseguente discesa in campo di Montezemolo anche se non in prima persona come si vede dalle ultime dichiarazioni: anche Montezemolo “sponsorizza” Monti come altri imprenditori italiani.

Questo appena descritto è l’orizzonte “Montiano”, se così lo possiamo definire.

Poi c’è il PD di Bersani e Renzi che “guerreggiano” per il posto da candidato-premier del centrosinistra: essi “rifiutano” Monti anche non escludendolo del tutto e propongono un alternativa all’attuale premier e soprattutto “invocano” ad alta voce un “ritorno della politica”.

Poi ci sono i nostalgici berlusconiani “trainati” da un possibile ritorno in campo dell’ex-premier: Berlusconi intanto nelle sue ultime dichiarazioni mostra chiaramente “tratti” di euroscetticismo.

Poi c’è Grillo che continua ad attaccare l’intera politica italiana definendo il nostro paese “un’anaconda” capace di digerire tutto.

La Lega Nord anch’essa anti-Monti propone ancora una volta “la rinascita del Nord” mentre Di Pietro e Vendola come altri della sinistra si schierano “a parte”, anche loro contro Monti.

La “galassia” della politica italiana è in continua trasformazione anche se poi sono presenti sempre le stesse persone: una galassia costituita da tanti pianeti e da tante stelle che “sembrano” indipendenti tra loro ma che “interagiscono” per promuovere una costante “protezione” della “casta”.

Una galassia la politica italiana che sembra in trasformazione e in movimento ma che invece è in piena stasi e immobilismo eccezione fatta per qualche piccolo sussulto che avviene al di fuori e all’interno di essa.

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/la-galassia-della-politica-italiana/

Prepariamoci ad un Monti-bis….


Monti dagli USA ha fatto sapere che in una situazione d’emergenza in cui i partiti avrebbero di nuovo bisogno di lui egli sarebbe pronto a riproporsi per un Monti-bis.

Monti così fa capire che non vuole partecipare alle prossime elezioni politiche ma se ci fosse un caso di instabilità politica con una conseguente nuova “larga intesa” allora egli sarebbe pronto.

PDL e PD fanno capire chiaramente, a differenza di Casini, di voler vincere le elezioni con un loro candidato e di non volere di nuovo Monti: comunque anche loro in una situazione emergenziale sarebbero disposti ad appoggiare un Monti-bis.

Le intenzioni di Monti, del PD e del PDL come anche di Casini fanno intuire bene cosa potrebbe succedere dopo le elezioni: in caso di vittoria o di PD o di PDL, ipotesi che molti commentatori politici e politologi ritengono sia molto difficile con una nuova legge elettorale “maggiormente proporzionale”, allora o uno o l’altro proporranno il loro candidato premier. Con la legge attuale ci potrebbe essere una maggioranza di coalizione che stando agli ultimi sondaggi sarebbe PD-SEL-UDC: molti escludono questa possibilità per il fatto che mantenere insieme SEL e UDC non sarebbe un’impresa abbastanza facile.

Quindi tra ipotesi varie e diversi scenari possibili come ad esempio un exploit del Movimento 5 Stelle di Grillo non è facile prevedere cosa veramente si verificherà con le prossime elezioni politiche.

L’ipotesi però più accreditata sembra continuare ad essere la soluzione attuale con Monti alla guida, soluzione che piace ai mercati e agli USA, infatti la dichiarazione suddetta di Monti non a caso è stata rilasciata negli USA.

Allora prepariamoci ad un Monti-bis, prepariamoci eventualmente a nuove riforme impopolari e a nuove probabili “stangate”.

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/prepariamoci-ad-un-monti-bis/

La “pausa di riflessione” di Berlusconi



http://systemfailureb.altervista.org/la-pausa-di-riflessione-di-berlusconi/
Berlusconi ha disertato la festa del movimento giovanile del PDL “Atreju”.
“Forse oggi, di fronte a tanta confusione, è meglio riflettere. I giovani di Atreju lo capiranno. Per questo li saluto con affetto, dando loro un altro appuntamento. Un abbraccio a Giorgia e a presto!”: queste le parole del cavaliere usate per scusarsi della sua assenza.

Berlusconi parla di “tanta confusione”: effettivamente con Renzi che dal palco si rivolge ai delusi del PDL dicendogli di votare lui al posto di Berlusconi e con tante novità dell’ultimo anno come la sorprendente ascesa del Movimento di Beppe Grillo e la probabile discesa in campo di Montezemolo di confusione c’è ne è tanta davvero.

Berlusconi aveva lasciato il campo della politica in un clima ancora da piena contrapposizione tra i due schieramenti bipolari: da un lato PD, Terzo polo e IDV e dall’altro lato(il lato del governo) la Lega Nord e il PDL. Certamente con l’uscita ulteriore di Fini dal governo, oltre a quella di Casini, la “spaccatura” del bipolarismo sembrava sempre più marcata.

Ma dopo le novità dell’ultimo anno con la nascita di nuove formazioni di centro liberal-democratiche all’orizzonte, con l’ascesa inaspettata del Movimento 5 Stelle a quasi il 20% dei consensi, con Renzi sempre più dirompente, con la Lega Nord “uscita ridimensionata” da vari “scandali”e soprattutto dopo la convivenza del PDL nella “strana maggioranza” di governo, come è stata più volte definita, sulla scena politica le cose sono cambiate parecchio.

Berlusconi aveva lasciato il governo in un momento in cui poco prima della sua “caduta” ancora si parlava delle sue inchieste giudiziarie, uno dei temi allora del dibattito politico.

Invece ora il dibattito politico “parla” di legge elettorale, di nuove elezioni, di probabili alleanze, “parla” di “lotta alla casta politica”, di ridimensionamento del numero dei parlamentari e dei loro privilegi come anche del totale rinnovamento della classe politica: i temi sono totalmente cambiati, la lotta politica si svolge su altri fronti come l’Europa e la sopravvivenza dell’euro, la crisi economica arrivata a livelli sconcertanti per quanto riguarda l’occupazione e i consumi e altro ancora.

Berlusconi sarà “disorientato e spaesato” di fronte a tutti questi cambiamenti e a questa situazione caotica all’inverosimile: per ora sceglie il silenzio o per meglio dire “una pausa di riflessione”, forse per meglio capire se scendere di nuovo in campo o no e nel caso della prima opzione in quale modo e con quali temi farlo.

Il “revival del centrismo”

Fonte:http://systemfailureb.altervista.org/il-revival-del-centrismo/
Il governo Monti è sostenuto dal PD, dal PDL e dal Terzo Polo. I partiti che sostengono il governo si definiscono tra tante cose “moderati” e chi sta “all’esterno” di essi è definito “populista”.
Ultimamente questa parola come altre è diventata di uso comune soprattutto se usata per definire Grillo e il suo Movimento a 5 Stelle: populista, demagogo, anti-politico, il comico genovese è stato definito in tanti modi.
La cosa importante è che nella politica odierna c’è la “vera politica” che è quella che sostiene il governo e poi ci sono i partiti populisti, l’anti-politica.
Anti-politico è Grillo con i suoi attacchi alla “casta” politica, antipolitica è quella della lega Nord che attacca il governo Monti, antipolitica è quella di Di Pietro che attacca continuamente Napolitano.
Insomma tutto ciò che non segue “le regole della politica vera” viene etichettato come populismo, demagogia o anti-politica.
Siamo in un epoca di “revival del centrismo”, in un epoca in cui i partiti che sono agli estremi o che “divergono un po dal centro” sono “bollati” come qualcosa di negativo, malvagio, demoniaco…
Se alle prossime elezioni le cose andranno come dicono i sondaggi dei giorni recenti sicuramente non ci sarà nessun vero vincitore e i partiti che ora sostengono il governo continueranno a sostenere anche il governo successivo: ci sarà “un’instabilità politica” che non è altro che la frammentazione dei due poli di centro-destra e centro-sinistra la quale ha portato alla “strana” maggioranza attuale.
Il revival odierno del centrismo mostra chiaramente che la democrazia è costantemente “violentata”
da “un’unica visione politica dominante” all’esterno della quale non può esistere niente…

Arriva il Super Porcellum

Di Paolo Flores d'Arcais, da il Fatto quotidiano, 1 luglio 2012

Tempi bui, quando i proverbi sono all’ordine del giorno. Quello di oggi suona: al peggio non c’è mai fine.
Il triumvirato della partitocrazia sta infatti approntando nelle basse cucine della riforma elettorale una sbobba peggiore dell’attuale “Porcata”. I delegati di Alfano, Bersani e Casini nella preparazione dell’immondo intruglio si chiamano Quagliariello, Violante e Adornato/Cesa (per l’Udc un’intelligenza sola non bastava, evidentemente). L’osceno della “Porcata”, come è noto anche ai sassi, consiste nel fatto che la libertà dei cittadini si riduce a un altro proverbio: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. I parlamentari sono “bloccati”, nominati dalle nomenklature partitocratiche, se non ti vanno bene non ti resta che non votare.

Una riforma elettorale degna del nome, perciò, dovrebbe togliere il maltolto ai capibastone dei partiti e restituirlo ai cittadini elettori, rendendoli di nuovo sovrani almeno in quantità omeopatiche (con la “Porcata” contano zero). Ma la sbobba della quadriglia Q-V-A-C non ci pensa affatto. Anzi, hanno in mente di blindare come “cosa loro” l’attuale monopolio elettorale: metà dei seggi con la “Porcata” e l’altra metà con l’uninominale a turno unico (una “Porcata” al quadrato), il tutto condito da sbarramenti e altri marchingegni che impediscano il nascere di liste della società civile.

Contano sulla disattenzione che accompagna anche presso l’opinione pubblica democratica la discussione sui sistemi elettorali, in apparenza così astratta e “tecnica”. E sull’afa estiva, quando la sbobba arriverà nelle aule parlamentari. Non bisogna cadere nella trappola. Bisogna costringere Bersani a finirla con lo slalom sulle primarie (di coalizione e “aperte”, ma solo per chi sottoscrive un programma già confezionato dai partiti, come dire: un ottimo Barolo, ma analcolico). E pretendere da Vendola e Di Pietro l’evangelico “sì sì, no no” anziché l’ennesimo ultimatum non-ultimatum.

Non si illudano Bersani & C. Gli elettori democratici sono ormai una massa incontenibile di “dissidenti” e “disobbedienti”. Le pastette di vertice sono puerili, scambiano la realtà col gioco di Monopoli. I cittadini che hanno a cuore “giustizia e libertà” vogliono liste civiche e primarie vere, nelle quali decidere sia il programma che il candidato (altrimenti è solo l’elezione del “più bello del reame”, un concorso tra “velini” partitocratici).

Deluderli porterà solo a clamorose riedizioni della fallimentare “gioiosa macchina da guerra”. L’establishment, che si presenterà con abiti politici nuovi di zecca, già brinda.

Fonte:Micromega

La casta che ha ucciso la politica ora la chiama antipolitica


 Di Giorgio Cattaneo
Allarme “antipolitica”: di fronte al verdetto dei sondaggi, ora la casta ha paura. Bersani, alleato di Berlusconi nel sostegno al governo Monti, finge di stupirsi del successo annunciato per il movimento di Beppe Grillo. E persino Vendola, a metà del guado – tra la foto-ricordo del summit di Vasto e la tentazione di smarcarsi dal vecchio centrosinistra – oggi taccia di “populismo” l’ex comico genovese. Il momento è cruciale: Monti sta smantellando quel che resta del nostro Stato sociale, inaugurando una restaurazione autoritaria epocale. E alla disaffezione degli italiani – solo uno su due alle urne, stando alle intenzioni di voto – si aggiunge anche il disgusto per la tangentopoli leghista, mentre chi ieri strillava contro le cricche e le caste oggi sostiene il “governo dei banchieri” insieme a Silvio Berlusconi.
Nel mirino nella casta impaurita finisce il bersaglio più grosso, quel Grillo che già alle ultime regionali rovinò la festa ai capi dei grandi partiti: in BersaniPiemonte, elettori di sinistra che mai avrebbero votato una seconda volta per il centrosinistra uscente, piuttosto che premiare Mercedes Bresso o restare a casa misero la croce sulla lista di Grillo, che fece il pieno in valle di Susa raccogliendo la protesta No-Tav e contribuì a consegnare la Regione al centrodestra; peccato che i capi delle grandi coalizioni, in gran segreto, si fossero già accordati in anticipo: comunque fosse andato il voto regionale, il vincitore non avrebbe messo mano a nessuno dei maxi-appalti già programmati, dal mega-inceneritore alla linea Tav Torino-Lione. Una cosa era certa: le “grandi decisioni” siglate nelle segrete stanze non sarebbero mai state “minacciate” dalla reale volontà democratica dei cittadini-elettori.
Altro grande banco di prova, i referendum del giugno 2011: alla spettacolare sollevazione civile in favore dei beni comuni ha fatto seguito, in modo pressoché automatico, il commissariamento definitivo del governo, dietro al quale i grandi partiti si sono messi al riparo, nel timore che la politica potesse tornare prerogativa dei cittadini. Di qui la filosofia dell’emergenza, i tagli più drastici, l’abolizione del dibattito e il ricorso sistematico alla polizia antisommossa per “dialogare” col dissenso. I signori dei partiti temono Grillo perché è l’esponente più visibile di quella che, per comodità, chiamano “antipolitica”: l’ex comico ha costruito una struttura all’americana, personalistica, forte di un marketing efficace. Il suo limite: diffidare di qualsiasi alleanza. Procedono quindi in ordine sparso gli altri outsider: da Giulietto Chiesa, che attraverso il laboratorio politico “Alternativa” propone da tempo la creazione di un cartello programmatico, Beppe Grilloesteso al movimento No-Debito, fino al gruppo di Ugo Mattei, battagliero leader del movimento referendario per l’acqua pubblica, passando per dirigenti della Fiom come Giorgio Cremaschi.
Movimenti, network, intellettuali prestigiosi: pronti a mettere alle corde una casta di potere nella quale ormai si riconosce meno del 50% dell’elettorato: il maggiore dei vecchi partiti, se va bene, rappresenta un italiano su dieci. E gli altri? Se riuscissi a mobilitare l’oceano degli astensionisti, dice Grillo con una battuta, potrei addirittura diventare il primo partito e quindi aspirare direttamente al governo. Se davvero alle prossime amministrative il “Movimento 5 Stelle” raccoglierà quel successo vaticinato dagli ultimi sondaggi, scrive Peter Gomez sul “Fatto Quotidiano”, questo sarà dovuto anche al voto di protesta, ma «non basta per bollare i “5 Stelle” come espressione dell’anti-politica, come fanno gli spaventati Pierluigi Bersani e Niki Vendola o, su quasi tutti i giornali, i grandi commentatori del secolo scorso», tra cui persino Gad Lerner.
«Siamo messi proprio male – scrive Lerner nel suo blog – se, in cerca di un’alternativa credibile alla dissoluzione del sistema politico, i mass media italiani non trovano di meglio che riesumare il fantasma di Beppe Grillo», ovvero «la più innocua delle pseudoalternative di sistema, l’illusione di votare “diverso” per continuare a vivere nella stessa melma». Secondo Lerner, l’affannosa ricerca del nuovo si risolve in una scorciatoia priva di credibilità, «perché nessuno crede davvero che Grillo in Parlamento o addirittura al governo rappresenti più di un’imprecazione, di uno sberleffo: nessuno gli affiderebbe i destini della sua famiglia». Davvero? Gomez non la pensa così: «Le scelta di rinunciare ai finanziamenti pubblici, di mettere un tetto al numero di candidature consecutive, la presenza di programmi Paolo Barnard precisi, sono un fatto politico. Così come sono statepolitica, con la P maiuscola, le raccolte di firme per le leggi d’iniziativa popolare che il parlamento ha scandalosamente ignorato».
La più forte polemica con Grillo non proviene però dalla casta dei partiti o dai “commentatori del secolo scorso”, ma da un outsider totale, Paolo Barnard, grande giornalista messo al bando dai media dopo la polemica con Milena Gabanelli sulla mancata tutela legale per i suoi scomodi servizi su “Report”. «Ok, collaboro con Beppe Grillo», annuncia Barnard nel suo seguitissimo blog, ma solo quando il leader del “Movimento 5 Stelle” «si scuserà per aver depistato gli italiani per 15 anni dal più devastante pericolo per la democrazia che l’Italia abbia mai affrontato nel dopoguerra, e che oggi infatti ci sta distruggendo, per sbraitare contro il ladro di polli Berlusconi, a tutto vantaggio dei suoi spettacoli, Dvd, merchandising, incassi, fama». La posizione di Barnard è nota: il “rigore” che ci viene imposto non è figlio di una casuale contingenza economica, ma di un piano “golpista” dell’alta finanza, pianificato per moltiplicare profitti sulla nostra pelle col sequestro della sovranità monetaria e l’instaurazione di una “dittatura dei poteri Giulietto Chiesaforti”, che ora ci domina anche giuridicamente  attraverso l’Unione Europea.
Barnard accusa Grillo di aver ignorato il suo clamoroso saggio-denuncia, “Il più grande crimine”, in cui profetizzava quello che sta avvenendo, e che ora «porta la gente a darsi fuoco, a gettarsi dai balconi, le pensionate a uccidersi, i precari a disperarsi senza uscita». Problema: come riscattare i diritti di cittadinanza, se poi qualsiasi nuovo governo dovrà fare i conti col cappio europeo del “Fiscal Compact”, che – insieme al pareggio di bilancio in Costituzione – impedirà agli Stati di continuare a investire denaro pubblico in favore dei cittadini? Di questo la nuova politica dovrà cominciare a parlare, in modo esplicito: «Se fossi il capo del governo – dice Giulietto Chiesa – invece di fare anticamera dalla Merkel e da Sarkozy volerei subito ad Atene, a Dublino, a Madrid e a Lisbona, poi andrei in delegazione a Bruxelles e direi, semplicemente: signori, il debito che ci imponete è illegale, quindi noi non lo pagheremo». Non è antipolitica: è la vera politica, per troppo tempo scomparsa dai radar.

Fonte:Libreidee

Le ali bipartisan dell’F-35

Di Manlio Dinucci
Sul caccia F-35, in parlamento, «il ministro Di Paola ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco»: lo assicura Flavio Lotti, coordinatore della Tavola della pace. Il ministro della difesa ha dovuto dunque piegare la testa di fronte a una maggioranza parlamentare, che decide di ridurre il numero dei caccia? Dagli atti parlamentari risulta esattamente l’opposto. 
Di Paola è andato in parlamento ad annunciare la decisione, già presa dal governo Monti, di «ricalibrare» l’acquisto degli F-35, da 131 a 90. A questi si aggiungeranno 90 Eurofighter: in tal modo l’Italia disporrà di 180 cacciabombardieri «molto più performanti». In altre parole, molto più distruttivi dei Tornado usati un anno fa per bombardare la Libia. Più che sufficienti ad assicurare la capacità di proiezione del «potere aereo», uno dei cardini del concetto strategico pentagoniano enunciato da Di Paola nel 2005. 
L’Italia non solo si impegna ad acquistare 90 F-35 (numero aumentabile in caso di «necessità»), ma partecipa al programma della Lockheed Martin con l’impianto dell’Alenia a Cameri.  Realizzato,  precisa Di Paola, in un aeroporto militare perché «gli americani e la Lockheed Martin hanno preteso delle condizioni di sicurezza e di segretezza: o in una base militare a certe condizioni o non si faceva». Qui saranno non solo assemblati i caccia, ma realizzati «gli aggiornamenti, perché gli aerei nel tempo hanno degli upgrade» (con continue spese aggiuntive). Ne trarrà vantaggio l'industria militare, «elemento tecnologico importante di questo Paese e che oggi più che mai punta sull'esportazione». 
Il costo unitario dell’F-35 è ancora nelle nuvole. «Oggi si parla di un'ottantina di milioni di dollari, ma ci si aspetta che la cifra sia sempre più bassa», racconta il favolista Di Paola ai piccoli onorevoli. E, per tranquillizzarli, aggiunge: «Se sapeste quanto è costato l'Eurofighter, vi spaventereste; parliamo, per capirci, del doppio della cifra». 
Nessuno ha osato chiedergli a quanto ammonta la spaventosa cifra. E neppure la Idv – che nella sua mozione (bocciata) chiedeva al governo di valutare la possibilità di uscire dal programma F-35 – ha osato mettere il dito sulla piaga: questo caccia di quinta generazione serve non alla difesa dell’Italia, ma alla  strategia offensiva Usa/Nato cui partecipa l’Italia; serve a mantenere gli alleati sotto la leadership degli Stati uniti, non solo sul piano militare. Il programma F-35 è uno dei volani dell’economia statunitense: vi partecipano oltre 1.300 fornitori da 47 stati Usa, creando 130mila posti di lavoro che potrebbero raddoppiare. Tutto questo viene ignorato dal parlamento italiano. 
Il programma F-35, illustrato da Di Paola, è stato così approvato con un sostanziale consenso bipartisan di PdL e Pd. Non c’è da stupirsi: per far partecipare l’Italia al programma, si sono coerentemente impegnati, dal 1998 ad oggi, i governi D’Alema, Berlusconi 1, Prodi, Berlusconi 2 e Monti. E dopo che l’F-35 sarà stato usato dall’Italia in una azione di guerra, ci sarà un Flavio Lotti che, alla Perugia-Assisi, riprenderà a marciare a fianco del capo del governo. Come fece nel 1999 col presidente del consiglio D’Alema che, dopo aver inviato gli aerei italiani a bombardare la Jugoslavia, partecipò, su invito, alla marcia per la pace.


Da Marx21

Liberalizzazioni:gli industriali vogliono prendere i taxi

Di Luca Telese
Oh, dico: cercate di non massacrarci le chiappe. Non siete mica Repubblica che ci spara un razzo in culo al giorno”. Loreno Bittarelli, detto “Bitta”, presidente, leader e padre padrone del radiotaxi 3570 (quindi di tutti i tassisti romani) è un umbro trapiantato nella Capitale, e alterna eloquio istituzionale a improperi in due dialetti. Mentre si raccomanda è in piedi sulla guida di velluto rosso, scalone in boisserie della villa di via Casal Lombroso, comprata – con orgoglio – da Roger Moore (“Cinque miliardi e dieci anni di mutuo, un affare!”). Bittarelli, secondo dei non eletti
nelle liste del Pdl nel 2008 annuncia mobilitazioni oceaniche: “Sabato riempiremo il circo Massimo. Solo con i fuori turno, stiamo solo scaldando i motori”. Bitta è orgogliosissimo della sua sede, mi mostra stanze piene di database e hardware, call center, centro servizi, officina persino un megaschermo con monitoraggio di tutti i taxi della centrale in movimento: “Altro che 007. Questa è fantascienza!”.

Bittarelli, lei ha politicizzato i tassisti romani, portandoli nelle braccia del Pdl.
Che dice? Ho fatto legittima difesa contro chi ci ha attaccato. Se ci attaccava le destra diventavo pure maoista”.
Era iscritto ad An...
Sono orgoglioso della tessera Pdl.
Le foto dietro la sua scrivania parlano chiaro: il Papa, Berlusconi, Storace e Fini.
Guardi, anche il governo del centrodestra non ha fatto quel che ha promesso.
Ad esempio?
Il riconoscimento di lavoro usurante. Il sito Inps dice che siamo il secondo mestiere più duro. Ma non ai fini previdenziali. Ma questo governo di sinistra ci vogliono ammazzare.
Il Pdl vota la fiducia al governo che la vuole ammazzare.
Scenderemo in piazza. Non possiamo far passare un orrore. Sabato inizia la guerra.
E le licenze compensatorie?
Balle. Per indorare la pillola...
Dice?
Prenda Roma. Ci sono 8mila licenze. Se ne danno altre 8mila non varranno più nulla e diminuiranno le corse medie: da 8 di oggi a 5, se va bene.
Un giovane per diventare tassista paga 120mila euro.
Ed è giusto.
Mi spiega perché?
Anche un giovane che vuole diventare barista, si deve comprare la licenza. E anche uno che vuole vendere perline... Un tassista si deve formare. E se vuole il posto si mette il mutuo, come abbiamo fatto tutti.
Perché non volete rinunciare alla licenza negoziabile?
È la nostra liquidazione. Lavoriamo 35-40 anni, e prendiamo 600 euro di pensione!
Quindi lei è contro tutte le liberalizzazioni?
Contro quelle che colpiscono i lavoratori poveri. Che gli devi chiedere a un edicolante che si alza alle 4 del mattino?
È solidale coi farmacisti?
Parliamone: la licenza di farmacia vale 1 milione di euro, capisco che lo Stato ci voglia mangiare qualcosa sopra.
Perché ce l’hanno con voi?
Ci sono interessi economici in campo. Vedo la Marcegaglia molto attiva, sui taxi.
Non deve?
Non siamo in Confindustria noi! Ma non è un mistero che cosa vogliono: licenze multiple, e lavoratori schiavi sul modello delle cooperative delle pulizie che prenderanno 600 euro al mese.
Perché così poco? Vuole suggerire che gli imprenditori siano tutti cattivi?
Non mi interessa. Siccome un tassista guadagna 1500-1800 euro al mese, l’unico modo per alzare i margini, che sono all’osso, è sottopagare i lavoratori.
Diceva Rutelli: “A New York se alzo un braccio....”.
“...Trovo un taxi”, lo so, lo so... Non mi ripeta la puttanata.
Non è vero?
A New York i tassisti poveracci sfruttati del Bangladesh dormono in macchina. E servono solo il centro.
E voi anche le periferie?
Glielo dimostro. Mi dia un indirizzo di periferia, lo conosce?
Via Ciamarra 26, Cinecittà.
Mandi un sms con l’indirizzo a questo numero nazionale: 3666720000.
Fatto.
In un minuto le arriva un primo messaggio e in 3 il taxi: scommette una cena?
È arrivato un messaggio di risposta: “Pisa 06, 3 minuti”.
Ora lo annullo. Mi deve una cena.
La corsa Roma-Fiumicino costa 40 euro, è troppo?
È troppo poco. Faccia questo conto: il costo di un pieno in un anno è salito vertiginosamente. Le assicurazioni anche. I trasporti pubblici pure. Per 33 chilometri 40 euro è nulla!
Nel 2007 aggrediste il ministro Mussi.
Mannò, era solo la macchina. Non ci sono stati nè morti nè feriti. In tanti anni è volato qualche schiaffone, nulla di più.
I taxi non si trovano perché i tassisti abbandonano i turni.
Questa è una cazzata colossale. Semmai di questi tempi la disciplinare lavora per punire quelli che lavorano di più.
Ma un tassista guadagna troppo o troppo poco?
Secondo i calcoli 5 euro all’ora. Al polacco che le imbianca casa lei darebbe di più.
Ce l’ha con gli stranieri?
No. Con chi non rispetta le regole . Le mie figlie avevano un bar, adesso lo hanno lasciato, e c’è un cinese.
Che c’è di male?
Che sia cinese nulla. Ma invece di saltare uno scontrino su tre, per arrotondare, quelli battono tutti i clienti. E sa perché?
Me lo dica lei.
Perché molti di loro reciclano denaro o sfruttano persone, o tutte e due le cose. Ecco come fanno a stare sempre aperti. Ecco perché impediremo che questo accada con i taxi.


Da Diksa53

L'ultimo "regalino" del centrodestra? Alla lobby delle armi

Di Riccardo Bianchi
La violenza delle armi leggere Riscrivere le norme sul commercio di armi, senza passare dal Parlamento. Per anni, è stato uno dei chiodi fissi della maggioranza Pdl-Lega: in provincia di Brescia, del resto, c'è la più alta concentrazione di aziende italiane produttrici di armi, e i parlamentari del Carroccio, si sa, sono sensibili al territorio... Così, un favore alla lobby delle armi è arrivato dalla vecchia maggioranza: in extremis, nel documento con cui ogni anno le Camere danno attuazione alla direttive europee. In quel testo, infatti, è finita una disposizione molto particolare: la proposta di far approvare al Parlamento una legge delega che affidi all'esecutivo le nuove regole sulla trasparenza del mercato delle armi.
Certo, ora al governo non c'è più chi ha a lungo caldeggiato la riforma, ma
armi in medio oriente il rischio di una riscrittura delle regole che allenti vincoli e obblighi di trasparenza resta tutto.
La Rete italiana disarmo è preoccupata: "Già le norme in vigore sono a nostro giudizio troppo blande" dice Francesco Vignarca. "Per esempio, noi chiediamo che le compravendite tra Paesi diversi siano soggette ad autorizzazione, così da sapere sempre dove e a chi vanno gli armamenti prodotti". Esiste poi un divieto di vendere agli Stati che violano i diritti umani, anche se già il governo Berlusconi nel 2003 aveva circoscritto la prescrizione al caso di "gravi violazioni", "come se esistessero violazioni dei diritti umani più o meno gravi", rincara la dose Vignarca. Tutte regole che potrebbe scomparire se un esecutivo decidesse di ascoltare la voce delle lobby: "Su un argomento così importante deve essere il Parlamento a dare le linee guida" ribadiscono dalla Rete.
Per quanto sulla carta l'Italia sia all'avanguardia sulla tracciabilità del percorso delle armi, in pratica non è così. Vari report di Amnesty International e dell'Onu dimostrano, anzi, che nostri armamenti sono arrivati anche in dittature come il Sudan. E la Rete punta il dito contro la mancata norma sui trafficanti internazionali: "Non possiamo arrestare un trafficante se non fa passare le armi dall'Italia, e la legge ancora non è stata cambiata". È successo con Leonid Minin, sospettato di aver armato le guerre civili in Liberia e Sierra Leone, dalla cui storia prende spunto il film Lord of War con Nicolas Cage. Fermato nel 2001 a Milano, fu scarcerato perché i suoi armamenti andavano in tutto il mondo, ma senza valicare i nostri confini.


Fonte: Il Venerdì di Repubblica - 25 novembre 2011

Da Disarmo

"Governo tecnico"? Grazie no

Di Francesco Piccioni
«Presto, un governo tecnico!» Il grido che sale da Confindustria, Abi, opposizione parlamentare e malpancisti del Pdl è ormai un coro assordante. Ma cosa dovrebbe fare un governo del genere? E chi sarebbe quella «figura al di sopra delle parti» che potrebbe riscuotere contemporaneamente i voti bipartisan nel parlamento italiano nonché la fiducia delle istituzioni europee (senza dimenticare quella ben più volatile dei mercati)?
Il nome più cliccato è Mario Monti, ex rettore e presidente dell'università Bocconi. Poi indicato dal primo governo di centrodestra come commissario europeo, presidente continentale della Commissione Trilaterale (fondata nel 1973 da David Rockefeller) e membro del comitato direttivo del Gruppo Bilderberg. Dal 2005 è International Advisor per Goldman Sachs. Sopra le parti, insomma...
Il programma, invece, scivola via dall'attenzione, ben rimpannucciato sotto la parola-coperta-di-linus degli ultimi 20 anni: «riforme». Eppure il programma c'è: chiaro, strutturato, scolpito come le tavole della legge.
In un lungo editoriale sul Corsera, la scorsa settimana, Monti ha squadernato le ragioni della non credibilità di Berlusconi evidenziando la distanza delle «convinzioni profonde» del Cavaliere da quelle condivise dagli altri leader europei. Sull'euro come sulle «riforme», sulla durezza delle misure da prendere e sulla necessità di «presentarle in modo convincente ai cittadini».
Ma soprattutto sul tema centrale di questa fase storica: «il governo economico» continentale che «si sta creando». Un compito cui l'Italia non sta contribuendo da protagonista, ma da soggetto passivo, che «improvvisa» nel tentativo di recepire forme di governo in grado di «disciplinare» il paese. Il rischio, palese nelle sparate berlusconiane e ancor più in quelle leghiste, è vedere il paese governato ancora da una classe dirigente «populista» e «distaccata dall'Europa».
Questa è la pars destruens che motiva la necessità di una «svolta radicale» nella gestione - liberale e liberista, sia chiaro - nel governo della cosa pubblica. Quella "costruens", non è un segreto, è tratteggiata nella «lettera della Bce» - inviata in luglio da Jean-Claude Trichet e Mario Draghi - rimasta a lungo «segreta» e articolata in tre semplici punti.
Le «misure per la crescita» devono comprendere la «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali»; un'«ulteriore riforma del sistema di contrattazione salariale» che renda gli accordi aziendali «più rilevanti rispetto agli altri livelli di contrattazione». Senza dimenticare l'«accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti» (e, in fondo, anche un «sistema di assicurazione dalla disoccupazione»).
La «sostenibilità delle finanze pubbliche» fa sempre la parte del leone, con l'«anticipo del pacchetto del luglio 2011» e l'obiettivo del «bilancio in pareggio nel 2013»; da realizzare - manco a dirlo - «principalmente attraverso i tagli di spesa». E quindi: «ulteriore intervento nel sistema pensionistico» («anzianità»), blocco del turnover nel pubblico impego e, «se necessario, riduzione degli stipendi». Persino il «pareggio di bilancio» nella Cosituzione e tante altre cosette che - onestamente - Berlusconi ha messo nei suoi disordinati elenchi di provvedimenti fatti, non fatti o malfatti.
Al terzo punto, infine, gli «indicatori di performance» per migliorare «l'efficienza amministrativa», l'abolizione delle province, l'accorpamento dei Comuni e tutte le frasi che sentite ripetere anche dal primo rottamatore che passa. Quando si parla di «governo tecnico», si parla di questo. E basta.

Da il Manifesto

NON LI VOTIAMO PERCHÈ CI RICORDEREMO DELLA VAL DI SUSA!



Tra qualche mese, la primavera prossima o al massimo quella del 2013 se il governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti dovesse tenere, saremo chiamati a votare. Immaginiamo fin d’ora gli appelli e le riflessioni sulla necessità di una santa alleanza che vada dal terzo polo fino alla sinistra “radicale” per “liberare” l’Italia dalla cricca del bunga bunga. Immaginiamo pure gli inviti alla “ragionevolezza” che arriveranno un po’ da tutte le parti nei confronti di chi magari proverà a sollevare qualche dubbio. Ogni perplessità andrà accantonata in nome dell’obbiettivo principale: cacciare il nano. Non è certo difficile prevedere quale sarà lo scenario in cui ci troveremo a dibattere, anzi, riteniamo che questo sia un esercizio piuttosto banale… visto che tutto questo è già accaduto. Più e più volte. Da vent’anni a questa parte il refrain che ci sentiamo ripetere alla vigilia di ogni appuntamento elettorale è sempre lo stesso: “ma come, non volete cacciare Berlusconi?” oppure “è il nostro popolo che ce lo chiede” o ancora “se ci presentassimo da soli i nostri elettori non capirebbero” fino al sempre verde “dobbiamo unirci altrimenti vincono le destre“. Un piano inclinato di cui non si vede la fine, anche perchè ci sarà sempre un “meno peggio” a cui appigliarsi. E così, inseguendo questa logica perversa, il Paese si è di fatto ritrovato ad assomigliare sempre di più al cavaliere. Come collettivo non siamo degli astensionisti per principio, riteniamo che con i dovuti anticorpi il movimento di classe possa utilizzare anche lo strumento elettorale qualora le condizioni lo rendano utile. Per intenderci, se ci fosse un Partito Comunista degno di tale nome molto probabilmente lo voteremmo. E la stessa cosa faremmo di fronte ad una lista anticapitalista in grado di andare oltre percentuali omeopatiche. Ma visto che la situazione è tutt’altra e che la sinistra radicale è quiello che è, crediamo sia necessario che i lavoratori comincino a riaffermare la propria autonomia anche attraverso la scelta politica del non voto, fuori da ogni compromesso a perdere e dalla camicia di forza imposta dal bipolarismo. Per questo motivo abbiamo deciso di inaugurare una rubrica aperiodica, aperta anche ai suggerimenti dei lettori del blog, in cui proveremo ad infilare tutte le ragioni per cui non andremo mai a votare per il PD o per chi si allea, in forma più o meno organica, con il PD. Lo abbiamo fatto anche perchè, come scrivono gli esperti di media, viviamo immersi in un flusso talmente vorticoso di informazioni che spesso non riusciamo “memorizzare” le cose essenziali. Il rischio, insomma, è che il nostro hard disk non sia in grado di contenere tutto e che per far spazio a nuovi dati sia portato a cancellare quelli più vecchi facendoci dimenticare alcune “fattarelli” che sono tutt’altro che dettagli e che invece  dovrebbero orientare le noste scelte. Iniziamo con quello che è accaduto in questi giorni (ma potremmo dire in questi anni) in Val di Susa. Grazie al clima bipartisan che si è creato sulla necessità di aprire il cantiere della TAV e partecipare al banchetto dei fondi europei abbiamo assistito prima alla militarizzazione della valle e allo sgombero violento del presidio, e poi alla repressione poliziesca della manifestazione del 3 luglio. Siamo convinti che senza il placet del PD tutto questo non sarebbe potuto accadere nelle forme e con la virulenza con cui è accaduto. I lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, le cariche indiscriminate, i rastrellamenti nei paesini e le violenze sui fermati sono perciò da addebitare anche al cosiddetta maggiore forza d’opposizione. Del resto quale sia stato il ruolo del partito di Bersani, Fassino e Chiamparino in questa vicenda lo ha chiarito (anche se non ce n’era bisogno) la campagna di criminalizzazione del movimento NO TAV partita immediatamente dopo la manifestazione. Un concerto di idiozie degno di un partito reazionario, ma del resto che cos’è oggi il PD? E quindi se adesso Maroni può straparlare di imputazioni di terrorismo e di tentato omicidio a carico dei manifestanti  è anche grazie alle dichiarazioni di solidarietà “incondizionata” alle forze dell’ordine e di “ferma condanna” della violenza arrivate dal PD. Per due sassi rotolati una volta tanto dalla parte giusta il redivivo Napolitano ha parlato addirittura di “violenza eversiva” e di “inaccettabile attacco alle istituzioni”. Verrebbe da chiedersi come possa parlare di “violenza” proprio lui che è il principale artefice della partecipazione dell’Italia ai bombardamenti NATO sulla Libia, ma si sa che il doppio standard in politica è l’abitudine. Così coma la faccia da culo. Altrettanto bizantine sono state però le dichiarazioni di certa “sinistra” sempre pronta a separare i “buoni dai “cattivi” e a distribuire, non si sa bene in nome di chi e di cosa, patenti di legittimità. Ci riferiamo all’imbarazzatissimo Vendola, al resuscitato Bonelli e al massone Diliberto che è arrivato addirittura a invocare la carcerazione preventiva per i famigerati black blok. Insomma, quando sarà, non venite a chiederci di andare a votare turandoci il naso, perchè per non respirare i vostri lacrimogeni lo abbiamo dovuto già fare il 3 luglio.


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