Di Riccardo Bianchi
Certo, ora al governo non c'è più chi ha a lungo caldeggiato la riforma, ma
La Rete italiana disarmo è preoccupata: "Già le norme in vigore sono a nostro giudizio troppo blande" dice Francesco Vignarca. "Per esempio, noi chiediamo che le compravendite tra Paesi diversi siano soggette ad autorizzazione, così da sapere sempre dove e a chi vanno gli armamenti prodotti". Esiste poi un divieto di vendere agli Stati che violano i diritti umani, anche se già il governo Berlusconi nel 2003 aveva circoscritto la prescrizione al caso di "gravi violazioni", "come se esistessero violazioni dei diritti umani più o meno gravi", rincara la dose Vignarca. Tutte regole che potrebbe scomparire se un esecutivo decidesse di ascoltare la voce delle lobby: "Su un argomento così importante deve essere il Parlamento a dare le linee guida" ribadiscono dalla Rete.
Per quanto sulla carta l'Italia sia all'avanguardia sulla tracciabilità del percorso delle armi, in pratica non è così. Vari report di Amnesty International e dell'Onu dimostrano, anzi, che nostri armamenti sono arrivati anche in dittature come il Sudan. E la Rete punta il dito contro la mancata norma sui trafficanti internazionali: "Non possiamo arrestare un trafficante se non fa passare le armi dall'Italia, e la legge ancora non è stata cambiata". È successo con Leonid Minin, sospettato di aver armato le guerre civili in Liberia e Sierra Leone, dalla cui storia prende spunto il film Lord of War con Nicolas Cage. Fermato nel 2001 a Milano, fu scarcerato perché i suoi armamenti andavano in tutto il mondo, ma senza valicare i nostri confini.
Fonte: Il Venerdì di Repubblica - 25 novembre 2011
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