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"Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane","tornate da dove siete venuti":quando si attaccava e si rifiutava in modo xenofobo i 350mila profughi istriani e dalmati

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Di Giuseppe De Lorenzo
Il Pci non conobbe la parola “accoglienza”. Per gli italiani di Pola e Fiume solo odio. L’Unità scriveva: “Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane”.

Centro smistamento profughi di Udine, 1947 http://eliovarutti.blogspot.it
“Poi una mattina, mentre attraversavamo piazza Venezia per andare a mangiare alla mesa dei poveri, ci trovammo circondati da qualche centinaio di persone che manifestavano.
http://www.bassavelocita.it
Da un lato della strada un gruppo gridava: ‘Fuori i fascisti da Trieste’, ‘Viva il comunismo e la libertà’ sventolando bandiere rosse e innalzando striscioni che osannavano Stalin, Tito eTogliatti“. Racconta così Stefano Zecchi, nel suo romanzo sugli esuli istriani (Quando ci batteva forte il cuore), il benvenuto del Pci agli italiani che abbandonarono la Jugoslavia per trovare ostilità in Italia. Quella che fino a pochi attimi prima era la loro Patria.





Quando alla fine della seconda guerra mondiale, il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace che consegnava le terre dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, la sinistra non conobbe la parola ‘accoglienza’.





 Tutt’altro. Si scagliò con rabbia e ferocia contro quei “clandestini” che avevano osato lasciare il paradiso comunista.
https://it.wikipedia.org
Trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra ha trattato come invasori, come traditori. Ad attenderli nei porti di Bari e Venezia c’erano sì i comunisti, ma per dedicargli insulti, fischi e sputi. Nel capoluogo emiliano per evitare che il treno con gli esuli si fermasse, i ferrovieri minacciarono uno sciopero.


http://www.lavocedelnordest.eu
Giorgio Napolitano ha ragione: il Pd è davvero l’erede del Pci. La sinistra italiana, che di quella storia è figlia legittima, dimentica tutto questo. Ora si cosparge il capo di cenere e chiede a gran voce che l’Italia apra le porte a tutti i migranti del mondo. Predica l’acccoglienza verso lo straniero che considera un fratello. Quando per anni ha considerato stranieri i suoi fratelli. Gli unici profughi che la sinistra italiana ha rigettato con violenza erano italiani. Istriani e Dalmati. “Sono comunisti. Gridano ‘fascisti’ a quella povera gente che scende dalla motonave (…). Urlano di ritornare da dove sono venuti”.
http://pulcinella291.forumfree.it
Non sono le parole di Matteo Salvini. “Tornate da dove siete venuti” era lo slogan del Partito Comunista di Napolitano, Violante, D’Alema, Berlinguer e Veltroni.
L’Unità, nell’edizione del 30 novembre 1946, scriveva: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi”.


http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com
Oggi invocano l’asilo per tutti. Si commuovono alla foto del bambino riverso sulla spiaggia. Lo pubblicano in prima pagina. Dedicano attenzione sempre e solo a chi viene da lontano. Agli italiani, invece, a coloro che lasciatono Pola, Fiume e le loro case per rimanere italiani, la sinistra riservò solo odio. Lo stesso che gli permise di nascondere gli orrori delle Foibe.
“Non dovevamo dimenticare che eravamo clandestini, anche se eravamo italiani in Italia“.

FONTE:http://www.ilgiornale.it/news/politica/tornate-casa-vostra-quando-sinistra-cacciava-i-profughi-perc-1169028.html

Cambiano i colori ma l’odio contro i profughi resta sempre lo stesso



Di Pietrangelo Buttafuoco


Puzza più un tinello lindo che un centro d’accoglienza. È il tanfo dell’odio. Chiamare clandestini i profughi per poterli prendere a calci e magari scorreggiare cinismo davanti alla foto del bimbo morto è un già visto dell’odio. Diocenescampi ci vanno col tricolore in mano a gridare “fuori i clandestini”. Lo fanno in nome dell’identità e reclamano – al limite, purché ci sia un limite – di far entrare solo i cristiani e non altri per non inquinare la civiltà.






Una scena già vissuta, questa. Nel 1947, in Italia, i profughi in fuga dalla morte non sono “clandestini”, bensì “fascisti”. Sono, infatti, gli italiani a sbarrare il passo ad altri italiani che scappano dalla Jugoslavia di Tito. Assurdo fuggire dal paradiso socialista, no? E’ il 18 febbraio: il treno che trasporta gli esuli dalmati scampati alle foibe arriva alla stazione di Bologna e viene preso d’assalto. I disperati a bordo, disidratati, osservano la folla minacciosa versare sui binari il latte caldo portato dalla Croce Rossa.
Solo i sassi e gli sputi, scagliati contro il convoglio, possono dissetarli. Stessa sorte tocca a una nave di povericristi dell’esodo giuliano-dalmata. Non può attraccare al porto d’Ancona. Bandiera rossa in pugno si reclama la difesa dell’identità: la civiltà non inquinabile della democrazia.
L’odio, nella storia, ama ritorcersi nel contrario del suo esatto contrario. Ed è sempre un già visto. Il tricolore e la falce & martello sono intercambiabili. Lo slogan “prima gli italiani”, oggi, rischia di diventare parente del “no pasaran”. Il cinismo del Pci può replicarsi nel veleno populista se, Diocenescampi, dal ruminare slogan si passi poi ai fatti sempre più sbrigativi dell’altolà.
Non è più sufficiente ricordare di essere stati noi emigranti per rispecchiarsi nei migranti, è urgente specchiarsi nell’odio il cui tanfo ci rende parenti.
L’odio vive nelle trasfigurazioni. La sinistra – pur figlia di quella mattina alla stazione di Bologna – è diventata buonista. La destra – il cui difetto è l’incapacitante progetto politico – è diventata ideologica. Se non ci sono più i comunisti a fare dei profughi dei cani a cui negare un sorso d’acqua, ci sono già pronti tanti bravi signor Veneranda a latrare dai loro tinelli lindi contro la nuova classe sociale fattasi spettro e aggirantesi tra le macerie dell’Europa. Non più il proletariato ma il profugo.
La destra, invece che intestarsi l’odio, dovrebbe denunciare l’origine di questo esodo: avere assecondato – con la mitologia liberale occidentalista – la sciagurata guerra in Siria, appoggiandosi ai ribelli presto svelatesi fondamentalisti tagliagole. O la cieca fede nella truffa criminale altrimenti nota come “primavera araba” che nello scannare Gheddafi, in Libia, con le le bombe demografiche ha moltiplicato gli avamposti dell’Isis, speculari – in tema d’odio – a chi la guerra la vuole viva e aspra sempre per dominare nel caos neo-conservatore la disperazione di tutti: quella di chi scappa e quella di chi non sa più come accogliere.
Perché poi una differenza tra quei profughi italiani e i profughi di oggi c’è: l’Italia del 1947 una sua sovranità, pur tra le macerie della guerra, ce l’aveva. Quella di oggi no. Solo una cosa rischia di restare uguale, l’odio: italiani con la bandiera rossa, ieri, contro i profughi; italiani col tricolore, oggi, contro i profughi. Un già visto. In un mutare di colori.


FONTE:http://www.ilfattoquotidiano.it/

http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=51919

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