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Guerra di spie tra Usa e Cina: arrestata figlia capo di Huawei

Di Valentina Dardari 
È stata arrestata in Canada Meng Wanzhou, capo finanziario di Huawei nonché figlia del fondatore, Ren Zhengfei.
L’accusa sarebbe riguardante delle violazioni alle sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran. L’ambasciata cinese ha richiesto la liberazione accusando l’America di violazione dei diritti umani. Solo due settimane fa il Presidente Trump aveva invitato gli alleati a non usare la compagnia di telecomunicazioni cinese, perché sospettata di spionaggio. Gli Stati Uniti hanno emesso un mandato di arresto nei confronti di Wanzhou che è stata fermata sabato 1 dicembre all’aeroporto di Vancouver. L’udienza è fissata per domani venerdì 7 dicembre a Vancouver, e gli Stati Uniti ne hanno richiesto l’estradizione.
Guerra aperta quindi tra Usa e Cina. L’arresto è arrivato proprio in concomitanza all’allontanamento di Huawei da British Telecom per possibile rischio spionaggio. In Italia è in corso un accertamento da parte del Copasir. Questa nuova crisi diplomatica tra le due potenze mondiali arriva in un momento in cui Cina e Stati Uniti avevano deciso di comune accordo una tregua sui dazi. Donald Trump e Xi Jinping si erano infatti dati tre mesi di tempo per potersi accordare. Dopo gli ultimi avvenimenti l’intesa rischia di frantumarsi. Il colosso cinese ha dichiarato in un comunicato “Non siamo a conoscenza di alcun illecito commesso dalla direttrice finanziaria”. Huawei è presente in decine di Paesi in tutto il mondo, sia con la sua rete tecnologica che con i suoi smartphone. Da anni Washington accusa il colosso di agire per minare la sicurezza degli Stati Uniti, favorendo in questo modo il governo di Pechino. Huawei ha sempre negato ogni accusa sottolineando che l’azienda è privata e non ha nessun collegamento con il governo.

Kubark Counterintelligence Interrogation, il manuale sulle tecniche di interrogatorio dure della CIA

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Il Kubark Counterintelligence Interrogation è un manuale su tecniche di interrogatorio dure ovvero di tortura, di diretta derivazione militare, elaborato in USA e rivolto ai funzionari e agli agenti della CIA (Central Intelligence Agency), elaborato a seguito degli esperimenti condotti nel progetto MKULTRA.
La parola Kubark è un criptonimo con cui la CIA designava se stessa[1].

Storia

Il testo, del giugno 1963, è stato tenuto segreto fino al 24 gennaio 1997, quando è stato desecretato dalla NSA(National Security Agency) insieme ad un altro documento della CIA, lo Human Resource Exploitation Manual del 1983, per la cui realizzazione fu utilizzato in larga misura anche il "Kubark".
La divulgazione è stata possibile in seguito all'applicazione del Freedom of Information Act (FOIA), una legge degli Stati Uniti che obbliga il Governo a rendere noti i documenti ufficiali.

Contenuto e struttura

Il Kubark Counterintelligence Interrogation è un rapporto di 126 pagine basato su ricerche e inchieste scientifiche condotte da specialisti (contiene un'approfondita bibliografia) e redatto per l'addestramento all'ottenimento di informazioni di intelligence utili e necessarie alla sicurezza nazionale.
Il manuale è strutturato in dieci parti nelle quali vengono analizzate le figure dell'interrogato e dell'interrogante, lo screening (indagine, verifica) e i preliminari all'interrogatorio, le tecniche di controspionaggio (CI - counterintelligence) non coercitive e quelle coercitive in caso di “fonti resistenti” (resistant sources). Lo studio inizia con la trattazione dell'interrogatorio in generale (parti I, II, III, IV, V, VI) e continua con l'interrogatorio di controspionaggio (VII) e dell'esame di fonti resistenti (VIII, IX, X).
Il testo è stato diffuso con numerose parole e righe censurate; sono presenti parole in codice, alcune delle quali svelate, come Kubark che indica la CIA, MKULTRA cioè un progetto segreto della CIA (terminato nel 1973) per realizzare esperimenti sul controllo della mente umana, odenvy che sarebbe l'FBI (Federal Bureau of Investigation).

  1. ^ Prisoner Abuse: Patterns from the Past, su National Security Archive Electronic Briefing Book No. 122URL consultato il 5 settembre 2006.

MKULTRA: la CIA e il controllo della mente

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Di Giovanni Zagni
Intorno alle due del mattino del 28 novembre 1953, un uomo di nome Frank Olson venne trovato agonizzante sul marciapiede di fronte a un albergo di New York. Era caduto da una camera al decimo piano, rompendo i vetri della finestra chiusa, e indossava solo biancheria. Morì prima dell’arrivo dell’ambulanza. Nella stanza 1018A il custode di notte trovò un uomo seduto in bagno con la testa tra le mani. Pochi minuti prima aveva telefonato a un uomo dicendo solo: «È andato» («Hes gone») e ricevendo in risposta un altrettanto laconico: «Molto male» («That s too bad»).
Frank Olson era un biologo assegnato alla Divisione operazioni speciali (SOD) del Centro biologico dell’esercito USA di Camp Detrick, nel Maryland, in cui si portavano avanti ricerche sulle armi chimico-batteriologiche per l’esercito e la CIA. I suoi superiori lo tenevano da conto come un esperto nel suo campo e nessuno aveva mai notato che soffrisse di qualche tipo di disturbo mentale. Il 19 novembre 1953, nove giorni prima della sua morte, stava partecipando a una riunione riservata con membri dell’esercito e dei servizi segreti, in una baita a Deep Creek Lake, una località sperduta a circa centocinquanta chilometri dalla base.
Tre dei dieci partecipanti facevano parte di un’unità della CIA chiamata Technical Services Staff (TSS) e, dopocena, uno di loro versò senza farsi notare una piccola quantità di LSD in una bottiglia di Cointreau. Tutti i presenti tranne due bevvero; dopo una ventina di minuti, uno dei tre comunicò che erano stati drogati. L’allucinogeno fece effetto e verso l’una di notte tutti stavano ridendo e non riuscivano a portare avanti una conversazione sensata, per cui si ritirarono per la notte.
Dopo essere tornato a casa dalla sua famiglia per il fine settimana, Olson si presentò al lavoro il lunedì successivo in uno stato che assomigliava ad una profonda depressione. Il suo superiore, dopo alcune conversazioni con lui, decise che Olson aveva bisogno di assistenza medica immediata. Il 24 novembre venne accompagnato dal suo diretto superiore e da un uomo della CIA di nome Robert Lashbrook da un medico di New York, un immunologo di nome Harold Abramson, che partecipava ad alcuni programmi di ricerca sostenuti dai servizi segreti. Dopo le visite di Abramson, venne deciso che Olson aveva bisogno di essere ricoverato in un’unità psichiatrica.
La sera del venerdì successivo, 27 novembre, Olson e Lashbrook si registrarono allo Statler Hotel, di fronte a Penn Station. Più avanti, Lashbrook avrebbe testimoniato che, a cena, «Olson non sembrava più particolarmente depresso, e quasi il dottor Olson che conoscevo prima dell’esperimento». Andarono a letto intorno alle undici, dopo aver guardato un po di televisione. Tre ore più tardi Lashbrook venne svegliato dal rumore dei vetri infranti.
Per anni, la morte di Frank Olson rimase del tutto sconosciuta all’opinione pubblica americana, ad eccezione dei pochi che prestarono attenzione ai sintetici trafiletti sui giornali che diedero notizia del suicidio. Poi, a metà degli anni Settanta, una serie di inchieste del Congresso sulla CIA fecero emergere una verità inaspettata: che Frank Olson era il risultato più tragico, almeno tra quelli che era possibile documentare, di un vasto programma segreto portato avanti per oltre dieci anni dai servizi segreti sulle tecniche di manipolazione mentale, denominato MKULTRA.
1. Una nuova parola
Nel 1953 gli Stati Uniti stavano uscendo dall’impegno nella guerra di Corea. Da pochi anni aveva fatto il suo ingresso nella lingua inglese una nuova parola, brainwashing: un calco del cinese xi nao, letteralmente “lavare il cervello”. Si riferiva alle pratiche di pressione fisica e soprattutto psicologica che i cinesi e i nordcoreani erano accusati di portare avanti per manipolare il pensiero dei prigionieri politici o di guerra. Era stata popolarizzata da un libro del giornalista Edward Hunter, Brainwashing in Red China, che aveva descritto quelle pratiche grazie ai racconti di rifugiati politici a Hong Kong.
Gli spettacolari processi politici nel blocco sovietico, in cui gli imputati confessavano crimini che non avevano mai commesso, fecero nascere sospetti su tecniche simili usate dalla superpotenza comunista. Qualche anno più tardi, il lavaggio del cervello e la manipolazione mentale sarebbero entrati definitivamente nella cultura popolare attraverso il romanzo di Richard Condon The Manchurian Candidate, uscito nel 1959, e soprattutto con il film omonimo, in cui recitava Frank Sinatra. Nel film, il figlio di una famiglia politica americana subisce il lavaggio del cervello da parte dei nordcoreani quando viene catturato nella guerra di Corea e viene “programmato” per diventare un assassino.
Nell’atmosfera di profondo sospetto che avvolgeva quei primi anni della guerra fredda, alcuni episodi aumentarono le paure della CIA che il blocco comunista avesse a disposizione nuove armi nei loro arsenali, in grado di modificare lo stesso pensiero del nemico. Nel febbraio del 1952, l’ambasciatore americano in Unione Sovietica George Kennan paragonò davanti a un giornalista la vita nel paese comunista al suo periodo di prigionia nella Germania nazista. Pochi mesi dopo fu dichiarato persona non grata da Stalin ed espulso dal paese.
Kennan era uno dei diplomatici più importanti nei primi anni del secondo dopoguerra e uno dei principali artefici della politica estera americana nei primi anni della Guerra fredda. Qualunque fossero le sue reali motivazioni per lasciarsi andare a osservazioni così poco diplomatiche, alla CIA pensarono che Kennan potesse essere stato manipolato con tecniche che i servizi segreti occidentali erano ancora ben lontani dal controllare.
Non diversamente da quanto sarebbe accaduto pochi anni dopo per l’esplorazione spaziale, con il lancio del primo satellite del programma Sputnik, gli alti gradi dei servizi segreti americani sentirono l’ansia e l’incertezza di essere rimasti indietro rispetto ai sovietici. Alcuni agenti all'interno della CIA concentrarono la loro attenzione su un prodotto incolore, inodore e insapore sintetizzato nel 1938 nei laboratori del colosso chimico Sandoz, in Svizzera. Estratto dall’ergot, un fungo parassita della segale, era prodotto in piccole quantità dalla sola Sandoz e aveva potenti effetti allucinogeni anche in bassissime dosi. Si chiamava dietilamide-25 dell’acido lisergico o, dalla sigla del suo nome tedesco, LSD.
Secondo alcuni rapporti, l’URSS si stava impegnando nella produzione di grandi quantità di LSD, fino ad allora usato solo come farmaco per il trattamento della schizofrenia. Nel 1952 il capo del settore medico della CIA scrisse: «ci sono molte prove, nei rapporti di innumerevoli interrogatori, del fatto che i comunisti abbiano utilizzato droghe, coercizione fisica, elettroshock e forse ipnosi contro i loro nemici. Con queste prove è difficile trattenere la rabbia contro il nostro apparente lassismo». Era arrivato il momento di agire – e il nuovo direttore della CIA avrebbe permesso di lì a poco che si agisse in grande stile.
2. Un nuovo campo di battaglia
Il 10 aprile 1953, in un discorso all’università di Princeton, Allen Dulles parlò delle «tecniche per la perversione del cervello» che venivano impiegate al di là della Cortina di ferro e annunciò che «il controllo della mente è il grande campo di battaglia della Guerra fredda, e dobbiamo fare qualsiasi cosa per uscirne vincitori». Dulles era il nuovo capo della CIA da due settimane, e tre giorni più tardi autorizzò l’operazione MKULTRA, il più grande programma per investigare le tecniche di controllo mentale dell’intelligence USA.
Era l’erede di alcune iniziative più piccole intraprese negli anni precedenti, che avevano nomi meno inquietanti come Bluebird e Artichoke, e rimase a lungo conosciuto solo da poche persone all’interno della stessa agenzia. Prima che MKULTRA venisse interrotto, la CIA spese milioni di dollari per somministrare LSD e altre sostanze psicotrope a centinaia di americani, spesso senza il loro consenso, con il fine di studiare le possibilità di controllo sulla mente umana – e di utilizzo di quelle stesse sostanze nello spionaggio internazionale.
Nella sua presentazione del programma a Dulles, Richard Helms – allora uno dei più alti responsabili della CIA, più tardi a capo dell’agenzia – chiarì che l'obbiettivo era quello di «investigare lo sviluppo di un materiale chimico che causa uno stato mentale aberrante, reversibile e non tossico» con la possibilità di «screditare individui, ottenere informazioni e impiantare suggestioni e altre forme di controllo mentale». Come i sovietici potevano aver indotto Kennan ad affermazioni sopra le righe pochi mesi prima, pensavano allora i servizi segreti, alti ufficiali sovietici potevano essere indotti a figuracce internazionali con le nuove tecniche di manipolazione del pensiero. Negli interrogatori delle spie esse avrebbero trovato ugualmente un campo di applicazione ideale.
L’uomo che aveva ordinato di versare l’LSD nel bicchiere di liquore di Frank Olson, quel giorno di novembre del 1953, si chiamava Sydney Gottlieb. Il New York Times lo definì molti anni più tardi “l’uomo che portò l’LSD alla CIA”. Gottlieb, che i suoi amici e collaboratori descrivevano come una delle persone più brillanti che avessero mai conosciuto, era nato a New York nel 1918 e all’età di 33 anni, dopo un dottorato in biochimica al Caltech, entrò nella CIA diventando presto capo di un piccolo settore dal nome oscuro, dedicato ai “servizi tecnici” ( Technical Services Staff, TSS).
Gottlieb era un uomo curioso e inquieto, che dopo aver abbandonato la religione ebraica dei suoi genitori passò dall’agnosticismo al buddismo zen con molti passaggi intermedi. Una malformazione congenita del piede gli dava una lieve zoppia e gli fece evitare, con suo grande disappunto, il servizio militare durante la Seconda guerra mondiale.
Nei primi anni della sua lunga carriera di agente, Gottlieb partecipò ad alcuni piani segreti per l’assassinio di leader nemici degli Stati Uniti. Venne inviato a Cuba per cercare di avvelenare i sigari di Fidel Castro. In un’altra occasione andò in Congo con l’obbiettivo di assassinare il primo leader eletto della neonata repubblica, Patrice Lumumba. Entrambi i piani fallirono. In patria, Dulles lo mise a capo del neonato MKULTRA.
Affascinato dalle droghe e in particolare dall’LSD, che secondo un amico di famiglia assunse «centinaia di volte», Gottlieb aveva imparato alcuni trucchi da un illusionista di Broadway molto famoso in quegli anni, John Mulholland. Nel 1953 Mulholland lasciò il mondo dello spettacolo per mettere le sue abilità al servizio di una causa diversa: insegnare agli agenti della CIA come somministrare LSD e altre sostanze a persone ignare attraverso le bevande, i sigari o gli spazzolini da denti. Gli agenti segreti trovarono presto il modo di utilizzare quegli insegnamenti.
3. Brutti viaggi
All’inizio di MKULTRA, gli agenti della squadra di Gottlieb sperimentarono l’LSD su loro stessi. Un tipico esperimento consisteva nel chiudere per ore due agenti in una stanza, fargli assumere l’acido e registrare gli effetti su sé stessi e sul compagno. Poi gli agenti acconsentirono a passare a una fase in cui si sarebbero drogati a vicenda, senza sapere quando né come, per osservare la reazione di chi era sottoposto all’LSD senza potersi preparare psicologicamente. Poco dopo aver ingerito la droga, veniva comunicato all’agente che stava per cominciare un “viaggio”.
L’LSD non crea dipendenza e i suoi effetti variano molto da persona a persona e da un’assunzione a un’altra. Ci furono casi, in quella prima fase, di “brutti viaggi”, le esperienze profondamente negative e potenzialmente scioccanti in cui può incorrere a volte chi fa uso di allucinogeni: in uno di essi, come scrivono Martin Lee e Bruce Shlain nella loro storia dell’LSD Acid Dreams, un agente vagò per ore per Washington, terrorizzato dalle macchine di passaggio – che gli apparivano come enormi mostri dagli occhi fluorescenti – dopo che i suoi colleghi avevano drogato il suo caffè mattutino e non erano riusciti a impedire che lasciasse la sede della CIA sotto gli effetti della droga.
Ma gli uomini di Gottlieb non si lasciarono spaventare dalle occasionali esperienze negative e pensarono che fosse arrivato il momento di passare a qualcosa di diverso. Una delle prime sperimentazioni condotte fuori dall’agenzia si tenne a Lexington, Kentucky, con la collaborazione del National Institute of Mental Health e del dottor Harris Isbell, che riceveva soldi dalla CIA attraverso un finto programma della Marina. Il Centro di riabilitazione di Lexington era una grande prigione federale per tossicodipendenti, quasi tutti neri, che scontavano pene per reati di droga.
Alcuni detenuti si offrirono volontari per una non meglio specificata ricerca scientifica, dietro la promessa di dosi di droga o di uno sconto di pena: firmarono un foglio di consenso generico e vennero loro somministrati allucinogeni e nuove droghe fornitegli dalla CIA. In un caso, Isbell diede a un gruppo di sette detenuti LSD per 77 giorni consecutivi. Davanti a una commissione del Congresso, nel 1975, Isbell disse che a Lexington era stato fatto «un lavoro davvero eccellente», anche se non venne mai effettuato un controllo successivo sulle persone sottoposte agli esperimenti più estremi.
Presto MKULTRA si espanse molto al di là dei dipendenti della CIA, degli istituti di pena e delle strutture di ricerca. Un appartamento nel Greenwich Village di New York, ad esempio, venne trasformato in una sorta di casa di appuntamenti – con spese di ristrutturazione pagate dalla CIA – in cui veniva somministrato LSD ai “clienti” drogando le loro bevande. A capo del “sottoprogetto n.3” di MKULTRA venne messo un agente della narcotici di lungo corso di nome George White, che aveva già lavorato con i servizi segreti durante la guerra nei primi test che prevedevano luso della marijuana come siero della verità.
White, un uomo massiccio con la reputazione da duro e una personalità decisamente sopra le righe, adescava le persone nei bar di New York presentandosi come un artista o un marinaio di nome “Morgan Hall”, le invitava nell’appartamento e le drogava, poi verificava gli effetti della droga sulla sincerità dei suoi ospiti e la loro volontà di parlare di informazioni compromettenti.

Quegli ex ufficiali della Cia alla corte degli Emirati Arabi

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Di Roberto Vivaldelli
Gli Emirati Arabi si affidano ad ex agenti della Cia per creare la loro agenzia d’intelligence su modello occidentale e addestrare il personale. Gli ex funzionari del governo degli Stati Uniti e dell’intelligence americana sono particolarmente attratti, come rivela Foreign Policy, dalla possibilità di intraprendere carriere redditizie nel Golfo Persico. I corsi avvengono principalmente in un edificio non lontano dal porto nord-orientale di Zayed ad Abu Dhabi, in una lussuosa villa con piscina, e in un altro luogo situato a circa 30 minuti dal centro della capitale chiamato “The Academy”, che ricorda la “Farm” della Cia a Camp Peary, un centro di addestramento situato nel sud-est della Virginia. “I soldi erano tanti”, ha confermato uno degli ex funzionari coinvolti. “Prendevo circa 1000 dollari al giorno e potevo vivere in una villa o in un hotel a cinque stelle ad Abu Dhabi”.

Gli uomini della Cia alla corte del principe

Chi sta aiutando gli Emirati Arabi in quest’attività? Secondo la rivelazione di Foreign Policy la figura chiave dietro questa crescente attività di addestramento dell’intelligence è Larry Sanchez, un ex ufficiale dei servizi segreti Usa, esperto di terrorismo. È conosciuto per aver dato il via a una collaborazione tra la Cia e il Dipartimento di polizia di New York per contrastare la radicalizzazione, arrestando numerosi potenziali terroristi nelle moschee, centri di aggregazione e in altri luoghi nella grande mela. Veterano di lunga data di servizi clandestini e missioni segrete della Cia, Sanchez ha lavorato per sei anni alla corte del principe ereditario di Abu Dhabi per costruire un’agenzia di intelligence praticamente da zero. E non è l’unico ex militare Usa coinvolto. 
Come racconta il New York TimesErik Prince, venduta la Blackwater nel 2010, ha fondato un’altra agenzia, la Frontier Services Group, e si è trasferito negli Emirati come consulente per la sicurezza, creando inoltre un battaglione di soldati stranieri al servizio del principe ereditario. Come lui anche Richard Clarke, già a capo dell’antiterrorismo alla Casa Bianca e ora consulente di lunga data del principe in qualità di amministratore delegato della Good Harbor Security Risk Management.

Chi è Larry Sanchez

Nel corso della sua carriera alla Cia, Sanchez ha lavorato come agente sotto copertura in altre agenzie e organizzazioni. Nel 2002, poco dopo gli attacchi terroristici dell’11 settembre, George Tenet, allora direttore dell’intelligence centrale, mandò Sanchez a lavorare a New York con David Cohen, il vice commissario dell’intelligence presso la polizia di New York. Nella grande mela Sanchez fornì alle forze dell’ordine informazioni sui contatti di al Qaeda in città. Il Nypd, a sua volta, inviò gli ufficiali a infiltrarsi nelle moschee e nelle comunità musulmane, così come in ogni altro posto indicato dagli informatori. L’obiettivo era quello di prevenire un altro 11 settembre.
In quel periodo, il Dipartimento di New York aveva una relazione insolita con gli Emirati, i quali donarono alla polizia newyorkese un milione di dollari per consentire al Dipartimento di “mettere in campo detective in tutto il mondo per lavorare con le forze dell’ordine locali e contrastare il terrorismo”. Proprio in quegli anni Sanchez diventò amico di alti funzionari arabi, come Sheikh Khalifa bin Zayed Al Nahyan, il governatore di Abu Dhabi.
Secondo un’indagine della interna Cia del 2011, benché non siano state riscontrate particolari violazioni della legge, questo rapporto controverso tra la principale agenzia di spionaggio della nazionale e un dipartimento di polizia locale stava erodendo la fiducia pubblica. E ora negli Usa ci si interroga se sia opportuno che ex agenti dell’intelligence facciano formazione in un paese straniero: in gioco ci sono informazioni riservate e soprattutto l’interesse nazionale degli Stati Uniti. 

007 rivelano, sventato attentato contro Theresa May. Due arresti

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Il piano era far esplodere un ordigno rudimentale di fronte al civico 10 di Downing Street, per poi cercare di accoltellare Theresa May nel caos che ne sarebbe seguito. I servizi segreti britannici (MI5) hanno annunciato di avere sventato un progetto di attentato al primo ministro britannico.
Due uomini sono stati arrestati il 28 novembre scorso a North Kensington, a ovest di Londra, con l'accusa di voler assassinare il capo del governo britannico. A fare i nomi dei due sospetti è oggi il Sun, scrivendo che si tratterebbe di Naàimur Zakariyah Rahman, di 20 anni, e di Mohammed Aqib Imran, 21 anni. Entrambi risultano già incriminati per il presunto progetto di attentato e attendono ora di comparire davanti a un giudice.
Rahman sarebbe l'aspirante attentatore. Al momento del suo arresto da parte di un commando antiterrorismo è stato trovato in possesso di due ordigni artigianali. Rahman avrebbe voluto fare irruzione a Downing Street con una cintura esplosiva, uno spray al peperoncino e un coltello con l'obiettivo di uccidere Theresa May. Imran è invece considerato dagli investigatori un possibile fiancheggiatore, che aspirava ad affiliarsi all'Isis. È accusato di avere tentato di ottenere un passaporto falso e di voler raggiungere la Libia.
Nel rapporto i Servizi hanno riferito al Consiglio dei Ministri di almeno nove progetti di attentato significativi scongiurati da servizi di sicurezza e polizia britannica dopo l'attacco compiuto a Westminster dal 'lupo solitario' Khaled Masood a marzo. E secondo il Times viene definita "senza precedenti" la minaccia affrontata in questi mesi - nei quali peraltro diversi attacchi sono andati a segno a Londra e un attentatore suicida è riuscito a far strage alla Manchester Arena. Il numero d'atti terroristici sventati negli ultimi 4 anni nel Regno Unito, dopo l'uccisione del militare Lee Rigby, assomma invece a 22 episodi, stando sempre all'MI5.

I legami tra la Cia e Hollywood: così vengono modificati i film

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Di Michele Crudelini
L’influenza della CIA e del Pentagono nella produzione dei film di Hollywood potrebbe essere stata molto sottovalutata. Dal nuovo dossier sull’assassinio di J.F. Kennedy al documento che rivelerebbe un Adolf Hitler sopravvisuto all’aprile 1945, i nuovi file desecretati della Cia possono svelare scenari prima impensabili.

L’inchiesta che inchioda Hollywood

Non ultimo il ruolo della stessa Central Intelligence Agency e del Pentagono nella supervisione e nella produzione di numerosi lavori cinematografici girati ad Hollywood. A rivelarlo sono stati due giornalisti investigativi americani, Tom Secker e Matthew Alford. I due hanno pubblicato lo scorso luglio 2017 su Inseurgeintelligence una dettagliata ricerca frutto di un lavoro d’analisi sui documenti desecretati recentemente grazie al Freedom of Information Act. 4.000 pagine che hanno portato i due giornalisti ad una conclusione: “Questi documenti per la prima volta dimostrano che il governo degli Stati Uniti ha collaborato dietro le quinte alla produzione di oltre 800 pellicole famose e a più di 1.000 titoli televisivi”.

Da Iron Man a 007, tutte le pellicole travisate dal Pentagono

Dal corposo dossier emerge infatti come una figura precisa, tale Phil Strub, abbia recitato un ruolo da protagonista come collegamento tra il Pentagono, suo abituale luogo di lavoro, e Hollywood. Procediamo con alcuni esempi. Secondo i due giornalisti,, durante il set della pellicola Iron Man, Phil Strub avrebbe esercitato pressione sul regista per togliere una battuta. La stessa faceva un chiaro riferimento alla diffusione dei suicidi tra le truppe americane. Un altro argomento considerato tabù, sempre dal Pentagono, risulterebbe essere il Vietnam.
Anche in questo caso la mano di Phil Strub avrebbe agito per “censurare” una battuta sul pantano vietnamita fatta nella pellicola di James Bond – Tomorrow Never Dies. Ancor più duro è invece stato l’atteggiamento dei vertici militari americani sul tema Iran-Contras. Uno scandalo che aveva portato addirittura alla condanna degli Stati Uniti da parte della Corte Internazionale di Giustizia. Il film Countermeasures avrebbe dovuto parlare proprio di questo, ma non vide mai la luce a causa di una dichiarazione dell’onnipresente Strub: “Non abbiamo alcun bisogno di far ritornare alla mente del pubblico l’affare Iran-Contras”.

La Cia avrebbe modificato “Ti presento i miei”

Non poteva esimersi da questo lavoro censorio anche la Central Intelligence Agency. La stessa avrebbe influenzato anche una pellicola apparentemente innocua come “Ti presento i miei”.  Nella scena in cui il protagonista, interpretato da Ben Stiller scopre la vera identità del padre della moglie, ex agente CIA, si sarebbero dovuti intravedere dei “manuali di tortura sul tavolo”. Nella pellicola finale, invece, c’è spazio solo per le foto di Robert De Niro in compagnia di diversi esponenti politici. I due giornalisti si sono impegnati talmente tanto in quest’inchiesta da essere arrivati anche alla pubblicazione di un libro “National Security Cinema”, che spiega in maniera più dettagliata le loro scoperte.

L’influenza della CIA su Hollywood non è una sorpresa

Il ruolo presunto degli apparati politici di potere americani sui film non è però una novità. Sempre Matthew Alford, stavolta con Robbie Graham, pubblicava un’inchiesta nel 2008 sul The Guardian. In quel caso veniva denunciato come la CIA avesse aperto un apposito dipartimento dall’esplicito nome “Entertainment Liaison Office” (“Ufficio di collegamento al divertimento”) proprio per monitorare ciò che veniva prodotto ad Hollywood. Il capo di quest’ufficio non sarebbe stato altri che Chase Brandon, un nome apparentemente innocuo, ma che risulta essere cugino dell’attore Tommy Lee Jones.
Le connessioni tra CIA e Hollywood non finiscono qui. Luigi Luraschi, uno dei vertici della Paramount nei primi anni ‘50, aveva lavorato parallelamente anche per la stessa CIA. Questi legami sono stati oggetto di numerose altre pubblicazioni, tra cui “In Secrecy’s Shadow – The OSS and CIA in Hollywood Cinema”, di Simon Willmets e “The CIA in Hollywood” di Tricia Jenkins. La recente inchiesta dei due giornalisti investigativi è stata poi ripresa da diverse testate, come The Independent Al Jazeera.
Sembra dunque che anche nel sistema considerato più democratico al mondo, le produzioni artistiche debbano passare attraverso il consenso degli apparati di Stato. Un po’ come avveniva ai tempi di Boris Sumjatskij, colui che per conto di Yosif Stalin aveva il compito di controllare la coerenza delle produzioni cinematografiche con il sistema sovietico.

Le eccezioni alla censura americana

C’è tuttavia da dire che in questa realtà oscura dipinta dai due giornalisti non viene spiegato come pellicole quali “Full Metal Jacket” di Stanley Kubrick e “Heaven & Heart” di Oliver Stone, per citarne solo alcune, abbiano potuto prosperare e diventare dei veri e propri cult. Proprio nel film di Kubrick è più che presente il tema del suicidio dei militari, ritenuto  invece oggetto di censura secondo l’inchiesta uscita di recente. Se l’influenza esercitata dalla CIA e dal Pentagono su Hollywood esiste, risulta ancora enigmatico quanto questa possa estendersi e quanta libertà di rifiuto hanno invece gli artisti del cinema americano. 

Ong, si muove un'altra procura. E spuntano le mappe degli 007

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Di Sergio Rame
In campo non c'è solo il pm di Catania Carmelo Zuccaro. Anche la procura di Trapani starebbe indagando sui soccorsi delle Ong nel Mediterraneo.
La notizia è confermata da fonti giudiziarie ma il procuratore aggiunto, Ambrogio Cartosio, sul punto preferisce "non parlare". E nulla vuole dire, né per confermare né per smentire, relativamente alle indiscrezioni su un'inchiesta penale a carico di una organizzazione non governative in particolare che sarebbe entrata in azione in assenza di una richiesta di aiuto e di un intervento da parte delle autorità italiane.
Dal primo gennaio a Trapani sono sbarcati 2.370 immigrati. L'accusa, che viene mossa alle Ong dalla procura, sarebbe di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. L'indagine trapanese viene condotta dalla polizia di Stato che, però, non intende commentare. Fascicoli sono stati aperti anche dalle procure di Catania, Palermo e Siracusa. Su tutta la vicenda, però, c'è sin troppo riserbo. Tanto che è sempre più difficile mettere insieme la verità. Solo Zuccaro si espone chiedendo, in audizione davanti alla commissione Difesa del Senato, uno sforzo maggiore da parte dello Stato. "Sui contatti tra Ong e trafficanti - spiega il pm di Catania - non ho chiesto ai servizi di intelligence di avere dati che comunque non potrei utilizzare in sede processuale. I dati di cui dispongo provengono da Frontex, dalla Marina, dalla Guardia costiera".
In realtà, secondo quanto rivela il Messaggero, i servizi segreti italiani, in particolar modo l'Aise, starebbero seguendo ormai da diverso tempo i movimenti tra le coste libiche e le acque nazionali. "Si è allungato il percorso compiuto in mare dalle navi che salvano i migranti che attualmente, sempre più frequentemente, entrano nelle acque libiche", aveva spiegato lo scorso marzo il direttore dell'Aise, Alberto Manetti, mostrando alcune slide con le rotte battute dagli scafisti nel Mar Mediterraneo. "Al momento - aveva, però, messo le mani avanti - non risulta che ci siano contatti tra le organizzazioni governative e i trafficanti". Proprio da quelle slide emergeva con chiarezza come le Ong si fossero ripartite il braccio di mare davanti a Tripoli.

Vita da spia: istruzioni della Cia agli agenti segreti in viaggio

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Dovrebbero vigilare sulla sicurezza dello Stato, non riescono nemmeno a vigilare sulla propria. C’è qualcosa che non va nella Cia: lo dimostra il leak di documenti riservati finiti nelle mani di Wikileaks, e ora diffusi in tutto il mondo. E lo dimostra anche ciò che, proprio su questi documenti, viene scritto. La vita della spia, a quanto pare, sembra molto noiosa.
Un buon esempio sono le istruzioni (riportate dall’Economist) destinate agli agenti che viaggiano. Quali sono i trucchi in aeroporto? Come ci si comporta tra un volo e l’altro? Quali sono le raccomandazioni che un buon agente segreto deve tenere a mente? Chi si immagina di scoprire arcani tenuti nascosti ai comuni mortali rimarrà deluso: la vita della spia segue regole ispirate al più banale buonsenso.
“Se usate una carta di credito personale, assicuratevi di contattare la vostra compagnia e segnalate loro che andate all’estero”, suggeriscono. Ma va, che idea. Oppure: “Non lasciate alcun oggetto elettronico o importante incustodito in camera d’albergo (paranoico, sì. Ma meglio prevenire che curare”. Sempre più sofisticati.
Per chi viaggia in Germania, è bene sapere che: “Se si arriva la domenica mattina, bisogna aspettarsi di trovare chiusi la maggior parte degli esercizi commerciali (soprattutto i negozi di alimentari)”. Ma, per fortuna, “alcuni ristoranti potrebbero essere aperti”. Solo che “Le stazioni di benzina non sono indicate per chi vuole mangiare bene”. Cose che sanno anche i bambini.
In ogni caso, “se volate con Lufthansa, gli alcolici sono gratuiti! Bevete pure (con moderatezza)”. E sempre per restare in tema sbornia, “quando la missione è compiuta, comprate pure qualcosa al Duty Free, perché siete in gamba e ve lo meritate (mi permetto di suggerire una sigle edition di whisky per il viaggiatore)”. Nemmeno fossero dei rappresentanti commerciali.
Ma il meglio di sé la Cia lo dà quando spiega come evitare i controlli aeroportuali. Roba forte, penserà il lettore. Ma si sbaglia di nuovo: “Gli ufficiali di sicurezza – dicono – si concentrano di più sui viaggiatori che mostrano, senza nessun motivo apparente, mani tremanti o il respiro accelerato”. Segni di allarme sono anche i “rossori in viso, i sudori freddi, le arterie pulsanti” e “la mancanza di contatto visivo”. In sostanza, secondo la Cia, se qualcuno ha la febbre o una sincope incipiente, rischia di finire in manette.
Ma agli agenti americani non la si fa: nell’aeroporto di Budapest sanno che “vengono usate telecamere a circuito chiuso e finti specchi per osservare i passeggeri e cogliere segni di nervosismo”. Alle Mauritius, invece, le telecamere “hanno lo zoom, così si possono notare tutte le espressioni facciali”. In Israele i sospetti scattano “in presenza di un viaggiatore solo con uno zaino”, a Tokyo “se ci si sofferma troppo a studiare il controllo dei bagagli”.
Nel caso fatale in cui si venga fermati dalla polizia, il bravo agente non dirà mai “ah” né “uhm”, né si aggiusterà i vestiti né utilizzerà espressioni come “in tutta franchezza” o “lo giuro su Dio”. E neppure fornirà eccessivi dettagli sulla questione. C’è in ballo una missione che rischia di fallire. O peggio ancora, un aereo da prendere.

Terrorismo, servizi: "Italia sempre più a rischio"

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Di Franco Grilli

Ancora allarme terrorismo in Italia e in Europa. A sottolinearlo sono stati gli stessi Servizi in una Relazione al Parlamento: "L’esposizione dell’Europa alla minaccia terroristica è testimoniata non solo dalla serie di attentati messi a segno nell’ultimo anno, ma anche dalle numerose pianificazioni sventate o fallite, con arresti anche di donne e adolescenti, dall’aumento delle segnalazioni concernenti progettualità offensive da perpetrare in territorio europeo, nonchè da valutazioni di intelligence che fanno ipotizzare ulteriori, cruente campagne terroristiche in corrispondenza con gli arretramenti militari del Califfato".
Poi l'analisi dei Servizi si sposta sulle capacità di attacco dello Stato Islamico: "Nel corso dell’anno - avvertono gli analisti - si è registrato per la prima volta un significativo ridimensionamento territoriale di Daesh che, colpito nel suo tratto distintivo, nel prestigio e nelle fonti di reddito, ha gradualmente rimodulato tattiche offensive e contenuti propagandistici, accentuando la risposta asimmetrica anche all’interno dei territori contesi, minimizzando, a livello mediatico, le sconfitte militari e intensificando l’attività di coordinamento di network per la realizzazione di attacchi al di fuori della propria area di elezione, in Occidente e non solo". 

Tra gli aspetti emergenti della pubblicistica jihadista si evidenzia "una certa evoluzione nelle strategie mediatiche. La fase espansiva dell’organizzazione di al Baghdadi si era accompagnata alla moltiplicazione e alla diversificazione di canali, prodotti e strumenti mediatici, anche con il decentramento verso strutture locali, sia realizzando pubblicazioni in più lingue, sia dedicando intere linee di produzione ad un modulo linguistico specifico, con insistiti riferimenti al Califfato quale terra ideale per vivere e costruire il proprio nucleo familiare. Alle prime, importanti sconfitte sul campo siro-iracheno è parso corrispondere un ridimensionamento quali-quantitativo dell’apparato mediatico". Poi il mirino si sposta sul nostro Paese e sul Vaticano: "Nei confronti dell’Italia, è proseguita nel corso dell’anno la pressante campagna intimidatoria della pubblicistica jihadista caratterizzata da immagini allusive che ritraggono importanti monumenti nazionali e figure di grande rilievo, tra cui il Pontefice". Per gli analisti, "i principali profili di criticità appaiono ancora riconducibili alla possibile attivazione di elementi ’radicalizzati in casa, dediti ad attività di auto-indottrinamento e addestramento su manuali on-line, impegnati in attività di proselitismo a favore di Daesh e dichiaratamente intenzionati a raggiungere i territori del Califfato". Al riguardo, "sempre più concreto si configura il rischio che alcuni di questi soggetti decidano di non partire - a causa delle crescenti difficoltà a raggiungere il teatro siro-iracheno ovvero spinti in tal senso da ’motivatorì con i quali sono in contatto sul web o tramite altri canali di comunicazione - determinandosi in alternativa a compiere il jihad direttamente in territorio italiano".
In questaottica, "ha continuato a destare attenzione il fenomeno della radicalizzazione all’interno degli istituti carcerari italiani, testimoniato anche dall’esultanza manifestata da diversi detenuti dopo gli attentati di Bruxelles e Nizza, indice di un risentimento potenzialmente in grado di tradursi in propositi ostili alla fine del periodo di reclusione. Nel contempo, è parsa da non sottovalutare l’influenza negativa esercitata in alcuni centri di aggregazione da predicatori radicali o da altri personaggi dotati di una certa autorevolezza all’interno della comunità, soprattutto nei confronti di giovani privi di adeguata formazione religiosa che potrebbero essere indotti a una visione conflittuale nei confronti dell’Occidente, foriera di derive violente".

Ecco come i Servizi segreti italiani fanno la guerra a Isis

Ecco come i Servizi segreti italiani fanno la guerra a Isis

Di Stefano Vespa
Lo hanno detto tutti e chiaramente: il rischio di nuovi attentati terroristici, in Italia e in Europa, è molto alto. Foreign fighters che tornano dai teatri di guerra, l’Isis che perde terreno e che potrebbe rifarsi mettendo all’opera le cellule all’estero, l’ipotesi di un attacco multiplo, i soliti lupi solitari: l’allarme viene dalle intelligence italiana e francese ed è il principale elemento emerso dal convegno su “Il terrorismo di matrice confessionale: caratteristiche della minaccia e strumenti per la prevenzione e il contrasto in ambito internazionale” organizzato dall’Arma dei Carabinieri.
La prevenzione resta l’arma fondamentale, a cominciare dalle carceri. Il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri ha fornito dati interessanti: sono 371 i detenuti islamici sotto controllo perché a rischio radicalizzazione, divisi in tre categorie di allarme crescente: “I monitorati sono 167 – ha detto Ferri – , gli attenzionati sono 67 e i segnalati 137. Sono 34 le persone espulse a fine pena”. E a questo proposito, nelle stesse ore del convegno il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, annunciava altre due espulsioni: sono 127 da gennaio 2015, di cui 61 quest’anno. Operazioni fondamentali, ma che non bastano. “Lo scenario globale cambia in continuazione – ha detto il generale Tullio Del Sette, comandante dell’Arma, inaugurando il convegno – e abbiamo creato delle unità speciali” riferendosi alle Uopi della Polizia, alle Api e Sos dei Carabinieri, una via di mezzo tra le forze speciali e le normali pattuglie per un intervento immediato in caso di attentato.
Il prefetto Alessandro Pansa, direttore del Dis, non ha nascosto il “rischio incombente che si può concretizzare in ogni momento” derivante dal ritorno dei foreign fighters, rischio che aumenta con il perdere terreno da parte dell’Isis sui teatri di guerra, “anche se in Italia non abbiamo grandi presenze di questo ritorno”. Sappiamo che i terroristi puntano ai cosiddetti “soft target” piuttosto che agli obiettivi strategici, più protetti, perché colpire un soggetto indifeso ha un effetto “più terrificante”. Ma Pansa è stato molto diretto nell’escludere la possibilità di un’“intelligence europea”: “Il nostro lavoro è la sicurezza nazionale. E’ evidente che la minaccia jihadista non si può combattere ognuno per sé, quindi occorre allearsi, ma su uno specifico dossier. Se cambiamo dossier, quel Paese potrebbe non essere amico, ma nemico: è difficile immaginare un’attività congiunta globale”.