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Stefano Zecchi: contro minaccia terrorismo creare aggregazione e "aver fiducia nella propria identità, nei propri valori e nella propria cultura"

Terrorismo, Zecchi: 'Occidente ipocrita. Non è libero, ma individualista’

Di Lucia Bigozzi

“L’Isis esalta l’estetica del brutto e vuole imporre all’Occidente la civiltà del ‘nero’. Ipocrita dire che è tutto come prima: alla paura si reagisce con la fiducia sulla nostra identità”. Assunto da cui muove l’analisi di Stefano Zecchi, scrittore e docente di Estetica all’Università degli studi di Milano, che con Intelligonews affronta il tema – quantomai attuale – dell’estetica della guerra individuando nei valori della nostra civiltà il miglior antidoto alla paura. 

Esiste e qual è l’estetica della guerra?

«Sì, esiste. In particolare per quanto riguarda l’Isis rilevo che si tratta di un’estetica che esalta il brutto e nega la bellezza. E’ l’immagine ricorrente e ostentata di un nero violento, volgare, che certamente ha dentro di sé una forte espressione di un’idea della guerra crudele, volutamente ostile a quelli che sono i valori del nostro Occidente che, invece, ama la bellezza, ama la cultura. L’Isis i segni della civiltà li distrugge, li fa a pezzi, li annienta. Ovvio che tutte le guerre si accaniscono contro il senso della vita, ma in questo caso le forme di rappresentazione della guerra che l’Isis manifesta sono quasi studiate per essere lette in modo contrapposto al senso della nostra civiltà»

E’ il tentativo di imporre all’Occidente una “civiltà del nero”?

«Sicuramente. Laddove viene negata la bellezza, generalmente si esalta sempre il nichilismo. Qui si potrebbe andare avanti nell’analisi e vedere come in fondo nessuna religione può essere nichilista, ma nel caso specifico c’è da rilevare una profonda contraddizione tra quelli dell’Isis e la loro idea di fare una battaglia in nome di Dio. La religione non è mai distruttiva, nichilista, propone sempre dei valori vitali e ciò è vero anche per le religioni più legate alla meditazione, penso al buddismo proiettato sull’assenza dell’azione in questa vita; eppure lo stesso buddismo non nega l’esperienza in questa vita in senso propositivo e questo lo si vede nella loro estetica»

Qual è, se c’è, l’estetica della paura?

«E’ quella della negazione della speranza. La paura intesa come sentimento che rinuncia al futuro e ci rinuncia perché non ha la passione che apre al futuro. In genere, laddove c’è paura non c’è mai speranza che sui lega a sentimenti, passioni che si aprono al futuro e che credono al futuro»

La percezione del terrore, dell’insicurezza è stata fortissima nei giorni delle stragi di Parigi, ma oggi sembra diminuire. Perché? E’ l’effetto ‘overdose’? 

«Anzitutto direi che c’è molta ipocrisia oppure un senso di superficialità quando si sostiene o si pensa che tutto è come prima delle stragi di Parigi perchè non è affatto vero. Più che a un effetto overdose, penso al fatto quasi istintivo di voler continuare la propria vita. Le abitudini, una volta consolidate, rappresentano una grande forza per il movimento quotidiano di una persona; se a queste abitudini ci si aggiunge che alcune sono proprio radicate nel sentimento della libertà, della democrazia, di un individualismo che si sente in diritto di sviluppare la vita come si crede, questo tipo di attitudini diventa fortissimo contro ciò che tende a negarle e a costringerle dentro limiti non accettabili»

Esiste un antidoto alla paura?

«Certamente. E’ l’aver fiducia nella propria identità, nei propri valori e nella propria cultura. Su questo, devo dire che Renzi ha pienamente ragione quando dice ‘un euro per la sicurezza e un euro per la cultura’ e quando indica la necessità di ripartire dalla riqualificazione delle periferie. Ho passato una vita intera a spiegare la violenza si cela nei luoghi in cui non c’è aggregazione che, invece, crea la bellezza del posto. Da questo punto di vista, le periferie sono luoghi di semina della violenza, della distruzione, della disaggregazione ed è proprio da lì che bisogna ripartire, cioè dal ripensare le città, come accaduto a Milano».

Come? 

«Milano ha fatto una scelta molto importante dopo la fine della seconda guerra mondiale con i suoi sindaci migliori, ovvero di non aggregare i piccoli Comuni all’interno della cintura urbana, come purtroppo ha fatto Roma. Infatti Milano ha un’estensione territoriale ridotta con tanti Comuni limitrofi che sono presidi sociali coi loro bar, le loro scuole. Se Sesto San Giovanni fosse diventata una vera e propria periferia milanese, altro che banlieue parigine… L’essenza della disgregazione sociale provocata dal tipo di urbanizzazione che si è sviluppata a Parigi è evidente e non è un caso che proprio in quei luoghi si siano manifestate le rivolte più violente, molto più che a Londra che ha un’altra tipologia di realtà periferica. Non so se Renzi ha avuto l’illuminazione o se qualcuno lo ha illuminato, anche se si tratta di un impegno colossale perché porta a rivedere l’idea di città»

"Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane","tornate da dove siete venuti":quando si attaccava e si rifiutava in modo xenofobo i 350mila profughi istriani e dalmati

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Di Giuseppe De Lorenzo
Il Pci non conobbe la parola “accoglienza”. Per gli italiani di Pola e Fiume solo odio. L’Unità scriveva: “Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci il pane”.

Centro smistamento profughi di Udine, 1947 http://eliovarutti.blogspot.it
“Poi una mattina, mentre attraversavamo piazza Venezia per andare a mangiare alla mesa dei poveri, ci trovammo circondati da qualche centinaio di persone che manifestavano.
http://www.bassavelocita.it
Da un lato della strada un gruppo gridava: ‘Fuori i fascisti da Trieste’, ‘Viva il comunismo e la libertà’ sventolando bandiere rosse e innalzando striscioni che osannavano Stalin, Tito eTogliatti“. Racconta così Stefano Zecchi, nel suo romanzo sugli esuli istriani (Quando ci batteva forte il cuore), il benvenuto del Pci agli italiani che abbandonarono la Jugoslavia per trovare ostilità in Italia. Quella che fino a pochi attimi prima era la loro Patria.





Quando alla fine della seconda guerra mondiale, il 10 febbraio 1947 l’Italia firmò il trattato di pace che consegnava le terre dell’Istria e della Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, la sinistra non conobbe la parola ‘accoglienza’.





 Tutt’altro. Si scagliò con rabbia e ferocia contro quei “clandestini” che avevano osato lasciare il paradiso comunista.
https://it.wikipedia.org
Trecentocinquantamila profughi istriani e dalmati. Trecentocinquantamila italiani che la sinistra ha trattato come invasori, come traditori. Ad attenderli nei porti di Bari e Venezia c’erano sì i comunisti, ma per dedicargli insulti, fischi e sputi. Nel capoluogo emiliano per evitare che il treno con gli esuli si fermasse, i ferrovieri minacciarono uno sciopero.


http://www.lavocedelnordest.eu
Giorgio Napolitano ha ragione: il Pd è davvero l’erede del Pci. La sinistra italiana, che di quella storia è figlia legittima, dimentica tutto questo. Ora si cosparge il capo di cenere e chiede a gran voce che l’Italia apra le porte a tutti i migranti del mondo. Predica l’acccoglienza verso lo straniero che considera un fratello. Quando per anni ha considerato stranieri i suoi fratelli. Gli unici profughi che la sinistra italiana ha rigettato con violenza erano italiani. Istriani e Dalmati. “Sono comunisti. Gridano ‘fascisti’ a quella povera gente che scende dalla motonave (…). Urlano di ritornare da dove sono venuti”.
http://pulcinella291.forumfree.it
Non sono le parole di Matteo Salvini. “Tornate da dove siete venuti” era lo slogan del Partito Comunista di Napolitano, Violante, D’Alema, Berlinguer e Veltroni.
L’Unità, nell’edizione del 30 novembre 1946, scriveva: “Ancora si parla di ‘profughi’: altre le persone, altri i termini del dramma. Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi”.


http://ugotramballi.blog.ilsole24ore.com
Oggi invocano l’asilo per tutti. Si commuovono alla foto del bambino riverso sulla spiaggia. Lo pubblicano in prima pagina. Dedicano attenzione sempre e solo a chi viene da lontano. Agli italiani, invece, a coloro che lasciatono Pola, Fiume e le loro case per rimanere italiani, la sinistra riservò solo odio. Lo stesso che gli permise di nascondere gli orrori delle Foibe.
“Non dovevamo dimenticare che eravamo clandestini, anche se eravamo italiani in Italia“.

FONTE:http://www.ilgiornale.it/news/politica/tornate-casa-vostra-quando-sinistra-cacciava-i-profughi-perc-1169028.html

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