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26 minuti prima della strage di Oslo


utoyapoliziaDi Pino Cabras – Megachip.

Anche a Oslo l’esercitazione antiterrorismo c’era, eccome se c’era: il più importante quotidiano norvegese, «Aftenposten», il 26 agosto 2011 ha pubblicato nella sua versione on line un articolo inquietante. Un reportage di Andreas Ground Foss conferma infatti che anche per la strage del 22 luglio 2011 si è avuto lo stesso pazzesco scenario di coincidenze presentatosi in occasione dell’11 settembre 2001 (in USA) e del 7 luglio 2005 (a Londra), così come in altre occasioni di rilevanti attentati terroristici. In tutti questi casi la scena del crimine ha letteralmente ricalcato simulazioni in corso degli apparati di sicurezza.

Il caso di Oslo in un primo momento si era prestato a un equivoco a causa di un altro articolo dello stesso «Aftenposten» che raccontava un’esercitazione del 2010, ma con la data apparente del 22 luglio 2011. Molti erano caduti nell’errore, compreso chi scrive. Mi sono scusato con i lettori di quella svista che avevo il dovere di rettificare, spiegando che avevano contribuito all’errore certi schemi interpretativi della cronaca che – visti i precedenti – mi avevano spinto subito, a caldo, a cercare se per caso anche a Oslo non vi fossero stati dei “war games” che si intersecavano con gli eventi reali. Ebbene, l’interrogativo sull’eventuale ruolo delle esercitazioni, dopo il nuovo articolo di «Aftenposten», ridiventa immediatamente una questione cruciale per il corso delle indagini sull’orribile massacro di Oslo, e riacquista una bruciante attualità.
Ho tradotto integralmente l’articolo, e consiglio di leggerlo qui di seguito. Alla fine cercheremo di trarre qualche momentanea conclusione.


C’era un’esercitazione sullo stesso scenario di Utøya del 22 luglio

di Andreas Ground Foss - «Aftenposten»
Solo poche ore prima che Anders Behring Breivik iniziasse a sparare sui ragazzi di Utøya le squadre di emergenza della polizia avevano concluso un’esercitazione in cui avevano sperimentato una situazione quasi identica.
Fin da quattro giorni prima e nello stesso venerdì in cui l’attentato fu perpetrato, unità speciali della polizia si sono esercitate in un’operazione terroristica in corso che era quasi uguale alla situazione che poche ore dopo gli ufficiali della squadra di emergenza della polizia avrebbero affrontato nell’isola di Utøya.
 «Aftenposten» ha ricevuto una conferma da fonti certe presso i funzionari della polizia di Oslo che l’esercitazione si è conclusa alle 15 di quello stesso venerdì.
Tutti gli agenti delle squadre di emergenza che sono intervenuti nel quartiere degli edifici governativi dopo l’autobomba e che più tardi sbarcarono a Utøya per arrestare Anders Behring Breivik, avevano partecipato poco prima in quella stessa giornata - nonché nei giorni precedenti – a un addestramento basato su uno scenario similissimo.
Così alla polizia non è restato che sospendere a quel punto l’esercitazione per addestrarsi direttamente nella realtà.
In base a quanto appreso da «Aftenposten», l’esercitazione si rifaceva direttamente a quanto aveva affrontato la polizia nel lago di Tyrifjorden lo stesso giorno: un attacco terrorista mobile nel quale l’unico obiettivo di uno o più esecutori consisteva nello sparare a quanta più gente possibile e poi nel fare fuoco sui poliziotti al loro arrivo.
«Era assai simile allo schema. Così ha voluto il caso», dichiara una fonte attendibile della polizia, che ha chiesto l’anonimato.

Massacro
Lo scenario dell’esercitazione della polizia non prevedeva così tante vittime come quello verificatosi a Utøya.
Le unità speciali della polizia si addestrano in continuazione. Ma ogni tre mesi i “moduli” su cui si esercitano vanno su tipi di scenario diversi.
Ci sono diversi scenari che la polizia presume possano accadere e nei quali le squadre di emergenza dovranno inserirsi. Possono essere azioni in luoghi chiusi, nelle città o in altre ambientazioni.
Secondo la polizia, questo era uno scenario su cui si sono addestrati più volte all’anno e per vari anni, soprattutto dopo alcuni eventi accaduti in altri paesi.

26 minuti
Appena 26 minuti dopo che l’esercitazione rivolta alle squadre di emergenza si era conclusa, è esplosa l’autobomba nel quartiere dei palazzi governativi. Le squadre di emergenza furono mobilitate prontamente.
Alle ore 17,30 il personale della polizia di Oslo ebbe notizia del fatto che aUtøya era in corso una sparatoria. Fu data così tanta importanza al messaggio che le squadre d’emergenza presero non solo le auto che già avevano a disposizione presso i loro uffici, ma anche le macchine che arrivavano dalla stazione di polizia di Grønland a Oslo.
Lungo il cammino, tentarono di mettersi in contatto con il distretto di polizia di Nordre Buskerud, finché alle 18,02, sei minuti prima di arrivare, presero contatto e concordarono d’incontrarsi a Storøya.
C’erano sette persone delle squadre di emergenza e tre agenti del distretto di polizia di Nordre Buskerud in un unico gommone lungo 4,9 metri. Era così appesantito che iniziava a imbarcare acqua. La polizia era assistita da un’imbarcazione civile e si diresse a Utøya.

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Ecco, dopo la lettura dell’articolo norvegese, è inevitabile che mi venga in mente un altro caso, quello di Londra. Gli attentati di Londra del 7 luglio 2005 hanno coinciso, per tempi e luoghi, con lo svolgimento di un’esercitazione anti-terroristica organizzata dall’impresa Visor Consultants. In base alla clamorosa testimonianza del direttore dell’azienda, Peter Power - registrata dal canale televisivo ITN - in corso d’opera i responsabili hanno constatato nella sala comandi che il loro scenario si realizzava ‘per davvero’ davanti ai loro occhi. Cosa disse lo stesso Peter Power?
Vale la pena leggere la trascrizione dell’intervista:

Power: Alle 9:30 stamani eravamo infatti in piena esercitazione, per una società che conta più di mille persone a Londra, un’esercitazione basata su delle bombe sincronizzate e pronte a esplodereesattamente in quelle stesse stazioni della metropolitana dov’è accaduto stamattina. Mi si rizzano ancora i capelli in testa.

ITN: Per esser più chiari, avevate organizzato un esercitazione per sapere come gestire tutto ciò ed è capitato mentre conducevate tale esercitazione?

Power: Esatto, erano circa le 9:30 stamani. Avevamo pianificato questa esercitazione per una società, per evidenti ragioni non vi dirò il suo nome, ma sono davanti alla TV e lo sanno. Eravamo in una sala piena di gestori della crisi che si incontravano per la prima volta. In cinque minuti abbiamo realizzato che quel che succedeva era vero e abbiamo attivato le procedure di gestione della crisi in modo da passare dalla riflessione lenta alla riflessione rapida, e così via.

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Di recente Miguel Martinez ha scritto sul suo blog un bell’articolo sul caso norvegese, che oltre a spiegare in modo mirabile il côté “fallaciano” dello stragista nordico - consigliava implicitamente una prudenza estrema prima di ipotizzare scenari analoghi alla strategia della tensione e allo stragismo italiano. Suggeriva in particolare di semplificare la scena anche nel caso Breivik, applicando il famoso “rasoio di Occam”. In pratica un complotto per ragioni geopolitiche ai danni del governo norvegese avrebbe potuto realizzarsi meglio con altri mezzi e non con l’azione scellerata di Breivik, che al contrario ha compattato il popolo intorno ai governanti attuali e intanto fa sì che l’attentatore possa rimanere a lungo esposto al torchio delle autorità. Il rischio per gli ipotetici mandanti sarebbe troppo alto. Ergo è improbabile che ci siano mandanti.

Il consiglio è buono. Ma dissento su un punto: il “rasoio di Occam”. Occam era un filosofo medievale, e nel suo latino diceva: «entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem». Ossia «gli elementi non sono da moltiplicare più del necessario». Usando una sensibilità del XXI secolo il concetto può suonare così: «a parità di fattori, la spiegazione più semplice tende ad essere quella esatta».
Il punto è questo, Occam diventa estremamente inadatto quando si tratta di valutare il terrorismo di questo secolo. Nella scacchiera delle mosse terroristiche gli elementi si moltiplicano, e si complicano oltre ogni necessità normalmente misurata dall’uomo della strada o perfino dalle redazioni degli organi di stampa.
In quasi tutte le vicende terroristiche rilevanti degli ultimi decenni ci sono interferenze di strategie di apparati d’intelligence in grado di sopportare dei prezzi per ottenere risultati strategici. E in molti casi le azioni dei terroristi non si riassumono in rapporti fra mandanti ed esecutori, ma in relazioni molto più complicate e soggette a intermediazioni in grado di mascherare i padroni del gioco. È uno degli strumenti di lavoro preferiti da chi organizza operazioni coperte. Si chiama “plausible deniability”, ossia la possibilità di negare plausibilmente qualsiasi legame con un atto o con delle persone legate a quell’atto.
Sulla funzionalità delle esercitazioni nei casi di attentato rimando a questo articolo: Il caso di Tripod II e altri giochi di guerra dell’11/9. Un estratto potete anche leggerlo come appendice del presente articolo.

Oslo è decisamente un caso ancora aperto.



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Appendice:


Il vantaggio di una tale strategia appare del tutto comprensibile e plausibile, volendo iniziare su basi diverse dal passato una vera inchiesta.

In primo luogo dobbiamo ritenere che militari, funzionari governativi o membri dei servizi d’intelligence che avessero in mente azioni eversive non potrebbero organizzare degli attentati senza farsi scoprire. Da qui la prima funzione di un’esercitazione: essa offre agli organizzatori la copertura idonea a mettere in moto l’operazione, permette loro di utilizzare i funzionari e le strutture governative per realizzarla e fornisce una risposta soddisfacente ad ogni domanda che dovesse sorgere su stranezze e movimenti insoliti. Perché possa funzionare, è chiaramente necessario che lo scenario dell’esercitazione sia a ridosso dell’attentato progettato.

In secondo luogo, se prevista nella data dell’attentato, l’esercitazione permette di schierare legittimamente degli uomini sul terreno, uomini che indossano l’uniforme dei servizi di sicurezza o di soccorso. Piazzare fra questi coloro che sistemano delle bombe o coordinano dei movimenti è relativamente facile, senza che sorgano sospetti.

In terzo luogo, lo svolgimento delle esercitazioni in simultanea con i veri attentati permette di scompigliare la buona esecuzione delle risposte da parte dei servizi di sicurezza o di soccorso leali per via della confusione fra la realtà e la finzione. Le contraddizioni e le scoperte di singoli spezzoni dei fatti non intaccano l’insieme. Anzi, aiutano a truccare e rendere incomprensibile il mosaico. L’11 settembre – a un certo punto della mattinata – decine di aerei furono segnalati come dirottati, e si rincorrevano voci di ulteriori attentati. Dove dunque bisognava inviare le pattuglie, quali edifici occorreva proteggere per primi? Si può immaginare il caos che tutto ciò ha potuto sollevare nelle sale comando.

Le operazioni di questa natura sono modulari, mirano a diversi obiettivi compresenti e intercambiabili, altrettante strade a disposizione verso il medesimo effetto, e sono percorse in simultanea, finché la regia, ovunque si trovi, non sceglie una trama tra le diverse trame preordinate che intanto avanzavano alla pari.

Le persone incaricate di eseguire soltanto certi segmenti dell’operazione, obbediscono – spesso in perfetta buona fede - a ordini di personalità a loro sovraordinate che a loro volta conoscono solo un dettaglio, ma non l’intera pianificazione, né i suoi obiettivi.

Sto descrivendo meccanismi normalmente usati nelle azioni dei servizi segreti, che si esasperano nei casi in cui operano le “leve lunghe” e le operazioni coperte, fino a ingigantirsi in occasione di grandi operazioni terroristiche usate come base politica per drammatiche svolte costituzionali e per le guerre.

Dall’incendio del Reichstag alla carneficina di Oslo, il terrorismo al servizio dell’oligarchia.




26 luglio 2011 (Nouvelle Solidarité) – Più di 80 anni fa, il 30 gennaio 1933, Hitler, con il sostegno della City e di Wall Street, fu nominato Cancelliere di Germania e pretese delle nuove elezioni per rafforzare il Partito Nazista che, fino ad allora, non disponeva che di due Ministri all’interno del Governo. Poi arrivò un incendio doloso che distrusse, tra il 27 e il 28 febbraio, la sede del Parlamento tedesco (Reichstag) a Berlino. I comunisti furono immediatamente ritenuti responsabili e accusati di fomentare un complotto contro la democrazia.
Di Karel Vereycken

Per “salvarla”fu emanato un decreto da parte del presidente Hindenburg, il “decreto dell’incendio del Reichstag” che, dal 28 febbraio, annullava le libertà civili e politiche stabilite dalla Costituzione e preparava il terreno alla creazione di un potere totalitario.

Negli anni ’70, l’Italia ha vissuto un simile scenario conosciuto con il nome distrategia della tensione”. Diverse indagini hanno dimostrato in seguito che gli attentati indiscriminati, come quello di Bologna del 1980, attribuito alla sinistra ma commesso dai neofascisti, o gli omicidi sanguinari commessi dalle “Brigate Rosse” contro i simboli e i rappresentanti del capitalismo, erano guidati segretamente da forze internazionali che cercavano di instaurare deliberatamente un clima di violenza politica, al fine di favorire l’emergere di uno Stato autoritario. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970, il principe Valerio Borghese, neofascista, tentò un colpo di stato, fallito.

Oggi, come negli anni ’30, il sistema finanziario mondiale è disperatamente in bancarotta e le élites lo sanno. Tenere in piedi, come all’epoca, avvenimenti spiacevoli, soprattutto se essi cancellano vite umane e minacciano di far precipitare il mondo nel caos, porta le popolazioni a reclamare esse stesse dei regimi forti e delle leggi di emergenza. Ciò che è accaduto in Norvegia sembra essere l’inizio di questo processo.

Gli attentati dell’11 settembre 2001 hanno reso popolare la finzione di una crociata islamica organizzata da un gruppo organizzato contro l’Occidente e attuata da dei kamikaze jihadisti. L’attentato di Oslo e la carneficina compiuta dal giovane norvegese Anders Behring Brevik contro dei giovani socialisti riuniti per la scuola estiva sull’isola di Utoya, mettono in scena un’altra caricatura uscita direttamente dai laboratori geopolitici responsabili della tesi dello “scontro di civiltà”.

Questa volta si tratta di kamikaze “cristiano conservatori”, in crociata “contro l’Islam”e contro coloro che vengono accusati di facilitarne eccessivamente la penetrazione nel paese, soprattutto la sinistra rammollita da un relativismo culturale moribondo promosso dal 1945 dalla Scuola di Francoforte e diventato paradigma culturale trionfante dopo il maggio ’68.

Opponendo falsamente un multiculturalismo politicamente corretto, chiamato“marxismo culturale “, da un lato e un monoculturalismo che si è sostituito al culto del sangue, della razza e del territorio, dall’altro, negano l’universalità dell’uomo e l’unicità dell’umanità. Pur difendendo con forza il libero scambio e la libera concorrenza, criticano un’Europa sovranazionale con frontiere aperte all’immigrazione.

In Breivik questa angoscia identitaria ha marinato per circa 9 anni in un brodo massone ed è stata condita con un utilizzo oltre misura di videogiochi violenti comeWorld of Warcraft e Modern Warfare 2, facilitando il passaggio all’azione.

Quello che fa paura è che esistono senza ombra di dubbio decine di kamikaze potenziali di questo tipo. Disarmarli prima che facciano esplodere le loro cinture e tagliare i fili che li collegano ai loro padroni è un compito importante. Tuttavia mettere fuori gioco l’oligarchia che li manipola viene prima.

Per quello, bisogna semplicemente cambiare il sistema finanziario globale e ritornare ai principi della legge Glass- Steagall. Nessun’altra cosa permetterà veramente di invertire la marcia attuale.

Anders Behring Breivik, un frutto marcio caduto dal cesto di Geert Wilders

Se il giovane norvegese Anders Behring Breivik ha freddamente assassinato 76 suoi concittadini senza sentirsi colpevole o ritenersi un criminale, è stato per “difendere l’Europa e i suoi paesi”. Il motivo della carneficina? Per questo ex capo delle comunicazioni si tratta di provocare una presa di coscienza e far conoscere al mondo intero il suo manifesto. “Le persone devono sapere ciò che le meravigliose dottrine multiculturaliste hanno fatto all’Europa: la distruzione sistematica della cristianità europea, delle tradizioni, della cultura, dell’identità nazionale e della sovranità. Questi meccanismi politici non possono che condurre all’islamizzazione dell’Europa”, ha scritto.

2083, Una dichiarazione europea di indipendenza, il manifesto di 1518 pagine di Breivik che adorna la croce di San Giorgio, simbolo dell’Ordine templare e della City, descrive la sua strategia per mandare via i musulmani dall’Europa entro il 2083, 400esimo anniversario della battaglia di Vienna, in cui l’esercito ottomano sconfisse le truppe cristiane.

Inutile analizzare il nuovo discorso usando una griglia di lettura del passato perché si tratta di un capolavoro di neolingua orwelliana. Dichiarandosi giudeo-cristiana, questa tendenza non vuole significare amore per l’umanità, ma rifiuto del musulmano. Nel nome di una presunta lotta contro il fascismo combatte, citando Churchill, questo Islam che essa stessa identifica in modo caricaturale come un’ideologia totalitaria e attacca il Corano, che vuole bandire allo stesso modo delMein Kampf di Hitler.

Constatiamo dapprima che il profilo di questo vecchio figlio di un diplomatico, analista finanziario e trader, è il frutto marcio di un’ideologia sintetica promossa da ciò che può essere chiamato – secondo colui che avrebbe tanto voluto incontrare – un’ “internazionale Geert Wilders”, spesso chiamata “destra popolare”.

Riconosciamo poi che anche se Breivik ha potuto agire da solo, è lungi dall’essere solo. Tale movimento, come abbiamo già ampiamente documentato su questo sito, dispone di supporti considerevoli all’estero, in particolare a Londra (la baronessa Cox), negli Usa (i neoconservatori Daniel Pipes e David Horowitz), in certe file del Vaticano (Legionari di Cristo), senza dimenticare un manipolo di coloni ebrei estremisti che vivono nei territori occupati.

Dopo il massacro in Norvegia, sul sito pro-Wilders nei Paesi Bassi, in particolare nelForum voor de vrijheid, alcuni simpatizzanti di Wilders erano completamente soddisfatti del massacro compiuto dal novello crociato Breivik: “in questo caso gli attentati sono la sola risposta giusta ad uno Stato totalitario della sinistra o le persone di destra verranno imbavagliate. Se non possiamo condurre un dibattito con le parole, facciamolo con le bombe. Onore a colui che ha commesso questi atti”. Il dibattito è stato così intenso che Wilders, tramite Twitter, si è presto visto obbligato a condannare la carneficina di Oslo e a chiarire ai media che glielo avevano chiesto ciò che lo differenzia da Breivik.

Ciò non ha impedito che colui che recentemente è diventato capo di gabinetto di Geert Wilders sia il belga Paul Belien, ospite della rivista on line Brussels Journal in cui, dopo il giornale Spiegel ondine, in questi ultimi anni sono state pubblicate lunghe parti del manifesto di Breivik. Precisiamo che Belien è un dipendente dei neoconservatori anglo-americani in Europa e lavora direttamente con Daniel Pipesche ha preso finanziariamente in carico la difesa legale di Wilders. Belien è specialmente il corrispondente del Wall Street Journal e del quotidiano della setta Moon, il Washington Times. Il suo attivismo per la dissoluzione del Belgio si spiega facilmente dal momento che sua moglie è Alexandra Colen, deputata federale belga del partito separatista Vlaams Belang.

Altre parti del manifesto di Breivik sono lunghe citazioni di Fjordman che sono state pubblicate sul sito Gates of Vienna (Porte di Vienna, in riferimento alla vittoria ottomana del 1683), un altro forum pro Wilders e il suo movimento.

Il sito internet libertiesalliance, vicino all’International Freedom Alliance, l’organizzazione lanciata da Wilders nel luglio 2010 per globalizzare il suo movimento, propone d’altra parte di linkare sia Gates of Vienna che la EnglishDefense League (EDL) britannica, a cui Breivik si considera vicino.

In Francia, Tommy Robinson, portavoce dell’English Defense League ha partecipato nel dicembre 2010 a Parigi alle Assise dell’Islamizzazione, organizzate congiuntamente da Risposte laique e Bloc identitaire


Traduzione per Voci Dalla Strada a cura di Ale Baldelli

Il nemico oscuro è tra di noi

Di Manlio Dinucci



Da piccoli fatti di cronaca a drammatici eventi, tutto dimostra quanto sia penetrata l'idea che una oscura minaccia incombe su noi cittadini delle grandi democrazie occidentali. Finita la guerra fredda, non potendo più sostenere l'esistenza di una minaccia comunista(esemplificata da  Reagan con "l'impero del male"),occorreva trovarne subito un'altra così che gli Stati Uniti e la Nato potessero proseguire la corsa agli armamenti e le politiche di guerra.Ed ecco spuntare la minaccia del terrorismo arabo islamico,il nemico oscuro che si nasconde negli angoli bui della terra,secondo la definizione messa in bocca al presidente Bush dal suo think tank dopo gli attentati dell'11 settembre(quelli sì 
frutto di oscure trame di servizi segreti).Ci si rivolge al grande pubblico,spiega Noam Chomsky,come a dei bambini,usando personaggi e intonazioni infantili,così da suscitare emozioni e non riflessioni.Bisogna riconoscere che questa tecnica del babau,potenziata dai media,funziona egregiamente creando vere e proprie allucinazioni collettive.A Pisa una ragazza denuncia di essere stata 
violentata da tre nordafricani:subito il sindaco Filippeschi(Pd)chiede al ministro Maroni(Lnp)più polizia per la sicurezza della città,mentre il consiglio comunale decide all'unanimità  di costituirsi parte civile contro i responsabili dello stupro.In realtà,si scopre,esso è stato inventato dalla ragazza in crisi esistenziale,ma con le idee abbastanza chiare da attribuirlo,per renderlo credibile,a fantomatici arabi nordafricani.Stesso fenomeno,su scala ben più drammatica,a Oslo.La strage viene immediatamente attribuita al terrorismo arabo islamico.Ciò traspare dalle prime dichiarazioni ufficiali:Napolitano condanna l'atto terroristico ribadendo l'impegno per la pace,mentre Obama si appella al mondo intero perchè fermi questi atti di terrore.Più esplicito 






il presidente della Ue Van Rompuy,che collega l'attentato terroristico al fatto che la Norvegia rende un buon servizio alla pace nelle regioni più instabili del pianeta(partecipando alle guerre in Afghanistan e Libia).La Norvegia-commenta il giornale britannico  "The Sun"-ha aperto le porte a migliaia di immigrati musulmani,che hanno creato un terreno fertile per il terrorismo.Da tempo-conferma Guido Olimpio sul "Corriere della Sera"-la Norvegia è nel mirino del terrorismo qaedista.Al Quaeda attacca Oslo,annuncia "Libero".Sono sempre loro,ci attaccano-denuncia "il Giornale" con un editoriale di Fiamma Nirenstein -sottolineando che con l'Islam il buonismo non paga.Alberto Flores D'Arcais spiega sul "Tirreno"  che c'è un'altra possibilità  ancora più inquietante,che gli attentati di Oslo siano la prima                  
     dimostrazione che le minacce di Gheddafi contro l'Europa non erano soltanto parole al vento ma nascondevano un terribile e reale progetto.La bolla di sapone della matrice arabo islamica scoppia subito dopo:autore della strage è un 
norvegese,collegato alla massoneria e ad ambienti filo-sionisti,che odia gli arabi e l'Islam e ha voluto punire il suo paese perchè troppo cedevole nei loro confronti.Intanto,però,si è raccontato ai lettori-bambini che è Gheddafi a minacciare l'Europa e che è quindi giusto bombardare la Libia per fermare il babau che vuole azzannarci.


Fonte:Il Manifesto (del 2/08/2011) p 14

Il Calderone dell’Odio

Di Pispax

Dopo gli attentati in Norvegia non si fa altro che parlare di quello che c'è "dietro". Solo che a forza di parlare di quello che c'è "dietro", ci si dimentica di guardare quello che c'è davanti.

Perché la catena di eventi che ha portato alla strage di Utoya è qualcosa che parte molto da lontano.

C'è sempre stata - e ancora c'è - una precisa strategia politica, che per guadagnare una manciata di voti in più spinge con forza sul tema "le nostre sane e belle tradizioni vanno difese da quelli che vogliono inquinarle".

Questa strategia nel corso del tempo ha coinvolto tutti i cosiddetti "pericolosi": i giudei, i “terroni”, i “musulmani mangiamerda”, i “ricchioni”, gli zingari, i “musi neri puzzolenti”, ecc. ecc. (Dove per "pericoloso", naturalmente, si intende una persona che teoricamente potrebbe persino rischiare, un giorno o l'altro, di mettere anche solo lievemente in discussione l'ultima virgola delle nostre belle e sane tradizioni, decidendo di adottare per se stessa uno stile di vita diverso. Oppure semplicemente una persona che non ci piace).



E' da tanto che lo sappiamo: manipolare il popolo è molto più semplice se gli diamo "qualcuno" su cui scaricare la colpa. Quando c'è un obiettivo preciso da incolpare ...


... si sopportano meglio i sacrifici, e non si fa quasi più caso alle diverse questioni. I governanti questo lo sanno da sempre: la Storia ci mostra come più è duro un regime, più venga incanalato l'odio verso un obiettivo qualunque. Il popolo, felice, abbocca sempre.

Dopo gli attentati del 2001 l'America, e Bush in particolare, per giustificare con gli elettori il proprio intervento armato contro i paesi arabi ha pompato alla grande contro "i musulmani cattivi che fanno gli attentati". La spinta in questa direzione è stata talmente forte che molti hanno incolpato Bush di aver creato l'anti-islamismo tutto da solo.

Questo non è vero. La forte campagna anti-islamica voluta dall'America del post attentato si è limitata a ravvivare un sentimento che già esisteva, e che potenzialmente era devastante. Per fare un esempio noto, non è vero che la Germania nazista fosse “antisemita”. In realtà l’intera Europa era già antisemita, con la Polonia in testa. Dopo la rivelazione delle atrocità del nazismo però si sono tutti dimenticati di questo, fingendo di essere sempre stati ottimi amici degli ebrei.

In realtà questo sentimento antisemita, che era fortissimo già all'epoca, non si è affatto spento. Ha solo cambiato bersaglio, e ha cercato altri modi per attaccare. In molti casi l'antisemitismo si è limitato a cambiare etichetta, ed è diventato “antisionismo”, che è una formula molto comoda per continuare indisturbati nell'antisemitismo.

In altri casi invece gli obiettivi su cui incanalare l’odio sono stati diversi.

In particolare dopo il 2001, con il martellare incessante proveniente dall'America sugli "arabi cattivi che ci attaccano" - che è andato a unirsi a quello che già in molti portavano avanti - è aumentata la parte della popolazione che iniziava a nutrire sentimenti anti-arabi.

A seguito di questo fatto i partiti di estrema destra si sono ritrovati di fronte un insperato paradiso. Erano anni che loro portavano avanti i discorsi sulla "minaccia araba". Quindi sono restati a crogiolarsi al sole, al suono di "noi ve l'avevamo detto". E intanto vedevano le proprie percentuali di voto salire. Questa situazione ha allettato una serie di altri partiti: e anche loro si sono uniti al coro di "musulmani mangiamerda che vogliono rovinare le nostre belle e sane tradizioni".

Anche i media dal canto loro non hanno smesso un attimo di suonare la grancassa su questi argomenti. Prima durante e dopo. Questo riguarda sia i media di destra (che su questo argomento hanno speso oceani d'inchiostro) sia i media di sinistra. Anche loro avevano il proprio tornaconto, in questo caso economico.

Ora, quello che succede quando un discreto numero di partiti, unito ad un discreto numero di media, battono insistentemente e continuamente sui soliti tasti, è che le idee della gente cambiano realmente. Una certa massa di persone (e di voti) si sposta su queste argomentazioni. Di conseguenza la cosa più logica da fare per un partito politico è di aumentare ancora il volume della grancassa su questi temi, introducendo competizioni del tipo "votate-me-perché-io-proteggo-i-nostri-valori-tradizionali-belli-e-sani-molto-meglio-di-lui".

A questo punto il circolo diventa vizioso, e lo spostamento delle opinioni "della massa" inizia ad avere un certo rilievo. Dopo un po' diventa difficile distinguere se sono i partiti a trascinare la "massa" o se è la massa a trascinare i partiti.

Solo che la "massa" non è composta interamente da impiegati bancari con moglie e due figli e cane e giardino, che quando vedono passare un marocchino si limitano a pensare "oh, cielo, un altro extracomunitario! Speriamo che non sia un delinquente!"

La massa è un gruppo enormemente eterogeneo di persone. Ci sono quelle tranquille e quelle agitate; ci sono i matti e i morti di sonno; ci sono gli onesti e ci sono i disonesti. E ci sono anche gli estremisti.

Ognuna di queste persone, singolarmente, reagisce a modo suo agli stimoli che riceve. La massa è anche un insieme di individui, ognuno dotato della propria singolarità.

La reazione degli estremisti, per l'appunto, tende ad essere una reazione estrema.

Mentre il bancario si limita a borbottare "oh, cielo", l'estremista può decidere di mettere finalmente a frutto tutti quei campi di addestramento paramilitare ai quali ha partecipato, e di tirar fuori dall'armadio tutte quelle belle e luccicanti armi automatiche che non vede l'ora di usare.

La linea di confine che separa l'estremista da tutti gli altri è che l'estremista a un certo punto decide di agire. Agisce perché secondo la sua mentalità distorta lui è assolutamente nel giusto. Agisce perché è l'ora che finalmente qualcuno faccia qualcosa per porre rimedio a questa vergogna. Agisce perché deve Salvare il Mondo.

Quanto più estreme sono le sue idee, tanto più estremo sarà il suo modo di agire.

L'"effetto grancassa" inoltre non si limita a spostare i numeri delle persone. Prima c'erano 100 persone che credevano nell'anti-islamismo, fra cui magari 2 estremisti; adesso per via della grancassa ci sono 200 persone che credono all'anti-islamismo e di conseguenza gli estremisti sono diventati 4.

Anzi, di più. Questa forte pressione sui temi, infatti, oltre a essere quantitativa è anche qualitativa. Nel senso che non si limita ad attirare nuovi numeri, ma incide in modo sempre più significativo sulla mentalità degli individui. Quello che si limitava a dire "oh, cielo", magari dopo un pò all'islamico gli sputa addosso, quello che gli sputava magari gli dà due pugni, quello che gli dava due pugni diventa ancor più incazzato nero, quello che era già incazzato nero diventa un estremista. Su 200 persone gli estremisti non sono diventati 4: sono diventati 10.

Domanda: e quei due che erano già estremisti prima, che cosa diventano?

La strage di Utoya è nata proprio così. E su questo meccanismo ci sono responsabilità ben precise. C'è stata una campagna martellante, ossessiva, penetrante per spostare il più possibile i valori delle persone in direzione "anti". In questo caso in direzione anti-islamica. Ma non solo.

Questa campagna ha avuto precisi sponsor politici. Potremmo parlare dei più conosciuti: Le Pen, Haider, Bossi, Fini. Anche Bush, ovviamente. Tutta gente che ha deciso di aumentare incredibilmente la pressione sull'odio e sulla diffidenza verso gli islamici solo per avere un tornaconto elettorale, o per raccogliere consensi sulle loro scelte.

Però non tutti i politici e non tutti i media hanno portato avanti la campagna solo per fini elettorali o per fini economici.

Non ci dimentichiamo che molti di loro, in particolare gli esponenti della destra più tradizionale, queste cose le sostenevano con forza già da tempo. Era da parecchio che stavano tentando in tutti i modi di attirare seguaci al loro credo.

Tutta questa campagna di seguaci ne ha portati parecchi. L'effetto più devastante che ha avuto la grancassa sull'anti-islamismo è stato di rendere legittime le idee di chi proneva la Superiorità Razziale, sdoganandole sotto la pudica versione del "difendiamo le nostre belle e sane tradizioni dall'Invasore". (Inutile dire che grattando sotto ai luccichini si ritrova sempre la vecchia Superiorità Razziale di una volta.)

In Internet il numero di blog, forum e pagine facebook che sostengono queste teorie è impressionante. Come sono impressionanti le idee che emergono.

E qui viene la parte più preoccupante: indipendentemente dalle motivazioni che hanno spinto a portare avanti la campagna anti-islamica, la conseguenza è stata che si sono pienamente legittimate agli occhi di tutti le idee basate sull'odio.

Peggio: si è nuovamente legittimata l'idea stessa di odio. Se tu puoi odiare gli arabi, perchè io non posso odiare i negri? Perché tu puoi odiare i comunisti, ma io non posso odiare i tramvieri?

E così abbiamo ravvivato il nostro grande Calderone dell’Odio, e tutti quanti cercano di buttarci dentro il loro ingrediente. Ora si può fare impunemente: dopo lo sdoganamento non c'è più vergogna. Ce lo buttano i fanatici anti-islamisti, che in questa fase storica sono l'ingrediente principale. Ma ce lo buttano anche tutti gli altri: i fanatici sionisti, i fanatici antisionisti, i fanatici musulmani, i fanatici antisemiti antisionisti, i fanatici comunisti, (che ultimamente sembrano essere pochini) i fanatici anticomunisti, i fanatici cristiani, eccetera eccetera.

Quanta più roba ribolle nel calderone, tanto più facile è ottenere un risultato. Il risultato che abbiamo ottenuto questa volta si chiama Anders Breivnik.

Perché un fatto è sicuramente chiaro: Breivnik è un fanatico estremista di destra, alimentato riccamente da questo clima di odio, che con l'aiuto di altri fanatici estremisti di destra, alimentati altrettanto riccamente da questo stesso clima, ha fatto quello che riteneva opportuno per "salvare la Norvegia".

Ma tutto questo, coloro che hanno provocato il fenomeno lo sapevano già.

Non è un caso che tutti quelli che hanno alimentato i vari Breivnik per tutto questo tempo, oggi si comportino con aria indifferente. Cercano disperatamente di far dimenticare il loro ruolo in questa tragedia.

La loro prima linea di difesa è quella di distorcere ad arte l'interpretazione degli avvenimenti. Ecco i due canali principali:

1) "E' STATA LA FOLLE AZIONE DI UN PAZZO CRIMINALE".
Di conseguenza, se era un "pazzo" allora non può essere colpa di nessuno. Era pazzo: mica vorrai dare la colpa a me per le sue azioni? No? Giusto? Che potevo farci io?

2) "BREIVNIK AGIVA PER CONTO DI QUALCUNO"
Di conseguenza, perché quardi nella mia direzione? Non lo vedi che era solo un sicario? Come può essere stata colpa mia? Era pagato/plagiato dai servizi, chissà poi quali, e dunque io che c'entro?

Ambedue le strade sono solo patetici tentativi per cercare di far dimenticare le proprie responsabilità. La prima, quella del "pazzo", quella della "lucida FOLLIA", viene utilizzata principalmente dai canali mainstream; la seconda sta dilagando principalmente su internet, dove per spiegare questo fatto è nata tutta una serie di assurde teorie del complotto. Complotto israeliano, complotto USraeliano, complottone sionista, l'NWO, la CIA, ecc.

Nessuno di questi in realtà crede pienamente alle cose che sta dicendo. Né che Breivnik sia pazzo né che dietro ci sia una particolare macchinazione. Lo scopo principale, in entrambi i casi, è quello di salvarsi il culo solo per poter continuare a mettere il proprio ingrediente nel Calderone dell'Odio.

Senza stare a sottilizzare su chi siano gli attori coinvolti, e sono davvero tanti, io ritengo che non dovremmo permettere a queste persone di proseguire nella propria azione.

Perché una cosa dev'essere ben chiara: chiunque spinga all’odio contro il "diverso", identificandolo in modo preciso, cercando di alimentare questo sentimento sempre e comunque e utilizzando i suoi discorsi per far si che anche gli altri condividano queste sue idee, in realtà non sta facendo altro che mettere la sua quota per costruire il prossimo Breivnik.

E chi ci garantisce che il prossimo Breivnik non sarà proprio il nostro vicino di casa? E che noi non saremo i prossimi a cadere sotto ai suoi colpi?

Di Breivnik già innescati in giro sembrano essercene parecchi. Ci sono i Breivnik criminali e ci sono anche i Breivnik malati di mente, che sono tutti quanti nati dai soliti genitori. E' bene che quelli che li hanno fomentati inizino a porsi il problema di come levargli un po' di terreno sotto i piedi.

Allora avanzo la mia proposta: quando troviamo qualcuno che sta cercando di buttare il proprio ingrediente nel Calderone dell'Odio, noi di solito ci mettiamo a controllare se quell'ingrediente ci piace o no: se non ci piace partono gli strali, se invece ci piace, insomma, possiamo anche far finta di niente.

Tocca a noi cambiare atteggiamento: quando vediamo qualcuno che solo si avvicina al Calderone dell'Odio con qualcosa in mano, proviamo un attimo a entrare nel suo ordine di idee, e cerchiamo di fermarlo. Prima di diventarne dei complici anche noi.

Pispax

Da Luogocomune

IN AFGHANISTAN COME IN NORVEGIA VALE LA TEORIA DEL CRIMINALE N.A.T.O.



In questi ultimi tre anni è stata potentemente veicolata la fiaba mediatica tesa a spacciare il berlusconismo per una sorta di peronismo all'italiana, cioè un populismo anomalo rispetto agli standard occidentali. Berlusconi ci è stato presentato come l'alfiere di una indipendenza nazionale "sostenibile", contro l'occidentalismo osservante della sinistra e l'invadenza dei poteri forti internazionali. C'è in effetti tutto un presunto "antiberlusconismo" che contribuisce a rafforzare questo mito, come risulta dall'insistenza del quotidiano "la Repubblica" nel sottolineare il carattere "populista e plebiscitario" del regime berlusconiano; persino adesso che Berlusconi appare in pieno tracollo elettorale.
La fiaba non è stata propinata soltanto in Italia, anzi, c'è da pensare che il "berlusconismo rivoluzionario e terzomondista" costituisca in realtà una panzana confezionata nelle solite centrali di guerra psicologica della NATO. Nel 2009 un film di produzione tedesco-americana, "The International", ci presentava il personaggio di un imprenditore e politico italiano di area berlusconiana (interpretato dall'attore Luca Barbareschi, allora berlusconiano ancora senza pentimenti e ripentimenti), che finisce ammazzato a causa della sua ostilità al potere bancario, contro il quale pronuncia tesi che riecheggiano quelle di Ezra Pound.(1)
Che il governo Berlusconi sia stato il più fedele esecutore delle direttive del Fondo Monetario Internazionale, non ha oscurato questo alone sovversivo, tanto che il quotidiano berlusconiano "Il Giornale" ospita abitualmente i contributi di coloro che denunciano il signoraggio bancario. La forza di questa fiaba è consistita nel fatto di non avere la pezza d'appoggio di alcun dato di fatto, di alimentarsi cioè di sola propaganda, ripetuta con pura ottusità o semplice malafede, tanto da dar vita al fenomeno di una sorta di blog-berlusconismo "rivoluzionario".
Anzi, il berlusconismo "terzomondista e rivoluzionario" si propone come il più coerente oppositore nei confronti di quanto deciso dallo stesso governo Berlusconi. La recentissima uccisione di un altro militare italiano in Afghanistan ha suscitato la "rabbiosa" reazione del leghista Calderoli, come se egli non facesse parte del governo che ha portato la presenza militare italiana in Afghanistan al suo massimo storico: quattromiladuecento militari, cioè l'impegno più massiccio possibile, date le attuali risorse militari italiane. La rabbia della Lega è apparsa inoltre piuttosto spenta, forse perché la maggior parte dei caduti sono di origine meridionale; quindi, alla fine, il voto leghista al rifinanziamento della missione militare in Afghanistan non è mancato all'appuntamento. Tanto c'è sempre Napolitano che corre in soccorso del governo, sgravandolo dalle responsabilità. In realtà, la crescita della presenza militare italiana in Afghanistan non poteva che comportare, come diretta conseguenza, l'aumento del numero dei morti in battaglia. Ed in effetti così è stato.(2)
Agire da servi ossequienti della NATO, lanciando di tanto in tanto lamentele generiche e senza effetto, rappresenta un modo mediaticamente efficace per sostenere tutte le parti in commedia. Si è andati quindi ben oltre l'ipocrisia, praticando una mistificazione sistematica che ha finito per convincere una parte consistente dell'opinione pubblica che uno yes-man della NATO e del FMI sia, almeno in pectore, un dissidente ed un corpo estraneo rispetto al sistema occidentale. Ad alcuni pare troppo semplice supporre che Berlusconi sia esattamente il cretino che sembra, e che sia divenuto inamovibile solo perché i dirigenti del FMI e della NATO si sono assuefatti ed impigriti ad avere a che fare con uno talmente inetto che non gli pone mai il problema di contrattare e mediare. Ma qualche volta la verità è semplice.
La partecipazione militare italiana all'aggressione contro l'Afghanistan, ha anche altre implicazioni che i nostri disciplinatissimi media si guardano bene dal notare. Sulla questione della produzione e del traffico dell'oppio afgano c'è da rilevare che, all'inizio del mese di marzo scorso, la Russia ha cominciato a rompere quel clima di omertà internazionale che impediva di contestare alla NATO il paradosso di una presenza militare occidentale che ha portato sia la produzione che il traffico di oppio a livelli record. Per voce del suo responsabile dell'antidroga, Ivanov, la Russia lamenta di essere diventata la prima destinataria del traffico e, con ipocrisia diplomatica, si limita a rilevare che la NATO non fa assolutamente nulla per eradicare le colture di papavero da oppio; persino il recente, e lieve, calo di produzione sarebbe dovuto esclusivamente a motivi climatici ed ambientali.(3)
Di fatto, circolano dall'ultimo aprile su internet le foto di soldati USA intenti a pattugliare campi di papavero, ma più con l'atteggiamento di proteggerli che di volerli distruggere. La versione ufficiale, che vorrebbe scaricare sui Talebani l'intera responsabilità della coltivazione e del traffico, appare sempre più irrealistica.(4)
Ogni volta che l'invasione NATO dell'Afghanistan è stata indicata come una guerra dell'oppio, non sono mancate reazioni di stampo "benaltrista", tendenti a ritenere che un'impresa militare di tali proporzioni non possa essere motivata da obiettivi così miseri. In realtà, neppure le due guerre dell'oppio che la Gran Bretagna dichiarò alla Cina nel corso dell'800 potrebbero risultare immuni da obiezioni del genere. Anche in quel caso gli obiettivi coloniali erano molto più vasti, ma sta di fatto che il business dell'oppio rappresentava comunque il motore di tutta l'operazione. Tutti gli Stati colonialisti hanno lucrato sul traffico di oppio ed, in tal modo, si sono pagate le spese delle loro guerre coloniali; ma i Britannici e gli Statunitensi sono riusciti a costruire un vero e proprio sistema coloniale basato sulla droga.
L'aggressione della NATO contro l'Afghanistan si è immediatamente configurata anche come un'aggressione contro il Pakistan, in vista di un probabile tentativo di accerchiamento della Cina. Ma le guerre coloniali non possono basarsi soltanto su obiettivi affaristici proiettati nel tempo, in quanto queste guerre devono risultare immediatamente lucrative. Il bilancio attuale, ovviamente, non va fatto rispetto alle casse esauste del governo federale USA, ma in base ai crescenti profitti delle multinazionali statunitensi. Il colonialismo è l'effetto di un intreccio tra militarismo e finanza; e la finanza consiste a sua volta in un intreccio di business legale ed illegale. Se si tiene conto di ciò, il business dell'oppio gestito dal cartello militar-finanziario NATO/FMI, risulta del tutto plausibile.
La NATO si fa trovare sempre sul luogo del delitto, ma è sempre pronta a scaricare tutte le colpe sul nemico. Del resto i dipartimenti di Psywar servono proprio a fabbricare false notizie, ed i media sono tutti contenti di diffonderle. Non è detto però che ciò basti per rendere la NATO immune da continui e fondati sospetti. Non a caso, anche in occasione della recentissima strage in Norvegia è sorta l'ipotesi di una "Gladio" norvegese, cioè di una destabilizzazione interna di marca NATO, come quella che ha insanguinato l'Italia dalla fine degli anni '60.

(1) http://www.youtube.com/watch?v=ZgzgZlcNm_M
(2) http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-02/4200-soldati-italiani-afghanistan-122616.shtml?uuid=AaYZNlkD
(3) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://rt.com/politics/russia-opium-afghanistan-nato/&ei=X5EtTo-BA4KBOsjiwd0K&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&ved=0CCgQ7gEwATgK&prev=/search%3Fq%3Dafghanistan%2Bnato%2Bopium%26start%3D10%26hl%3Dit%26sa%3DN%26rlz%3D1W1ACAW_itIT338%26biw%3D960%26bih%3D487%26prmd%3Divns
(4) http://translate.google.it/translate?hl=it&sl=en&u=http://publicintelligence.net/more-photos-of-usnato-troops-patrolling-opium-poppy-fields-in-afghanistan/&ei=MZQtTpKoD8GdOuGHzd0K&sa=X&oi=translate&ct=result&resnum=2&sqi=2&ved=0CDIQ7gEwAQ&prev=/search%3Fq%3Dopium%2Bafghanistan%2Bnato%2B2011%26hl%3Dit%26rlz%3D1R2ACAW_it%26biw%3D960%26bih%3D487%26prmd%3Divns



Da Comidad

Lo stragista di Oslo aveva tramato con “uomini d’affari e leader politici” prima del massacro

Breivik a Londra si è affiancato alla “English Defence League”, gruppo pesantemente infiltrato dall’ MI5
abb-sorridedi Paul Joseph Watson - Prison Planet.com
Anders Behring Breivik ha detto di aver tramato con “uomini d’affari e politici” a Londra anni prima di ordire il piano del massacro compiuto la scorsa settimana, un collegamento suggestivo se si considera il fatto che il “manifesto” del cecchino è datato “Londra 2011”, suggerendo una chiara connessione con la capitale britannica nell’emersione di indizi su un coinvolgimento più ampio.
«Nel manoscritto Breivik descrive il suo “mentore” come un inglese che lui identifica col nome di “Richard”, e sostiene che il suo viaggio all’interno dell’estremismo violento iniziò con un piccolo incontro a Londra nel 2002, dove un gruppo di estremisti con idee convergenti si incontrarono per “riformare” i Knights Templar Europe (ordine dei Cavalieri Templari d’Europa, NdT), un gruppo militare il cui proposito era quello di “prendere il controllo politico e militare dei paesi dell’Europa occidentale e implementare un programma politico culturalmente conservatore”, riferisce il «Guardian».
Nel suo manifesto Breivik ha sostenuto che il consesso londinese non era «un meeting che seguiva gli stereotipi della destra, pieno di reietti, skinheads razzisti dal temperamento collerico». Invece, ha dichiarato che i partecipanti erano personaggi di successo, «leader del business e della politica, qualcuno con famiglia, molti conservatori cristiani, ma anche alcuni agnostici e addirittura atei».
L’attentatore ha detto che i partecipanti al meeting provenivano da tutta Europa e che lui era stato messo in contatto con loro da un “Comandante crociato serbo”.
I contatti di Breivik con Londra - ha vissuto lì da bambino quando suo padre lavorava presso l’ambasciata norvegese - sono chiaramente una pietra angolare della sua macchinazione. Infatti,come scrive Mark Steyn per la «National Review Online», il manifesto dell’attentatore riguarda ampiamente la Gran Bretagna e l’America. «L’intero documento è stranamente anglo centrico: tra le citazioni estratte da NR e dal “Washington Times”, non c’è granché che riguardi la Norvegia».
Il manifesto, firmato dal killer col nome di “Andrew Berwick” (una versione anglicizzata del suo nome), è datata “Londra 2011”, indicando chiaramente che Breivik si trovava nella capitale inglese prima che si scatenasse la sua furia, nonostante i media abbiano affermato altrimenti senza spiegare perché Breivik avrebbe dovuto deliberatamente fare un così grande errore nella stesura del suo manoscritto.
Si riferisce ora che Breivik fosse a Londra in tempi non più recenti di un anno fa, quando prese parte a una dimostrazione della English Defence League. La EDL è un gruppo di estrema destra composto in larga parte da ex hooligan del calcio. La sua organizzazione è scadente e il gruppo si è procurato una pessima reputazione in quanto guidata da una marmaglia di razzisti violenti e ubriaconi. L’impopolarità del gruppo è sfruttata abitualmente dall’establishment britannico per liquidare le critiche legittime alle politiche di immigrazione di massa demonizzandole come estremiste e razziste.
Il gruppo, abitualmente etichettato come “neo-nazista” dai media mainstream, è invece fermamente filo-israeliano e ha sfilato con bandiere israeliane durante le sue manifestazioni. L’EDL di norma si scontra con i gruppi filo-islamici, in scenari a cui è data ampia copertura dalla stampa per sospingere la retorica dello “scontro di civiltà” e seminare zizzania in seno al popolo britannico, consentendo al governo di adottare la tattica del “divide et impera” attraverso la manipolazione della percezione della gente nei confronti di entrambi i gruppi.
Dato che l’EDL è composta in maggioranza da bande di teppisti del calcio, che sono state completamente infiltrate dalle autorità britanniche, in molti hanno sospettato che la English Defence League sia stata manipolata e controllata dall’MI5 e dalla Special Branch.
Noi oggi sappiamo che l’intelligence norvegese era al corrente di Breivik e che aveva incluso il suo nome in una lista di osservati speciali in materia di terrorismo già lo scorso marzo, dopo che lo stragista aveva acquistato una grande quantità di fertilizzanti da un negozio online polacco. Questa non era una lista di centinaia di migliaia di nomi in mezzo ai quali potesse essersi perso di vista il nome di Breivik, perché conteneva appena 60 individui.
La lista fu consegnata al Servizio di Sicurezza della Polizia (PST) dalle Dogane norvegesi, il che potrebbe spiegare perché la polizia conoscesse il nome di Breivik prima di arrestarlo nell’isola di Utøya, nonostante tutti i media del mondo fossero ormai certi si trattasse di un’azione eseguita dagli islamici di Al-Qa’ida.
Le fortune finanziarie di Breivik ebbero certamente una svolta positiva nel 2006. Secondo quanto emerge dai suoi documenti fiscali, che sono pubblici e disponibili su internet per tutti i cittadini norvegesi (quelli di Breivik attualmente erano stati cancellati ma la cache è rimasta), l’attentatore è passato da una situazione in cui apparentemente non faceva nulla a un reddito di 600mila corone (circa 116mila dollari, o 77mila euro, NdT) dal 2006 al 2007.
Con l’emergere di nuovi dettagli sulle attività di Breivik, la sua connection con Londra e la sua asserzione secondo cui lui rappresentava appena una di almeno tre “cellule” risulta ovvio che sia stato un complotto più vasto che coinvolgeva più persone a provocare la carneficina della scorsa settimana. Tutto ciò combacia con le testimonianze oculari che affermano di aver sentito spari provenienti da due diverse parti dell’isola e di aver visto un altro uomo armato dai capelli scuri. Resta da vedere se l’incidente, accaduto nel sud est della Norvegia sabato notte, nel quale a un uomo è stato sparato in testa da due uomini che indossavano uniformi militari, sia da ricollegare agli attacchi.
In ogni caso, le autorità norvegesi e i media istituzionali stanno cercando attivamente di scoraggiare le opinioni di coloro che vedono la possibilità di un ampio complotto per concentrarsi unicamente sull’opera solitaria di Breivik, ignorando completamente le prove evidenti di altre persone coinvolte, assicurando in tal modo che i “leader della politica e dell’economia” con cui l’attentatore ha detto di aver tramato rimangano invisibili a qualunque radar.

Traduzione per Megachip a cura di Cipriano Tulli.

Chi erano i giovani laburisti di Utøya?

Di Pino Cabras – Megachip.
Quali erano i valori dei ragazzi e delle ragazze norvegesi dell’isola di Utøya, teatro della strage del 22 luglio 2011? I nostri media non ne hanno fatto cenno. Nel pieno del seminario estivo del movimento giovanile laburista Arbeidernes Ungdomsfylking (AUF), il suo leaderEskil Pedersen, il 19 luglio, aveva rilasciato un’intervistaall’importante quotidiano «Dagbladet». E cosa leggiamo di così clamoroso in questa intervista? Proprio alla vigilia dell’incontro con il ministro degli esteri di Oslo, il laburista Jonas Gahr Store, quali temi di politica internazionale va a proporre Pedersen? Il giovanissimo politico della sinistra di governo norvegese, in modo inequivocabile, punta tutto su un solo tema: no al dialogo con Israele, sì all’embargo. Vi proponiamo qui di seguito la traduzione dell’intervista.
I lettori potranno così vedere sotto un’ulteriore luce il massacro perpetrato da Anders Behring Breivik, alias ABB, con i suoi complici. Si potranno porre domande fin qui sopite soprattutto se si accenderà poi un’altra luce, quella sul lungo documento di Breivik, che proclama in molti punti una viscerale fedeltà alla causa sionista, e quando si riveleranno i contatti organici di ABB con l'estremadestra sionista europea. L’«anti-islamico» ABB non ha consumato il suo piombo in una moschea. Ha invece sterminato le giovani leve di un'intera nuova classe dirigente sgradita. Lui sarà pazzo. Ma i pazzi come lui spesso sono in mano a manovratori e agenti d’influenza con una visione precisa. Qualunque cosa per adesso si possa pensare, intanto buona lettura.


«Il Dialogo non serve, Jonas!»

Il leader dell’AUF, Eskil Pedersen, ritiene che sia l’ora di misure più forti contro Israele.

Intervista a cura di Alexander Stenerud - dagbladet.no.

Questa settimana circa un migliaio di membri dell’organizzazione dei Giovani Laburisti (AUF) si sono radunati all’isola di Utøya per discutere di temi politici. Giovedì a Utøya verrà Jonas Gahr Store per dibattere di Medio Oriente.
Il ministro degli esteri crede nel dialogo in merito al conflitto tra Israele e Palestina, ma il leader dell’AUF Eskil Pedersen ha un chiaro messaggio per il ministro.
«Ci piace che si parli ma, da come abbiamo visto, Israele non è interessata, e non ha ascoltato nessuna delle rimostranze che le sono state fatte. Il processo di pace è un vicolo cieco, e sebbene il mondo intero strepiti affinché gli israeliani vi si conformino, loro non lo fanno. Noi della Gioventù Laburista vogliamo un embargo economico unilaterale contro Israele da parte norvegese», dichiara Pedersen.
Il leader dei giovani laburisti sostiene che il dialogo non ha più nulla da offrire di fronte a Israele, e ritiene che sia l’ora che si adottino nuovi tipi di misure. Pedersen considera che le autorità israeliane si sono spostate così tanto a destra che risulta impossibile avere alcun colloquio con loro.
«La Norvegia ha poche opportunità di esercitare in qualche modo un’influenza, e non siamo vicini ad alcuna pace in questo conflitto. Semmai il contrario. Israele si è spostata estremamente a destra, il che fa sì che scarseggino i partner dialoganti. Oserei dire che perfino i responsabili della politica estera del Partito del progresso (la formazione conservatrice liberale norvegese, NdT) faticheranno assai per trovare interlocutori in Israele. Non c’è più alcun filo diretto. Quel che intendo dire è che dovremmo parlare con chiunque, ma non possiamo sacrificare i nostri principi e le nostre politiche tanto per parlare».
La Gioventù Laburista è stata a lungo in favore del boicottaggio di Israele, ma la decisione all’ultimo congresso, che richiedeva che la Norvegia imponesse un embargo economico unilaterale del paese, era più netta che in precedenza.
«Riconosco che questa sia una misura drastica, ma ritengo che essa dia una chiara indicazione del fatto che siamo stanchi del comportamento di Israele. Larghe parti del mondo reagiscono in ogni momento, ma Israele non ascolta. Penso che la decisione sia un segno che noi dell’AUF diffidiamo di Israele, semplicemente».


Traduzione dal norvegese a cura di Padore Eltili.

MASSACRO IN NORVEGIA: LA CONNESSIONE CON LE DESTRE SIONISTE NEOCONS

DI GILAD AZTMON
www.gilad.co.uk

Grazie allo stimato antisionista Jeff Blankfort (che mi ha fornito un link fondamentale) ho ora appreso che, solo un giorno prima del massacro di venerdì in Norvegia, l’ex trozkista ora neo-con David Horowitz ha pubblicato un articolo di Joseph Klein sulla sua rivista Front Page intitolato "I collaborazionisti in Norvegia", che potrebbe aver fornito all’omicida seriale Anders Behring Breivik tutte le motivazioni per commettere il suo crimine.
Vi consiglio di leggere l’intero articolo qui.


Potete trovare alcune delle “perle” prodotte da questa rivista della destra ebraica bellicista solo poche ore prima che Behring Breivik avesse preso i suoi fucili e iniziato il suo viaggio letale:
“L’infame collaborazionista norvegese Vidkun Quisling, che ha aiutato i nazisti tedeschi a invadere il suo paese, dovrebbe essere riverito sulla tomba […] Nell’ultimo esempio di collaborazione norvegese col nemico degli ebrei, il Ministro degli Esteri norvegese Jonas Gahr Stoere ha dichiarato la scorsa settimana in una conferenza stampa, a fianco del presidente palestinese Mahmoud Abbas, che “la Norvegia ritiene perfettamente legittimo che il presidente palestinese si rivolga alle Nazioni Unite” per ottenere il riconoscimento della Palestina come stato indipendente.”
“Durante l’occupazione nazista della Norvegia, quasi tutti gli ebrei furono deportati nei campi della morte o spediti in Svezia o altrove. Oggi la Norvegia è in effetti occupata dalla sinistra antisemita e dai radicali musulmani e sembra voler rendere effettiva la distruzione dello stato ebraico di Israele.”
“Il parlamentare norvegese del Partito Laburista Anders Mathisen è andato oltre e ha pubblicamente negato l’Olocausto. Ha detto che gli ebrei “hanno esagerato i loro racconti” e che “non ci sono prove che le camere a gas e le fosse comuni siano mai esistite.” Anche se l’establishment politico e gli opinionisti potrebbero non aver raggiunto questo livello di follia, hanno comunque la tendenza a considerare i musulmani vittime dell’oppressione israeliana, come se i musulmani fossero nelle stesse condizioni delle vittime ebree e i nazisti di oggi fossero gli israeliani.”
“La leader socialista Kristin Halvorsen sta guidando il boicottaggio nei confronti di Israele. Quando era ministro delle Finanze della Norvegia, era tra i dimostranti di una protesta anti-israeliana, nella quale fu esposto un cartello (tradotto): “Il più grande asse del male: USA e Israele”. Tra gli slogan gridati più volte alla manifestazione c’era (tradotto) “Morte agli ebrei!”
“Lo scorso anno il governo norvegese ha deciso di interrompere gli investimenti con due organizzazioni israeliane che lavorano nella West Bank. Il fondo sovrano norvegese ha tolto il finanziamento all’impresa israeliana Elbit perché stava lavorando sul muro di sicurezza israeliano che tiene a distanza gli attentatori suicidi. A Israele è stata anche impedito di fare offerte sui contratti per la difesa norvegese.”
[…] Parte della motivazione per questo antisemitismo è l’afflusso in Norvegia negli ultimi decenni di masse di musulmani dal Pakistan, Iraq e Somalia tra gli altri. Il multiculturalismo ha insegnato all’élite norvegese ad avere un approccio acritico, talvolta ossequioso, verso ogni aspetto della cultura e delle credenze musulmane. Quando i leader musulmani si scagliano contro Israele e gli ebrei, la risposta incondizionata dell’élite multiculturalista è quella di unirsi alle loro farneticazioni. Questa viene chiamata solidarietà.”   
La verità che sta alla base di tutto questo è ben chiara: sono i palcoscenici della destra bellicista israeliana come FrontPage MagazineDaniel PipesHarry’s Place e altri che seguono il loro esempio, che coscientemente, apertamente e in modo ambiguo coltivano una cultura di odio e di islamofobia.

Behring Breivik era un seguace di FrontPage Magazine o dell'ugualmente odioso e adescante Harry’s MAS Place? Non ne siamo sicuri, ma speriamo di scoprirlo al più presto.
Comunque, il messaggio dovrebbe essere urgente e chiaro a tutti noi: la polizia, i servizi di intelligence e le forze dell’ordine di tutto il mondo dovrebbero certamente investigare e reprimere immediatamente questi fomentatori d’odio. Le loro motivazioni, intenzioni e attività devono essere scrutinate e poste sotto osservazione. Per il bene della pace e della sicurezza di tutti, i legislatori in Europa e in America farebbero bene a istituire velocemente le misure necessarie per restringere le attività di questi guerrafondai sionisti che sono in mezzo a noi.
*********************************************
25.07.2011

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SUPERVICE

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