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Thomas vince sulle Alpi: è la nuova maglia gialla del Tour. Nibali accusa 40’’ da Froome

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Geraint Thomas ha vinto l’undicesima tappa del Tour de France, la Albertville - La Rosière di 108,5 km. Il britannico del Team Sky diventa anche la nuova maglia gialla. 
Thomas, che si è imposto in solitaria sul traguardo in salita, ha preceduto di 20” il francese Tom Dumoulin (Sunweb), secondo davanti al leader della Sky Chris Froome, brillante quarto posto per l’italiano Damiano Caruso (Bmc) a 22”. Il gallese comanda la classifica generale con un vantaggio di 1’25” su Froome e di 1’44” su Dumoulin. Vincenzo Nibali (Bahrain-Merida), giunto all’arrivo con circa un minuto di distacco (40’’ da Froome), segue a 2’14”. 

La vita e le imprese di Gino Bartali, nato il 18 luglio di 104 anni fa

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Il 18 luglio di 104 anni fa nasceva Gino Bartali, ciclista italiano considerato tra i migliori di sempre, famoso per aver vinto tre Giri d’Italia e due Tour de France tra gli anni Trenta e Cinquanta e per la sua storica rivalità sportiva con Fausto Coppi. 



Ottenne una grandissima notorietà soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale, proprio grazie alla rivalità con Coppi – molto raccontata, spesso esagerata – e alla mitica vittoria del Tour nel 1948, quando aveva quasi 34 anni.

Bartali nacque a Ponte a Ema, un paesino diviso tra i comuni di Firenze e Bagno a Ripoli, in Toscana. Ancora prima di ottenere il suo primo contratto con una squadra professionistica di ciclismo, nel 1935 si iscrisse da indipendente alla Milano-Sanremo, una delle corse più famose del ciclismo italiano: da sconosciuto e senza una squadra ad aiutarlo, arrivò quarto. Avrebbe potuto anche fare meglio, ma un guasto alla bicicletta quando era in prima posizione e aveva staccato i suoi inseguitori glielo impedì.
Grazie alla grande prova nella Milano-Sanremo, Bartali fu ingaggiato dalla Frejus, squadra legata all’omonimo marchio di biciclette di Torino. Corse il suo primo Giro d’Italia nel 1935– arrivò settimo – e nello stesso anno vinse i campionati italiani di ciclismo. L’anno dopo ottenne un contratto con la Legnano, che allora era la squadra di Learco Guerra, uno dei ciclisti italiani più famosi dei primi del Novecento. Bartali vinse il suo primo Giro d’Italia nel 1936 e vinse ancora nel 1937, quando fu designato capitano della squadra italiana mandata al Tour de France. Una brutta caduta nella tappa da Grenoble a Briançon gli impedì di vincere la corsa: lo fece l’anno seguente, nel 1938, a ventiquattro anni. In anni in cui in Italia il ciclismo era tra gli sport più popolari in assoluto, Bartali diventò subito una celebrità. Poi arrivò Fausto Coppi.
Pagina del catalogo delle biciclette Legnano del 1937, con le foto di Learco Guerra e Gino Bartali
Al Giro d’Italia del 1940, a causa di una foratura e di una brutta caduta nella seconda tappa, Bartali si trovò quasi da subito fuori dai giochi. Da pochi mesi, però, nella sua squadra correva anche un ventenne di nome Fausto Coppi: a quel punto era quello della squadra messo meglio in classifica e si decise di puntare su di lui. Coppi vinse così – con l’aiuto di Bartali, che corse da gregario – il suo primo Giro d’Italia: l’ultimo prima della sospensione di qualche anno a causa della guerra.
Al primo Giro d’Italia dopo la guerra, nel 1946, Bartali ci arrivò quasi 32 enne. Coppi – che nel frattempo era stato in un campo di prigionia durante la guerra e che poi era passato dalla Legnano alla Bianchi – era più giovane ed era considerato il favorito. Senza arrivare primo nemmeno in una tappa, con grande abilità ed esperienza, alla fine quel Giro lo vinse Bartali, che era probabilmente ancora il ciclista più famoso e amato in Italia. «Bartali è un calcolatore», scrisse il Corriere della Sera l’8 aprile del 1946, il giorno dopo la fine del Giro: «è di quelli che sanno spendere con sapiente cautela le energie e sanno mettere in serbo i gelosi minuti e i preziosissimi secondi della classifica generale. Bartali non è la cicala di un solo canto, è un formicone saggio».
Per una serie di coincidenze e ritiri, nel 1948, a quasi 34 anni, Bartali si trovò ad essere il capitano della squadra italiana invitata al Tour de France (al Tour le squadre di club presero definitivamente il posto delle nazionali dagli anni Settanta in poi). Bartali non partì da favorito, anche perché il resto della squadra italiana non era composta da gente fortissima, ma con due grandi vittorie nelle tappe più difficili – di quelle che sono rimaste nella storia del ciclismo – riuscì a vincere il suo secondo Tour de France. Non erano passate ancora due settimane dall’attentato al segretario del Partito Comunista italiano Palmiro Togliatti e in Italia – dopo giorni di proteste e scontri di piazza – non pochi pensavano che sarebbe iniziata la rivoluzione. Pare che la vittoria di Bartali al Tour, per la grandiosità dell’impresa e la fama del suo protagonista, contribuì a calmare le cose.
Bartali non era ancora “finito” – corse ancora diverse volte sia il Giro che il Tour, con discreti risultati – ma non ottenne più grandi vittorie. Si ritirò nel 1954 con una gara organizzata per l’occasione a Città di Castello, la città dove si era nascosto per qualche mese alla fine della guerra. Bartali morì il 5 maggio del 2000. Sei anni più tardi, l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi consegnò a sua moglie Adriana Bartali la medaglia d’oro al valor civile per il ruolo che Bartali aveva avuto durante la Seconda guerra mondiale nel salvare la vita a decine di ebrei italiani, trasportando foto e documenti da una città all’altra, nascosti nei tubi della sua bicicletta. Nel 2013, per lo stesso motivo, fu dichiarato «Giusto tra le Nazioni», l’onorificenza conferita da Israele ai non ebrei che si sono distinti per salvare anche solo un ebreo durante la Seconda guerra mondiale.

Roma, buche battono Giro d’Italia, tappa finta per non cadere

Roma, buche battono Giro d'Italia, tappa finta per non cadere
La festa va in onda solo a metà, nel cuore della Roma imperiale. E’ a pochi metri dal Colosseo che Chris Froome trionfa per la prima volta al Giro d’Italia, immerso nella maestosità della grande bellezza. Doveva essere una passerella suggestiva, in quel museo a cielo aperto che è il centro della Capitale del mondo, si è trasformata nella salita più dura sul piano dell’immagine, come nemmeno il Colle delle Finestre, lo sterrato dove si è decisa la corsa rosa.
Lo show è stato offuscato dal grottesco, i 149 superstiti di una scorribanda di tre settimane tra Gerusalemme e Roma, avevano immaginato un finale diverso. Per esempio quello di gareggiare l’uno contro l’altro, invece di mettersi d’accordo per una scampagnata a causa di un manto stradale infame, lo stesso sperimentato ogni giorno dai romani. Che conoscono bene la difficoltà di guidare tra sampietrini sconnessi facendo lo slalom tra buche e voragini.