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Mattarella ha sciolto le Camere, il 4 marzo si terranno le elezioni

Risultati immagini per referendum si o no

Di Salvatore Santoru

Il 4 marzo 2018 si terranno le elezioni politiche italiane.
La data è stata decisa dopo lo scioglimento delle Camere effettuato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella(1).

NOTA:

(1) http://www.lastampa.it/2017/12/28/italia/politica/gentiloni-litalia-si-ripresa-dalla-pi-grande-crisi-del-dopoguerra-grazie-alle-famiglie-e-alle-imprese-Va1yAxNqeJ8FMoSMH0LaPJ/pagina.html

AUSTRIA: ELEZIONI ANNULLATE PER IRREGOLARITÀ




Di Salvatore Santoru

Le elezioni presidenziali in Austria dello scorso 22 maggio sono state annulate a causa di irregolarità. 
La decisione è stata annunciata dalla Corte costituzionale austriaca.
 "Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità. La nostra sentenza deve rafforzare il nostro Stato di diritto e la nostra democrazia", ha dichiarato il presidente della Corte, Gehrart Holzinger, come riportato da "Rai News".

Per approfondire:http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Austria-elezioni-presidenziali-annullate-per-irregolarita-ballottaggio-da-rifare-221e2fd2-d968-4165-b754-98aab17b171b.html

FOTO:https://twitter.com

Dalle regionali emerge un’Italia tripolare

Elezioni 2013, le votazioni
Di Francesco Boezi
Nella notte che definisce un quadro elettorale complessissimo e di difficile analisi, il primo commento che  lecitamente si può fare è che il 47.8% degli aventi diritto non è andato a votare. Un italiano su due, quindi, che aveva il diritto di poter scegliere da chi farsi governare nella propria regione, se n’è disinteressato. Una grossa disaffezione dal voto che consiglierebbe di valutare bene cosa pensano i cittadini delle regioni prima ancora del solito e consueto discorso sull’allontanamento dalla politica. Detto ciò, si potrebbe poi certamente far presente che Luca Zaia ha politicamente asfaltato la Moretti in Veneto. Il viaggio a Vicenza a bordo dell’utilitaria del Premier italiano e della candidata governatrice non ha portato bene, anzi. La politica reality perde, vince il pragmatismo tipico dell’elettorato del Nord Est, l’immagine dura, ruvida, quella delle “scarpe sporche di terra” ha prevalso sull’angelico volto della candidata Pd, dimostrando che più che il “coraggio di cambiare”, in Veneto si afferma il “Caval che vinse, no’l se canbia”. Con buona pace di Tosi, condannato ad una semi-irrilevanza. L’assoluta prediletta di Matteo Renzi, l’incarnazione del renzismo per questa tornata elettorale, corrispondeva al nome di Raffaella Paìta. La candidata ligure ha però dato un grosso dispiacere al segretario del Pd riuscendo, mentre scriviamo, a mettere in discussione persino la sua entrata in consiglio regionale. A vincere, a sorpresa, dovrebbe essere Toti. Mentre Orfini e Renzi giocavano a Pes nella sede nazionale del Pd, d’altronde, alla sinistra del Pd contavano le schede e i vari Civati, Cofferati e Landinil, i quali facevano presente che il perimetro della sinistra è più amplio del previsto. Sarà masochista, sarà radical chic ma esiste. E quando Renzi ha deciso di fare del Pd un nuovo grande partito della nazione, la grande balena bianca in salsa 2.0, forse, ha forse deciso troppo frettolosamente di liquidare pezzi della sua sinistra interna. Il candidato di Forza Italia vince grazie ad una Lega Nord sopra il 20%; FI viene praticamente doppiata, di suo ha quasi solo il governatore. Parrebbe di poter dire che questo è proprio un caso dove la fortuna ha realmente aiutato gli audaci. Catiuscia Marini, bersaniana, dovrebbe vincere di poco in Umbria contro un agguerritissimo Ricci che deve il suo risultato ad un vero e proprio boom della Lega Nord umbra.
Rossi ed Emiliano trionfano nelle loro rispettive regioni ma nessuno dei due ha a che fare col renzismo in senso stretto. Enrico Rossi viene dal Pci, dai Ds, laureatosi con una tesi su Agnes Heller, pensatrice marxista, nota come teorica dei “bisogni radicali”. In Toscana pare, inoltre, sia al tramonto l’era Verdini: si è dimesso il coordinatore regionale di Fi in sua quota. D’altro canto, Ln-Fdi sfiorano il 20%, tanto per chiarire i novelli rapporti di forza. In Puglia, invece, Michele Emiliano ha aperto al M5S offrendo alla candidata governatrice l’assessorato all’ambiente: una mossa alla Bersani e non esattamente in linea con la strategia politica del partito pigliatutto del golden boy di Firenze. Non c’è molto di Renzi in queste vittorie. Nelle Marche trionfa Luca Ceriscioli anch’egli ex Ds, il dato interessante per quel che concerne l’esito marchigiano è quello di Francesco Acquaroli, espressione di Fdi e della Ln, dato attorno al 20%. Prove pratiche di Front National.
Quello che viene fuori è un complessivo grande rafforzamento del M5S che alla prima esperienza seria con il territorio si afferma, seppur da movimento liquido, come una forza reale e localmente rilevante. Difficile alle quattro del mattino definire la partita campana: lo spoglio procede a rilento e danno i candidati in semiparità. Le proiezioni serali, tuttavia, avevano dato De Luca come vincente. Nel caso in cui questa ipotesi si verificasse sarebbe con ogni probabilità per pochi voti di scarto, si parlerebbe in questo senso di una mancata tenuta di Caldoro nei quartieri della “Napoli Bene”. La battaglia più centrale, la regione sotto i riflettori più delle altre per la questione degli “impresentabili”, rischia di giocarsi sino a mattino inoltrato sul filo del rasoio. Poca, pochissima aria di rottamazione.  La presenza in televisione e l’abbandono del blocco comunicativo pare abbia dato più di qualche frutto. Se si votasse oggi con l’Italicum, il Pd e la sua coalizione resterebbero saldi, a meno di sorprese, al primo posto. Il secondo posto e il conseguente turno di ballottaggio se lo giocherebbero i pentastellati ed un’ipotetica coalizione sovranista ancorata alla Lega Nord e a Fratelli d’Italia. Non facciano, infatti ,confendere i dati riguardanti Forza Italia. Vero è che il centrodestra unito, per come lo si è conosciuto, è ancora competitivo a tutti gli effetti. Così com’è vero, però, che nelle gerarchie elettorali Salvini doppia Berlusconi quasi dappertutto e questo non può che far pensare alla creazione di nuovi giochi di ruolo tra le parti atti a definire sempre meglio leadership e ruoli in campo. Renzi e la sua nuova Dc, insomma, non sfondano a destra e perdono pesantemente a sinista. Il quadro partitico tende ad evolversi verso una composizione articolata, molteplice e multiforme. Il risultato è un’ipotetico schema tripolare ad esito variabile sulla base delle singole situazoni esistenti. Qualcosa di ben diverso dall’auspicato catch all party, la nuova Democrazia Cristiana stenta a decollare. Salvini e la sua ruspa hanno sfondato sul serio. Grillo abbandona pian piano il terreno dell’antipolitica ed il suo elettorato comincia a diventare sempre più consapevole e a puntare seriamente al governo di qualcosa. Buongiorno Italia.

Regionali: Pd batte centrodestra 5-2



Pd batte centrodestra 5-2. Il risultato delle regionali appare ormai definitivo (anche se in Campania non c'e' l'ufficialita'): al Pd vanno con votazione plebiscitaria Toscana, Marche e Puglia; successo di misura in Umbria e in Campania. Il centrodestra trionfa senza ostacoli in Veneto e strappa la Liguria alla sinistra.
Le regionali 2015 consegnano una fotografia politica dell'Italia insolita. Ha votato appena un elettore su due. Il Pd si conferma il primo partito, ma e' ben lontano dal 41% delle europee. In un ipotetico ballottaggio il secondo partito sarebbe il Movimento 5 Stelle. La Lega va fortissimo ma solo da Roma in su. FI non supera mai il 20% ed e' sotto il 10% in Veneto, Umbria, Toscana e Marche.




I risultati non sono ancora definitivi, ma il Pd e' al 46% in Toscana, al 35% nelle Marche e in Umbria, al 25% in Liguria, al 20% in Campania e in Puglia (la lista Emiliano e' pero' quasi al 9%), al 16% in Veneto. Il Movimento 5 Stelle e' al 22% in Liguria, al 19% nelle Marche, al 18% in Campania, al 16% in Puglia, al 15% in Toscana, al 14% in Umbria e al 10% in Veneto. La Lega sfonda da Roma in su. In Veneto ottiene il 17% piu' il 24% della lista Zaia. In Liguria il 20%, in Toscana il 16%, in Umbria il 14%, nelle Marche il 13%. Piu' debole sotto Roma: la lista Salvini naviga intorno al 2% in Puglia e non si e' presentata in Campania. Fi non supera mai il 20%. In Campania e' al 18%, in Liguria intorno al 13%, in Puglia al 10,8%. Risultato ad una cifra in Veneto (5,7%), Umbria e Toscana (8,5%), Marche (9,4%).
Bene Fratelli d'Italia che supera il 6% in Umbria e Marche, sfiorando il 5% in Campania.
  In Puglia il derby tra Schittulli (Fitto-Fdi) e Poli Bortone (Fi-Lega-Pli) va al primo (18% contro 14%). Forza Italia con il 10,8% supera pero' la lista Fitto ferma al 9,52%.

La Sardegna al voto tra bombe e minacce

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http://www.cagliaripad.it/news.php?page_id=18611

Al di là della sfida elettorale, che anima soprattutto le piccole comunità e che difficilmente rappresenterà il primo vero test per il centrosinistra che governa la Regione da poco più di un anno se non nelle quattro grandi città con oltre 15mila abitanti - Quartu, Sestu, Porto Torres e Nuoro - il voto del 31 maggio rischia di passare alla storia come quello degli attentati e le intimidazioni ai candidati sindaci e consiglieri.
Gli amministratori locali, e quelli che aspirano a diventarlo, continuano ad essere nel mirino: si assiste nelle ultime settimane ad una escalation di violenza che alimenta la tensione alla vigilia del voto. E' il caso di Quartu Sant'Elena, terza città della Sardegna per numero di abitanti, dove una grossa bomba carta ha distrutto un'inferriata e una finestra del Municipio. Pochi giorni prima era stata incendiata la porta del garage dell'abitazione del presidente del Consiglio comunale di Carbonia. Ai primi di maggio, invece, due colpi di arma da fuoco erano stati esplosi contro la finestra dell'ufficio del sindaco di Arzana, in Ogliastra.
Atti intimidatori anche a Iglesias, con l'auto del presidente del Consiglio comunale data alle fiamme, e a Sadali, nella Barbagia di Seulo, con un'altra vettura distrutta, quella di una candidata del Pd di origine marocchina. Poi ci sono le scritte sui muri: a Serdiana contro il primo cittadino in corsa per il bis, a Desulo le minacce di morte al sindaco, ricandidato per il secondo mandato. E infine l'ultimo a Siniscola, dove è stata bruciata l'auto di un consigliere comunale.
Sullo sfondo anche gli scandali, con l'inchiesta della Procura di Oristano su un presunto giro di appalti pilotati che ha fatto finire in carcere cinque sindaci, due vice e diversi amministratori comunali. E succede anche che se il sindaco è finito in manette a poche ore dalla presentazione delle candidature, come accaduto a Tonara, a scendere in campo in zona Cesarini è la moglie.
Piccoli screzi si registrano all'interno degli stessi partiti politici. Forza Italia si spacca a Quartu dove tra gli otto candidati sindaco in corsa c'è il primo cittadino uscente Mauro Contini, sostenuto da Fi, Fratelli d'Italia, Noi con Salvini, Destra sociale, Psd'Az e una lista civica, ma anche un candidato non ufficialmente forzista, Tonio Pani, sostenuto però dal consigliere regionale di Fi Stefano Tunis. La coalizione di centrosinistra che ha vinto le regionali nel 2014 è invece compatta sul nome di Stefano Delunas. (Pd, Verdi, Rossomori-Sardegna Pulita, Sardegna Vera, Sinistra Sarda e due liste civiche).
A Nuoro a dividersi è il centrosinistra. Alessandro Bianchi, sindaco uscente, sostenuto da Pd, Sel, Rossomori, Psi, Cd, Partito dei sardi e da una lista civica, se la dovrà vedere con Andrea Soddu, appoggiato da quattro liste civiche più La Base e il Pasd'Az, mentre il centrodestra schiera Basilio Brodu.
Spaccature nel centrosinistra anche a Porto Torres: Luciano Mura è sostenuto da Pd, La Sinistra, Centro democratico, Partito dei Sardi e dalla civica "Proposizione", ma non da Sardegna vera, che con il Psd'Az e altre due liste civiche punta su Costantino Ligas.
A Sestu su cinque candidati a sindaco, quattro sono donne: Annetta Crisponi per il centrosinistra, Paola Secci per il centrodestra, Maria Fabiola Caria per M5s, Cristina Perra per "Ricostruiamo Libera Mente" e Antonio Mura in corsa con "Alternativa ai partiti".
Il Movimento 5 Stelle si presenta in tutti i capoluoghi e nelle grandi città: Tempio, Sanluri, Quartu, Nuoro, Porto Torres e Sestu, ma anche in piccoli centri come a La Maddalena.

Sardegna:167 Comuni al voto per i sindaci il 31 maggio

Anche in Sardegna per il rinnovo delle amministrazioni comunali e l'elezione dei sindaci si vota il prossimo 31 maggio. Lo ha deciso la giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru con una delibera approvata il 31 marzo e che allinea il voto per le 169 amministrazioni comunali sarde al primo turno delle elezioni regionali e comunali nel resto d'Italia. Per quattro comuni con oltre 15mila abitanti l'eventuale turno di ballottaggio è fissato il 14 giugno.
Ecco la mappa interattiva dei comuni chiamati al voto.

Le pagelle delle elezioni politiche 2013



Di Andrea De Luca
http://andreainforma.blogspot.it

Grillo 10: non ha vinto, ha stravinto. Cavalcando l'onda della protesta e del populismo è diventato il primo partito italiano. Realtà
Berlusconi 8: ha 7 vite come i gatti. E' pensare che era avviato sul viale del tramonto. Ma la sua influenza nei media è stata ancora una volta determinante. Invincibile
Bersani 5: è inutile attaccare gli elettori di Berlusconi se, negli ultimi tempi, c'è stata un'apertura verso Monti. Un po' di autocritica servirebbe. E se al suo posto ci fosse stato Renzi? Deludente
Monti 4: c'era da aspettarselo. Probabilmente ha influito il suo governo tecnico che ha grandi responsabilità, anche se non tutte sue. Triste
Ingroia 3: un partito che nasce meno di due mesi fa e va da solo non può pretendere miracoli. Rimpianto
Giannino 2: altro che curriculum falsi, fino a pochi mesi nessuno lo conosceva. Non pervenuto

Fonte:http://andreainforma.blogspot.it/2013/02/le-pagelle-delle-elezioni-politiche-2013.html

Elezioni: ha vinto la Rete


Di Massimo Mazzucco

Prima ancora di essere una grande vittoria per il Movimento 5 Stelle, quella delle recenti elezioni è stata una vittoria della Rete.

È infatti impossibile ignorare come la linea che fa da spartiacque oggi in Parlamento fra il "vecchio" e il "nuovo" sia la stessa linea di demarcazione che separa chi segue i media tradizionali da chi invece si informa tramite Internet.

Questa forte linea di demarcazione, che attraversa la popolazione italiana in linea orizzontale, aveva già iniziato ad evidenziarsi negli anni post 11 settembre. Chi seguiva la rete sapeva, chi continuava a guardare la televisione era rimasto fermo al palo della versione ufficiale.

Nel corso degli anni, la polarizzazione è aumentata in maniera esponenziale, e la frattura si è fatta ormai insanabile. "Si chiama digital divide - abbiamo scritto in passato - e significa barriera digitale. Con questo termine si intende la linea ideale di demarcazione che separa le persone che accedono regolarmente all'informazione in rete (informazione "digitale", appunto) da quelle che non lo fanno."

Oggi questo digital divide ha dato i primi risultati concreti. Chi conosce Grillo tramite la rete, ...

... ed ha potuto seguire i suoi comizi in streaming, era costantemente informato sui progressi fatti dal Movimento 5 Stelle, e dai primi risultati positivi ottenuti in Sicilia. Chi leggeva i giornali e guardava la TV si sentiva dire che Grillo è solo un arruffapopoli, un piccolo dittatore, e chi più ne ha più ne metta, ed ha continuato a votare in modo tradizionale. (*)

La cosa divertente è che ora i media mainstream cercheranno di collegare Grillo alla "ingovernabilità" in modo diretto ed esclusivo, come se "fosse colpa sua" che il paese non è più governabile.

In un certo senso, questo è verissimo: il paese non sarà più "governabile" come lo era una volta, ovvero tramite inciuci, inganni, furti, menzogne, collusioni, ipocrisie e false promesse.

Ma era proprio questo lo scopo che si poneva il Movimento 5 Stelle. Fermare prima di tutto la corruzione ed il degrado del sistema. E quindi, nuovamente, quello che dall'altra parte verrà considerato un "problema", da questa parte può essere considerato un notevole successo.

La strada è lunga, e sarà piena di ostacoli imprevisti. Non si può scardinare in 20 minuti un sistema che ci ha messo trent'anni a cristallizzarsi e ad arroccarsi in difesa di se stesso. Lo dimostra il fatto stesso che una grande quantità di persone abbia continuato a votare gli stessi partiti che hanno portato il paese alla rovina. Ci vorrà probabilmente un intero ricambio generazionale, prima di vedere un paese che sia realmente "governabile", in modo onesto e trasparente.

Ma ormai la porta è stata sfondata, la strada è aperta, e indietro non sarà più possibile tornare.


Fonte:http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=3992

Il mio voto contro vent'anni di inganni



Di Giulietto Chiesa

Sono andato a votare. Credo che molti, come me, abbiano provato la stessa sensazione: quella che preavverte della prossimità di grandi cambiamenti.
Ho citato, in un tweet recente, una frase di Friedrich Dürrenmatt, che qui ripeto: «Anche un ordine apparente, quando viene distrutto, produce disordine». Ne aggiungo ora un'altra, dello stesso scrittore: «Nulla è necessario. Il gioco può interrompersi ad ogni momento».  Poi sono entrato nella cabina di voto e ho aperto le schede. Ho guardato per un attimo i colori e la scomposta confusione d'idee che rappresentavano. Mi è venuto in mente il titolo che Eugenio Scalfari ha dato al suo editoriale: «Tramonta un sistema di patacche e di bugie».  Più vero di quanto non immagini il suo autore, un tempo spirito libero e ora, ai miei occhi trasformato in un freddo, insopportabile conservatore. Anzi reazionario.
Poi ho contato le decine di simboli su quelle schede. Quella "democratica" (un po’ comica) molteplicità è - ho pensato - il risultato di un furto. Furto di democrazia reale, perpetrato anni fa, con il consenso quasi unanime dei partiti, in primo luogo del giornale allora diretto da Eugenio Scalfari, in buona compagnia con gli antesignani dell'attuale Partito Democratico.
Il passaggio al bipartitismo "anglosassone" fu l'inizio della fine della democrazia in Italia.
E avvenne con la benedizione e il consenso dei derubati.
Fu fatto convincendoli che, in tal modo, si sarebbe andati verso una maggiore governabilità. E i derubati acconsentirono.
Ma non era questo l'obiettivo. Coloro che lo promossero non volevano governare: volevano comandare.
Hanno comandato, infatti, contro il popolo.
Ora è il popolo che deve riprendersi la democrazia che gli è stata tolta. Per riuscirci dovrà capire che è stato ingannato.

Fonte:http://www.megachip.info/component/content/article/27-stella-polare/9853-il-mio-voto-contro-ventanni-di-inganni.html

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