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In Nuova Zelanda si terrà un referendum per legalizzare l’eutanasia



Mercoledì il parlamento neozelandese ha approvato in via definitiva una proposta di legge per legalizzare e regolare l’eutanasia, cioè la morte volontaria di malati terminali in presenza di assistenza medica. Per diventare legge, però, la proposta deve ancora essere sottoposta a un referendum popolare che si terrà nel 2020 insieme alle prossime elezioni generali.
La norma prevede che le persone malate terminali con un’aspettativa di vita inferiore a sei mesi possano scegliere l’eutanasia se approvata da due medici. Durante la discussione parlamentare, durata oltre due anni, il testo della legge è stato cambiato parecchio ed è diventato più restrittivo rispetto all’originale. Per esempio nella versione finale è previsto che non possano ottenere l’eutanasia alcuni pazienti per ragioni di età, o perché disabili o con problemi psichici; è inoltre previsto che non si possa esprimere il proprio consenso alla pratica in anticipo e che la stessa non possa essere suggerita dai medici.

La storia della morte della diciassettenne olandese Noa Pothoven



Una ragazza olandese di 17 anni che era stata ripetutamente aggredita sessualmente da bambina è morta domenica scorsa ad Arnhem, nei Paesi Bassi. Il giornale olandese AD scrive che la notizia è stata confermata dalla sorella. Nonostante molti giornali italiani abbiano dato grande spazio alla storia sulle loro prime pagine e parlino di “eutanasia” – che nei Paesi Bassi è legale anche per persone con disturbi mentali e per pazienti minorenni, naturalmente solo a certe condizioni – i giornali olandesi hanno dedicato invece pochissimo spazio alla notizia, e senza molti dettagli: raccontano che Pothoven è morta “in un letto d’ospedale nel salotto di casa sua” ma non parlano né di eutanasia né di suicidio assistito. Per quel che se ne sa adesso, la ragazza aveva smesso di mangiare e di bere, usando i suoi ultimi giorni per salutare la famiglia e le persone a lei care. Non è nemmeno chiaro se Noa Pothoven sia stata accompagnata nella morte con una sedazione profonda, ma se così fosse non sarebbe comunque un’eutanasia avallata legalmente.
Noa Pothoven era una ragazza conosciuta, nel suo paese. Aveva da poco pubblicato un’autobiografia che nei Paesi Bassi aveva ricevuto diversi riconoscimenti, intitolata  “Winnen of leren” (“Vincere o imparare”), in cui raccontava le violenze sessuali che aveva subìto e la sua sofferenza. Pothoven era stata aggredita per la prima volta quando aveva 11 anni durante una festa della scuola, poi di nuovo un anno dopo, ed era stata violentata da due uomini quando aveva 14 anni, in un vicolo della sua città. Di tutto questo non aveva parlato con i suoi genitori «per paura e vergogna», e aveva invece iniziato a scrivere un diario che poi era diventato il libro e in cui racconta che, dopo anni, il suo corpo «si sentiva ancora sporco»: «Rivivo quella paura e quel dolore ogni giorno».
Noa Pothoven soffriva di disturbi da stress post traumatico, depressione, anoressia e autolesionismo: più volte avrebbe tentato il suicidio, secondo i giornali olandesi, e aveva anche smesso di andare a scuola. Lo scorso dicembre il quotidiano locale Gelderlander aveva raccontato la sua storia, fatta di lunghi ricoveri forzati in ospedali e centri specializzati: «Un inferno», aveva scritto la ragazza nella sua autobiografia. Il giornale parla delle decisioni prese in tribunale di mandarla in un centro di cura per impedire che si suicidasse, e delle umiliazioni e delle misure coercitive subite. «Mi sento quasi una criminale, mentre nella mia vita non ho mai rubato nemmeno una caramella da un negozio», aveva scritto. La madre aveva raccontato al giornale che Pothoven era stata ricoverata in tre diversi istituti, ma che in quello più adatto a lei c’erano delle lunghe liste di attesa; e dice anche che a un certo punto la figlia aveva dovuto essere nutrita con un sondino in ospedale per un anno, visto che non voleva bere né mangiare, che era molto sottopeso e che i suoi organi vitali rischiavano di essere compromessi.
Lo scorso dicembre la ragazza aveva contattato autonomamente una clinica specializzata dell’Aja, per sapere se fosse idonea all’eutanasia o al suicidio assistito. Le avevano risposto di no, scrive Gelderlander, riportando le parole della ragazza: «Pensano che io sia troppo giovane per morire. Pensano che dovrei portare a termine il percorso di recupero dal trauma e aspettare che il mio cervello si sviluppi completamente. Non accadrà fino a quando non avrò 21 anni. Sono devastata, perché non posso più aspettare così tanto».
Gelderlander scrive anche che i genitori avevano scoperto della sofferenza della figlia e delle sue intenzioni dopo aver trovato in una busta di plastica, durante le pulizie nella sua stanza, delle lettere di addio indirizzate a loro, ad amici e conoscenti: «Sono rimasta scioccata», ha detto la madre. «Non avevamo capito. Com’è possibile che voglia morire? (…) Solo da un anno e mezzo sappiamo quale segreto ha portato con sé nel corso degli anni», diceva nel 2018.
Poi, su Instagram, Noa Pothoven aveva annunciato di aver smesso di mangiare e di bere perché la sua sofferenza era diventata «insopportabile». I due giornali olandesi che hanno dato notizia della sua morte hanno riportato il testo di quel suo ultimo messaggio, nel frattempo rimosso. La ragazza diceva di aver preso una decisione «definitiva», dopo tante «discussioni e ripensamenti». Scriveva che la sua non era una «decisione impulsiva» e che da molto tempo ormai non era più viva: «Sopravvivo, ma nemmeno quello. Respiro, ma non sono più viva». Infine, aveva annunciato che entro dieci giorni sarebbe morta.
I principali giornali italiani, le agenzie di stampa e alcuni giornali inglesi hanno ripreso la storia di Noa Pothoven sostenendo che la ragazza avesse chiesto e ottenuto di essere sottoposta all’eutanasia, ma è una versione ad oggi senza fondamento, e probabilmente anche per questo motivo i giornali olandesi dedicano minore spazio alla storia, tragica ma che non riguarderebbe l’eutanasia legale. Una prima ricostruzione lascia pensare che la notizia dell'”eutanasia legale” sia stata data dallo screditato tabloid inglese Daily Mail, che è fonte abituale di molti quotidiani italiani: e dai quotidiani italiani stia arrivando in queste ore su altri siti di news internazionali. Mercoledì mattina alcuni giornali italiani, tra cui Repubblica, hanno modificato la versione originale del loro articolo.
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Dove chiedere aiuto
Se sei in una situazione di emergenza, chiama il 118. Se tu o qualcuno che conosci ha dei pensieri suicidi, puoi chiamare il Telefono Amico allo 199 284 284 oppure via internet da qui, tutti i giorni dalle 10 alle 24.
Puoi anche chiamare i Samaritans al numero verde gratuito 800 86 00 22 da telefono fisso o al 06 77208977 da cellulare, tutti i giorni dalle 13 alle 22.

Suicidio assistito, Consulta: “Intervenga il Parlamento”. Fico: “La politica affronti il tema dell’eutanasia”


FATTO QUOTIDIANO

Era una sentenza che aveva bisogno di tempo. La Consulta però ha deciso in tempi brevi sull‘articolo 580 del codice penale che punisce con la stessa pena l’aiuto al suicidio e l’istigazione (da 5 a 12 anni). Il verdetto però non stabilisce la costituzionalità o meno della legge, ma di fatto, prevede un rinvio al legislatore per colmare quello che viene definito un vuoto normativo sul delicatissimo tema come quello del fine vita. Nella camera di consiglio di oggi, la Corte costituzionale ha “rilevato che l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti – si legge nella nota pubblicata sul sito della corte -. Per consentire in primo luogo al Parlamento di intervenire con un’appropriata disciplina, la Corte ha deciso di rinviare la trattazione della questione di costituzionalità dell’articolo 580 codice penale all’udienza del 24 settembre 2019. La relativa ordinanza sarà depositata a breve. Resta ovviamente sospeso il processo a quo”Marco Cappato rimane quindi sub judice.

“La Corte ha riconosciuto le nostre ragioni“, è il commento di Cappato. “Il pronunciamento della Corte Costituzionale dà un anno di tempo al Parlamento per fare ciò che chiedevamo da 5 anni. È un risultatostraordinario, arrivato grazie al coraggio di Fabiano Antoniani e alla fiducia che Carmen e Valeria mi hanno datto per la mia azione di disobbedienza civile. È dunque di fatto un successo – un altro, dopo la vittoria sul biotestamento! – di Fabo e della nonviolenza, oltre che delle tante persone malate che, iniziando da Luca Coscioni e Piergiorgio Welby e finendo con Dominique Velati e Davide Trentini, in questi 15 anni hanno dato corpo alle proprie speranze di libertà. “Ora il Parlamento ha la strada spianata per affrontare finalmente il tema, e per discutere la nostra proposta di legge di iniziativa popolare per l’eutanasia legale, come sta accadendo nel Parlamento spagnolo”, prosegue il tesoriere dell’associazione Luca Coscioni.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/10/24/suicidio-assistito-consulta-intervenga-il-parlamento-fico-la-politica-affronti-il-tema-delleutanasia/4716035/

Fine vita, il Papa: “Lecito sospendere le cure se non proporzionali”



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Di Salvatore Cernuzio

È «moralmente lecito rinunciare all'applicazione di mezzi terapeutici, o sospenderli, quando il loro impiego non corrisponde a quel criterio etico e umanistico che verrà in seguito definito “proporzionalità delle cure”». Francesco interviene sul complesso tema del “fine vita” nel suo messaggio inviato a monsignor Vincenzo Paglia e ai partecipanti al meeting regionale europeo della World Medical Association in corso in Vaticano e promosso dalla Pontificia Accademia per la Vita. Ribadendo quanto già stabilito nel 1980 dalla Dichiarazione sull’eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede, il Papa spiega che l’aspetto peculiare di tale criterio è che prende in considerazione «il risultato che ci si può aspettare, tenuto conto delle condizioni dell’ammalato e delle sue forze fisiche e morali». Consente quindi di giungere ad «una decisione che si qualifica moralmente come rinuncia all’“accanimento terapeutico”».  

Oggi, in particolare, osserva il Papa, «è più insidiosa la tentazione di insistere con trattamenti che producono potenti effetti sul corpo, ma talora non giovano al bene integrale della persona». Serve pertanto «un supplemento di saggezza»per affrontare tali questioni.  

Bergoglio guarda ai passi avanti fatti dalla medicina e dalla scienza per dare una risposta alle domande sulla fine della vita terrena che hanno sempre interpellato l’umanità, ma che oggi, annota, «assumono forme nuove per l’evoluzione delle conoscenze e degli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano». «La medicina ha infatti sviluppato una sempre maggiore capacità terapeutica, che ha permesso di sconfiggere molte malattie, di migliorare la salute e prolungare il tempo della vita». E «oggi è anche possibile protrarre la vita in condizioni che in passato non si potevano neanche immaginare». Gli interventi sul corpo umano diventano «sempre più efficaci, ma non sempre sono risolutivi: possono sostenere funzioni biologiche divenute insufficienti, o addirittura sostituirle, ma questo non equivale a promuovere la salute».   

La legge sul testamento biologico alla Camera: che cosa prevede e perché fa ancora discutere

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Di Alberto Abburrà

La morte di dj Fabo ha rilanciato il dibattito sul “fine vita” e ora gli occhi sono puntati sul Parlamento che dovrà occuparsi di sbloccare leggi ferme da anni a causa di veti incrociati e divergenze tra le forze politiche. Il primo testo ad approdare in Aula è quello sul testamento biologico che inizia l’esame a Montecitorio. Non si parla di eutanasia (che in Parlamento è confinata in altre 4 proposte di legge) ma solo di “disposizioni anticipate di trattamento”. Per questo, prima di entrare nel merito del disegno di legge sul biotestamento, è utile distinguere i diversi casi che genericamente vengono accostati al concetto di “fine vita”. 

TESTAMENTO BIOLOGICO  
È quello in discussione alla Camera. Sono le volontà in materia di cure mediche (anche nutrimento e idratazione) che un paziente, da cosciente, dichiara immaginando di trovarsi in una condizione in cui gli è preclusa la possibilità di scelta. Se applicate queste disposizioni porterebbero portare al distacco di un paziente dalle macchine e quindi alla morte. Si tratta di una procedure che viene anche definita “eutanasia passiva”.  

SUICIDIO ASSISTITO  
È la possibilità per un paziente malato, dopo un colloquio e una prescrizione medica, di accedere a un trattamento (solitamente un farmaco) che metta fine alla propria vita. È quanto avvenuto a dj Fabo in Svizzera. Il paziente che accede a questa pratica è cosciente (perché deve assumere o attivare personalmente la procedura) e non necessariamente si trova in fin di vita.  

EUTANASIA  
È l’interruzione della vita di un paziente provocata da un intervento da parte di un medico (solitamente mediante la somministrazione di un farmaco), per questo motivo si parla di “eutanasia attiva”. A seconda della legislazione può avere confini e protocolli differenti.  


TESTAMENTO BIOLOGICO, A CHE PUNTO SIAMO  
La legge sul testamento biologico arriva alla Camera dopo un anno di scontri, modifiche e rinvii. Il testo è composto da 5 articoli ma a far discutere è soprattutto il terzo, quello che introduce i “Dat”, le “Disposizioni anticipate di trattamento”, ovvero la possibilità per un paziente di dichiarare la volontà di interrompere la nutrizione e l’idratazione artificiale nel caso in cui si dovesse trovare in una grave situazione clinica. «Ogni persona maggiorenne - dice la legge - in previsione di una propria futura incapacità di autodeterminarsi può, attraverso disposizioni anticipate di trattamento (Dat), esprimere le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari nonché il consenso o il rifiuto rispetto a scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari ivi comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali». 


IL FRONTE DEL NO  
Da mesi si consuma uno scontro tra lo schieramento trasversale di deputati cattolici (da Forza Italia a Lega Nord, Udc e Area popolare) e il fronte dei promotori: Pd, M5S e Sinistra Italiana. Al momento del voto in Commissione, i parlamentari contrari hanno lasciato i lavori in segno di protesta e ora che l’argomento arriva a Montecitorio invitano i promotori a «non soffocare il dibattito in Aula per stringere i tempi della discussione». A guidare il fronte dei contrari Forza Italia e Lega Nord. Per Renato Brunetta (Forza Italia) ci sono «due valori in conflitto, le libertà costituzionalmente tutelate e la sacralità della vita». Massimiliano Federiga (Lega) si sofferma sul ruolo del medico: «Non può essere obbligato a interrompere le terapie». Ma c’è anche chi si spinge oltre come Alessandro Pagano (Lega Nord) che parla di «un ddl che legalizza l’eutanasia per omissione» con «l’unico obiettivo di agitare una bandiera ideologica». 

LA MAGGIORANZA DIVISA  
Dopo l’ok in Commissione il Pd attraverso Titti Di Salvo aveva parlato di «diritti inseguiti per tanti anni che finalmente arrivano e restituiscono dignità a tante persone» e ora si ritrova impegnato nel difficile compito di mediazione all’interno della maggioranza soprattutto nei confronti della componente di Area Popolare-Ncd. Per Ettore Rosato (Pd) «è una legge equilibrata che tiene conto dei diritti del malato e tutela il personale sanitario» ma «siamo pronti a discutere mini-aggiustamenti». Maurizio Lupi (Ncd) sottolinea che «il medico non può essere un mero esecutore della volontà altrui» mentre la presidente dei senatori Laura Bianconi inviata il Pd a «evitare forzature e fughe in avanti su provvedimenti delicati che rischierebbero solo di produrre tensioni sulla maggioranza». La sponda più importante del Pd è rappresentata dal M5S. Vincenzo Caso riassume la posizione dei grillini e promette che il gruppo è pronto a «votare il testo in modo convinto se non ci saranno modifiche» mettendo in guardia «da compromessi al ribasso». 


I PUNTI CRITICI  

1) Il ruolo del medico  
Con il passaggio in Commissione il testo ha subito delle modifiche, ma il ruolo del medico resta una delle questioni più dibattute. Il comma 7 dell’ articolo 1 recita che «il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente» ma al tempo stesso «il paziente non può esigere dal medico trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale e alla buone pratiche clinico-assistenziali». Questa contraddizione è uno dei temi sollevati da chi vorrebbe dare più libertà ai pazienti ma anche da chi vede minacciata l’autonomia dei medici. Dubbi che emergono anche leggendo il comma 8: «Nelle situazioni di emergenza o di urgenza il medico assicura l’assistenza sanitaria indispensabile, ove possibile nel rispetto della volontà del paziente». Il rapporto medico-paziente è stato oggetto anche di un intervento dalla Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri che si è detta favorevole a «una legge in grado di normare una materia tanto complessa» ma a due condizioni: «che si vada nella stessa direzione del codice deontologico e che si rispetti l’autonomia del medico, quale garante dell’autodeterminazione della persona assistita».  

2) Le modalità del consenso  
Un’altro tema molto controverso è il cosiddetto consenso informato e cioè la procedura attraverso cui il paziente avrà la possibilità di dichiarare le proprie intenzioni. Le modalità sono regolate dal primo articolo della legge e si basano sul concetto che «nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito» senza il consenso della persona interessata. Le intenzioni vanno presentate in forma scritta e possono essere revocate in qualunque momento ma «il rifiuto del trattamento sanitario indicato o la rinuncia al medesimo non possono comportare l’abbandono terapeutico» e saranno sempre assicurati «il coinvolgimento del medico e le cure palliative». Qui i sostenitori denunciano una limitazione alla libertà dei pazienti e chiedono di dare più responsabilità al fiduciario mentre gli oppositori sostengono che la definizione porti a istituire una forma di eutanasia mascherata. 

3) La figura del fiduciario  
Terzo elemento oggetto di dibattito è la figura del fiduciario. Istituita dall’articolo 3 (comma 1) è una figura scelta dal paziente «che ne faccia le veci e lo rappresenti nelle relazioni con il medico e con le strutture sanitarie». Ma anche qui non mancano le criticità come quelle previste al comma 4 dove si legge: «Il medico è tenuto al rispetto delle “Dat” le quali possono essere disattese, in tutto o in parte, dal medico, in accordo con il fiduciario, qualora sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione». 

4) La sedazione palliativa profonda continua  
Nel disegno di legge sul testamento biologico non è presente un riferimento alla “sedazione palliativa profonda e continua”, una tecnica utilizza recentemente anche in un malato terminale nel Trevisano che consente al paziente di entrare in un sonno profondo e arrivare alla morte senza sofferenza. L’associazione Luca Coscioni ha raccolto un testo firmato da oltre 150 dottori, la “Carta dei medici per il testamento biologico”, per chiedere che questa tecnica venga inserita nel testo della legge. 


Eutanasia, 8 testi in Parlamento e una petizione fermi dal 2013

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Di Luisa De Montis

Sono in tutto 8, tra cui una di iniziativa popolare, le proposte di legge presentate durante l'attuale legislatura alla Camera e al Senato sulla possibilità di ricorrere anche in Italia all'eutanasia, a cui si aggiunge anche una petizione in cui si chiede la depenalizzazione del reato di eutanasia, depositata a palazzo Madama per mano di Salvatore Acanfora, di Bari.
Per la verità Acanfora non è nuovo ad iniziative del genere (già nelle passate legislature aveva presentato petizioni su vari argomenti, tra cui la concessione di amnistia e indulto per contrastare il sovraffollamento delle carceri e interventi a tutela dei lavoratori con figli e per l'effettiva parità tra i sessi in materia di lavoro). Le proposte di legge, in tutto 6, presentate alla Camera sono state assegnate in sede referente alle commissioni Affari sociali e Giustizia, ma sono ferme da oltre 3 anni. La più "antica" è quella promossa dall'Associazione Luca Coscioni, datata 13 settembre del 2013 e supportata da 50mila firme di cittadini. Le altre 5 proposte sono tutte di parlamentari: 2 targate Sel (ora Sinistra italiana) a prima firma Di Salvo e Nicchi e risalenti al 2014 e al 2015. Un'altra è a prima firma Bechis (Misto, Al), del 2015, poi nel 2016 arrivano le due proposte di Mucci e Marzano. L'esame nelle commissioni congiunte è iniziato il 3 marzo del 2016, ma nella stessa seduta si è svolta solo la relazione sui due testi, dopodichè l'esame non è mai proseguito. Al Senato, invece, oltre alla petizione, sono state presentate alcune proposte di legge sia contro che a favore dell'eutanasia. Alcune di queste sono state poi ritirate, mentre restano le proposte a prima firma Palermo (Autonomie) datata 2014 e Manconi (Pd) del 2013, entrambe assegnate alle commissioni Giustizia e Sanità.

L'EUTANASIA NEL NOSTRO ORDINAMENTO

Il presupposto di base è che per l'ordinamento italiano la vita è un bene indisponibile. L'indisponibilità risulta, a livello costituzionale, dall'art. 2 e, a livello di legge ordinaria - oltre che dall'articolo 5 del codice civile, che vieta gli atti di disposizione del proprio corpo "quando cagionino una diminuzione permanente dell'integrità fisica, o quando siano altrimenti contrari alla legge, all'ordine pubblico o al buon costume" - dalle disposizioni penali che puniscono l'omicidio del consenziente e l'istigazione o l'aiuto al suicidio, nonchè, indirettamente, dall'articolo 50, sull'efficacia discriminante del consenso della persona offesa, con esclusivo riferimento alla lesione dei beni disponibili. Dunque, ogni affermazione della libertà di autodeterminazione dell'individuo non è dunque assoluta, dovendo essere temperata con il principio dell'indisponibilità della vita, si legge nella scheda tecnica del servizio studi della Camera.

COS'È L'EUTANASIA

Con il termine eutanasia si indica convenzionalmente la morte cagionata per motivi di pietà nei confronti di una persona affetta da malattia probabilmente o certamente incurabile, allo scopo di sottrarla alle sofferenze inerenti al processo patologico terminale. Secondo la scheda tecnica del servizio studi, "una cosa è provocare la morte con un diretto intervento di un terzo acceleratore dell'evento; altra è lasciare che la malattia si manifesti nei suoi effetti fino alla morte. Nel nostro ordinamento, soltanto nel primo caso (eutanasia attiva) si è in presenza di una condotta punibile. Nel secondo caso (eutanasia passiva) in tanto la condotta è punibile in quanto sussista in capo al medico o all'assistente il malato un obbligo di cura, ovvero un obbligo di compiere azioni positive idonee a impedire o ritardare l'evento.

Nella loggia massonica del Grande Oriente francese si dibatte sull'eutanasia dei bambini, per il senatore Philippe Mahoux “Lo scandalo non è la morte, ma la sofferenza e la malattia, tanto più quando si tratta di un bambino”



Di Arthur Herlin

L’eutanasia per gli adulti non è ancora stata legalizzata in Francia, ma la principale loggia massonica del Paese, il Grande Oriente di Francia, già dibatte su una legge sul fine vita adattata ai minori.
Un giornalista di Famille Chrétienne ha potuto assistere a una conferenza intitolata “La fine della vita dei bambini”, organizzata il 3 ottobre nel tempio della loggia per la commissione nazionale di salute pubblica e di bioetica del Grande Oriente di Francia.






Per l’occasione era presente anche il senatore belga Philippe Mahoux, padre della legge che ha depenalizzato l’eutanasia in Belgio nel 2002 e di quella del 2014 che l’ha estesa ai bambini.
“Il grande giorno, anche se di fronte a un pubblico ridotto”, il senatore ha potuto esporre la propria visione dell’eutanasia, “un gesto ultimo di umanità, che è un gesto di vita!”, ha spiegato il giornalista.
La sua riflessione ha assunto poi la forma di una campagna promozionale: “Lo scandalo non è la morte, ma la sofferenza e la malattia, tanto più quando si tratta di un bambino”.
Il senatore ha anche fatto un appello alla semplificazione ai politici francesi perché offrano “uno spazio di libertà”, chiedendo un’eutanasia “senza limiti di età”.
Predicare ai convinti
Secondo il giornalista di Famille Chrétienne, nessuna obiezione ha ostacolato il discorso. Evidentemente il senatore predicava a persone già convinte. “Spazzava via le critiche con le mani”.
I suoi oppositori, ha affermato, hanno “una visione elitista della pratica medica, di individui animati da convinzioni religiose”.
Com’era da aspettarsi, gli oratori successivi si sono dati battaglia sul “discorso che glorificava l’individualismo”, ha scritto il giornalista.
L’unico problema, sottolineato da un “habitué del luogo”, il deputato del PS di Rhone Jean-Louis Touraine, è il blocco all’Assemblea Nazionale delle misure a favore dell’eutanasia degli adulti, una tappa previa indispensabile per permettere ai partecipanti a questo dibattito di esercitare la propria pressione sul fine vita dei bambini.

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

Belgio, ragazza 24enne con depressione chiede e ottiene eutanasia: "Unica soluzione"

Belgio, 24enne depressa chiede e ottiene eutanasia: "Unica soluzione"

http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/belgio-24enne-depressa-chiede-e-ottiene-eutanasia-unica-soluzione-_2120419-201502a.shtml

Ha 24 anni Laura, è fiamminga e non ha una malattia fisica incurabile, ma ha chiesto e ottenuto di morire. "La vita non fa per me", ha spiegato ai medici che le hanno dato l'ok per l'eutanasia questa estate, in una data ancora da stabilire. Il caso sta scuotendo l'opinione pubblica in Belgio. La legge nazionale sul fine vita prevede che un paziente possa chiedere l'eutanasia anche in caso di "sofferenze psichiche insopportabili".
Depressa fin dalla scuola materna - Laura, sin dalla scuola materna, nel mezzo di un'infanzia difficile, ha sempre pensato al suicidio: "Vedevo gli altri bambini giocare, e mi chiedevo cosa ci facessi là, non avevo alcuna voglia di vivere". La ragazza si e' raccontata al quotidiano "De Morgen", lasciando testimonianza di un malessere subdolo e onnipresente. "Ho l'aria molto calma ora, ma probabilmente tra poco mi rotolerò per terra dal dolore che m'infliggo, la mia lotta interiore non ha mai fine". 

All'età di 21 anni ha deciso di farsi internare - La giovane donna vive ora alcuni giorni a settimana in un piccolo appartamento, ma dai 21 anni ha chiesto volontariamente di essere internata, un tentativo di guarire da una sofferenza interiore che le ha già fatto infliggersi automutilazioni e tentativi di suicidio. "La mia vita è una lotta quotidiana sin dalla nascita, certi giorni mi trascino letteralmente di secondo in secondo, i miei 24 anni sono stati un'eternità".

Laura: "La mia famiglia e i miei amici hanno capito" - Il punto di svolta arriva in clinica, dove conosce un'altra ragazza, Sarah, con cui riesce finalmente a parlare liberamente della sua vita ma soprattutto della morte. Ed è Sarah a darle l'idea dell'eutanasia, che ha chiesto anche per se stessa. Da allora la prospettiva di una morte certa ha come placato Laura, che dopo il via libera dei tre medici richiesto dalla legge belga, sta organizzando i suoi funerali: "I miei amici e la mia famiglia hanno capito, conoscono la mia storia e sanno che è la soluzione migliore per me". 

Laura: "Tutti i giorni mi chiedo se voglio morire, la risposta è sempre sì" - Come il caso di Laura, ce ne sono in Belgio circa 50 l'anno, pari al 3% di tutte le eutanasie effettuate nel Paese, che lo scorso anno ha legalizzato anche le procedure di fine vita per i bambini. "L'eutanasia resta una decisione violenta, e ogni giorno - ammette la ragazza - mi chiedo: lo voglio veramente?". Ma, aggiunge subito, "ogni giorno, la risposta è sempre sì". Perché "l'eutanasia rende la mia morte inevitabile, ma almeno dignitosa".

Eutanasia, Dolce Morte, Fine Vita: Primi Bug


A cura di Anticorpi.info

Come prevedibile ecco fiorire le prime assurdità intorno al fenomeno dell'eutanasia, da qualche tempo ribattezzata: fine vita, materia su cui molte istituzioni occidentali dall'alto della loro rappresentatività e saggezza hanno deciso di legiferare, formalmente per soddisfare delle 'improrogabili necessità' socio-burocratico-legali-filantropiche, ma in realtà - temiamo - per scopi di ingegneria sociale.

Il graduale ma deciso smantellamento del welfare attuato dalle odierne classi dirigenti mutanti, abbinato al graduale convogliamento della previdenza e della sanità verso un sistema privatistico, oltre a svuotare di senso il concetto di Stato democratico, sta per condurre all'innalzamento dell'età pensionistica, mossa che già di per se comporterà per ovvi motivi una cospicua riduzione del monte pensioni da erogare nel prossimo futuro.

La 'mission' portata avanti da questi osceni apparati collusivi è quella di massimizzare le 'entrate' rastrellando contributi e premi assicurativi, e al contempo minimizzare le 'uscite', sottraendo alla gran parte dei cittadini il diritto ad una tranquilla pensione dopo una vita di fatica ed accantonamenti previdenziali. 
Ciò detto, è assai forte il sospetto che per abbattere (termine appropriato) ulteriormente il numero dei futuri aventi diritto, ai piani alti stiano adottando altri accorgimenti anche di ordine culturale e persuasivo, tra i quali - per l'appunto - la diffusione della cultura della eutanasia.

Stanchi di vivere
"Exit, centro mondiale di eutanasia, ha avviato la realizzazione di un bel programmino: stecchire non solo coloro i quali sono malati terminali, sofferenti e desiderosi di porre fine ai tormenti terreni, ma anche gli anziani - diciamo pure vecchi - non più in grado per motivi ovviamente fisici di campare in modo soddisfacente." Fonte


Secondo quanto riportato sul suo sito (link): "Exit Svizzera Italiana è un’associazione svizzera costituitasi nel 2012 a Berna con lo scopo principale di poter assistere tutti i cittadini del Canton Ticino, affetti da patologie gravi ed irreversibili per garantire loro tutte le cure palliative necessarie ed eventualmente assisterli ed accompagnarli alla Morte Volontaria Assistita secondo quanto dettano le norme vigenti svizzere (Art. 115)."

Irreversibilità è una parola abusata dalla medicina mercantile. Come la mettiamo con quelli che rivolgendosi altrove siano 'inaspettatamente' guariti dopo che gli scienziati li avevano bollati come 'in fin di vita'? Sono tanti; basta cercare sul Web.
Non è tutto. Nell'assecondare questo loro irrefrenabile impeto compassionevole"i dirigenti di Exit hanno pensato di andare incontro alla domanda di estinzione prematura estendendo a vecchi inconsolabili, incazzati o stanchi di vivacchiare l'opportunità di schiattare, risparmiandosi il percorso doloroso preteso da madre natura." Fonte

Quindi, amici anziani e (tra non molto) meno anziani, nel caso in cui voleste risolvere definitivamente quel problema di unghia incarnita, sapete dove rivolgervi.

Meglio non dirlo a nessuno.
"Un ex magistrato calabrese, Pietro D'Amico, di 62 anni, di Vibo Valentia, è morto in una clinica di Basilea, in Svizzera, dove gli è stato praticato il suicidio assistito. La notizia è riportata dalla Gazzetta del Sud. I familiari di D'Amico hanno ricevuto la notizia della morte del congiunto, secondo quanto scrive il giornale, attraverso una telefonata della direzione della struttura sanitaria elvetica." Fonte


La cosa più inquietante è che l'uomo avrebbe portato a compimento l'intento suicida in totale riservatezza, senza avvertire i parenti, né altri congiunti o conoscenti. "A riferirlo è il cugino dell'ex magistrato: 'Non ci spieghiamo come sia stato possibile che nessuno dalla clinica di Basilea ci abbia avvertito della volontà di morire espressa da Pietro. Possibile che una semplice volontà di morire possa fare scattare la procedura del suicidio assistito? Pensavamo che fosse partito per uno dei suoi soliti viaggi." Fonte

In altri termini non esistono leggi che obblighino simili strutture ad avvisare i congiunti del 'paziente' prima che l'intento sia portato a termine. Una vera stranezza. Ci obbligano a rinunciare alla nostra privacy in cambio della sicurezza, ma a quanto pare il principio si applica a singhiozzo, dato che perde validità in materia di eutanasia, dove la privacy torna ad essere 'sacra.'
L'augurio è che il legislatore si adoperi per correggere al più presto questo lugubre bug nella giurisprudenza, che i soliti complottisti malpensanti potrebbero interpretare come un indiretto nulla osta al suicidio da parte delle istituzioni.

Quando lo stato è a presidio dei diritti

Di Andrea Scarponi
E’ ormai da diversi anni che imperversano nei dibattiti politici temi ‘scottanti’ quali, ad esempio, la questione dei diritti civili alle coppie omosessuali o il diritto alla ‘buona morte’, l’eutanasia, per i malati terminali. Come è ovvio che sia in un dibattito, da ambo le parti si agitano coloro che propendono per questa o quell’altra soluzione: la platea si divide puntualmente in pro e contro; dall’una e l’altra volano insulti di ogni tipo fino a che l’atmosfera non diviene incandescente e si arriva allo scontro frontale.
In questi due citati esempi (e se ne potrebbero fare molti altri), se solo si provasse a spostare l’angolo prospettico da cui la questione viene osservata, ci si accorgerebbe che il punto non sta tanto nel capire quale delle due parti abbia ragione e meriti la soddisfazione delle proprie richieste, quanto piuttosto che tutti i problemi nascono da due concetti che nulla hanno a che vedere con le ragioni dell’una e dell’altra parte, ma che nondimeno costituiscono il cruccio del ‘perdente’ in ogni caso.
Infatti, analizzando la questione da una prospettiva che rimetta al centro la libertà individuale, non ci sarebbe alcun modo di dirimere la controversia ricercando una ‘ragione universale’ nelle tesi contrapposte, perché una tal ragione non esiste: essere pro-gay, pro-eutanasia, pro-aborto ecc. è tanto legittimo quanto esservi contrari, benché solitamente una presunta superiorità intellettuale bolli come ‘bigotte’ le tesi oltranziste dei contrari perché questi vogliono limitare, per l’appunto, quella libertà che si vuole difendere. A ben vedere, se essere liberi significa poter autodeterminarsi e prendere libere decisioni, non c’è alcun modo per negare la libertà di essere contrari a certe questioni, anche se tali indirizzi appaiono illiberali.
Quali sono, dunque, i concetti all’origine di queste problematiche che finiscono inevitabilmente per falsare ogni realtà fenomenica che si manifesta in un dato momento storico e in una certa popolazione? Manco a dirlo, uno è il concetto di ‘Stato‘, l’altro è quello di ‘diritto‘. Questi due concetti sono legati indissolubilmente da un doppio filo sin da quando gli esponenti di una certa corrente di pensiero – il giusnaturalismo – ha fatto la sua comparsa nell’Europa continentale. Parlare per la prima volta di diritti della persona (di property individuale) e non soltanto di diritti sulla res, aveva allora un significato ben preciso, ossia quello di affrancare l’uomo, qualsiasi uomo, dall’arbitrio dispotico di un tiranno, delimitando un’area virtuale attorno alla persona che non poteva essere oltrepassata da qualsivoglia decisione del potere (ed aggiungerei, da qualsiasi manifestazione del potere). Si capisce come un tal modo di ragionare avesse, a quel tempo, una notevole carica rivoluzionaria: nel tempo in cui i Re possedevano lo ‘ius vitae ac necis‘ su ciascuno dei propri sudditi, affermare il ‘diritto alla vita’ come supremo, innato e irrinunciabile, significava compiere il passo decisivo verso la libertà sostanziale.
Avvenne, poi, con la rivoluzione francese, che questo nucleo di diritti essenziali e irrinunciabili costituì al contempo la ragion d’essere e il limite dello Stato moderno: una volta, infatti, che i diritti furono proclamati, non restava che trovarne il fido garante e assicurarsi che questo non li avrebbe a sua volta sovvertiti. Ora, ai fini di questa breve disamina, vale la pena prendere in considerazione uno dei caratteri essenziali dello Stato di diritto: il monismo giuridico, ossia la pretesa di essere l’unico soggetto con la capacità di emanare norme giuridiche aventi efficacia in un dato territorio (solitamente i confini nazionali, ma in alcuni casi anche al di fuori di questi – si pensi al diritto penale italiano, tendenzialmente universale). Ed è proprio il monismo giuridico ciò che, nello specifico, causa gli attriti di cui si è parlato all’inizio: essere l’unico soggetto in grado di poter stabilire cosa è lecito e cosa non lo è, significa consegnare nelle mani di una maggioranza, o di una confessione religiosa, o di un leader carismatico e così via, lo ‘ius vitae ac necis‘ sulla legittimità di una certa pretesa. Vista così, si potrebbe affermare come molte delle varie lotte per la conquista di diritti, in realtà, non sono state altro che riappropriazioni di ciò che sarebbe dovuto essere in una società autenticamente libera, e che invece sono state soffocate dalla tracotanza statale, ben lungi dall’essere quel paradiso idilliaco che si fa espressione della ‘volontà generale’ del popolo.
Quindi, ricapitolando, lo Stato è a presidio dei diritti individuali; lo Stato decide quali diritti hanno ragion d’essere nel suo territorio. Capito il trucchetto? Ritorniamo alla questione dei diritti civili delle coppie omosessuali. Lo Stato riconosce alle coppie eterosessuali che convolano in matrimonio alcuni diritti civili in funzione dell’importanza che la famiglia ricopre nell’organizzazione sociale come, ad esempio, la reversibilità della pensione per il coniuge superstite. Quando le coppie omosessuali avanzano la medesima pretesa, ossia di potersi sposare per accedere alla reversibilità della pensione (per rimanere all’esempio), lo fanno essenzialmente perché altrimenti non c’è via attraverso la quale possano ottenere un servizio di tal guisa. In un paese ove la previdenza è pubblica, non v’è alcun modo per questi di ottenere siffatto ‘diritto’ rivolgendosi a una certa azienda assicuratrice piuttosto che a un’altra che non prevede, in ipotesi, quell’opzione.
In effetti, quello che preme sottolineare è che il punto della questione, e del dibattito ad essa inerente, non è tanto il se un certo punto di vista è più giusto di un altro, quanto piuttosto il fatto che finché sarà lo Stato a presidiare i diritti della persona, vi sarà sempre un cittadino di seria A e uno di serie B, specie se gli strumenti per l’attuazione di talune pretese restano nelle monopolistiche mani dello Stato. Quindi, il riconoscimento di diritti civili alle coppie omosessuali, pur covando una forte carica simbolica e pur potendo avvicinare la realtà attuale a una condizione più equa, non risolve affatto il cuore del problema, che, rebus sic stantibus, è destinato a ripetersi all’infinito in una società regolata da un legislatore (unico e) morale.

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