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SAN PIETROBURGO, giovane 'attivista femminista e star dei social' versa acqua e candeggina sugli uomini seduti a gambe larghe nella metro: 'Atto di protesta contro il manspreading'


Di Salvatore Santoru

Nella metro di San Pietroburgo un'attivista femminista e studentessa di giurisprudenza ventenne nonché star di InstagramAnna Dovgalyuk, ha versato acqua e candeggina sui pantaloni dei ragazzi e degli uomini seduti a gambe larghe(1). 

La stessa ragazza ha pubblicato il video dell'azione e ha sostenuto, a seguito dello scetticismo espresso da alcuni utenti, che si è trattata di un'azione assolutamente reale e che ha interessato settanta individui.

Oltre a ciò, Dovgalyuk ha rivendicato il fatto che l'azione è stata fatta contro il manspreading, ovvero sia l'abitudine di alcuni ragazzi e/o uomini di sedersi a gambe larghe e che secndo le femministe non è meramente espressione di maleducazione ma strumento di 'invasione machista negli spazi pubblici'(2). 

NOTE:


CANADA, l'incontro delle ministre degli Esteri: 'Serve una politica estera femminista'


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Di Salvatore Santoru

Si è recentemente svolto a Montreal il primo meeting internazionale dedicato alle ministre degli Esteri.
Più specificatamente, riporta il Corriere(1), si è trattato del primo vertice mondiale dedicato alla lotta contro le disparità di genere e alla promozione della presenza e del ruolo femminile nella politica e nei posti di comando.

Durante l'incontro, si è sostenuto che servirebbe un'agenda e una 'politica estera di stampo femminista'.

NOTA:

(1) https://www.corriere.it/esteri/18_settembre_22/ministre-esteri-canada-da-sole-ora-un-agenda-femminista-f95bf77a-be9e-11e8-b1b9-790a44cac897.shtml

NEW YORK UNIVERSITY, IL CASO: fa discutere lettera firmata da importanti teoriche del 'femminismo mainstream'(tra cui Judith Bluter) a difesa di Avital Ronell, accusata di molestia verso un suo studente

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Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere un caso avvenuto nella New York University.
Come riporta il 'Corriere Della Sera', la docente 66enne Avital Ronell è accusata di aver molestato un ragazzo sulla trentina(1).

Più specificatamente, nel settembre del 2017 lo stesso ragazzo ( frequentante i corsi più avanzati, il PhD), ha segnalato al Dipartimento di sorveglianza dell’ateneo di essere stato presumibilmente molestato(il condizionale è d'obbligo non essendo chiarito il caso) dalla stessa Ronell e qualche settimana fa un gruppo di colleghi e colleghe della stessa docente di germanistica ha scritto una lettera indirizzata al presidente dell'università Andrew Hamilton, in cui ci si appella ai «meriti» e «alla «reputazione» della professoressa e critica letteraria di origine israeliana(2).

Tale lettera, resa nota dall'ordinario di filosofia e legge alla University of Chicago Law School Brian Leiter sul suo blog 'Leiter Reports'(3), sostiene che contro la Ronell si è creata una«caccia alle streghe». 
Andando maggiormente nei particolari e stando a quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz(4), c'è da dire che tra i firmatari della lettera vi sono una cinquantina di intellettuali e tra di essi alcune delle più importanti teoriche femministe contemporanee.

Tra l'altro, la stessa iniziativa è stata promossa dalla filosofa post-strutturalista teorica del gender Judith Bluter(5), nota anche per il contributo teorico alla terza ondata del femminismo.
Ovviamente c'è da dire che le accuse alla Ronell sono tutte da verificare e indagare in modo imparziale.

NOTE:

(1) https://27esimaora.corriere.it/18_luglio_01/usa-docente-accusata-molestie-c6fa0060-7c9f-11e8-87b8-02c87e8bc58c.shtml

(2) http://leiterreports.typepad.com/blog/2018/06/a-fair-assessment-of-the-letter-in-defense-of-professor-ronell.html 

(3) https://it.wikipedia.org/wiki/Avital_Ronell

(4) https://www.haaretz.com/us-news/.premium.MAGAZINE-when-top-feminists-defend-a-scholar-accused-of-sexual-harassment-1.6221047

(5) https://en.wikipedia.org/wiki/Judith_Butler

CONTROVERSIA PER LE AFFERMAZIONI DELLA FILOSOFA E SCRITTRICE FEMMINISTA LUISA MURARO CONTRO LA PATERNITA' PER LE COPPIE GAY: 'E' VITTORIA DELL'OMOPATRIARCATO',FONDAMENTO SIMBOLICO DEL PATRIARCATO'

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Di Salvatore Santoru

Negli ultimi giorni hanno fatto discutere le affermazioni della filosofa e scrittrice femminista Luisa Muraro(1).
In un articolo,intitolato "Una di Meno", per il sito della storica casa editrice femminista 'La Libreria Delle Donne'(1) la Muraro ha sostenuto che la recente sentenza della Corte D'Appello del Tribunale di Trento è una vittoria dell'omopatriarcato, in quanto è stata riconosciuta la paternità a due uomini e in tal modo si è avuta "una madre in meno".
Inoltre, la Muraro ha sostenuto che l'omopatriarcato è il 'fondamento simbolico' del patriarcato e ha fatto riferimento all'antica Grecia.
La presa di posizione della Muraro è stata criticata dal mondo LGBT italiano ed è l'emblema di una sempre meno latente distanza tra un certo femminismo e un certo mondo LGBT.

NOTE:

(1)https://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Muraro

(2)http://www.libreriadelledonne.it/una-di-meno/

CONTROVERSIA SU AFFERMAZIONI DELLA NOTA SCRITTRICE FEMMINISTA NGOZI ADICHIE SUI TRANS : 'CONDIZIONE DONNE TRANS NON E' UGUALE A QUELLA DELLE DONNE NATE DONNE'.ACCUSE DI TRANSOFOBIA, REPLICA DELLA SCRITTRICE

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Di Salvatore Santoru

In Inghilterra e negli USA hanno fatto discutere le affermazioni sulle donne trans della nota scrittrice femminista nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, nota mondialmente per il libro "Dovremo Essere Tutti Femministi"(1).
La scrittrice femminista nigeriana è stata accusata di transofobia per aver sostenuto che la condizione di una donna trans è diversa da quella di una donna nata donna, in quanto la donna trans sarebbe nata con dei privilegi('privilegio maschile') che una donna nata donna non ha mai avuto.
La Adichie,già impegnata per i diritti LGBT in Nigeria, si è dichiarata choccata dall'accusa di transofobia e ha precisato le sue parole ribadendo il concetto della differenza di condizione tra donna nata donna e donna trans, sostenendo anche che il tentare di rendere uguale la loro condizione nasce da un'intento buono ma si basa su una strategia di falsità.

NOTE:

(1)https://it.wikipedia.org/wiki/Dovremmo_essere_tutti_femministi

(2)http://www.independent.co.uk/arts-entertainment/books/news/chimamanda-ngozi-adichie-transgender-women-channel-4-interview-views-lgbt-raquel-willis-a7628571.html

LA DIFFERENZA TRA IL FEMMINISMO E IL FENOMENO DEL COSIDDETTO "FEMINAZISMO"

Immagine correlata


Di Salvatore Santoru

Spesso nel mondo del web si sente parlare di "nazifemminismo", un termine nato negli ambienti conservatori statunitensi ed utilizzato trasversalmente e che risulta simile a quello di "radical chic" o di "social justice warriors".
Teoricamente,anche se spesso così non è, si dovrebbe indicare con "nazifemminismo" un termine ironico e provocatorio per indicare le strumentalizzazioni e il radicalismo del femminismo di alcune persone e/p gruppi("feminazi"), anche se è vero che molto spesso tale termine viene utilizzato in chiave semplicemente "antifemminista" e in modo generalizzato.
In linea di massima, l'ambiente femminista statunitense sostiene che il termine sia creato per attaccare il femminismo in sé ma c'è da dire che al di là di queste due opposte e radicali posizioni si può invece sottolineare la differenza tra posizioni femministe e alcune di quelle considerate "nazifemministe".
Per specificare meglio, per posizioni femministe si può fare riferimento a quelle portate avanti dal femminismo storico e dai suoi eredi, aventi per obiettivo il riconoscimento della parità e dell'equità di genere nonché l'emancipazione e la valorizzazione femminile e più in generale la lotta contro ogni forma di sessismo e discriminazione sessista.
Nell'alveo del cosiddetto "nazifemminismo" si potrebbero inserire quelle posizioni estremiste che sfociano nell'odio verso il maschio in sé e considerano legittime o negano le violenze sui maschi e in parte anche le non così rare contraddizioni di certe estreme posizioni del cosiddetto "femminismo" pseudoterzomondista"(il terzomondismo storico non ha molto a che vedere con ciò) e "pseudomondialista" che considera di gran lunga peggiore la condizione attuale delle donne in Occidente(in buona parte derivata dalle lotte del femminismo storico)rispetto a quella presente nelle società dominate dall'islamismo radicale e da regimi oscurantisti che si basano sulla discriminazione legale ed autorizzata per le donne, discriminazione che ovviamente è del tutto illegale in Occidente.
A mio parere questi due esempi rendono bene l'idea e la differenza che possa esserci tra il fenomeno del femminismo storico e delle posizioni che attualizzano esso e certe posizioni estremiste che stanno avendo sempre più seguito e non raramente(e con ottime ragioni) sono sgradite spesso dalle stesse femministe storiche.

Populismo e femminismo rivoluzionario latino-americano

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Di Maddalena Celano
I movimenti femministi che sono emersi nella regione latino-americana non erano semplicemente imitazioni delle esperienze occidentali; spesso erano invece riconfigurazioni e rimodulazioni di correnti politiche pre-esistenti, socialiste, anarchiche, cattoliche, liberali con lunghe tradizioni di attivismo, di ricerca e interventi culturali che risalgono al XIX secolo.  L’America Latina è naturalmente un’astrazione, la semplificazione di una vasta gamma di esperienze e tendenze sub-regionali. Eppure, mentre i nuovi movimenti sono stati modellati dall’eterogenea composizione sociale e culturale dei diversi paesi, hanno anche sviluppato caratteristiche e dinamiche condivise. Un aspetto importante del femminismo latino-americano viene dai movimenti rivoluzionari sorti negli anni sessanta, in risposta sia alla disuguaglianza economica che agli  interventi imperialisti, con la rivoluzione cubana, senza dubbio, come epicentro-ispiratore. Questi gruppi hanno reclutato una nuova generazione di donne molto istruite, che non si accontentarono di fare da inservienti o le amanti dei rivoluzionari maschi. Mentre le donne sono rimaste minoranza come membri formali dei partiti comunisti e di altre organizzazioni militanti, erano comunque coinvolte in una vasta gamma di attività. Queste giovani militanti della sinistra rivoluzionaria diventarono “le femministe di fuoco degli anni ‘70”, spesso impegnate in una ‘doppia militanza’, attive sia nei partiti di sinistra che nei gruppi di donne.
Ma forse altrettanto importante, nel lungo periodo, fu la recrudescenza dell’attivismo cattolico che promosse varie forme di “populismo-progressista” o “di-sinistra”. Tutti gli intellettuali insistono su una lettura laica dell’attivismo femminista, ma la storia della mobilitazione sociale del Continente rende chiaro che sia il pensiero cattolico e la sua pratica sono stati rilevanti dalla fine degli anni cinquanta in poi. Quest’aspetto prese la sua forma più radicale nella Teologia della Liberazione, che ha influenzato una nuova generazione di laici cattolici, così come giovani suore e preti. Nella Conferenza  Episcopale di Medellín del 1998 si parlò di educazione popolare come strumento per il cambiamento e ‘presa di coscienza’ come strumento di liberazione, che portò ‘il risveglio e l’organizzazione dei settori popolari della società’ per realizzare progetti sociali. Molto più che in Europa o in Nord America, l’ agitazione femminista in America Latina, durante questo periodo, fu caratterizzata dall’integrazione di intellettuali e attivisti della classe media in lotta per i diritti fondamentali e l’uguaglianza, sotto regimi repressivi. Le femministe socialiste e radicali sono state raggiunte da femministe popolari o da attiviste del “populismo-progressista” (attivo in Argentina, Venezuela ed Ecuador), dalle donne della classe operaia nelle chiese o nelle associazioni di quartiere, organizzandosi contro le dittature.
L’alfabetizzazione e la pedagogia dell’auto-emancipazione popolare dell’educatore brasiliano Paulo Freire giocò un ruolo centrale nel lavoro della solidarietà femminista latino-americana. Le metodologie dell’educazione popolare critica sono state adattate da attiviste femministe per includere temi come la sessualità delle donne, il diritto di famiglia, le relazioni tra genitori e figli, le relazioni di coppia, il lavoro educativo delle donne nelle aree urbane rurali e povere. Infatti, le tecniche pedagogiche di Freire sarebbero diventate lingua franca per i progetti di sviluppo di genere intraprese da ONG femministe negli anni ottanta; continuando a essere utilizzati in tutta la regione per raggiungere le donne nelle zone rurali, comprese quelle delle comunità indigene. Nel 1981 le femministe latinoamericane istituirono una rete a livello continentale per l’educazione popolare delle donne, REPEM (Red de Educación Popular Entre Mujeres de América Latina y el Caribe), impegnate per la promozione sociale, politica ed economica delle donne attraverso la pedagogia critica.

DOPPIO STANDARD ? COME LA CLINTON NEGLI USA ANCHE LA LE PEN POTREBBE DIVENTARE LA PRIMA DONNA PRESIDENTE DELLA FRANCIA, MA A DIFFERENZA DELLA PRIMA NEI MASS MEDIA NON SI DA' ALCUN PESO A CIO'

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Di Salvatore Santoru

Da diverso tempo nei mass media si ripete continuamente che gli Stati Uniti potrebbero avere una prima presidente donna e/o presidentessa,Hillary Clinton.
Tale fatto viene considerato come segno di femminismo e emancipazione femminile per il fatto simbolico in sé, ma "stranamente" questa situazione non sembra valere per altre situazioni.
Difatti, negli anni 80 Margaret Thatcher divenne la prima donna presidentessa della Gran Bretagna ma non fece e non fa scalpore tutto ciò, così come non ha fatto tanto scalpore l'elezione di Angela Merkel e la possibile elezione di Marine Le Pen, che potrebbe diventare la prima presidentessa della Francia.

Sembra proprio che secondo questa narrativa esistano "donne di serie B" che non meritano l'interesse perché o non statunitensi o non seguaci dell'ideologia di una certa sinistra o presunta tale, eppure se realmente sarebbe una grande conquista femminista l'elezione della Clinton perché non dovrebbe esserlo stata quella della Thatcher e perché non dovrebbe esserlo quello della Merkel o della Le Pen?

Insomma, se come si dice non contano le opinioni e le azioni della Clinton ma il fatto simbolico in sé, della sua possibile elezione a prima presidentessa del suo paese, come mai questo fatto non ha alcun senso se si tratta di altre donne con idee diverse ?

LA SCRITTRICE FEMMINISTA LOUISE BURFITT-DONS CRITICA UN CERTO "FEMMINISMO TERZOMONDISTA" CHE DEMONIZZA L'OCCIDENTE MA TOLLERA L'ISLAMISMO RADICALE

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Di Salvatore Santoru
 In un articolo pubblicato sul suo blog "Common Sense Feminist"(1) la scrittrice e attivista Louise Burfitt-Dons(2) ha fatto cenno al fenomeno di un certo "femminismo estremo" e terzomondista abituato a demonizzare l'Occidente ma alquanto 'tollerante' verso fenomeni come l'islamismo radicale.
Nell'articolo la Dons, già impegnata da anni nella lotta contro il bullismo e la violenza sulle donne, ha fatto anche riferimento alla scelta(3) dell'ex modella inglese Kimberley Miners che ha scelto di diventare miliziana dell'ISIS(4), costituendo una delle ormai (relativamente) sempre di più donne occidentali che scelgono di unirsi al Califfato o all'islamismo radicale, si pensi anche alla vicenda dell'ex chitarrista inglese Sally Jones(5). 
Contestualizzando la vicenda, la Dons ha sostenuto che tali casi possano essere anche dovuti al fallimento di un certo "femminismo radicale" e,bisognerebbe dire, autoproclamato "terzomondista" e/o "mondialista" tutt'ora alquanto egemone, "femminismo radicalista" che ha abbandonato lo "spirito femminista autentico" per concentrarsi sulla demonizzazione dell'uomo occidentale e della cultura occidentale in sé.
Difatti, non sono per nulla rare le minimizzazioni dei crimini dell'islamismo radicale e dei maschilismi non occidentali da parte di tali fronti ideologici, che sulla lotta a quello che loro chiamano come il sistema "dominante",vero o presunto, del "maschio bianco" sembra abbiano fatto la propria unica ragione di lotta ideologica.
D'altronde, non si può non segnalare il forte "doppio standard" che accompagna tali visioni ideologiche, dove il "maschio bianco" e la "civiltà occidentale" e/o europea risulta la causa di tutti i mali del mondo, mentre gli altri maschilismi o sono negati o si tende, com successo per i fatti di Colonia(6), a spostare il focus sull'intero genere maschile per paura di apparire non del tutto politically correct, mentre allo stesso tempo è considerato ideologicamente doveroso demonizzare tutti i bianchi per ogni ingiustizia, cosa che d'altronde ha fatto recentemente anche l'attivista sudafricana Gillian Schutte(egli stessa bianca  e il cui discorso, comunque, andrebbe contestualizzato tenendo conto dei parametri ideologici cui si ispira il suo pensiero politico) secondo cui "tutti i bianchi sono razzisti"(7).
NOTE:

HILLARY CLINTON NON È LA PRIMA DONNA CANDIDATA ALLA CASA BIANCA, la prima è stata Victoria Woodhull nel lontano 1872



Il candidato presidenziale democratico Hillary Clinton ha fatto notizia recentemente per essere il primo candidato donna della storia degli Stati Uniti. Ma anche se di alto profilo, Hillary Clinton non è la prima donna ad essere candidata alla presidenza degli Stati Uniti, ma mette in evidenza le barriere che devono affrontare le donne nella politica nazionale americana, perchè la prima donna a correre per la Casa Bianca è stata più di cento anni fa.

Cover of: A woman for president by Kathleen Krull


Victoria Claflin è nata in Ohio il 23 settembre 1838 e sposò Canning Woodhull all’età di 14 anni, una dei primi sostenitori del libero amore e della politica radicale, è stata profondamente coinvolta nel movimento spiritista che ha spazzato gli Stati Uniti nel 1800, ha lavorato come medium in giro per il paese con la sorella Tennessee Celeste Claflin eseguendo sedute. Durante una visita a New York con la sorella, la Woodhull ha incontrato il finanziere Cornelius Vanderbilt da poco vedovo. In cambio per il conforto spirituale fornito per il lutto, Vanderbilt ha sostenuto le sorelle Claflin nel fondare la prima intermediazione mobiliare a conduzione femminile. Durante questo tempo, le sorelle hanno pubblicato il radicale “Woodhull & Claflin Weekly”, un giornale dedicato al socialismo, alla parità di diritti per le donne e la riforma sociale. Come riflesso delle sue idee radicali, il settimanale ha pubblicato la prima traduzione in inglese del Manifesto del partito comunista di Karl Marx.

Hillary Clinton il prossimo novembre, salvo incredibili colpi di scena, contenderà al ricco e spaccone repubblicano Donald Trump la Casa Bianca, nel 1872 Victoria Claflin Woodhull corse per la presidenza USA contro il presidente uscente Ulysses S. Grant nel Party Equal Rights (partito della parità di diritti), dedicato alle riforme socialiste e ai diritti delle donne, anche se a nessuna donna sarebbe stato permesso di votare per lei. Si dice che il suo compagno di corsa non era altro che il famoso abolizionista Frederick Douglass, anche se il suo ruolo nella sua campagna rimane poco chiaro. L’opposizione conservatrice alla candidatura di Woodhull è stata rapida, anche tra quelli del movimento che la sostenevano. L’opposizione presto ha preso una svolta pericolosa. Divorziata dal primo marito e sposata allo stesso tempo con il Col. James Blood, la Woodhull è stata accusata di adulterio.

FONTE E ARTICOLO COMPLETO:http://telodiciamonoisevuoi.myblog.it/2016/06/14/hillary-clinton-la-donna-candidata-alla-casa-bianca/

FOTO:https://openlibrary.org

Il movimento delle donne in Iran

Iranian women protesting
Di Patrizia Nesti
Quella che segue è un’intervista ad una studentessa iraniana realizzata a Livorno nello scorso mese di marzo. Ne emerge una situazione dinamica, ricca di potenzialità e in grado di produrre cambiamenti.
D: Potresti illustrarci le caratteristiche del movimento di lotta delle donne nel tuo paese?
R: I settori più conservatori tendono a far credere che le mobilitazioni delle donne sono legate esclusivamente all’influenza dell’Occidente e al processo di modernizzazione che fu favorito dalla politica dello scià, processo che avrebbe indotto a copiare alcune tendenze occidentali. La situazione in realtà è diversa. In effetti il movimento di lotta delle donne in Iran ha una sua storia autonoma, tanto che le prime pubblicazioni femministe risalgono a circa cento anni fa. Certamente la modernizzazione ha avuto un’influenza sui costumi, più esteriore che sostanziale, così come la rivoluzione khomeinista ha imposto nuovi limiti alla libertà femminile. Ciò non toglie che il movimento di lotta delle donne abbia avuto un suo sviluppo e percorso autonomo.
D: Quali sono stati i momenti più significativi di questo percorso?
R: Sicuramente il 2007 è un anno cruciale per la lotta . Moltissime donne, di varia provenienza sociale si sono unite dando vita ad una mobilitazione generale contro le discriminazioni di genere presenti praticamente in tutte le leggi dello stato. Il Governo riformista, nel periodo appena precedente, aveva infatti aderito alla Convenzione internazionale per i diritti, ma non aveva di fatto rimosso alcun fattore di discriminazione a causa del veto imposto dal Consiglio dei Guardiani della Costituzione. Quest’ultimo organismo ha la funzione di verificare la compatibilità delle leggi dello stato con la legge islamica e di fatto aveva impedito di rimuovere fattori di discriminazione legati ad esempio al diritto di famiglia, o anche semplicemente alle attività di carattere sociale e culturale.
D: Che tipo di lotta viene avviata nel 2007?
R: Tramite un comitato venne avviata una campagna per raccogliere un milione di firme per opporsi alle decisioni del Consiglio: un percorso istituzionale, che aveva però l’obiettivo reale di aumentare i collegamenti e la solidarietà fra le donne, cosa che di fatto si era realizzata. Per questo motivo i settori politici nazionalisti scatenarono una campagna mirata a criminalizzare la lotta delle donne, sostenendo che ci fosse una strumentalizzazione da parte di forze politiche esterne e che le attiviste fossero cospiratrici internazionali. Il movimento subì così una dura repressione, con numerosi arresti eseguiti anche nel corso di iniziative di piazza, fermi e interrogatori.
D: Come è andata a definirsi la situazione negli anni successivi?
R: Ovviamente il movimento ha subito il colpo della repressione, che si è ulteriormente intensificata nel 2009. In questo anno in Iran si era infatti diffusa una protesta radicale e molto ampia contro il brogli delle elezioni presidenziali; a queste mobilitazioni parteciparono in modo significativo anche le donne. 
....
D: Dal 2009 a oggi, dopo la durissima ondata repressiva, come è andato a ridefinirsi il movimento di lotta delle donne?
R: Nonostante la repressione e le varie iniziative governative contro il movimento di lotta delle donne, dobbiamo dire che c’è stata la capacità di mantenere una fitta rete di collegamenti che ha consentito al movimento, pure tra mille difficoltà, di restare in vita e di ampliarsi. La volontà di ottenere una maggiore agibilità sociale e una maggiore autodeterminazione, cioè più libertà, è stata la spinta determinante per andare avanti. Questa necessità è stata avvertita in modo trasversale, perciò il movimento vede tra le femministe più attive non solo giuriste e studiose che hanno anche gli strumenti culturali per fare controinformazione e connettersi in rete, ma anche lavoratrici di vari settori. Questa ampia diffusione sociale ha generato un processo di cambiamento, nonostante le politiche conservatrici e discriminatorie del governo.
D: E la condizione delle donne oggi in Iran?
R: C’è un numero crescente di donne che studiano anche ad alto livello, raggiungendo un elevato grado di formazione con successi spesso maggiori dei maschi, tanto che il governo ha introdotto forme di “protezione” per gli studenti di sesso maschile. A questo successo negli studi non corrisponde però un assorbimento occupazionale, anche per le politiche governative: il 75% delle donne istruite non ha un lavoro anche per le riserve attuate in favore dei maschi.

Dieynaba Sidibe, l'attivista prima graffitara riconosciuta del Senegal

Dieynaba Sidibe

Di Maria G. Di Rienzo

Dieynaba Sidibe, in arte Zeinixx, accanto al muro su cui ha dipinto lo slogan “La povertà è sessista” (il posto è l’Africulturban Centre a Pikine, un sobborgo di Dakar, Senegal, dove si radunano giovani artisti, soprattutto musicisti hip hop).
Dieynaba, 25enne, è la prima donna graffitista riconosciuta come tale nel suo paese. Inoltre, è una poeta, una femminista e un’attivista per il cambiamento sociale. I suoi murales hanno spesso come tema i diritti delle donne e ha cominciato a produrli nel 2008: “E’ perché voglio esprimere molte cose. La differenza fra dipingere graffiti e dipingere su una tela è che quando uso una tela è perché io voglio disegnare, invece con i graffiti sono più concentrata sul messaggio sociale. Le donne sono marginalizzate nella società e io penso che la mia arte possa aiutare la gente a capirlo.”
Sin da quand’era bambina, Dieynaba usava i soldi della sua “paghetta” per comprare carta e colori. Un giorno tornò a casa da scuola per scoprire che sua madre le aveva buttato via tutto, disegni compresi. Nella sua famiglia non era considerato appropriato che una femmina fosse un’artista. La madre di Dieynaba avrebbe però accettato che la figlia studiasse per diventare medica. Riflettendo sull’episodio, Dieynaba dice che “la società ha creato un posto per le donne e quando tu tenti di uscirne, cominciano i problemi.”
E anche se ti adegui, le diseguaglianze non scompaiono: “Per esempio nei salari: quando un uomo e una donna hanno lo stesso grado di istruzione e le medesime capacità di lavorare e riflettere, alla fine del mese non riscuotono la stessa paga.”
Dieynaba Sidibe2
La “battaglia” con la sua famiglia questa giovane artista l’ha vinta (ora i suoi parenti sono orgogliosi di lei) ma poiché è una donna sa di dover lottare ancora: “Come donne abbiamo ottenuto molto in Senegal, in termini di diritti, ma molto di più rimane da fare.” La cosa la preoccupa? Per niente: “Tutte le donne, ovunque, siano pescivendole, graffitiste o impiegate in un ufficio… siamo tutte lottatrici. Le donne stanno lottando per essere libere di esercitare la propria volontà e di svolgere le professioni che a loro piacciono, per essere pagate per il loro lavoro quanto si pagano gli uomini, e per poter seguire le proprie passioni.”

Superare maschilismo e femminismo attuale per una società basata sul rispetto e l'equità di genere




Di Salvatore Santoru

La questione dell'equità di genere è, almeno all'interno delle società occidentali, all'ordine del giorno anche se ancora rimangono diversi problemi da superare.
L'ideologia patriarcale/maschilista che per secoli ha dominato all'interno dell'Occidente e nel mondo è in crisi così come il modello di dominazione da esso propagandato, che in linea generale è un modello sessista e basato sul concetto di supremazia del genere maschile sul femminile.
Sopratutto in Occidente tale ideologia si è ridimensionata grazie alle battaglie del movimento femminista, movimento che oggi rispetto al passato è fortemente in crisi.
Difatti, da giusta e auspicabile rivendicazione di parità e rispetto tra i generi, purtroppo sembra che oggi una buona parte delle rivendicazioni e del pensiero femminista si è trasformata in una visione del mondo ideologica, ricca di conflitti al suo interno.
Per capirci, pare che ogni gruppo che si considera tale voglia avere la supremazia sugli altri considerati tali o si consideri l'unico rappresentante di esso.
Tra i tanti conflitti, vale la pena segnalare quello relativo alla questione dell'islamismo, dove da una parte le femministe classiche(1 e 2 ondata)considerano negativamente il burqua e spesso vedono quelle radicali come alleate del maschilismo islamista e terzomondista, mentre altre (solitamente della 3 ondata) difendono il velo e spesso attaccano i costumi occidentali accusando le prime di essere diventate uno strumento dell'Occidente(o del maschilismo occidentale) e dell'imperialismo bianco e borghese, più diverse sfumature in mezzo.

Il punto è che forse bisognerebbe impostare la questione in maniera diversa, partendo dal fatto che è necessario raggiungere l'equità e il rispetto di genere, ovvero la constatazione che ogni individuo meriti rispetto a prescindere dal proprio genere e che ogni tipo di discriminazione sessista venga superata.

In tal senso, sarebbe utile contrastare culturalmente e superare le credenze sessiste diffuse, sia quelle ancora presenti nella società occidentale che quelle presenti in diverse aree del Terzo Mondo, dove (a partire dal mondo arabo/islamico, ma non solo) c'è il bisogno di fare ancora un lungo lavoro al riguardo.

Superando le credenze di stampo maschiliste e sessiste e di seguito anche l'ideologia femminista per com'è ora, si potrebbe finalmente creare una società realmente basata sulla libertà e sul rispetto di genere, e prima ancora tra individui.




FOTO:(1)https://newearthcentral.com,(2)http://thespiritscience.net

Le origini cristiane del femminismo




Di Angela Ales Bello 

 Si può iniziare da un’affermazione perentoria: il ruolo del femminile e l’importanza della donna sono stati messi in evidenza proprio dal Cristianesimo, che diventa, pertanto, un punto di riferimento particolarmente significativo. Nelle altre religioni, senza farne un’analisi specifica e, tuttavia, tenendo presenti le differenze esistenti tra loro, notiamo, almeno a livello contemporaneo, che ciò non accade nella stessa misura che nel Cristianesimo, perché quest’ultimo ci ha consentito di riflettere dal punto di vista antropologico su che cos’è l’essere umano. Si pensi ad esempio alla nascita del Personalismo su un terreno largamente cristiano. Poiché si tratta di una riflessione, l’argomento è di carattere squisitamente filosofico, perché, quando affrontiamo questioni di fondo, ci inoltriamo in un campo definibile in senso lato filosofico, che, pur utilizzando i suggerimenti provenienti da altre discipline, da altre ricerche più particolari, tende sempre ad arrivare al cuore del problema, a porsi la questione di fondo che, per quanto riguarda l’antropologia, consiste proprio nel rintracciare la struttura dell’essere umano e del suo articolarsi in maschile e femminile. Riservando la trattazione teorica ad una fase successiva, è opportuno iniziare con un’analisi storica riguardante il modo in cui si è sviluppato nella cultura occidentale il tema del femminile e come sia nato il cosiddetto femminismo.

La storia del femminismo

 Il femminismo ha origine all’interno del Cristianesimo, in particolare del Cristianesimo riformato, non del Cattolicesimo, nelle comunità calviniste che si trovavano negli Stati Uniti, dove con forza e decisione era sottolineata l’ uguaglianza degli esseri umani: questo è un motivo proprio del Cristianesimo in generale, ma particolarmente vivo nei movimenti riformati, soprattutto nel Calvinismo che nasce nell’età moderna a Ginevra, sotto la spinta di Calvino, anche per motivi politici - sottrarre Ginevra al dominio dei Savoia -, quindi, si presenta certamente con una componente religiosa molto forte, ma anche un’attenzione particolare alla dimensione politico-sociale. Il Calvinismo, nella sua diffusione in Europa, insieme al Luteranesimo - che ha radici completamente diverse, perché Lutero era un monaco agostiniano, la cui riforma è più di carattere teologico e non ha l’impatto politico immediato di quella calvinista -, si afferma nella parte settentrionale del continente, nei Paesi Bassi e poi anche in Inghilterra, dove si sviluppa il movimento dei Puritani, che sono in realtà calvinisti, mentre l’Anglicanesimo è una posizione riformata consistente nel distacco dalla Chiesa cattolica con scarsi contenuti teologici autonomi. L’Anglicanesimo non accetta il Calvinismo, anzi, c’è un forte contrasto con i Puritani, che, poi, in gran parte lasciano l’Inghilterra e si recano sulle coste degli Stati Uniti, dove fondano comunità che hanno una struttura complessa: in esse acquista grande peso il tema dell’uguaglianza e della democrazia, non come fatto puramente politico, bensì come conseguenza teorico-pratica dei presupposti religiosi. E’ molto interessante riflettere sul fatto che si parla di uguaglianza di tutti gli esseri umani all’interno della comunità cristiana – così è sostenuto dai Calvinisti -, ma tale uguaglianza deve manifestarsi anche nella vita sociale e politica: questa è una delle fonti della democrazia che assumerà, certamente, configurazioni diverse nelle epoche successive, tuttavia, mantiene questo elemento di fondo, tanto è vero che è possibile più ampiamente sottolineare come il Cristianesimo abbia dato l’avvio a molte forme di organizzazione politica e sociale, la cui fonte originaria profonda è religiosa, anche se ciò non viene sempre riconosciuto, perché, in seguito, è subentrato un processo di laicizzazione. Nelle comunità calviniste si parla, forse per la prima volta in modo esplicito, di popolo di Dio: al di là delle strutture ecclesiastiche, che risentono della concezione politico-sociale, la presenza attiva del popolo determina il distacco dalla Chiesa di Roma e la formazione di una Chiesa radicalmente diversa, che organizza anche le sue istituzioni in senso divergente dalla nostra esperienza cattolica. Alla luce di tutto questo, emerge anche un altro aspetto: in quelle comunità, però, le donne non erano coinvolte nel processo politico, sociale, come avrebbero desiderato. Qui entrano in gioco i costumi del tempo e la mentalità maschile più in generale, che impedisce alle donne di avere effettivamente la stessa importanza degli uomini in seno alla comunità. Ecco qualche esempio: “Nel marzo del 1776 Abigail Adams chiede a suo marito, delegato al Congresso degli Stati americani: «...di non dimenticare, nel nuovo Codice delle leggi, le donne, se non vuole rischiare di dover fronteggiare una ribellione femminile»: una richiesta indicativa dello stato d’animo delle donne, che non verrà portata sulla scena pubblica e rimarrà individuale”2 . Il testo qui riportato è tratto da La storia delle donne, un’opera di carattere politico, sociale, economico, che abbraccia tutto l’Occidente. Nel volume sull’Ottocento c’è un riferimento importante che riguarda le due sponde dell’Atlantico, in particolare quello che succede nell’America del Nord, - i futuri Stati Uniti - e in Europa, a proposito della situazione femminile; tuttavia, nel 1776, i fermenti presenti nelle società calviniste restano senza esito, ma le parole pronunciate sono indicative: si può rischiare di dover affrontare una ribellione e già s’intuisce il conflitto che sta per divampare in quelle comunità.Francia, 1792: siamo in un periodo di poco precedente la Rivoluzione, ma già ribollono fermenti di rivolta, che consentono alle donne di manifestare una loro presenza, in questo caso di carattere politico-sociale, in quanto non sono state ancora poste questioni teoriche. Sempre da un testo riportato ne La storia delle donne: «Il 6 marzo 1792, Pauline Léon legge alla tribuna dell’Assemblea legislativa una petizione firmata da oltre 300 donne di Parigi in cui si reclama il “diritto naturale” di organizzarsi in guardia nazionale»3 , quindi, di partecipare attivamente operando controllo di polizia: le donne avrebbero voluto essere, nel 1792, presenti con un contributo anche militare nella Guardia Nazionale, perché questa rivendicazione si iscrive nella sfera dell’uguaglianza di diritti per i due sessi, che si sta laicizzando. Risposta, sia nel primo caso che nel secondo: Le donne non possono fare questo. Perché non possono? Perché, naturalmente, non sono capaci, non sono in grado e, quindi, hanno una natura diversa. Il punto focale, sul quale si deve riflettere, è il grande tema della differenza, che può essere letto in due modi: dal punto di vista maschile, come differenza che riguardava l’incapacità e la limitazione dell’essere umano femminile, la sua impossibilità a partecipare attivamente, in quanto di natura più debole; il secondo senso in cui si può intendere la differenza, invece, potrebbe essere di tipo positivo. Pur essendo la natura umana identica in uomini e donne, all’interno di questa comunanza, ci sono differenze che non impediscono una partecipazione delle donne alla vita politica, alla vita sociale e a tutte le altre manifestazioni. Questo, ora, ci sembra un fatto quasi scontato nella cultura occidentale, nel nostro contesto anche religioso, ma è stato raggiunto come punto di arrivo di un processo lunghissimo: proprio all’inizio, nei movimenti rivoluzionari di tipo religioso o politico, come la rivoluzione francese, le donne tentano di affermare in primo luogo il tema dell’uguaglianza, fondata sui diritti naturali, perché sono, anzi siamo, uguali agli uomini. Perché siamo uguali agli uomini? Perché - e qui propongo un testo interessante che riguarda le fonti religiose di questa richiesta - il Cristianesimo è determinante in tal senso, non si tratta di un fatto politico che nasce dal nulla, bensì da un approfondimento della dimensione religiosa. Si tratta del testo di Davis tratto dal volume già citato: “In primo luogo Dio era dalla loro parte, poiché Dio era sempre disposto a ricevere le richieste di tutti, senza fare differenza tra le persone e, dunque, il Parlamento doveva comportarsi allo stesso modo”4 , cioè quello che si chiede qui è una coerenza rispetto ai principi cristiani; è veramente molto interessante, anche perché oggi abbiamo ormai perso l’idea che il femminismo sia nato in un contesto religioso, in quanto l’uguaglianza di tutti gli esseri umani è un tema fondamentalmente cristiano, ma allora è lecito domandarsi: “Se questo tema è di carattere religioso, come mai abbiamo dovuto aspettare la riforma protestante per poterlo affrontare?” Questo ci riporta a tutta la storia del Cristianesimo, molto tormentata anche dal punto di vista teorico.


FONTE E ARTICOLO COMPLETO:"Cristianesimo, femminismo, femminile"http://www.laici.va/content/dam/laici/documenti/donna/filosofia/italiano/cristianesimo-femminismo-feminile.pdf

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Il femminismo islamico

Di Andrea Colasuonno 
 La condizione delle donne musulmane, percepite tutte in Occidente come vittime di mariti tiranni e di società maciste, è l’argomento forse più usato dai detrattori dell’Islam. In essa, questi, vedono il simbolo dell’arretratezza della cultura e della società araba rispetto a quella occidentale.
In un periodo in cui la riflessione sulla condizione delle donne nel mondo è particolarmente sentita, ci siamo chiesti se in seno alla cultura islamica si fosse mai sviluppato un movimento di emancipazione femminile. La risposta è sì, anzi, come spiega Renata Pepicelli nelle sue ricerche, i femminismi islamici sono diversi.
Caratteristica che li accomuna fra di loro e li distingue dai movimenti femministi occidentali, è che le rivendicazioni delle musulmane non vengono legittimate sulla base di valori universali come il rispetto dei diritti umani, bensì sulla base di precetti suggeriti dal Corano e interni alla religione stessa. Secondo loro non è Dio ad aver assegnato alle donne una posizione di subalternità, ma l’interpretazione che si è data delle sue parole nel corso dei secoli.
Le origini
Una riflessione circa la condizione delle donne nel mondo arabo inizia a fine Ottocento, ecco che sarebbe sbagliato considerarlo un prodotto importato dall’Occidente. Essa muove i primi passi contestualmente alla Nahdah, il movimento di rinascita culturale che dilaga nel mondo arabo fra fine Ottocento e inizio Novecento. Il termine “femminismo” compare per la prima volta in Egitto nel 1909 citato dalla scrittrice Bahiat al-Badiyah nei suoi articoli.
All’inizio ad alimentare il dibattito sulla donna sono soprattutto gli uomini, ma dagli anni venti il numero di donne coinvolte aumenta cospicuamente e nasce in Egitto la prima organizzazione apertamente femminista: l’UFE. Questa diventa presto molto popolare anche grazie a prese di posizione molto radicali delle sue esponenti: nel 1923 due di queste si tolgono il velo in pubblico. Ad ogni modo nei decenni successivi il movimento si caratterizza per idee di stampo marxista e socialista, solo negli anni Ottanta compare un vero e proprio femminismo islamico.
Femminismo islamico
Le ragioni del suo comparire sono sostanzialmente tre: l’esigenza di molte donne in quel periodo di opporsi all’islamismo nelle sue forme più integraliste e patriarcali; la critica all’Occidente e alla sua acritica accoglienza del pensiero universalista dei diritti; il ritorno della religione nella sfera pubblica e privata e una necessaria riflessione sull’assetto da darle.
Secondo le femministe islamiche non bisogna confondere la Shari’a (legge islamica) che è immutabile ed eterna, con le leggi e i codici oggi in vigore i quali invece sono opera dell’interpretazione umana. Quel che c’è da fare allora è leggere il messaggio di liberazione presente nell’Islam delle origini alla luce delle dinamiche della realtà contemporanea.
Così le loro analisi si focalizzano sullo studio della vita di Maometto e soprattutto delle donne che hanno ricoperto ruoli importanti nella storia dell’Islam, fra cui le mogli del Profeta. Una su tutte Aisha, la più amata, che dopo la morte di suo marito avrebbe guidato un esercito contro il quarto califfo, Ali, dimostrando che non è vero che le donne musulmane sono escluse dai ruoli di potere.
Altra argomentazione molto usata dalle femministe è quella di far notare quanto l’Islam migliorò la condizione delle donne rispetto alla Jahiliyya, l’era preislamica. Dopo la comparsa di Maometto infatti le donne la smisero di essere allontanate dalle proprie case durante il ciclo mestruale, poterono chiedere il divorzio dopo 4 mesi di astinenza sessuale imposta dai mariti, ebbero diritto all’eredità, poterono evitare i matrimoni forzati, non poterono più essere fatte prigioniere di guerra.
Strumenti teorici e versetti problematici
Lo strumento cardine del lavoro teorico delle femministe musulmane è l’ijtihad, ossia lo sforzo d’interpretazione delle fonti. È con questo che le autrici tentato di reinterpretare il Corano, la Sunna (l’insieme di regole, azioni e taciti assensi di Maometto) e gli hadith (i racconti o “detti” attribuiti a Maometto) in chiave antipatriarcale e progressista. Va detto che dal X-XI sec. il ricorso all’ijtihad è stato proibito nell’Islam sunnita e gli stessi giureconsulti non possono rifarsi direttamente ai testi sacri.
Le femministe tuttavia contestano questo divieto e nel loro lavoro di revisione mettono in dubbio soprattutto i versetti più problematici. Fra questi vi è sicuramente il versetto 34 della IV sura che nella prima parte recita “gli uomini sono preposti alle donne perché Dio ha prescelto alcuni esseri sugli altri e perché essi donano dei loro beni per mantenerle”. Tale passo è sempre stato usato per giustificare la superiorità maschile, ma secondo le femministe quello che esso vorrebbe dire è che il Corano impone una suddivisione dei compiti e l’uomo deve occuparsi di mantenere la donna durante la gravidanza e l’allattamento.
Personaggi e movimenti
Le femministe musulmane costituiscono ormai un nutrito gruppo di autrici e attiviste ciascuna caratterizzata da precise istanze e peculiarità, tanto che si può inquadrarle sotto un’unica etichetta solo a costo di qualche forzatura. Fra le maggiori ci sono sicuramente l’afroamericana Amina Wadud, la pakistana Asma Barlas, le marocchine Fatima Mernissi e Asma Lambaret. D’altro canto fra i movimenti più attivi è doveroso annoverare il malese “Sisters in Islam”, il network internazionale WLULM (Women living under muslim lawsche monitora la condizione femminile in tutto il mondo islamico, il GIEFRI (Groupe International d’études et de réflexion sur femme set Islam) che svolge attività di centro di ricerca.
La prima conferenza internazionale sul femminismo islamico si è tenuta a Barcellona dal 26 al 28 novembre 2005. Uno dei risultati più apprezzabili a cui ha portato tutto questo fermento teorico e sociale, invece, è stata la riforma della mudawwana marocchina (il Codice della famiglia). Entrato in vigore nel 1953, si tentò di cambiarlo più volte (1961, 1968, 1982) ma solo nel 1993, a seguito di una grossa campagna delle femministe che raccolsero un milione di firme, il re Hassan II diede il suo assenso alla riforma. La revisione non accontentò tutte le rivendicazioni delle attiviste, tuttavia sancì l’uguaglianza tra i coniugi basandosi su letture progressiste del Corano.
Le islamiste
Oltre al femminismo islamico di stampo chiaramente progressista, un attivismo femminile è nato anche all’interno dei gruppi islamisti, quello generalmente chiamato “Islam radicale”. Il fenomeno si è avuto dalla fine degli anni novanta grazie ad una sempre crescente presenza di donne militanti in queste organizzazioni.
Ciò che differenzia le posizioni delle islamiste dalle femministe islamiche è che spesso le prime vedono il loro impegno sociale come un cammino di fede dovuto per conquistarsi il paradiso. La loro richiesta di uguaglianza si limita dunque alla vita pubblica, ma all’interno della famiglia esse accettano un ruolo subordinato.
In conclusione si potrebbe dire che forse è giusto tenere presente, come fa notare la già citata Asma Lambaret, che il simbolo dell’Islam è il Corano e il calamo e non il Corano e la spada, come qualcuno vorrebbe che sia. Quel calamo sta a dire che la religione deve spingere l’uomo alla conoscenza e con essa cercare forme sempre nuove alla libertà. Nena News
FONTE:http://www.odysseo.it/esiste-un-femminismo-islamico/

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