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Germania stanzia 550 miliardi ? Un po’ di chiarezza


Un po’ di chiarezza sul Whatever It Takes tedesco

Di Nazareno Lecis

Il ministro delle finanze tedesco Olaf Scholz della giornata di ieri* ha annunciato un programma di credito illimitato per aiutare le aziende tedesche nell’emergenza del coronavirus. Il limite massimo di questi prestiti è stato fissato a 550 miliardi di euro. 

Sono prestiti 

I 550 miliardi non sono investimenti pubblici, tagli di tasse o sussidi a fondo perduto ma PRESTITI. E per essere ancora precisi saranno garanzie su prestiti. 

Cosa vuol dire? 

Vuol dire che per il governo metterà la sua garanzia sui prestiti che la KFW (la CDP tedesca) e altre banche daranno alle imprese. Il governo coprirà l’eventuale cifra non restituita. Nel caso estremo in cui non ci fossero sofferenze (cosa difficile ma appunto stiamo parlando di casi estremi) lo stato tedesco non sborserà neanche un euro.

A cosa serve questa mossa?

 Con questa mossa il governo tedesco ha deciso di mettere la sua credibilità al servizio dell’economia in modo da evitare crisi di fiducia. Sapendo che in ogni caso i prestiti hanno una enorme garanzia la moneta circolerà senza frizioni e gli effetti negativi del coronavirus potranno essere mitigati. 

Governo in versione prestatore di ultima istanza

 L’iniziativa ricorda un po’ quella che solitamente è prerogativa delle banche centrali ossia dare fiducia. In un certo senso il governo assume il ruolo di garante quasi come se fosse il prestatore di ultima istanza anche se in questo caso non viene fornita direttamente liquidità ma una garanzia (ricordiamolo ancora).

FONTE: https://financecue.it/chiarezza-whatever-it-takes-tedesco-merkel-coronavirus/17916

* -NOTA DI QUESTO SITO- L'articolo è del 14 marzo.

La Germania stanzierà 550 miliardi. Si consente tutto ciò che la UE vieterebbe ?


Di Maurizio Blondet
La Germania ci fa passare di meraviglia in meraviglia.
Di colpo, stanzia  550 miliardi di euro (MILIARDI)  per il sostegno della sua economia.
Lo fa attraverso la banca pubblica KfW – Kreditanstalt für Wiederaufbau: ossia con “aiuti di Stato”, demonizzati se anche solo li prospettiamo noi, e puniti con multe se  proviamo a realizzarli.
Lo fa con estrema rapidità, senza passare per le lungaggini i dubbi e le regole che a noi impone la UE. “Stiamo mettendo tutte le nostre armi sul tavolo in una volta”, ha dichiarato il ministro delle finanze Olaf Scholz.
Aggiungendo chiaramente che, se occorre, saranno anche pi dei 550 MILIARDI. Non esiste un limite massimo alla quantità di credito KfW può garantire”.
Ma come! Da dove prende i soldi la KfW?  Pensa che essi vengano creati dal nulla?  E le coperture?  E la  ferrea volontà  di giungere allo Zero Null, ossia bilancio in pareggio senza nemmeno un euro di emissione di debito? Soprattutto:  e dove  va  a finire  il sacro “freno all’indebitamento” per cui il governo germanico non può contrarre nuovi debiti se non entro il limite dello 0,35% della crescita economica, che il paese intero ha voluto scolpire nel marmo della Costituzione, per renderlo stabile e inamovibile ed eterno come le Piramidi?
Scholz, facendo spallucce: “Non si deve puntare a risparmiare, in una crisi”. Peter Altmaier, ministro dell’economia: “Abbiamo promesso che questo (piano) non fallirà per  mancanza di denaro o della mancanza di volontà politica: Non esiste un limite massimo alla quantità di credito KfW può garantire”.
Trasecoliamo. Tutte le  misure che sono malviste, ostacolate, ritenute  sospette a Bruxelles e alla BCE, come sintomi di maleodorante ed eversivo sovranismo, quando non della volontà di”vivere sopra i propri mezzi” dei meridios, di  colpo vengono adottate da Berlino – in blocco e  senza consultare i membri della zona monetaria – e sono linde, belle, utili e profumate di bucato.

Nazionalizzare si può!?

E le sorprese sono forse finite qui?  Trasecolate:
Altmaier dice allo Spiegel che le aziende d’importanza strategica andrebbero nazionalizzate – e rilocalizzate in patria: la crisi del coronavirus  ci ha insegnato che le nostre farmaceutiche dipendono troppo dalle importazioni dall’Asia  dei componenti principali; bisogna riportare i loro  siti di produzione in Europa: “L’idea giusta è ridurre al minimo le dipendenze unilaterali, per riconquistare la sovranità nazionale nelle aree sensibili”.

Coronavirus, allarme della Merkel: “Il virus è tra noi, il 70% potrebbe essere contagiato”


Di Antonio Palma

“Il virus è tra noi, dobbiamo capire che molte persone saranno contagiate, Secondo gli esperti circa il 60-70 percento della popolazione sarà infettata", è l’allarme lanciato in queste ore dalla cancelliera tedesca Angela Merkel facendo il punto della situazione sui pericoli del contagio anche in Germania. Secondo la numero uno del governo tedesco, il contagio non è più evitabile, sottolineando che la vera sfida sarà "guadagnare tempo". Merkel ha anche sottolineato che il virus non è ancora ben conosciuto e che al momento non c'è un vaccino. “Siamo all'inizio di una situazione di cui non possiamo prevedere la fine ma noi come paese faremo tutto il necessario per lavorare all'interno del blocco europeo" ha tenuto a spiegare la Merkel ai giornalisti nella sua prima apparizione pubblica per affrontare l’epidemia che ha già infettato più di 1600 persone in Germania.

“Stiamo lottando contro il tempo" ha sottolineato Merkel esortando i tedeschi ad accettare misure straordinarie per evitare il diffondersi del contagio. Il riferimento è alle misure che i vari Land stanno mettendo in cantiere per proibire o imporre a porte chiuse tutte le grandi esibizioni culturali e sportive. "Il modo in cui rispondiamo è importante", ha dichiarato la Merkel invitando tutti a rimanere a casa quando possibile e a prendere precauzioni in modo da consentire al sistema sanitario del paese di resistere all'alto numero di persone che avranno bisogno di cure.

"Questa è una situazione eccezionale e faremo tutto il necessario senza chiederci se stiamo le nostre regole di bilancio” ha proseguito la candeliera tedesca esprimendo dunque la volontà di essere molto flessibile riguardo alla spesa pubblica anche per sostenere le imprese. “Noi come paese faremo tutto il necessario per lavorare all'interno del blocco europeo" ha poi annunciato Merkel criticando invece le scelte di chiudere le frontiere da parte di alcuni Paesi. “Nessuno dei sistemi sanitari della Ue deve essere lasciato da solo” ha precisato Merkel che, in riferimento al nostro Paese, ha affermato: “Pensiamo con simpatia agli amici italiani e ai loro leader politici e ci auguriamo che le misure varate possano portare a una svolta e a un miglioramento”.

FONTE: https://www.fanpage.it/esteri/coronavirus-allarme-della-merkel-il-virus-e-tra-noi-il-70-sara-contagiato/

Muro di Berlino, Trump: 'Nessuna Cortina di ferro può contenere la voglia di libertà del popolo'


Di Salvatore Santoru

30 anni fa, il 9 novembre del 1989, cadeva il Muro di Berlino.
In occasione dell'anniversario, anche il presidente statunitense Donald J Trump ha detto la sua su questo evento storico.

Più specificatamente e stando a quanto riportato dall'Adnkronos(1), Trump ha sostenuto che nessuna Cortina di ferro ha il potere di contenere la volontà di ferro di un popolo che vuole essere libero.

Oltre a ciò, il presidente degli States ha sostenuto che la caduta del Muro di Berlino deve essere di lezioni per tutti quei i regimi e quei governanti oppressivi presenti nel mondo.

NOTA:

(1) https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2019/11/09/muro-berlino-trump-nessuna-cortina-puo-contenere-volonta-del-popolo-essere-libero_6Q96Mx1R6qK0cF5ganbU4M.html

La storia di Victor Grossman, il soldato americano che disertò per la Ddr

Intervista di Madi Ferrucci a Victor Grossmann

Di Madi Ferrucci

Victor Grossman è nato nel 1928 a New York, oggi ha 91 anni e vive nella vecchia Berlino est, sulla Karl Marx Allee a pochi metri dallo storico Cafè Moskau. È uno dei pochissimi soldati ebrei statunitensi ad aver disertato la U.S Army per fuggire nella Repubblica democratica tedesca della Germania Est, e come lui ci tiene a raccontare è anche “uno dei pochi uomini al mondo ancora in vita ad aver conseguito una laurea ad Harvard e alla Karl Marx Universitaet della Ddr”. Per tutta la vita ha fatto il giornalista.
Il suo vero nome è Stephen Wechsler, ma a Berlino tutti lo hanno sempre conosciuto come Victor. Si iscrive al partito comunista nel 1945 quando frequenta ancora l’Università di Harvard. “Era una delle poche organizzazioni a combattere il razzismo e ad essere contraria alla bomba atomica, per questo mi sono iscritto”, racconta. In quegli anni inizia a leggere Marx e si innamora della musica dei grandi cantautori folk: Peter Seeger, Guthrie e Leadbelly sono solo alcuni dei suoi preferiti. Appena laureato va a lavorare come operaio in due fabbriche a Buffalo e prende parte ai movimenti dei lavoratori che in quel periodo erano sotto attacco.
Nel 1947 il senatore J.R McCarthy sale alla presidenza della commissione d’inchiesta voluta dal Congresso statunitense per dare la caccia ai sovversivi “antiamericani”: il partito comunista è nella lista nera. Tre anni dopo il giovane Wechsler viene chiamato alla leva ma prima di potersi arruolare gli viene sottoposto un foglio da firmare. “Dovevo dichiarare di non aver mai preso parte ad alcuna organizzazione sovversiva. Lessi la lista delle organizzazioni proibite, facevo parte di almeno sette o otto di quelle elencate”. Se avesse detto la verità avrebbe certamente rischiato un processo, così decide di mentire. “Ebbi paura e firmai, sperando che non si accorgessero mai della verità”.
Viene spedito con le forze dell’esercito americano nella Germania Ovest occupata dagli statunitensi. Ma nel ’52 arriva una lettera dal Pentagono in cui gli viene chiesto di presentarsi al Tribunale militare entro 6 giorni. Si erano accorti che era un comunista. A quel punto decide di scappare.
Come è arrivato nella Germania Est?
Due giorni prima della scadenza scappai in Austria attraversando il Danubio a nuoto. Arrivai nella zona austriaca ancora occupata dai sovietici e chiesi rifugio. Mi tennero in una cella per due settimane per capire cosa fare di me. Per fortuna avevo in tasca il documento del Pentagono con tutte le organizzazioni sovversive comuniste e socialiste di cui avevo fatto parte e quindi mi credettero. Fui mandato nella Germania Est, a Potsdam dove spedivano tutti gli stranieri. C’erano moltissimi giovani come me che venivano dal Nord Africa e dagli Stati Uniti. Mi diedero il nome di Victor Grossman. Lavorai lì in una fabbrica per un breve periodo e poi mi fu permesso di andare a Lipsia a studiare.
Che cosa ha studiato?
Giornalismo. Quando dissi che mi volevo iscrivere all’Università mi fecero un test per capire se sapevo il tedesco e se avevo già un’educazione. Volevano capire che tipo ero politicamente. Poi mi chiesero cosa volevo studiare. Io dissi: “Quello che c’è”. E mi dissero che c’era posto nella classe di giornalismo, pensai che era interessante e accettai.
Come funzionava l’Università nella Ddr? Che ricordi ne ha?
Ricordo che eravamo una classe di 25 ragazzi e facevamo tutto insieme. Vivevamo inseme, studiavamo e mangiavamo in gruppo e frequentavamo gli stessi corsi, qui conobbi la mia compagna di vita. Era una buona Università ma c’erano anche professori che non amavo. Il professore di “marxismo” era troppo dogmatico. Non mi piaceva molto il suo corso, non c’era dibattito, dovevamo solo ascoltare quello che ci veniva detto e non avevamo molta libertà di discussione, il che non rendeva le lezioni particolarmente affascinanti. Era piuttosto noioso. All’Università non ho imparato molto sul giornalismo però ho avuto dei bravissimi insegnanti di Storia della Germania e di Letteratura tedesca, erano persone di grande cultura che avevano combattuto contro il nazismo e che erano stati per questo a lungo imprigionati.
Si iscrisse subito al Sed (il Partito di Unità Socialista di Germania che governava la Germania Est)?
No, non mi sono mai iscritto al Sed.
Perché?
Ci provai, ma mi piaceva la musica folk, ascoltavo moltissimo la radio americana e ai membri del Sed non era permesso ascoltare le radio capitaliste occidentali. Quando me lo dissero pensai: “Magari  mi iscrivo un altro giorno”. E poi c’era un altro problema. Bisognava avere un comportamento molto codificato e io volevo avere la possibilità di pensare in maniera indipendente. Questo per i dirigenti della sezione giovanile della Sed non era comprensibile. Così decisi di supportarlo dall’esterno. Ero straniero e non mi fecero troppe pressioni perché entrassi a farne parte.
Quali sono gli aspetti di quegli anni che ricorda positivamente?
Apprezzavo molto il fatto che nella Germania Est ci fosse stato un profondo processo di denazificazione. A chi era stato nazista veniva tolta la possibilità di avere posizioni di potere, furono estromessi dalla scuola, e rimossi dalla dirigenza delle aziende e dei servizi. Molti se ne andarono a Ovest. Chi rimase fu messo a lavorare ma non poteva avere incarichi di responsabilità e gli era proibito sostenere pubblicamente le proprie idee. Nella scuola quasi tutti gli insegnanti erano nazisti e questo creò anche di problemi perché vennero a mancare professori. Allora reclutavano anche i giovani alle prime armi, un mio amico che sapeva giocare un po’ a calcio diventò di botto insegnante di football e di geografia. In secondo luogo li ho supportati perché furono in grado di cacciare via tutte le grandi multinazionali, furono sequestrate le loro proprietà e dovettero andarsene a Ovest. La Ddr aveva creato un sistema dove nessuno aveva paura di perdere il lavoro. La disoccupazione ad esempio era illegale. Nessuno aveva paura di rimanere senza casa, era illegale sfrattare qualcuno se non gli era stata prima affidata un’altra abitazione. Gli asili nido erano gratis e anche la scuola e l’educazione. La proprietà era di tutti. Non esistevano piccoli gruppi di miliardari che guadagnavano moltissimo denaro dal lavoro di migliaia di lavoratori, questo fu il loro più grande risultato.
E che cos’è che invece non le piaceva nella Ddr? Che cos’ha sbagliato secondo lei la dirigenza del Partito?
La leadership del Partito non imparò mai a parlare con la gente. Non sapevano come discutere con le persone per spiegare qual era il loro progetto. Per questo molti non li capirono. Vedevano le comodità dell’Ovest e volevano goderne. I politici della Ddr non impararono mai ad usare i media. Non riuscivano a mettere in piedi degli show televisivi attraenti o a scrivere in maniera coinvolgente. Erano poco affascinanti. Sottovalutare questo aspetto fu un grave errore. Non hanno mai capito come arrivare al cuore delle persone, come divertire. In un certo senso non erano dei bravi giornalisti. L’Ovest invece era abilissimo nel persuadere, sapeva comunicare molto bene con i media i vantaggi del benessere.
Ha mai avuto problemi nel suo lavoro di giornalista?
Non quando scrivevo. Io dovevo scrivere degli Stati Uniti e nel farlo non ebbi particolari problemi. Ebbi qualche rogna nel parlare pubblicamente, perché criticavo alcuni aspetti dell’azione di governo, soprattutto la sua modalità di comunicazione. Ad alcuni questo non piacque, in alcuni luoghi non mi chiamarono più a parlare.
Ha mai avuto rapporti con la Stasi?
Sono entrato in contatto con loro tre volte, quando l’ambasciata statunitense aprì negli anni ’70 mi chiesero di diventare amico delle persone che erano lì, ma non ci andai. Un’altra volta mi chiesero se potevo metterli in contatto con persone negli Stati uniti, ma non erano interessati né agli anziani né a chi era già comunista, e io conoscevo solo persone che rientravano in queste due categorie. E poi in maniera indiretta perché un mio amico del college ne faceva parte e credeva nel fatto che fosse un sistema di autodifesa dello Stato.

“Wind of Change”, l'hit degli Scorpions diventata simbolo della caduta del Muro di Berlino


Di Salvatore Santoru

30 anni fa, il 9 novembre del 2019, cadeva il Muro di Berlino.
Una delle canzoni che è stata considerata tra le più rappresentative del periodo è indubbiamente 'Wind of Change', una ballata degli Scorpions(1).

Tale hit del gruppo hard rock, originario di Hannover, si ispirava ai cambiamenti politici e sociali che stavano interessando la Germania Orientale.
Inoltre, il brano è riconosciuto come una delle canzoni simbolo della riunificazione della Germania(2).

Wind of Change fu considerata anche una canzone simbolo della fine della Guerra Fredda e, al contempo, un'inno di speranza e libertà nonché di desiderio verso la costruzione di un mondo più libero e migliore.

NOTE:

(1) https://it.wikipedia.org/wiki/Wind_of_Change

(2) https://www.informazioneconsapevole.com/2016/01/wind-of-change-degli-scorpions-25-anni.html

L'italiano che fece cadere il Muro di Berlino


Di Francesco Oggiano

È nato poco dopo la Prima guerra mondiale, ha vissuto la Seconda in un campo di internamento e ha fatto finire quella Fredda con tre domande: Riccardo Ehrman, 90 anni il 4 novembre, l’italiano che fece cadere il muro di Berlino. Il titolo è più semplice della scrittura del cognome, di origine ebreo-polacca, che gli valse la prigionia nel campo di Ferramonti di Tarsia assieme alla famiglia. Dopo un anno di internamento, Riccardo fu liberato dagli inglesi nel settembre ’43. Superò la guerra, studiò e si mise a fare il giornalista.
Entrò all’Ansa e, quasi per legittima contrapposizione a quell’esperienza di costrizione, iniziò a girare il mondo da corrispondente. Nel 1976 finì a Berlino, che allora era il centro del mondo diviso tra i due blocchi. Viveva a due passi da Alexanderplatz, in un appartamento di stato pieno di microspie: “Ce ne era una perfino nel bagno, due in camera da letto’’, ha raccontato lui stesso.
Buon giornalista, Riccardo: un reporter d’agenzia, con pochi fronzoli nella scrittura e fonti solidissime. Una era Gunther Potsche, direttore dell’agenzia di informazione della Germania Est. Uno dei rinnovatori del Partito comunista, che in fondo volevano abbattere il muro. La mattina del 9 novembre 1989, 30 anni fa, Riccardo ricevette una telefonata nel suo ufficio di corrispondenza: Potsche – ovviamente senza presentarsi con nome e cognome ma con un nome in codice (i telefoni erano sorvegliati) – gli disseche c’era “un grande dibattito nel gruppo dirigente del partito: che il giorno prima si erano decise graduali aperture nella  legge di viaggio che di fatto impediva l’espatrio ai cittadini della Ddr”. 
Riassunto: è il 9 novembre, il muro inizia a mostrare le sue prime crepe, l’intero blocco comunista è prossimo alla sua fine. Da tempo si parla di permettere ai cittadini di Berlino Est di poter varcare il confine e andare nella parte Ovest della città, ma finora non c’è stato nulla di concreto. Quel giorno è attesa una conferenza stampa da parte dei dirigenti comunisti della Ddr. Il resto è piccola storia, equivoco, fraintendimento, ritardo e sciatteria: il tutto, unito, è diventato leggenda.
Parte tutto da un ritardo: Riccardo arriva alla conferenza per ultimo. “Girai a lungo nel parcheggio del ministero: non trovavo posto”. Nella sala già piena di giornalisti si va a sedere alla base del podio degli oratori, sui gradini. Dall’altra parte, tra gli oratori, c’è nervosismo e attesa. A coordinare la conferenza è Gunter Schabowski, un portavoce del governo arrivato pure lui in ritardo e con poche informazioni di scorta.
Parte tutto da un ritardo: Riccardo arriva alla conferenza per ultimo. “Girai a lungo nel parcheggio del ministero: non trovavo posto”. Nella sala già piena di giornalisti si va a sedere alla base del podio degli oratori, sui gradini. Dall’altra parte, tra gli oratori, c’è nervosismo e attesa. A coordinare la conferenza è Gunter Schabowski, un portavoce del governo arrivato pure lui in ritardo e con poche informazioni di scorta.
Al momento delle domande, Riccardo prende il microfono e si rivolge a Schabowski: “Lei ha parlato di errori, non crede che sia stato un grande errore: quello di annunciare poche settimane fa una legge di viaggio che non era tale?”. La domanda è secca e precisa: la smettete di illudere i tedeschi, facendogli credere che possano andare a Berlino ovest? Schabowski è impreparato: legge il foglietto con le istruzioni consegnatogli dal partito. “I tedeschi dell’est possono espatriare senza dare spiegazioni”.
Ehrman, che capisce subito di essersi imbattuto in qualcosa, incalza con una seconda domanda: “(il viaggio, ndr) Vale anche per Berlino ovest?”. , risponde il funzionario di partito.
Terza e decisiva domanda, entrata nella storia. “Ab wann? (Da quando?, ndr)”. “…Da subito”. Uno dei maggiori dirigenti della Ddr aveva appena detto che i tedeschi potevano lasciare Berlino est e andare a salutare i propri cari a Berlino ovest. Ma nessuno, in quella sala, capì subito quello che era successo. Nessuno tranne, forse, Riccardo. L’uomo si precipitò al telefono e chiamò Roma: “Dissi che era caduto il muro. Commentarono: ‘Riccardo è impazzito’”.
Cadde, il Muro, quella sera. Pure prima. Leggenda vuole che Harald Jäger, l’ufficiale che presiedeva uno dei varchi più importanti di Berlino, seguì la conferenza in diretta tv. E dopo aver sentito quello scambio tra Ehrman e il pezzo da novanta tedesco ordinò ai suoi di alzare la sbarra.
Dopo aver trasmetto il pezzo per telex, Riccardo scese a Friedrichstrasse, tra i tedeschi che si ubriacavano di spumante e buttavano giù pezzi di cemento. Qualche berlinese lo riconobbe pure: È lui, è l’uomo della domanda!.
Trent’anni dopo, di quella giornata è rimasto qualche ricordo e un souvenir. Quella città si ricostruì e divento una delle più belle del mondo, all’avanguardia su sostenibilità, ambiente e moda. Gunter Schabowskitornò a lavorare di nuovo come giornalista in un piccolo giornale locale, per poi spegnersi nel 2015. Un giorno rincontrò Ehrman, ringraziandolo per quelle domande: “Mi hai spronato a dire una cosa così difficile”. Il corrispondente italiano, dal canto suo, ha continuato a fare il giornalista e a ricevere attestati di stima dai leader di mezzo mondo. “Il mio merito fu non tanto di aver fatto la domanda”, minimizza oggi, “ma di aver capito la risposta”. Ha festeggiato i suoi 90 anni nella sua casa a Madrid. Una casa normale, come tante, con una libreria su cui è ancora appoggiato un pezzo del muro di Berlino. Un souvenir preso quella notte. In fondo, bastava chiedere.

Berlino, 30 anni fa cadeva il Muro


Di Salvatore Santoru

30 anni fa, il 9 novembre del 1989, cadeva definitivamente il Muro di Berlino.
In tal modo Berlino e la Germania tornavano gradualmente all'unità nazionale.

Per la celebrazione del trentennale, riporta l'ANSA(1), sono previste alcune mostre di immagini e concerti.

NOTA:

(1) http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2019/11/09/muro-di-berlino-oggi-le-celebrazioni_d43af1e3-c427-406b-a9cf-77440705cc23.html

Muro di Berlino: 10 cose che ancora non sai sulla sua storia


Di Francesco Cancellato

Sappiamo che il Muro di Berlino è stato abbattuto il 9 novembre del 1989, trent’anni fa. Sappiamo che divideva in due quella che oggi è la capitale della Germania unita, e che la sua divisione non era che la rappresentazione della divisione tra le due Germanie, quella dell’Est e quella dell’Ovest. Abbiamo visto mille volte i graffiti sulle sue pareti, e magari ci siamo fatti pure una foto, o un selfie, davanti al disegno di una Trabant che sfonda il cemento, o a quello di Erich Honecker, il padre padrone della Repubblica Democratica Tedesca, quella comunista, che bacia il segretario del partito comunista dell’Unione Sovietica Leonid Brezhnev. Crediamo di sapere tutto, del Muro di Berlino, tanto l’abbiamo sentito nominare. Eppure ci sono tante cose che probabilmente ignoriamo.

1.La bugia di Ulbricht
Ad esempio, non sappiamo che il Muro di Berlino nacque da una bugia. È il 15 giugno del 1961 e Berlino è divisa in quattro parti, esattamente com’era stata divisa la Germania sconfitta alla fine della seconda guerra mondiale. Tre parti alle potenze occidentali vincitrici – Stati Uniti, Regno Unito e Francia -, una, quella orientale, all’Unione Sovietica. Per Berlino, però, è un problema. Perché pur essendo divisa a metà tra le potenze capitaliste e quella comunista, l’ex capitale tedesca è in mezzo alla Germania Est. Berlino Ovest, di fatto è un enclave occidentale in un Paese socialista.

Non è un dettaglio da poco. Perché per la Germania Est Berlino rappresenta una capitale dimezzata. E per i suoi abitanti l’occasione di fuga perfetta in Occidente. Basta passare un checkpoint e sei nel mondo libero, senza nemmeno dover attraversare la Cortina di Ferro. Per la Repubblica Democratica Tedesca, Berlino Ovest è una terribile minaccia. Provano a prendersela tedeschi dell’est e sovietici cingendola d’assedio, tra il 1948 e il 1949, con quello che passò alla storia come il Blocco di Berlino, ma non ce la fanno. E da allora, 2,5 milioni di tedeschi dell’est – per lo più scienziati, medici, professori universitari, ingegneri – scappano a Ovest, alla ricerca di un futuro migliore.

La Germania Est non ha scelta: deve impedire quel deflusso, altrimenti finirà per rimanere un Paese vuoto, vittima di un esodo di massa. Per impedirlo, bisogna evitare che chiunque abiti nella Germania Est possa andare a Berlino Ovest. Per farlo, serve un Muro. Bisogna costruirlo in segreto, però, per evitare che si scateni il panico, e che tutti vogliano scappare prima. È per questo che Walter Ulbricht, capo di Stato della DDR e Segretario del Partito Socialista Unitario della Germania, decide di mentire spudoratamente alla giornalista tedesca occidentale Annamarie Doherr affermando candidamente che “nessuno ha intenzione di costruire un Muro” per impedire il passaggio tra le due parti della città. È il 15 giugno del 1961, dicevamo. Nella notte tra il 12 e il 13 giugno i berlinesi dell’ovest si svegliano circondati da torrette e da rotoli di filo spinato. È l’inizio di una segregazione lunga ventotto anni.



2.Il vero nome del Muro di Berlino
Antifaschistischer Schutzwall, barriera di protezione antifascista. Se i muri avessero una carta d’identità questo sarebbe quel che leggereste sotto la voce “nome e cognome” del Muro di Berlino. Nei paradossi orwelliani dei regimi comunisti dell’est Europa, la muraglia per evitare l’esodo di massa diventa un baluardo contro un’inesistente invasione della Germania Ovest. Fascista, come se di là dal confine governasse ancora Adolf Hitler e non un uomo che al nazismo si oppose strenuamente, per tutta la sua vita, come Konrad Adenauer. Ironia della sorte – si fa per dire – sarà proprio nei lander orientali che faranno proseliti le forze di estrema destra, da Pegida ad Alternative fur Deutschland.

3.I numeri del Muro
Il Muro circonda Berlino Ovest ed è lungo 155 chilometri. Parlare di Muro, tuttavia, è quantomeno improprio. Tanto per cominciare, ci sono ben quattro generazioni del Muro di Berlino. La prima è una recinzione di filo spinato, ma dura solo un paio di giorni. Già a partire dal 15 agosto iniziarono a essere utilizzati blocchi di cemento e pietra. L’anno successivo, viene costruito un secondo muro, all’interno del territorio orientale, per rendere ancora più difficile l’attraversamento verso Ovest. Di muri, insomma ce ne sono due. E in mezzo c’è la striscia della morte, presidiata da 302 torri di guardia con cecchini armati. Nel 1965 inizia la costruzione del Muro di terza generazione, composto da lastre di cemento armato collegate da montanti di acciaio e coperti da un tubo di cemento. La quarta generazione del Muro, datata 1975, è ancora più resistente, più alta e più semplice da assemblare. È questa quella che verrà abbattuta quattordici anni dopo, nel 1989.

4.Checkpoint Charlie
La barriera che divise le due Berlino nel 1961 aveva un solo punto di passaggio. Si chiamava Checkpoint Charlie e costituiva l’unico varco d’accesso al settore sovietico per i diplomatici occidentali, e per i turisti stranieri. Di fatto, era un punto di passaggio unidirezionale: serviva solo per andare da Ovest e Est, e per questo era gestito solamente dai soldati alleati. Il suo aspetto dimesso – una casupola di legno, qualche sacco di sabbia – era frutto di una precisa scelta politica del comando americano, per contrapporlo alle torrette di guardia e all’imponente dispiegamento militare del vicino checkpoint della Germania Est.

Anche solo per questo, per il suo essere una specie di finestra su una parete lunga 155 chilometri, il Checkpoint Charlie divenne una specie di luogo di culto. Soprattutto, inizialmente, fu il principale teatro dei tentativi di fuga da Est a Ovest: nel 1961, un fotografo di nome Horst Beyer allestì un servizio fotografico presso il posto di blocco e poi saltò oltre il confine fingendo di scattare foto. Nell’aprile del 1962, invece, Heinz Meixner nascose la sua ragazza e la madre di lei all’interno di una macchina decappottabile e riuscì a trasportarle a Berlino Ovest attraversando il posto di blocco ad altissima velocità.

Non solo fughe, però: il 22 ottobre 1961 il diplomatico americano Allan Lightner tentò di attraversare il Checkpoint Charlie per assistere all’opera e si rifiutò di far controllare i propri documenti alle guardie di confine sovietiche. Per liberare il loro diplomatico, gli americani schierarono dieci carri armati vicino al confine e per tutta risposta i russi ne schierarono quindici vicino al confine orientale. Per circa 16 ore, le due parti si fissarono a vicenda in uno degli undici incontri ravvicinati armati della Guerra Fredda. Fu una telefonata tra il presidente John F. Kennedy e il leader sovietico Nikita Kruscev a evitare un’apocalisse nucleare.

Negli anni della Berlino divisa il Checkpoint Charlie fu anche d’ispirazione per numerosi artisti: “Non avevo mai visto il Muro e mi feci portare da un taxi al Check Point Charlie, punto di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest – ha raccontato Lucio Dalla in un’intervista -. Chiesi al tassista di aspettare qualche minuto. Mi sedetti su una panchina e mi accesi una sigaretta. Poco dopo si fermò un altro taxi. Ne discese Phil Collins che si sedette nella panchina accanto alla mia e anche lui si mise a fumare una sigaretta. In quei giorni a Berlino c'era un concerto dei Genesis, che erano un mio mito. Tanto che mi venne la tentazione di avvicinarmi a Collins per conoscerlo, per dirgli che anch'io ero un musicista. Ma non volli spezzare la magia di quel momento. Rimanemmo mezz'ora in silenzio, ognuno per gli affari suoi. In quella mezz'ora scrissi il testo di Futura, la storia di questi due amanti, uno di Berlino Est, l'altro di Berlino Ovest che progettano di fare una figlia che si chiamerà Futura”.

5.“Ich bin ein Berliner”: il discorso di Kennedy
John Fitzgerald Kennedy arrivò a Berlino Ovest la mattina del 26 di giugno. Nel testo ufficiale del discorso, l’ultimo scritto da Ted Sorensen, non c’erano frasi in tedesco. Nella copia che il presidente portava con sé, invece, di frasi in tedesco ce n’erano ben due, aggiunte a mano. Quando arrivò al Municipio di Schoenberg, a sud-ovest della città, lontano dal Muro, c’erano 450mila persone ad attenderlo. Era la prima volta che un presidente americano metteva piede a Berlino dalla fine della seconda guerra mondiale. La prima a Berlino Ovest, enclave murata dell’Occidente dentro la Germania Est: “Duecento anni fa, l’urlo più orgoglioso che si poteva levare era “civis romanus sum”, sono cittadino romano. Oggi, nel mondo libero, il più orgoglioso dei gridi è “Ich bin ein Berliner”, sono berlinese”.  La folla esplose in un boato di gioia e in una altrettanto fragorosa risata, quando lo stesso Kennedy, da navigato showman della politica, si prese in giro da solo: “Apprezzo l’interprete che traduce il mio tedesco”, disse.

Su quel discorso si sono moltiplicate le leggende. C’è chi dice che Kennedy chiese all’interprete di tradurgli in tedesco “Io sono berlinese” prima di salire sul palco, quando invece pare lo stesse provando da mesi nello Studio Ovale della Casa Bianca, pur con scarsissimi risultati. Di sicuro, c’è che quel discorso era un usato sicuro: Kennedy aveva già pronunciato un discorso simile pochi mesi prima, il 4 maggio 1962, a New Orleans e aveva deciso di riproporre quel passaggio tale e quale a Berlino. Di sicuro c’è pure l’effetto che ebbero quelle parole: con quel discorso Kennedy rese palese agli occhi del mondo che Berlino Est era ufficialmente parte del blocco sovietico e Berlino, nella sua interezza, non era più una città libera, occupata dalle quattro potenze vincitrici della seconda guerra mondiale. Quel giorno, in tutto il mondo, ognuno si chiese se fosse berlinese o meno.

6.La metropolitana contesa
Chi è stato a Berlino recentemente avrà sicuramente preso un treno della S-Bahn, la grande linea ferroviaria metropolitana sopraelevata, che taglia in due Berlino da Est a Ovest. Tutto normale, oggi. Ma al tempo delle due Berlino, come fu gestita questa infrastruttura? Non fu così semplice: la ferrovia urbana della S-Bahn era sempre stata gestita dalla Reichsbahn, la cui sede si trovava accidentalmente nella parte orientale della città ed era quindi finita sotto il controllo della Ddr. Chi saliva sui vagoni della S-Bahn nel tratto di Berlino Ovest si ritrovava pertanto su treni di proprietà di Berlino Est, con personale di bordo di Berlino Ovest che indossava però le uniformi di Berlino Est e che veniva pagato da Berlino Est con marchi tedeschi dell’Ovest, frutto dei biglietti acquistati all’Ovest ma che riempivano le casse di un’azienda dell’Est. Piccola, ulteriore follia: in Bernauer Strasse, nel pieno centro di Berlino, l’ingresso della fermata della metropolitana era a Ovest, mentre la banchina era a Est.


7.La grande fuga in mongolfiera
In molti, nei ventisette anni precedenti, avevano provato a superare il Muro. I numeri raccontano di circa cinquemila tentativi riusciti e di duecento persone morte mentre azzardavano l’impresa. Nessuna fuga, tuttavia, fu spettacolare come quella di Hans Strelczyk e Günter Wetzel, rispettivamente meccanico e muratore. Grazie alle loro abilità manuali, ad alcuni volumi presi in biblioteca e alle loro mogli, che cucirono tra loro pezzi di vestiti e lenzuola a formare un pallone, riuscirono nell’impresa di costruire una mongolfiera che li trasportasse dall’Est all’Ovest. Il primo tentativo non andò a buon fine, e nemmeno il secondo, ma nessuno si accorse di ciò che stavano cercando di fare. Ci provarono una terza volta, nella notte del 16 settembre 1979, e stavolta riuscirono ad alzarsi da terra. Volarono per due chilometri e mezzo sopra una distesa buia fino a che non furono costretti ad atterrare di nuovo, a causa del malfunzionamento della mongolfiera. Nel tornare a casa, ormai arresisi, incrociarono una guardia che indossava la divisa della Repubblica Federale.  Ce l’avevano fatta. Da quel momento, la Repubblica Democratica Tedesca bandì l’uso delle mongolfiere su tutto il territorio nazionale.

8.Il concerto fantasma dei Rolling Stones
Era il 1969, e i giovani di Berlino Est erano, a modo loro, fortunati. A differenza di tutti gli altri abitanti della Repubblica Democratica Tedesca potevano ascoltare il rock n roll occidentale intercettando le radio di Berlino Ovest. Peccato che questo li esponesse anche a scherzi piuttosto crudeli, dalle conseguenze talvolta tragiche: durante il programma musicale Treffpunkt, ad esempio, uno speaker radiofonico di Berlino Ovest chiamato Kai Blömer aveva annunciato infatti che il successivo 7 ottobre, nel giorno delle celebrazioni per i vent’anni della Repubblica Democratica Tedesca, i Rolling Stones si sarebbero esibiti sul tetto della sede della casa editrice Axel Springer, un palazzo talmente vicino al Checkpoint Charlie che al concerto avrebbero potuto assistere anche i tedeschi dell’Est.

Raccontano le cronache che Blömer avesse specificato già durante la diretta che si trattava di uno scherzo e che non ci sarebbe stato alcun concerto, ma, si sa, la gente tende a credere a ciò che desidera: il giorno delle solenni celebrazioni della Ddr, mentre la parata militare sfilava ad Alexanderplatz sotto gli occhi severi del presidente Erich Honecker, migliaia di giovani si erano radunati nei pressi del Muro in attesa degli Stones. Gli scontri tra i giovani e la polizia iniziarono verso le 17, quando si scoprì che il concerto non ci sareb-be stato: furono arrestati 383 ragazzi. Uno di loro, il sedicenne Eckard Mann, sorpreso a urlare «Freiheit», libertà, si ritrovò a scontare 762 giorni di carcere. Il Politburo della Ddr parlò di «una chiara provocazione del nemico di classe».

Dopo quel giorno i Rolling Stones, già allora all’indice, divennero materiale sovversivo e controrivoluzionario: «È davvero necessario copiare qualsiasi schifezza che viene dall’Occidente?» affermò a tal proposito Walter Ulbricht, capo del Comitato centrale del Partito comunista della Germania Est dal 1950 al 1971. «Credo, compagni, che la monotonia di questo yeah-yeah-yeah debba essere fermata.» Essere sorpresi ad ascoltare gli Stones significava essere davvero nei guai, a Berlino Est.


9.La terza Berlino
Le due Berlino, Est e Ovest, le conosciamo tutti. In pochi sanno, però, che di Berlino, per un mese esatto, ce ne fu anche una terza: il Triangolo Lenné, altrimenti detto Kubatstan, o anche rechtsfreier raum, territorio al di fuori del diritto. La storia comincia nel 1984, quando arriva sul tavolo del sindaco di Berlino Ovest il progetto di un’autostrada urbana, la Westtangente. Il progetto piace molto, ma c’è un problema: l’ultimo maledetto territorio conteso nel centro di Berlino – a Ovest del Muro, ma di proprietà dell’Est – che nessuno aveva mai considerato. Si tratta di un’area di forma triangolare tra il Tiergarden e Potsdamer Platz, che si situa esattamente nel punto in cui sarebbe dovuta passare la strada, a sud del parco. Incastonata tra Ebertstrasse, Bellevuestrasse e Lennenstrasse, era una distesa incolta in cui nessuno metteva piede da decenni e che, complice la vicinanza del Tiergarden, era diventata una foresta. O, meglio ancora, una piccola oasi di biodiversità, con 168 specie diverse di flora e fauna che crescevano in pace, libere dall’intervento umano, incuranti che lì a due passi ci fosse il cuore della guerra fredda. Quell’area si chiamava Triangolo Lenné.

Le trattative iniziano nel 1984 e, come da tradizione berlinese, durano ben quattro anni, fino al 31 marzo 1988, quando tra le due amministrazioni viene raggiunto un accordo: dal successivo 1 luglio il Triangolo Lenné sarebbe diventato parte di Berlino Ovest, mentre altri quattro territori contesi sarebbero stati annessi a Berlino Est, assieme a un indennizzo di 76 milioni di marchi. Il condizionale è d’obbligo, perché qualcuno non ci sta. Più precisamente, si tratta di tutti quei gruppi di antagonisti, ecologisti, punk e anarchici, vera e propria sottocultura egemone nella Berlino Ovest degli anni Ottanta.

Il 1 maggio del 1987 questi gruppi antagonisti diedero vita, a Kreuzberg, a uno dei più feroci episodi di guerriglia urbana che si ricordi in una città occidentale: un supermercato fu incendiato, vetrine e negozi saccheggiati, un quartiere intero venne messo a ferro e fuoco. Uno dei contestatori, Norbert Kubat, che fu arrestato per il presunto coinvolgimento nel saccheggio di un supermercato a Kreuzberg, si suicidò in carcere il 26 maggio. E fu proprio durante la commemorazione in suo onore, esattamente un anno dopo, che uno dei leader degli antagonisti berlinesi, il carismatico capo degli ecologisti Stephan Noë, propose di occupare il Triangolo Lenné per impedirne la distruzione e il passaggio dell’autostrada. In onore del compagno morto suicida, disse, quel territorio si sarebbe chiamato Kubatdreieck, Triangolo Kubat. E sarebbe stato proclamato rechtsfreier raum, territorio al di fuori del diritto.

L’occupazione iniziò il successivo 1 giugno. Quando la polizia della Repubblica Federale Tedesca arrivò sul posto, si trovò di fronte a una grande scritta su un muro, con una freccia che indicava il Triangolo Lenné. Durchs wilde Kubatstan, diceva: per di là, attraverso il selvaggio Kubatstan. Nel mezzo della foresta, squatter, punk, anarchici ed ecologisti stavano ricreando un piccolo villaggio fatto di baracche e capanne di legno, orti da coltivare e piccoli recinti per l’allevamento di animali.  All’occupazione del Triangolo Lenné il governo della Repubblica Federale rispose col pugno di ferro, facendo la più berlinese di tutte cose, perlomeno per quell’epoca: circondò l’area col filo spinato e mura l’enclave per sorvegliarla a vista. Anche perché, piccolo dettaglio, non poteva intervenire militarmente su un territorio che, almeno formalmente, era ancora di proprietà della Germania Est fino al 1 di luglio. Nel frattempo anche la Ddr si guardava bene dall’intervenire e si godeva lo spettacolo di una Germania Ovest finalmente dalla parte dei cattivi agli occhi dell’opinione pubblica.

È l’alba del 1 luglio quando novecento poliziotti occidentali fanno finalmente il loro ingresso nella Terza Berlino in tenuta antisommossa, con cartuccere piene di munizioni e camionette rinforzate, e distruggono tutto quel che si trovano davanti, dalle capanne agli orti alle gabbie per allevare gli animali da cortile. Distruggono tutto, ma non trovano nessuno. Nella notte, a loro insaputa, i tedeschi dell’Est hanno disposto una serie di scale lungo il tracciato del Muro e radunato decine di camionette per portare gli occupanti lonta-no da lì, per offrire agli abitanti del Triangolo Lenné una comoda via di fuga verso Berlino Est.

10.Il Bacio e la East Side Gallery
Il Muro di Berlino non è stato solo una barriera che divideva due città e due mondi. È stato, anche, una galleria d’arte a cielo aperto. Il lato occidentale del Muro, infatti, fu coperto di graffiti e opere d’arte dei più (e meno famosi) street Artist del mondo, nel tentativo di togliere un po’ di grigiore, perlomeno sul lato in cui era concesso, a quel monumento alla segregazione.

Fu dopo l’abbattimento del Muro, tuttavia, che anche il lato orientale venne colorato dagli street artist più famosi del mondo. Così nacque la East Side Gallery, la galleria del lato orientale, ancora oggi visibile sulla riva orientale del fiume Sprea, nel quartiere di Frierichshain. La chiamata alle armi – pardon: alle bombolette – fu opera dell’artista francese Thierry Noir, che attrasse ben 129 artisti da 20 Paesi del mondo accorsero per la realizzazione dei famosi graffiti sul Muro di Berlino.  L’immagine simbolo del muro di Berlino è oggi il bacio “socialista” fra Erich Honecker e il segretario del PCUS Leonid Brežnev. L’artista Dmitri Vrubel ne fu l’ideatore e il realizzatore. “MeinGott, hilfmir, diesetödlicheLiebezuüberleben” o “Mio Dio, aiutami a sopravvivere a questo amore mortale”, è la famosa frase che accompagna il cosiddetto “bacio mortale”. “Test the Rest”, cioè “sperimenta il resto” è la scritta che, invece, accompagna la mitica Trabant, targata 9 novembre 1989. Rappresenta l’auto simbolo della Germania divisa e fu ideata e firmata da Birgit Kinder, nel suo desiderio di debellare il buio opprimente del muro.

FONTE: https://www.fanpage.it/esteri/muro-di-berlino-storia-curiosita/

Dresda ha dichiarato lo "stato d'emergenza nazismo"


Di Salvatore Santoru

A Dresda è stato dichiarato lo 'stato d'emergenza nazismo'
Entrando maggiormente nei dettagli e stando a quanto riporta l'Adnkronos(1), nelle ultime ore il consiglio comunale ha approvato una risoluzione nella quale si sostiene che vi è stato un aumento considerevole di idee e azioni ispirate a visioni del mondo antipluraliste, antidemocratiche, di estrema destra e misantrope.

 Inoltre, il consigliere del partito satirico Die Partei Max Aschenbach ha affermato che la città ha attualmente un 'problema con i nazisti' e c'è da dire che la risoluzione è stata votata dall'Spd, dai Liberali così come dai Verdi e da Die Linke.

Al contrario, la CDU ha criticato l'iniziativa definendola 'simbolica' e con 'errori linguistici'.

NOTA:

(1) https://www.adnkronos.com/fatti/esteri/2019/11/01/dresda-dichiara-emergenza-nazista_etUdpOZJMKpupHBboccfoK.html?refresh_ce

Turingia e Umbria, due elezioni con analogie significative


Di Domenico Moro- laboratorio-21.it

Domenica si sono tenute due elezioni regionali in Germania e Italia. Le due elezioni hanno interessato regioni piccole, la Turingia e l’Umbria, che hanno rispettivamente due milioni e 900mila abitanti su una popolazione complessiva di 80 e 60 milioni. Ma, malgrado le dimensioni e il fatto che i due Paesi appaiano diversi sotto alcuni aspetti, il risultato delle elezioni rivela interessanti analogie e qualche altrettanto interessante differenza. In generale si può dire che le due elezioni sono significative della crisi politica che investe l’establishment politico europeo. Una crisi che sembrava sventata dai risultati delle elezioni europee, che avevano registrato una tenuta maggiore di quanto ci si aspettasse dei partiti filo-austerity facenti parte dei gruppi del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo.

In primo luogo, va osservato che i partiti che detenevano da lungo tempo la leadership nelle due regioni l’hanno persa cedendo molti voti ad altre forze politiche. A essere penalizzate sono le forze che fanno parte delle coalizioni di governo a livello nazionale e che storicamente si sono fatte promotrici delle politiche di austerity europee. A guadagnare voti, invece, sono soprattutto le forze di estrema destra cosiddette euroscettiche. Il risultato appare, quindi, una bocciatura dei rispettivi governi e delle politiche di austerity e filo-europeiste che stanno mettendo in atto.

In Umbria, regione storicamente rossa, per la prima volta dagli anni ’70 la sinistra non è più al governo.  La sconfitta della coalizione tra Pd e M5s, che avrebbe dovuto replicare su scala locale la coalizione che sostiene il governo Conte bis, è una vera débacle: ben venti punti percentuali (57,55%) separano la neo-governatrice leghista dal candidato di centro-sinistra (37,48%). Ugualmente significativi sono i risultati dei singoli partiti: il Pd scende dal 37,76% al 22,4% e il M5s addirittura dimezza i voti, passando dal 14,55% al 7,4%.

Anche in Germania a perdere sono i partner della coalizione di governo, la Cdu e il partito socialdemocratico (Spd). In Turingia la Cdu di Angela Merkel, già primo partito, scende al terzo posto, passando dal 33% al 21,8% dei voti e la Spd cala dal 12,4% all’8,2%.

A guadagnare, sia in Italia che in Germania sono le forze di estrema destra. In Italia, in un contesto in cui peraltro aumenta la partecipazione al voto, è la Lega di Salvini che si impone, più che raddoppiando i voti dal 13,99% del 2015 al 37% del 2019. Al risultato leghista si aggiunge quello altrettanto positivo di Fratelli d’Italia, che passa dal 6,23% al 10,4%. Anche in Turingia, è l’Afd, partito xenofobo e di estrema destra a più che raddoppiare i propri voti, passando dal 10,6% al 23,4%, e diventando così il secondo partito, scavalcando la Cdu.

Ma esiste una importante differenza tra la Turingia e l’Umbria. Mentre in Umbria la sinistra vera, che non sia quella liberaldemocratica del Pd, è stata del tutto assente, in Turingia le elezioni hanno fatto registrare un ottimo risultato del partito di sinistra radicale, Die Linke, che è addirittura cresciuto dal 28,2% al 31%, posizionandosi al primo posto. Questo significa che c’è spazio per la sinistra, purché questa in Italia come in Germania porti avanti con coerenza le sue posizioni e contrasti il neoliberismo.
Non è un caso che mentre la Spd, che da anni è junior partner della Cdu nei governi tedeschi e di fatto sta implementando le politiche neoliberiste europee, non riesce ad arrestare il calo dei suoi consensi.

Il risultato elettorale in Italia è sicuramente figlio anche della delusione dell’elettorato grillino per il fatto che il M5s si è presentato in coalizione con il Pd, cioè con il partito il cui ultimo governatore era stato costretto alle dimissioni per uno scandalo relativo alla sanità. Per un partito che aveva fatto dell’onestà uno slogan centrale si è trattato di una contraddizione che non ha mancato di avere il suo effetto. Ma non si tratta solo di questo. L’Umbria è la regione del Centro-Nord che si trova più in difficoltà sul piano economico e meno lontana dai bassi livelli economici del Mezzogiorno con un Pil pro capite di appena 24.500 euro contro i 28.500 della media nazionale. Stesso discorso, ma in modo anche più accentuato si può fare per la Turingia, che è una regione dell’ex Germania est. A distanza di trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, di cui si è celebrato l’anniversario pochi giorni fa, i divari tra la parte occidentale e orientale della Germania non sono stati colmati. Le enfatiche celebrazioni del crollo del muro sono del tutto fuori posto. Infatti, si vede a tutt’oggi come l’unificazione sia stata un vera e propria annessione economica da parte della Germania occidentale della Germania orientale, come è stato ben documentato da Vladimiro Giacché in un libro di qualche anno fa e ora riedito. Basti, inoltre, ricordare che Eurostat certifica che il tasso di persone a rischio povertà o esclusione sociale in Turingia è uno dei maggiori della Germania, essendo pari al 22,3% contro una media nazionale del 19%, mentre il Pil pro capite è di 28.900 euro contro i 39.600 della media nazionale.

La crisi delle forze tradizionali del bipolarismo/bipartitismo, che si regge sul centro-sinistra e sul centro-destra, è tutt’altro che terminata. Anzi, il rallentamento economico che sta interessando tutta l’Europa, compresa la Germania, oltre a dimostrare che la crisi strutturale del capitale non è terminata ma si sta ripresentando, dimostra anche che le politiche che l’Europa sta portando aventi sono fallimentari. La crisi politica manifestatasi con le elezioni regionali in Turingia e Umbria è figlia della crisi economica strutturale del capitale e del modo in cui le forze politiche principali stanno affrontandola.

La Lega, così come la Afd, hanno avuto buon gioco a portare avanti la loro propaganda in un tale contesto. L’estrema destra non può essere fermata limitandosi ad agitare lo spettro del fascismo, perché sono le azioni dei governi, e in particolare delle forze della sinistra tradizionale (Pd e Spd), a fornirgli il migliore brodo di coltura per svilupparsi. In questo senso, la pessima manovra economica italiana è caduta a proposito per dimostrare l’incapacità del governo ad affrontare la situazione di grave peggioramento delle condizioni economiche e sociali.


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