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Arte e guarigione secondo Alejandro Jodorowsky

Intervista a Alejandro Jodorowsky

Di Elsa Masetti

Guarire l’anima, è questo che si ripromette Alejandro Jodorowsky, con il suo ultimo film La danza della realtà, in prima nazionale a Milano Marittima, il 16 maggio 2014. Dell’arte sacra di fare cinema, il vero cinema – non quello americano di cassetta che rincretinisce – ha parlato durante la conferenza stampa. Poche le domande alle quali ha risposto, ma chiaro e pregnante l’intento: «Il cinema per me è un'arte completa, ha tutto, musica, architettura, colori, letteratura, poesia... Un'arte prostituita, poiché la sua finalità non è quella di far denaro. Se dio da denaro tu apri la tasca, ma non lo fai per denaro. La finalità dell'arte è aprire lo spirito del pubblico, perché comprenda la richiesta della sua stessa anima».








Ci si può chiedere, come gli ho chiesto, può la tua arte, davvero, curare l’anima di tutti quelli che guardano, aprire il cuore, indipendentemente dal livello di coscienza, di evoluzione?
«Sì, un vero artista – che è un poeta – asseconda l'evoluzione dell'umanità e conosce la compassione. Se, su una barca vanno insieme una persona che non sa leggere ma sa nuotare, e un erudito – che è un sapiente ma non sa nuotare – quando la barca affonda, è l'erudito che annega. Sapere molte cose, non è averne esperienza. Chi non sa troppo è una meraviglia, puoi aprirlo a emozioni che non conosce. Ho visto molti piangere dopo la visione del film, è un'esperienza poetica, un'apertura di cuore, sì».

I più pensano che l’atto terapeutico, che cura, sia il “sapientone guarito” a farlo, o il luminare di turno, ma non è così e il messaggio di Alejandro Jodorowsky è onesto, intimo e universale insieme: «Sto cercando di guarire la mia anima. Non si tratta però di un film narcisistico o egocentrico. La poesia non parla di storia. Parla della vita interiore e di problemi universali». Questo ha detto alla troupe, prima d’iniziare a girare.
È nel guarire la nostra di anima, che quella del mondo trova la sua guarigione. Non c’è guarigione dell’anima che non sia cura dell’anima dell’umanità. Pensare in termini puramente personali, questa è malattia. Significa fare dell’arte un’industria malata, com’è diventata quella del cinema idiota americano che – come dice Jodorowski – crea bambini idioti con l'idea dei super uomini, della violenza, di compratori e consumatori compulsivi. Questo, il regista lo chiama un crimine contro l'umanità.
Il pensarci delle isole, che tutto finisce con noi, è povertà di spirito. L’amore di Jodorowski per i valori umani, per l’essere umano, non importa chi, uomini e donne, nani e mutilati, perdenti ed eroi, è ciò che arriva dritto al cuore. Siamo diventati, i più, molto self concern, sempre pre-occupati di sé, su come diventare super, eroi da film che sgomitano in qua e là, che scansano gli sfigati, che si sentono geni quando hanno successo, irresistibili con una taglia di seno in più. Proprio questo mi ha allargato il cuore, durante un suo seminario al quale ho partecipato lo scorso anno, a Milano. Al suo invito di esprimere un intento, un desiderio, tutti o quasi abbiamo risposto con una richiesta personale: voglio diventare la pittrice di successo che non ho mai potuto essere, voglio lasciare quel lavoro mediocre per uno più illustre, voglio primeggiare in quella materia… fine a se stessi. E pacatamente, l’ha fatto notare, nessuno pensava il suo cambiamento in funzione, anche, del benessere altrui. Ama prima te stesso è diventato un po' un tormentone: ma chi caspita è questo te stesso da amare, quello confinato in un corpo con un determinato nome che più è sulla bocca di tutti più mi amo?
E così il filo si ricongiunge, al resto della sua risposta, in conferenza stampa: «Dobbiamo pensare che non siamo solo una generazione ma varie generazioni, non siamo individui siamo umanità, bisogna restituire all'arte il suo scopo sacro, vale a dire renderci più sensibili, comprendere che abbiamo sentimento, capire che l'altro esiste, capire che quello che dai lo dai e basta, questo è il lavoro dell'arte, anche quello dell'intrattenimento, per cui bisogna essere decisi a fallire. Un buon fallimento, è mille volte meglio di un trionfo malato».

Poi ho visto il film, La danza della realtà, già titolo di un suo libro autobiografico, ma voglio lasciarvi la sorpresa, che possa schiudervi all’intimità recondita e al sollievo che ne deriva, se è dato. Quel film per cui Jodorowsky ha atteso ventitre anni, prima che arrivassero i finanziamenti indipendenti, e che avventura il loro arrivo! Volentieri racconto invece ciò che mi ha commosso, nella conferenza-spettacolo, prima che andasse in onda la visione. Jodorowsky leggeva, commentandola sul palco – con il suo dotato piglio da istrione – una sua poesia, quella da cui è nata la pellicola stessa. Si è messo a raccontare dei suoi genitori, entrambi emigrati, che lavoravano tutto il giorno in una sorta di merceria in un paesello del Cile dimenticato da dio. Ebbene, spesso, lo lasciavano solo per andare al cinema, nella sua culla di bimbo. Lui si sentiva abbandonato, trascurato, infreddolito, impaurito e, mentre lo raccontava, ha accolto un’intuizione, nuova per la sua anima, che ha espresso, sorpreso, in questo modo: «Ecco perché ho fatto cinema! Perché i miei genitori venissero da me, a vederlo».
Ha fatto, tenacemente e con fantasia, il suo atto psicomagico-metagenealogico. Non solo ha messo in scena la sua famiglia d’origine, come si fa nelle costellazioni familiari classiche, ma l’ha messa in scena in un vero e proprio film con tutti gli intrecci sistemici. Film girato nel suo paesello di nascita, sperduto, dove per tre secoli non si era vista una goccia di pioggia e dove, più di settanta anni dopo, tutto era rimasto uguale. È lì che ha offerto la sua prima mondiale – a Tocopilla, altro che Hollywood! Nel campo da calcio. Ottomila spettatori.

Che siano bastati a compensare quello sguardo amato, unico nel custodire il sonno di un bimbo?
«Soffriamo molto di quello che ci accade nell'infanzia. Io credo che il passato si possa guarire con una tecnica che ho inventato, la psicomagia: fare delle azioni metaforiche che vanno a cambiare il passato. Mia madre aveva dei seni molti grandi – non è Fellini è Jodoroswky – amava cantare e avrebbe sempre voluto fare la cantante d’opera, ma è stata tutta la vita in un negozio a vendere. Nel film è una cantante lirica, che canta sempre. Ho realizzato mia madre, il suo sogno. Mio padre era feroce, voleva che io fossi un uomo forte, parlava sempre di andare ad ammazzare il dittatore dell'epoca. Non l'ha mai fatto, e nel film io lo mando a uccidere il dittatore. Chiaro che per la storia non può ucciderlo, quindi sparisce.
Alla fine, proprio nel film, sono arrivato a vedere mio padre umano, un essere umano. Ho cambiato nella mia mente la sua immagine e quella di mia madre, e cambiando l'immagine di come li vedevo da bambino, è cambiato il figlio, è cambiato l’intero villaggio. I turisti vanno ora a vedere il luogo del film.Tutto è cambiato, ed è la guarigione. Per questo mi vedete così contento!».

FONTE:http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo/intervista-a-alejandro-jodorowsky.php

Guarire le ferite del passato


Di Viviana Cugini
Possiamo davvero lasciarci alle spalle il passato e tutte quelle ferite emozionali che abbiamo vissuto?
È possibile staccarci definitivamente dalla sofferenza che ci lega ancora ad eventi, situazioni e persone che, sebbene oggi rappresentino dei ricordi lontani, talvolta affiorano nella nostra mente alimentando in noi insofferenza, ansia e rabbia?
Sì, è possibile, molti ci sono riusciti e da quel momento la loro vita si è trasformata.  Ma liberarsi dalle ferite del passato non significa rimuoverle e basta, o talvolta ignorarle credendo così di riuscire a superarle. Se ignoriamo il nostro passato siamo destinati a riviverlo.
Dobbiamo evitare di andare in lotta con il passato per dimostrare che siamo i più forti poiché, come si sa “ciò che resiste persiste”.
Guarire le ferite del passato significa sganciarci da tutto ciò che gli altri hanno detto, pensato, creduto di noi, soprattutto se a farlo erano i nostri genitori o le persone con le quali siamo cresciuti. Per guarire dalla sofferenza legata al nostro passato occorre comprendere quanto sia importante prendere le distanze dall’ambiente famigliare in cui siamo cresciuti come pure dall’ambiente scolastico dove abbiamo mosso i primi passi per crescere e formarci come individui.
Occorre comprendere che in ognuno di noi, che abbiamo trent’anni o settant’anni, c’è un “bambino” ferito che è rimasto bloccato in situazioni, eventi emozioni e, da quel passato, quei dolorosi ricordi ancora oggi, senza rendercene conto, influenzano la nostra vita, il passato si ripete, ciò che resiste persiste.
Cambiano gli attori, la scenografia, il contesto, ma la ferita rimane e ci brucia.
Occorre imparare ad accogliere quella parte ferita che ancora oggi vive dentro di noi, aiutarla ascoltando quel dolore che si porta dentro da molto tempo senza giudizio e soprattutto senza paura. Aiutare quel bambino che esiste in noi, significa aiutarlo a comprendere che forse è giunto a delle conclusioni affrettate che lo hanno portato a chiudersi e a isolarsi.
Aiutarlo ad osservare che anche chi lo ha ferito sicuramente lo ha fatto mosso dalle ferite che si porta dentro e perciò a guardare la situazione da un altro punto di vista, perché c’è sempre un altro punto di vista, qualcosa che ci è sfuggito, forse perché non conoscevamo la storia dell’altro.
La sofferenza, come la felicità, spesso la viviamo ripetendo inconsciamente ciò che abbiamo osservato da piccoli. Se i nostri genitori erano sempre nel dovere, nel sacrificio, nella rinuncia e nella lotta è possibile che ancora oggi è questo quello che viviamo nella nostra vita? Soprattutto con noi stessi?
Forse perché abbiamo interpretato, frainteso, parole atteggiamenti di chi ci stava vicino, crescendoci.
E se a crescerci non erano neanche i nostri genitori, ma una sorella o un fratello più grande, magari di soli pochi anni, come spesso si sente raccontare dai partecipanti dei seminari di Metamedicina, possiamo comprendere che a crescere un bambino era un altro bambino, forse smarrito e spaventato per questa responsabilità, sicuramente arrabbiato per dover rinunciare precocemente alla sua età più bella, la fanciullezza.
Se riconosciamo che c’è un altro punto di vista sul quale portare il nostro sguardo, possiamo avere compassione per l’altro, perché incominciamo a capire che anche nell’altro c’è una ferita non guarita che lo ha spinto a fare ciò che ha fatto, o peggio, a rinunciare a prendere il suo posto come genitore.

Il bambino che siamo stati, il bambino che abbiamo dentro


Solo la forza dell’amore che abbiamo in noi stessi, ci conduce verso la trasformazione e il superamento di copioni che si ripetono, ma il titolo è sempre sofferenza, anche se cambia il palcoscenico, cambiano gli attori, cambia la scenografia, comunque e da qualsiasi punto di vista tu la posso guardare vedi sempre scritta la parola sofferenza.
La ferita arriva da una parte immatura, il bambino che siamo stati, che si è sentito vittima delle circostanze delle azioni od omissioni e soprattutto delle aspettative degli altri. Un fanciullino dipendente da ciò che altri volevano e decidevano per lui, spesso senza neppure chiedere il suo parere, dando per scontato di sapere quello che era giusto fare per quel bambino.
Spesso ignorando che l’unica cosa che quel bambino voleva era un abbraccio, una carezza e una parola di conforto o di incitamento, bravo sei speciale, ti voglio bene, sono orgoglioso di te!
Lasciando questa parte ferita di noi nei suoi automatismi, ciò che accade nella nostra vita adulta è che senza rendercene conto viviamo in modo inconsapevolmente e come degli automi riproponiamo quelle ferite nella nostra quotidianità. Ciò che resiste persiste.
Ci possiamo trovare in uno stato di regressione di immaturità anche se abbiamo oggi 50 o 80 anni. Questa parte bloccata immatura attende il nostro aiuto per crescere per maturare e divenire un adulto consapevole che la vita è qualcosa di ben diverso da tutto ciò che gli altri hanno creduto e ci hanno trasmesso. Che la vita, se liberate le paure e le ferite del passato, è pronta a donarci ogni istante attimi di pura gioia e a stupirci se impariamo ad osservarla come un bambino che non è stato ancora violato dalla paura dei “grandi”.
Occorre aiutare quella parte fanciullesca ferita a comprendere che la vita non è fatta di sensi di colpa, ma di responsabilità. Imparare che ciò che seminiamo prima o poi raccogliamo. Che il problema non è l’altro fuori da te, nemmeno la situazione la circostanza o la sfortuna, ma forse sono tutti segnali che ci servono per fermarci e riflettere su dove siamo oggi e se stiamo fluendo nella vita o se andiamo nella direzione contraria; se ci boicottiamo invece che realizzarci ed esprimere chi veramente noi siamo.
Il bambino che sei stato sta bussando alla tua porta, sta richiamando la tua attenzione, per farti prendere coscienza dove lui è stato bloccato o dove si è paralizzato per la paura di non essere degno di amore. Può essere che siamo rimasti bloccati nella critica, nel giudizio, nell’incomprensione. Nel credere che sono stato io il responsabile per la sofferenza che ho visto tra i miei genitori, e quei litigi avvenivano per colpa mia. Forse credo di aver deluso i miei genitori, forse dovevo essere diverso, credo di aver disatteso le loro aspettative. Ci siamo sentiti soffocati da un amore possessivo, che ci ha controllato sin dalla nascita soffocandoci; dove non abbiamo mai avuto il coraggio di dire all’atro “Mi fai mancare l’aria, lasciami libero, dammi il tuo sostegno anche se sbaglio; insegnami le regole del gioco ma poi permettimi di sperimentare, perché forse lo so che sto sbagliando, ma ho bisogno di questo errore per crescere, se mi eviti questa esperienza io non posso sapere ciò che è meglio per me, per saperlo devo sperimentare per poter essere libero di scegliere.”
Magari non abbiamo mai avuto il coraggio di dire “Ho bisogno che tu mi stia vicino, ho bisogno di sapere che se cado tu tenderai la tua mano per aiutarmi a rialzarmi, ma anche se vedi che sto cadendo mi lascerai fare l’esperienza perché tu lo sai che è quello che ha permesso a te oggi di essere la persona che sei.”

La nostra parte immatura spesso la possiamo sentire quando dice:
Non sono capace
Mi sento inadeguato
L’altro è più bravo di me
Nessuno mi capisce
L’altro mi rifiuta
Non mi sento amato

Il bambino che sei stato spesso escogita le più assurde reazioni per attirare l’attenzione, può essere che sia li ancora ad aspettarsi un “Bravo!” o un “Sono orgoglioso di te!” ma quell’ aspettativa porta l’adulto che siamo oggi a fare e a dire cose che vengono guidate da questa parte immatura, per cui possiamo in totale inconsapevolezza, sminuire l’altro per farci vedere quanto siamo bravi, possiamo metterci in competizione, possiamo sfidare, muovere un energia di separazione, di contrasti, per poi una volta fatta la frittata, chiuderci nel rimuginare, dando energia ai sensi di colpa che ci portano nel baratro della sofferenza.

Alcune domande da porsi


La via della liberazione passa attraverso l’accoglienza, l’ascolto, di questa parte di noi stessi che è solo rimasta bloccata, spesso in interpretazioni, dove ha tratto delle conclusioni che, a volte, sono inappropriate.
Quel bambino però non conosceva tutta la storia.
Credi davvero di non essere capace?
Credi davvero di essere inadeguato?
Credi davvero di non essere amato?
Credi davvero che Dio ha sbagliato tutto, che ti ha messo al posto sbagliato, al momento sbagliato, con la famiglia sbagliata?
Lo credi davvero?
Per quanto ancora vuoi dare potere al tuo ego? Al suo innato senso di rivalsa e di controllo soprattutto su di te?
Per quanto ancora vuoi farti guidare la vita?
Se quella parte immatura non ha il tuo sostegno, il tuo aiuto, la tua comprensione, il tuo amore.
Se quella parte immatura non sente che credi in lei, che la incoraggi riconoscendo che ha tutto per farcela, che quelle situazioni sono venute ad insegnargli qualcosa, che quel qualcosa porta con se un dono meraviglioso che sta solo aspettando di essere colto.
Se accade tutto questo, corriamo il rischio che la parte immatura diriga la nostra vita alimentando in noi paura, insicurezza, dubbi e sofferenza.

Perché allora non invertire la rotta e iniziare a credere che quell’esserino che c’è in noi è speciale e riconoscerlo affermando a noi stessi:
“SEI GRANDE!”
“TE LO MERITI!”
“RICOSCO I TUOI TALENTI!”
“SONO QUI E TI AIUTO A PORTARE LA LUCE A QUEL BELLISSIMO DIAMANTE CHE SEI!”

Sì, ora sono qui e non ti lascio più per nessuna ragione al mondo.
Sono con te, senza critiche ne giudizi, senza dubbi nè incertezze, credo in te, ti sostengo.

Le ferite del passato sono un dono


Dentro quel passato c’è un dono, una grande luce che aspetta solo la tua autorizzazione per risplendere. 
Cosa stai aspettando? Hai la capacità di realizzare tutto ciò che vuoi. Credici!
Quell’idea che ti è arrivata è per te, hai tutto per portare compimento quel progetto.
Solo tu puoi creare la magia, solo tu puoi creare il tuo miracolo, ma se lo stai aspettando dagli altri, ciò che accadrà è che metterai in cantina il tuo progetto, alla fine concluderai che non era per te, che non ne avevi il diritto.
Solo quando tu autorizzi te stesso, ad essere felice gratificandoti per tutto ciò che ogni giorno realizzi, arriverà dall’esterno l’autorizzazione, l’apprezzamento che tanto attendi.
Sai, sono arrivata a sperimentare un problema fisico di salute per capire ciò che la vita mi stava insegnando.
Caro amico, non aspettare di essere felice, agisci ogni istante come se la felicità fosse la tua pelle, qualcosa che vive con te e che ti identifica. Cerca di avere sempre un pensiero di amore e di indulgenza verso di te anche se quell’azione sai che l’hai compiuta per ripicca o per rivalsa, ma riconosci che a muovere quell’energie erano soltanto le tue ferite e non la tua volontà di ferire. Diventa consapevole che sei speciale e che meriti il meglio dalla vita!
Credi in te stesso senza smettere di riconoscere che in ogni istante possiamo essere d’aiuto con il nostro esempio a chi ci è accanto, lascia andare la critica, il perfezionismo, lo sforzo, la sfida, l’arrivismo, sono solo giochi dell’ego per tenerti nell’immaturità.

Il momento di cambiare


Agisci consapevolmente ora! La vita è adesso!
Guarisci le ferite del passato, altrimenti continuano a tornare. Non rimarranno nel passato dov’è il loro posto, ma continueranno a vivere nel qui e ora, rimontando i vecchi copioni, ripresentandoti le vecchie dinamiche intrise di vecchi rancori e risentimenti. Quando ho detto “basta!”, ho incontrato sulla mia strada tante persone che mi hanno teso la loro mano, che mi hanno guidata nel cammino di risveglio, perché io potessi prendermi cura della mia parte immatura portandola giorno dopo giorno a diventare adulta.
A volte torna il gioco dell’ego, che vuole ripropormi i vecchi copioni attraverso le forme pensiero.
Il pensiero lo puoi osservare, e se lo osservi lo cambi quando vuoi, e puoi decidere tu che tipo di pensiero nutrire dentro di te. Puoi innamorarti di te in ogni momento, perché aspettare?
Ho iniziato a riconoscermi e ad amarmi attraverso il percorso di Metamedicina, dove la vita mi ha guidata, diventano a mia volta consulente e animatrice di seminari ideati dalla biologa canadese Claudia Rainville.
Oggi aiuto le persone a riconoscere e superare le ferite del passato per vivere una vita nella consapevolezza di credere in se stessi senza giudizio e paure.

La Vita? Una magia, un gioco bellissimo se conosci le regole, e sai come giocare.
Puoi vincere? Sì, puoi davvero vincere!

Guarigione ed effetto placebo


 Di Claudio Risè
 www.ilmattino.it
Dove nasce il processo che porta alla guarigione, sia fisica che psichica?
Dagli studi e ricerche svolte lungo tutta la storia della medicina, oggi rafforzate dalle scoperte delle neuroscienze, appare molto più chiaramente il ruolo svolto dagli aspetti psicologici e sociali della cura: il sentirsi seguiti da una figura terapeutica, la fiducia in essa, la considerazione di cui il metodo di cura gode presso il gruppo sociale. È questo che la scienza moderna chiama oggi l’“effetto placebo”.
Il placebo è un insieme di fattori psicologici e sociali che può rendere efficace anche un “rimedio finto”.
Così lo chiama il neuroscienziato Fabrizio Benedetti nel suo «L’effetto placebo» recentemente premiato in Inghilterra); ma aiuta anche la medicina scientifica, oltre alle terapie alternative, nel portare i pazienti alla guarigione. Che, dopotutto, è un processo naturale.
La gran parte della malattie, fisiche e psichiche (ricordava Carl Gustav Jung, psichiatra e fondatore della psicologia analitica), tende di per sé alla guarigione; il terapeuta deve saper diagnosticare il male e aiutare il malato a superare la malattia coi rimedi appropriati.
Fin dal 1700 l’ultimo Re di Francia, Luigi XVI, istituì una commissione per verificare la ragione di guarigioni che secondo le conoscenze della medicina dell’epoca apparivano completamente infondate; e ne affidò la guida a Benjamin Franklin: cominciarono così gli studi sui “placebo”. Ma non poterono che confermare sia le guarigioni che la loro inconsistenza “scientifica”.
Anche negli studi successivi si vide che in qualche caso si trattava di malattie già in via di remissione; e comunque in tutti appariva come l’insieme (variabile) di fiducia nel medico e nel metodo usato, di gratitudine e sollievo per venire curati, e le aspettative positive sul buon esito della cura, portassero appunto alla guarigione.
Determinante era, come notò la commissione Franklin, l’attività dell’immaginazione del paziente, che voleva fortemente guarire, ed utilizzava la figura del terapeuta per farlo. Scattava così quello che oggi si chiama l’”effetto placebo”, ampiamente utilizzato oggi anche dalla medicina classica, magari per calmare un’ansia infondata con una compressa che non è altro che zucchero, o con una flebo di acqua fresca.
Ricerche condotte negli Stati Uniti, dimostrano, come ricorda Benedetti, che il 60% dei medici utilizza placebo nella pratica medica (in particolare per dolori ritenuti “immaginari”); percentuali elevate sono state rivelate da studi condotti in Danimarca, e in Israele.
L’efficacia di questi metodi, adottati perché producono dei risultati attraverso il significato simbolico che il paziente attribuisce alle cure, dimostra, per quanto possibile constatare dall’attività psicoterapeutica, che le risorse che il paziente può mobilitare ai fini della propria guarigione sono probabilmente assai maggiori di quelle riconosciute dalla medicina classica, molto focalizzata sull’efficacia dei rimedi scientificamente testati e riconosciuti. Da questo punto di vista mi sembra di grande interesse la scoperta fatta dalle neuroscienze secondo cui il placebo smette di essere efficace e non ha più alcun risultato quando la parte anteriore del cervello (lobi prefrontali), quella più evoluta, fortemente implicata nell’attività di simbolizzazione, viene compromessa, come avviene in certe forme di demenza.
La psicoterapia infatti ha due aspetti fondamentali: la relazione terapeutica, e l’attività di simbolizzazione in essa svolta dal paziente e presentata al terapeuta per interpretarla.
Un placebo? Forse. Ma efficace.


Fonte: http://claudiorise.wordpress.com/2012/07/16/guarigione-ed-effetto-placebo/


Da Arianna Editrice

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