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Commemorazione giudice Ferlaino vittima di mafia e solidarietà a Gratteri- COMUNICATO CNDDU


Comunicato stampa - Commemorazione giudice Francesco Ferlaino vittima di mafia e solidarietà a Nicola Gratteri procuratore di Catanzaro

Il Coordinamento nazionale docenti della disciplina dei diritti umani intende commemorare la figura del
giudice Francesco Ferlaino, ucciso dalla ndrangheta sotto casa, in località Nicastro, una frazione di Lamezia
Terme, alle 13:30 del 3 luglio 1975, a colpi di lupara. L’impegno del magistrato fu essenziale nel contrastare
il fenomeno delle organizzazioni criminali in diversi settori economici chiave della società; si occupò anche
di alcuni importanti processi alla mafia siciliana trasferiti in Calabria per legittima suspicione. Ferlaino fu
animato da un alto senso dello Stato sia nelle occasioni pubbliche che private, che lo determinò con tenacia
ad affrontare una realtà malavitosa negata, tentacolare, oscura e proprio per questo più insidiosa.
Dall’inchiesta sulla sua morte risulta che nessuno ha pagato.

 Era un uomo solo in un contesto difficile. In un
contesto in cui la vita di un giudice onesto valeva molto poco, dove le relazioni sociali / economiche erano
viziate dalla collusione ed evasione.
Lo Stato, da allora, ha reagito grazie all’operato di uomini coraggiosi (magistrati, poliziotti, carabinieri,
finanza etc.) che sono morti in nome del proprio dovere; fortunatamente anche tanti eventi positivi hanno
contrassegnato la marcia dolorosa ma inesorabile della legalità.
Ora si apprende che il giudice Nicola Gratteri qualche giorno fa sarebbe stato oggetto di un piano criminale
finalizzato al suo assassinio.

Il CNDDU esprime la massima solidarietà nei confronti del procuratore di Catanzaro e nel contempo
manifesta piena fiducia nel suo lavoro.
La cultura della legalità si alimenta nelle aule scolastiche attraverso l’introiezione delle regole giuridiche e
dei diritti umani; proprio per questo confidiamo nell’impegno degli insegnanti al fine di arginare
l’abbandono e la dispersione scolastica nonché veicolare valori civici condivisi.
Ci auguriamo che il dottor Gratteri possa continuare a lavorare in sicurezza per la collettività.

Prof. Romano Pesavento

Presidente CNDDU

‘Ndrangheta, la maxi-operazione scompare dalle prime pagine dei grandi giornali: niente su Stampa e Repubblica, un box sul Corriere



E’ stata definita la più grande operazione dopo quella che portò allo storico Maxi processo alla mafia: 334 arresti in 11 regioni d’Italia. Il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ha deciso di anticipare l’operazione di 24 ore per il rischio di fuga delle notizie che poteva mettere in dubbio la riuscita della retata. E’ una nuova conferma, ai massimi livelli, del triangolo dall’odore eversivo tra criminalità organizzata, politica e massoneria. E poi il condizionamento, come sempre quando si tratta di mafia, di pezzi dello Stato: il funzionamento regolare dei processi, le liste d’attesa negli ospedali, la fedeltà di ufficiali dei carabinieri. Eppure i più importanti giornali italiani hanno deciso di ignorare, trascurare, ridurre al minimo e perfino nascondere dalla prima pagina la notizia delle centinaia di arresti che hanno smantellato una parte della mafia più potente, quella calabrese.

Non ha meritato neanche una riga in prima pagina, per esempio, su Repubblica e Stampa. Il giornale diretto da Carlo Verdelli ha diverse notizie in appoggio all’apertura dedicata alle Sardine, ma non ha trovato spazio per l’operazione anti-‘ndrangheta. Il quotidiano di Torino ha molti più titoli nella sua “copertina” (dallo spread greco alla “pasta dei nonni che parla tutte le lingue del mondo”), ma è una dignità che non è stata dedicata all’inchiesta sulla criminalità organizzata che ha travolto di nuovo la Calabria. Dentro il giornale l’articolo arriva a pagina 14 nonostante lo stesso titolo la definisca come “La retata più grande di sempre” in inchieste di ‘ndrangheta.
Niente visibilità in prima pagina nemmeno sull’altro giornale del gruppo editoriale, il ligure Secolo XIX, che sceglie un’apertura dedicata giustamente alle notizie più locali, ma conserva gli spazi per quelle nazionali (e non) a una polemica della segretaria della Cisl contro quello della Cgil e alla “anima persa” della Francia sulle pensioni. L’inchiesta antimafia partita dalla Calabria non è riuscita a sfondare la parete della prima pagina nemmeno sul Quotidiano Nazionale, negli spazi dedicati alle notizie nazionali.
Non c’è traccia della notizia neanche sulla prima dei giornali che più di tutti e ogni giorno costruiscono il loro racconto sul cosiddetto “allarme sicurezza”, cioè La Verità e Libero. Il quotidiano di Maurizio Belpietro dedica spazio per esempio alla “sfida di Ratzinger” alla Chiesa tedesca e a una licenza di Leonardo per degli elicotteri “congelata”. I lettori della Verità hanno finalmente scoperto dell’inchiesta con più di 400 indagati a pagina 19. Il giornale condiretto da Vittorio Feltri e Pietro Senaldi, invece, in prima pagina si dedica anima e corpo al cenone aziendale che va in crisi e omette la notizia dei 334 arresti, riportandola a pagina 15 (non il titolo principale, ma in un box in fondo alla pagina), comunque dopo aver dato conto (a pagina 8) della possibile gravidanza di Francesca Verdini, la compagna del segretario della Lega Matteo Salvini.
Il giornale più importante d’Italia, il Corriere della Sera, la notizia in prima ce l’ha: è un quadrotto di spalla, con un titolo tagliato su un virgolettato che rimanda al pezzo di uno dei cronisti di giudiziaria, Giovanni Bianconi. Dentro, i pezzi sono due, ancora una volta dopo una bell’attività di sfoglio, alle pagine 18 e 19. Scelta simile per il Sole 24 Ore, che peraltro rispetto agli altri giornali generalisti avrebbe l’attenuante di essere un quotidiano specializzato in economia (ma d’altra parte cos’è che più delle mafie mette in ginocchio l’economia?). Dei “grandi” chi fa di più e approfondisce di più è il Messaggero con più pezzi all’interno (alle pagine 12 e 13) e un titolo di taglio basso in prima pagina, comunque visibile. Diversa da Libero e Verità la scelta del Giornale di Alessandro Sallusti che dà parecchio risalto in prima pagina alla notizia sull’operazione antimafia anche se con un richiamo che parte dal commento titolato su “una terra senza buoni”.
Il quotidiano che dedica più spazio in copertina alla maxi-operazione di ‘ndrangheta è il Manifesto che inserisce la notizia subito sotto la consueta fotonotizia di apertura, questa volta sul possibile processo a Salvini per il caso della nave della guardia costiera Gregoretti. E’ la seconda notizia del giornale anche su Avvenire, il giornale della conferenza episcopale. “Un colpo alle cosche che infiltrano l’Italia” è il titolo del quotidiano di Marco Tarquinio.
C’è, comunque, un quotidiano che decide di aprire in prima pagina con l’operazione condotta dalla Procura di Catanzaro ed eseguita da circa 3mila carabinieri: il Riformista, il giornale “garantista” che piace molto ai renziani diretto da Piero Sansonetti (ex direttore per tre anni di Calabria Ora e per altri tre del Dubbio, il giornale delle Camere penali) e edito da Alfredo Romeo, coinvolto nell’inchiesta Consip e pluriprescritto (in un caso per corruzione). Il titolo del Riformista, sorvolando sul maxi-refuso di una “a” mancante, è “Gratteri arresta metà Calabria. Giustizia? No, è solo show”. Il senso del pezzo è legato ad alcune altre maxi-operazioni del passato che – racconta il giornale – sarebbero finite con molte assoluzioni.
Il premio fantasia, infine, va invece al Foglio che ha un lungo pezzo sulla ‘ndrangheta sul giornale (non in prima ma a pagina 3), ma riguarda il sequestro di due giorni fa a un imprenditore delle scommesse online: dei 334 arresti, invece, nemmeno l’ombra.

Carlo Celadon: il sequestro di persona più lungo della storia d'Italia


Di Niccolò Carradori

È la sera del 25 gennaio 1988 e il 19enne Carlo Celadon sta cenando nella sua casa di Arzignano, in Veneto. Il padre Candido—un ricco imprenditore dell'industria conciaria—è in vacanza in Kenya con la sorella Paola, mentre il fratello maggiore Gianni è in viaggio di nozze. È seduto a tavola con i domestici, quando quattro uomini incappucciati e armati fanno irruzione nell'abitazione. 

Inizialmente Carlo pensa a una rapina. Ma dopo aver immobilizzato i domestici, gli uomini lo conducono fuori dall'abitazione, gli legano mani e piedi con del fil di ferro e lo chiudono nel bagagliaio di un'auto. Dopodiché mettono in moto, e partono nella notte. 


Quello che Carlo ancora non può sapere è che i quattro uomini sono degli affiliati della 'ndrangheta che lo stanno portando sull'Aspromonte, in Calabria, e che il suo sta per diventare il sequestro di persona più lungo della storia italiana.

La storia di Celadon, rispetto ad altri sequestri celebri avvenuti in Italia—Cesare Casella, Paul Getty, Farouk Kassam—è passata un po' in secondo piano. Per questo il giornalista Pablo Trincia l'ha scelta come primo episodio del suo nuovo podcast, Buio - Storie di Sopravvissuti


"La storia di Celadon," mi ha detto Trincia al telefono, "è singolarmente rappresentativa di un fenomeno, la stagione dei sequestri, che ha segnato la storia italiana. Fra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Novanta la media era di un sequestro a settimana, con il picco massimo raggiunto negli anni Settanta. Un business endemico che, fra l'altro, ha finanziato l'ascesa di una delle organizzazioni criminali più potenti al mondo. Ma è estremamente interessante anche perché rappresenta un calvario di sofferenza e resistenza umana."

La prima puntata di Buio, attraverso le testimonianze—quella di Carlo, ma anche del fratello, e del PM Tonino De Silvestri—ricostruisce questo calvario. Ma riesce anche ad inquadrare bene il fenomeno nella sua interezza sistemica. "La stagione italiana dei sequestri rappresenta uno spartiacque nella crescita delle cosche mafiose," ha continuato Trincia. "La 'ndrangheta aveva creato un vero e proprio sistema attorno ai sequestri, investendo poi i proventi in attività criminali più redditizie come la speculazione edilizia e il traffico di droga."


Ma torniamo al viaggio di Celadon nel bagagliaio dell'auto, che dura 17 ore senza sosta. Carlo ha le braccia e le gambe doloranti, e si è dovuto urinare addosso. Una volta arrivati a destinazione, viene lasciato in una piccola buca scavata nel terreno, e legato a un muro di roccia con tre catene, al collo, e a entrambi i piedi. Gli viene lasciato soltanto un sacco con un po' di pane e formaggio per sfamarsi.
Una volta rimasto solo, come spiega in Buio, comincia a realizzare la situazione: "Per quel poco che sapevo sui sequestri, la durata media di un rapimento era lunga. Sei o sette mesi. Mi aspettava un lungo periodo di sofferenza, totalmente all'oscuro di quello che poteva succedere."

Nei primi giorni, però, è soprattutto un altro pensiero a ossessionarlo. "Un paio di settimane prima del sequestro ero a cena con mio padre, quando al telegiornale passarono la notizia della liberazione di un altro ostaggio. Ormai i rapimenti erano all'ordine del giorno, e ricordo che gli chiesi cosa avrebbe fatto lui nella stessa situazione. Mi guardò fisso, scuotendo la testa, come a dire che non avrebbe mai pagato il riscatto. Temevo che mi avrebbe lasciato morire." 

Le paure di Carlo, però, sono fittizie. Non appena le forze dell'ordine lo hanno avvertito del rapimento, Candido Celadon è rientrato in Italia per tentare di salvare il figlio. Il telefono di casa inizia a squillare già dai giorni successivi, ma a chiamare sono truffatori che, fingendosi dei rapitori, cercano di estorcere denaro. Ci vogliono tre mesi prima di avere notizie reali: una sera di fine aprile, infatti, arriva la chiamata di un uomo con un forte accento calabrese. Dice di chiamarsi "Agip," e di avere in mano Carlo. Chiede cinque miliardi di lire per il riscatto. 

Candido Celadon pretende delle prove prima di trattare il rilascio del figlio, quindi Agip gli dà le informazioni per recuperare un'audiocassetta in cui Carlo implora il padre di liberarlo. Ha la voce stremata, e accusa il padre di averlo abbandonato e di pensare solo ai suoi soldi. I rapitori, infatti, stanno aizzando le paure di Carlo con uno sporco gioco psicologico: gli raccontano che il padre non vuole pagare, che preferisce lasciarlo morire, che rifiuta ogni richiesta. Gli fanno anche scrivere delle lettere al padre, che poi non consegnano, per acuire in lui il senso di abbandono. 
In realtà le trattative sono vincolate al volere del pubblico ministero di Vicenza, Tonino De Silvestri. "Esistevano due scuole di pensiero," ricorda de Silvestri in Buio. "Secondo la prima si dovevano congelare i beni della famiglia, e impedire ogni contatto con i rapitori. Un'altra scuola invece, suggeriva di concedere la trattativa alla famiglia. Io scelsi una via di mezzo: congelai i beni dei Celadon, ma permisi loro di poter trattare con i rapitori. L'idea era quella di consentire un incontro, e di organizzare un blitz al momento della consegna del riscatto." Nonostante questo, però, la trattativa con Agip va per le lunghe, e i mesi passano.
Nel frattempo Carlo resta incatenato nella buca. "L'odore dei miei viveri attirava i topi, e passavo il tempo appostato in un angolo. Mettevo un pezzo di formaggio sotto un bicchiere, e quando entravano gli schiacciavo la testa," ricorda nel podcast. "Due volte sono entrati anche dei serpenti, ed è stato terrificante. Sapevo che anche se non erano velenosi, rischiavo la vita: se mi avessero infettato con un morso, i miei rapitori non mi avrebbero certo portato in ospedale." Celadon doveva inoltre vedersela anche con le intemperie: "Un giorno calò sul monte un diluvio pazzesco. Il mio nascondiglio era scavato per terra, e la buca si riempì d'acqua. Pensavo che sarei morto annegato. Urlavo, mi sgolavo, chiedendo aiuto. Ma nessuno mi rispose."
Alla fine Candido Celadon e "Agip" si accordano per un incontro. I fratelli di Carlo dovranno farsi trovare in una strada di Piace, in Calabria, dove verrà loro segnalato il luogo dello scambio. I due eseguono, consegnano i cinque miliardi, ma non ricevono istruzioni sul rilascio. La polizia, però, è appostata poco lontano: segue gli uomini che hanno ritirato i soldi, e fanno irruzione in una piccola casa, arrestando cinque persone. Di Carlo, però, non c'è traccia. E nemmeno dei soldi appena consegnati.
Poco prima del blitz, infatti, Carlo era stato spostato in un altro luogo da altri complici. Lo avevano fatto camminare per ore, in mezzo al bosco, fino a una piccola grotta, dove lo avevano di nuovo incatenato e lasciato solo. Dopodiché, e per i sette mesi successivi, le notizie si interrompono. Tanto che i familiari di Carlo cominciano a pensare che lo abbiano ucciso. Alla fine, però, "Agip" ricomincia a chiamare casa Celadon. Chiede altri cinque miliardi, e le trattative ripartono da capo. La famiglia ha conservato le registrazioni di queste chiamate, e in Buio si avverte bene come il tono si faccia sempre più violento. "Tu devi solo dirmi se non vuoi pagare," dice "Agip" a Candido, "così ti facciamo arrivare la sua testa."
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'Ndrangheta, operazione contro la cosca Libri: tra gli indagati vi sono anche politici


Di Salvatore Santoru

Una recente operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, ha portato all'arresto di 17 persone legate alla 'ndrangheta. Tra gli arrestati figurano anche alcuni politici e un membro delle Forze dell'Ordine.

Più precisamente, i politici arrestati Sebastiano Romeo(PD) e Alessandro Nicolò(ex Fi, ora Fdi).

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/cronaca/2019/07/ndrangheta-blitz-contro-la-cosca-libri-anche-politici-del-pd-e-di-fdi-al-loro-servizio-002958081.html

L'inchiesta di Lodi: alcune onlus speculavano sull'immigrazione e avevano legami con la ʼndrangheta



Di Salvatore Santoru 

Una recente operazione della guardia di Finanza di Lodi ha portato all'arresto di 11 persone nell'ambito dell'inchiesta 'Fake Onlus'. L'indagine ha appurato che quattro onlus erano legate ad alcuni personaggi vicini alla ʼndrangheta e, inoltre, sarebbero state utilizzate con lo scopo di garantire benefici di legge a dei reclusi .

Oltre a ciò, l'indagine ha scoperto che le stesse onlus si erano infiltrate nelle gare pubbliche indette dalle Prefetture di Lodi, di Pavia e di Parma e relative alla gestione dell'attuale emergenza immigrazione.

PER APPROFONDIRE: https://it.blastingnews.com/cronaca/2019/07/lodi-quattro-onlus-speculavano-su-migranti-ed-erano-probabilmente-legate-alla-ndrangheta-002940555.html

Calabria, il governatore Pd Oliverio contro la Rai: “Il film sulla ‘ndrangheta offende la dignità di un’intera regione”


Di Lucio Musolino

Prima ha scritto all’amministratore delegato della Rai. Poi è andato a San Luca per ribadire “formale disappunto e profonda indignazione” nei confronti di viale Mazzini. Cosa è che ha scatenato le ire di Mario Oliverio, presidente della Regione Calabria attualmente indagato per associazione a delinquere, abuso d’ufficio e corruzione? Semplice: il film Duisburg – linee di sangue andato in onda mercoledì sera su Rai1. La storia è quella della faida di San Luca, cioé la guerra tra le cosche Nirta-Strangio e Pelle-Vottari che nel 2007 è arrivata a insanguinare la Germania. Sei morti ammazzati davanti a un ristorante italiano la sera di ferragosto. Uccisi per vendicare l’agguato al boss Francesco Pelle, conosciuto con il soprannome di “Ciccio Pakistan”. E soprattutto dopo la strage di Natale del 2006 quando fu uccisa Maria Strangio, la moglie del boss Giovanni Luca Nirta. Insomma che un fatto del genere possa ispirare sceneggiatori e registi è assolutamente ovvio, se non doveroso.

Eppure a Oliverio il film non è piaciuto. E ha preso carta e penna per segnalare a Salini “é grave, prima ancora che vergognoso, che il servizio pubblico possa prestarsi ad offendere la dignità di una intera regione”. E poi  che le “ferite provocate da ristretti gruppi criminali che non sono la Calabria, ma che operano, come tutte le mafie, a livello internazionale”. Ma come? La ‘ndrangheta è soltanto un ristretto gruppo di criminali? “Per non dire poi sulla qualità di un prodotto mal confezionato, con errori marchiani: un treno targato ‘Regione Puglia, espressioni dialettali mai utilizzate nella mia regione, riferimenti ad usi e costumi, a tradizioni enogastronomiche completamente fuori luogo”, continua a lamentarsi il presidente. 
Al netto delle critiche cinematografiche su come è stato realizzato il film, Oliverio attacca soprattuto la necessità di girare le scene in Puglia e non in Calabria. E tira fuori una circostanza finora inedita: ci sarebbero state minacce alla produzione: “Sono venuto a conoscenza, inoltre – scrive ancora il governatore – del fatto che sia stata scelta per le riprese la Puglia, e non la Calabria, per via di non meglio specificate minacce subite dalla produzione. È possibile chiarire questa circostanza? È stata presentata denuncia agli organi competenti perché venga fatta luce? Al momento registro solo le smentite degli attori del film. Attendiamo riscontri formali, perché non vogliamo cedere alla tentazione, pur forte, di considerare il tutto solo un’incomprensibile scusa”.

A che pro il governatore mette per iscritto le minacce alla produzione del film? E perché la stessa produzione si sarebbe dovuta inventare le minacce per non girare in Calabria? Oliverio, in ogni caso, non è rimasto soddisfatto dalla lettera inviata a viale Mazzini. E in mattinata è andato direttamente a San Luca dove, a fianco dei due candidati a sindaco Klaus Davi Bruno Bartolo, si è fatto portavoce della vecchia polemica  contro la presunta criminalizzazione della Regione. Ecco quindi che Polsi (luogo in cui ogni anno la ‘ndrangheta si riunisce così come documentato dai carabinieri del Ros), per il presidente Oliverio diventa “un punto di riferimento che riteniamo debba essere proiettato nel mondo come immagine positiva di San Luca e del territorio”. E ancora: “Se c’è una mela marcia non può pagare una comunità. Il fatto che si affastella tutto e tutti è il modo per rendere inefficace la lotta alla criminalità, quella vera, e anche alla corruzione”. Una mela marcia? La faida di San Luca è una mela marcia?
Per Oliverio, infatti, la strage di Duisburg e la relativa trasposizione cinematografica è “vergognosa” uno “stereotipo relativo”, un “timbro che è stato messo sulle nostre realtà”. Tra gli applausi di tutta la sala, il presidente della Regione ha spiegato di aver protestato ufficialmente: “La Rai deve pagare i danni che sono stati prodotti: il treno con la scritta ‘Puglia’, la gastronomia, usi e costumi che non corrispondono nemmeno alla realtà di San Luca”. Nel suo attacco alla televisione di Stato, Oliveriosi aggrappa a un altro episodio e cioè alla mancata messa in onda della fiction “Tutto il mondo è paese” su Riace, finita di girare tre anni fa e bloccata dalla Rai nel periodo del governo Gentiloni. “La Rai ha mandato in onda ‘la fiction della vergogna’ e ha bloccato quella su Riace. Questo non può essere accettato”, ha tuonato il presidente. Che ironia della sorte era davanti al commissario di San Luca Salvatore Gullì, cioè lo stesso funzionario della prefettura che ha firmato la relazione contro Riace. 
Ma non solo. Perché Oliverio ha continuato ad attaccare viale Mazzini: “La Rai è un’istituzione pubblica e si rappresenta ostile del territorio, nemica del territorio. Su questo bisogna battersi perché questo stereotipo venga sconfitto”.  Per farlo, da San Luca, il presidente della Calabria ha annunciato “un grande progetto di proiezione”. Un altro film in sostanza ma stavolta – puntualizza – “dei valori positivi di questa terra. Sono convinto che la vera sfida è quella di fare avanzare, proiettare, valorizzare la Calabria positiva”.

In questo ragionamento, Oliverio non è solo: dai compagni di partito come il senatore Ernesto Magorno (“È stata data un’immagine sbagliata di una regione”) e il sindaco di Reggio Giuseppe Falcomatà (“È la solita solfa, all’Italia è stata raccontata una storiella che offende”) alla deputata di Forza Italia Jole Santelli per la quale “è incredibile che quella oscena fiction su Duisburg sia stata finanziata dalla Regione Puglia, con soldi pubblici elargiti dal Pd e con la Rai dei Cinquestelle”. Fiumi di comunicati in una terra dove, per i politici calabresi, è più offensivo scrivere di ‘ndrangheta che la ‘ndrangheta stessa.
Una scena molto simile a quando, nell’ormai lontano 1991, l’ex presidente della regione Sicilia Totò Cuffaro intervenne durante la puntata speciale di Samarcanda in collegamento con il Maurizio Costanzo Show. In quell’occasione – con Giovanni Falcone tra gli ospiti in studio – l’allora deputato regionale siciliano prima bollò con il termine “buffonate” i contenuti della trasmissione e poi denunciò “una volgare aggressione alla classe dirigente migliore che ha la Democrazia cristiana in Sicilia”. “Avete bisogno – disse il giovane Cuffaro, che nel 2011 verrà condannato per favoreggiamento a Cosa nostra  – di delegittimare perché questa Sicilia vada sempre più in fondo. Avete infangato la memoria di Libero Grassi perché il giornalismo mafioso di stasera fa più male alla Sicilia di 10 anni di delitti”. Nel 2009, invece,  sarà direttamente Silvio Berlusconi a prendersela con la madre delle fiction sulle mafie, La Piovra: “Se trovo chi ha fatto la serie de La Piovra e chi scrive libri sulla mafia facendoci fare brutta figura nel mondo, giuro che lo ammazzo”.

‘Ndrangheta stragista, l’ex gran maestro: “Attraverso la massoneria i clan hanno occupato le regioni del Nord”



“Attraverso la massoneria, la ‘ndrangheta ha occupato le regioni del nord”. L’ex gran maestro del Grande Oriente d’ItaliaGiuliano Di Bernardo, ha svelato i legami tra le logge e le cosche calabresi. Lo aveva già fatto nel corso di un interrogatorio sostenuto davanti al procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo al quale aveva spiegato il perché, dopo gli incontri con il procuratore di Palmi, Agostino Cordova, che negli anni novanta stava indagando sulla massoneria, ha deciso di dimettersi dal Goi: “Non riuscivo a credere che quella massoneria che io avevo immaginato e su cui avevo scritto un libro, nella realtà e nella società degli uomini potesse essere qualcosa di completamente diverso”.
Sconcerto che Di Bernardo ha rivissuto nell’aula del tribunale di Reggio Calabria dove è stato sentito come testimone nel processo ’Ndrangheta stragista che vede alla sbarra i boss Giuseppe Graviano Rocco Filippone accusati dell’omicidio dei carabinieri Antonino Fava eVincenzo Garofalo. Nella sua deposizione, Di Bernardo spiega il suo ingresso nella massoneria, come è arrivato a ricoprire la carica di vertice e il perché, nell’aprile 1993 si è dimesso da gran maestro: “Cordova riuscì a fornirmi alcuni elementi e alcuni documenti da cui emergeva un aspetto del Grande Oriente d’Italia che io non avrei mai immaginato potesse esistere”.

A quel punto Di Bernardo convocò la giunta del Goi. Ricorda la risposta che il suo vice Ettore Loizzo di Cosenza gli diede sul perché non fece nulla per impedire alle cosche calabresi di avere  contatti con la massoneria: “Avrei messo a rischio la mia vita e quella della mia famiglia. – disse Loizzo – La verità è che 28 su 32 logge calabresi sono controllate dalla ‘ndrangheta”. E fu a quel punto che Di Bernardo comprese “che il Grande Oriente non era più posto per me”.
Segnali di infiltrazione c’erano anche in Sicilia “dove ci fu un fatto che fece tremare un po’ la massoneria: l’arresto del sindaco di Castelvetranoper coinvolgimenti con la mafia”. La situazione della massoneria calabrese, però, era “molto più preoccupante di quella siciliana, in quanto era più ramificata e potente”. “In Calabria – aggiunge – c’era un potere unitario, una mente che regolava al di là di tutti i contrasti che esistevano ed esistono tuttora tra le obbedienze massoniche. C’era un filo conduttore. La massoneria calabrese è più potente di quella siciliana perché ha una visione unitaria”.

Ecco perché, stando al racconto di Di Bernardo, “l’inchiesta di Cordova andava nella direzione giusta”. Quell’indagine però non portò a nulla: dopo il trasferimento del procuratore di Palmi a Napoli, l’inchiesta fu trasferita a Roma dove “due magistrati mi convocarono e mi dissero che non avevano il tempo materiale di istruirla e fu archiviata. Si dice oggi che l’inchiesta è finita perché nulla è stato trovato contro il Grande Oriente. La verità è che è stata archiviata per decorrenza dei termini”.
Fu il suo segretario personale, Luigi Savina, a parlargli dei movimenti separatisti che si affacciavano nel panorama politico italiano all’inizio degli anni novanta: “Mi diceva che c’erano affiliati al Goi che sostenevano i movimenti separatisti. Reggio Calabria era il centro propulsore”. Sul tema stragi, il gran maestro ritiene che tutto si è mosso “all’interno dello stesso contesto” dei movimenti separatisti: “L’idea che mi ero fatto è che c’era qualcuno che tirava le fila all’interno di contesti diversi”. Neanche a dirlo, i contesti erano quello massonico e quello ‘ndranghetista: “Il punto di giuntura penso che sia il rituale. Quello usato in massoneria e quello usato nella ‘ndrangheta hanno una base in comune: il vincolarti al segreto una volta che tu sei dentro. Questo secondo me ha facilitato molto la compenetrazione tra ‘ndrangheta e massoneria”.

Nella parte finale della sua deposizione Di Bernardo ha trattato anche la vicenda di Licio Gelli e dell’elenco, quello vero, della P2: “Licio Gelli è stato inventato dalla Cia, dagli americani. Il governo americano aveva perso fiducia in Moro e Andreotti, e quindi cominciava a temere che in Italia ci potesse essere il sorpasso comunista”. In sostanza il venerabile, secondo Di Bernardo, “era diventato il ‘salvatore’ dell’Italia. Da quel momento Gelli è stato il referente unico ed esclusivo degli americani. Ha avuto montagne di dollari, ma soprattutto il governo americano e la Cia hanno messo all’obbedienza di Gelli i vertici italiani”. L’ex gran maestro, prima del Goi e poi della Gran Loggia regolare d’Italia, si riferisce ai “vertici economici, ai vertici militari e ai vertici della magistratura”. Tutti erano “alla sua obbedienza e li iniziava all’Excelsior di Roma. Quest’uomo all’improvviso si è trovato un potere che, penso, nessun altro ha avuto in Italia”.
Pur avendo la sua base all’interno, Gelli era stato espulso dal Goi prima che Di Bernardo fosse nominato gran maestro: “Dopo la mia elezione mi invio due lettere e mi chiese di essere riammesso. Io le leggo e non faccio nulla. Mi mandò un suo emissario per chiedermi ufficialmente di farlo rientrare. Gelli ritiene che ogni uomo sia comprabile e mi fa fare la domanda: ‘Decidi tu la somma. Fissa tu’. Io gli feci rispondere: ‘Gelli forse ha comprato tanti, ma certamente non comprerà me’. Poco dopo ritorna la stessa persona con un’altra proposta e mi dice: ‘Gelli in cambio del tuo appoggio, metterà a tua disposizione l’elenco vero della P2 con i relativi fascicoli’. Quello sequestrato dalla magistratura è solo parziale. Gelli mi fa dire da questo suo emissario che mi avrebbe dato il vero elenco con i relativi fascicoli. ‘In questo modo potrai ricattare tutta l’Italia’. Il commento è stato questo. Alla fin fine ho deciso di non procedere e quindi la cosa è finita lì”.

Che ci sia un elenco “vero” della P2, Di Bernardo lo ha riscontrato anche da un altro episodio che gli è stato riferito dal segretario personale del gran maestro Battelli: “Mi dice che una sera Gelli si presenta nello studio del gran maestro Battelli con un grosso fascicolo e gli dice: ‘Questo è l’elenco della P2’. Battelli comincia a sfogliarlo e, come sostiene il suo segretario, ‘diventa di tutti i colori’. Batelli dopo aver letto chiude e gli dice a Gelli: ‘Riprendilo, questo io non l’ho mai visto’. Tutto questo avviene molti anni dopo che la loggia P2 era stata sciolta. Gelli voleva rientrare nel Goi perché aveva capito che con il canale massonico avrebbe potuto muoversi dappertutto. Gelli senza massoneria valeva poco. Con la massoneria avrebbe potuto riaprire i suoi contatti internazionali. La sua richiesta era per rafforzare il suo potere affaristico. Non rientrò mai nel Goi”.

Minacce e intimidazioni a Report per l’inchiesta su Juventus e ‘ndrangheta


Di Andrea Parrella

L'inchiesta di Report sulle infiltrazioni delle cosche ‘ndranghetiste nella tifoseria della Juventus prometteva polemiche sin da quando, un paio di settimane prima della messa in onda, iniziavano ad arrivare le prime anticipazioni sul lavoro di Federico Ruffo. Un'inchiesta giornalistica che getta un'ombra enorme sul sistema di gestione dei rapporti con la tifoseria da parte della società calcistica più blasonata d'Italia e che non mancherà di creare grandi imbarazzi nelle prossime settimane.

Al punto che nella giornata di ieri, ancor prima della messa in onda dell'inchiesta, i giornalisti della redazione di Report avevano già denunciato minacce e intimidazioni subite tramite possibile querele di entità milionaria. Immediata, in questo senso, è stata la reazione dei principali sindacati giornalistici, come Usigrai e Fnsi, che hanno espresso solidarietà a Ranucci e Ruffo, così come a tutta la squadra di lavoro del programma di Rai3, attraverso una nota congiunta che recitava:

Intimidazioni, minacce, annunci di querele milionarie.
Ancora non è andata in onda (questa sera 21.15 su RaiTre) e già l'inchiesta di Report sulle infiltrazioni nelle tifoserie ha scatenato le reazioni tipiche di quando si toccano affari sporchi.
Usigrai e Fnsi si schierano al fianco di Federico Ruffo, autore dell'inchiesta, del curatore Sigfrido Ranucci, e di tutta la redazione di Report.
Chiediamo alla Rai e alle autorità, ciascuno per le proprie competenze, la massima attenzione, vigilanza e protezione per fare muro di fronte alle minacce di ogni tipo.

Usigrai e Fnsi

Cosa ha scoperto l'inchiesta di Report sulla Juventus?
Federico Ruffo ha indagato sulle opache dinamiche della morte di Raffaello Bucci, l'ex ultras della Juventus deceduto il 7 luglio 2016 dopo essere caduto da un viadotto a Fossano (Torino). Un suicidio che pare essere avvenuto dopo un pesante pestaggio subito per una questione di soldi legata al bagarinaggio dei biglietti. Il lavoro di Ruffo segue il percorso dell'inchiesta sui biglietti concessi dalla società ai gruppi ultras che portò all'inibizione di un anno per il presidente Andrea Agnelli, approfondendo proprio le modalità attraverso le quali i ticket per le partite venivano ceduti ai gruppi, che poi li destinavano alla vendita illegale all'esterno dello stadio. Una dinamica frutto di un tacito accordo tra la società e la tifoseria che la Juventus avrebbe avallato al fine di evitare problemi all'interno degli stadi. Ma attraverso l'individuazione dei soggetti a capo dei principali gruppi ultras, Ruffo fa luce sulle presunte infiltrazioni dei gruppi ‘ndranghetisti nella tifoseria, radicatesi nel corso degli anni in maniera quasi stabile. La morte di Bucci, per certi versi ancora poco chiara nelle sue motivazioni, sarebbe legata proprio a queste logiche e a un pesante giro di soldi in nero dietro al sistema di vendita illegale di biglietti.

FONTE: https://tv.fanpage.it/minacce-e-intimidazioni-a-report-per-linchiesta-su-juventus-e-ndrangheta/

Juventus, la bomba di Report: ultrà, Agnelli e 'ndrangheta, l'intercettazione su Lapo Elkann


LIBERO

C'è anche Lapo Elkann al centro della attesissima puntata di Report sulla Juventus. Il programma condotto da Sigfrido Ranucci lancia siluri inquietanti sulla Signora, rovistando nelle intercettazioni e nelle carte dell'inchiesta giudiziaria Alto Piemonte sui rapporti tra gli ultrà bianconeri e gli esponenti della 'ndrangheta. Un misto di calcio, rapporti di forza, legami oscuri e business che getta una luce sinistra non solo sul club, ma su tutto il calcio italiano. 


Per comprendere il ruolo preponderante del tifo organizzato nella vita di una società è esemplare la telefonata intercettata tra Fabio Germani, ultrà di peso a capo della fondazione Italia Bianconera, e Rocco Dominello, figlio del boss Saverio Dominello e considerato dagli inquirenti al centro del "sistema-biglietti" della Juventus Arena, con agganci pesantissimi tra i dirigenti. Si deve tornare indietro di quasi 10 anni, la primavera del 2009. Lapo, secondo quanto raccontato da Dominello ai magistrati, "avrebbe incontrato il figlio del boss, prima della comunione della figlia di Germani" e in quell'occasione "gli avrebbe espresso il desiderio di vedere esposti degli striscioni in curva con su scritto Lapo Presidente". Una telefonata intercettata tra Dominello e Germani confermerebbe la versione: "Senti una cosa, ma il tuo amico Lapo che fine ha fatto?", chiede il primo al secondo. "L'ho sentito stamattina, è in Svizzera". 
Dominello - "Lo fissiamo 'sto appuntamento?"
Germani  - "No, questo periodo non esiste".
D - "Perché?"
G - "Eh, perché domani parte va in America…"
D - "Vabbuò, fissa un appuntamento. Se vuole un appoggio, fissa un appuntamento, sennò andate a f… tu, lui, la Juve… tutti quanti!".
G - "Ma tu lo sai che lui l'appoggio lo vuole?"
D - "Lui mi deve dire Sì, sono veramente intenzionato… e io faccio fare gli striscioni sia da una parte che dall'altra, tutti per lui. Però allora mi devi dire quanto veramente ci tiene. Perché io ti giuro che sia di qua che di là facciamo fare tutto quello che lui vuole".
G - "Ho parlato con Lapo fino a un'ora fa"
D - "Ah eri con Lapo e non mi hai chiamato, bravo… bravo".
G - "Si è scaricato il telefono! Martedì, cosa fai martedì?"
D - "Martedì niente, perché?"
G - "Se vuoi andiamo in barca da Lapo".
D - "Ma dove?"
G - "A Saint Tropez".

Quella gita, spiega Report, poi è saltata. Lo striscione non fu mai esposto e alla fine presidente è diventato il cugino Andrea Agnelli, a cui nel 2013, dopo il secondo scudetto di fila, Lapo riconobbe pubblicamente tutti i meriti sportivi e societari

SLOVACCHIA, la 'ndrangheta dietro l'omicidio del giornalista Jan Kuciak e della sua fidanzata

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Di Salvatore Santoru

In Slovacchia è stato recentemente ucciso il giornalista d'inchiesta Jan Kuciak.
Il reporter d'inchiesta, ucciso insieme alla fidanzata a Bratislava, stava lavorando a un'importante inchiesta sulla corruzione politica e la crescente infiltrazione della 'ndrangheta nel paese.

Secondo quanto riportato dai media, pare che proprio la 'ndrangheta sia dietro il suo omicidio.

PER APPROFONDIRE:
https://it.blastingnews.com/cronaca/2018/03/slovacchia-lombra-della-ndrangheta-dietro-lomicidio-del-reporter-jan-kuciak-002405071.html .

'DROGA DELL'ISIS', maxi sequestro in Calabria

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Di Salvatore Santoru

Maxi sequestro a Gioia Tauro di tramadolo, sostanza di base utilizzata per la 'droga dell'ISIS' che i miliziani assumono prima delle battaglie.
Come riporta Repubblica(1), la droga proveniva dalla Libia ed era diretta in Libia nonché serviva per finanziare le attività dei miliziani dell'autoproclamato Stato Islamico.

Sono state sequestrate 24 milioni di pasticche e secondo la sezione antiterrorismo della Dda di Reggi Calabria vi sono da diverso tempo contatti tra ndrangheta e organizzazioni mediorientali.

NOTA:

(1) http://www.repubblica.it/cronaca/2017/11/03/news/gioia_tauro_sequestrata_droga_dell_isis_carico_dal_valore_di_50_milioni_di_euro-180104057/

L'ALLARME DELL'ANTIMAFIA: 'L'INFILTRAZIONE DELLA NDRANGHETA E' OVUNQUE'

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Di Salvatore Santoru

Allarme della Direzione Nazionale Dell'AntiMafia: la ndrangheta è fortemente infiltrata un pò ovunque in Italia e nel mondo.
Secondo l'allarme dell'antimafia l'organizzazione mafiosa si sarebbe infiltrata e avrebbe allacciato rapporti nel mondo nelle istituzioni,dei servizi segreti e della massoneria.
Inoltre,secondo l'AntiMafia un'importante settore in cui è coinvolta l'organizzazione mafiosa è quello dell'immondizia,stando a quanto riportato da "Rai News"(1).

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1)http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/mafie-ndrangheta-istituzioni-camorra-38ce9945-93cf-4270-bfb7-25435990723c.html?refresh_ce

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