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Il Noto Servizio e il Movimento di Azione Rivoluzionaria di Carlo Fumagalli


7 – Un caso particolare: il Movimento di Azione Rivoluzionaria di Carlo Fumagalli.

Di Giorgio Marenghi 
La nota informativa del giugno 1974, sottolinea pesantemente il nesso fra “noto servizio”, Carabinieri e FUMAGALLI e questo ci spinge ad una digressione a tale proposito.
Da un documento – la segnalazione del 2 settembre 1970 rinvenuta presso l’Archivio della Dcpp – apprendiamo della presenza – al momento – del ricercato CARLO FUMAGALLI in Valcamonica. Subito dopo si legge:
“Si sarebbe fatto osservare che la presenza del medesimo nella zona sarebbe nota al SID e che nessuna azione è stata finora intrapresa contro il medesimo. L’Arma dei Carabinieri sarebbe interessata acchè il FUMAGALLI non cada nelle mani della PS in quanto potrebbe rivelare un certo accordo reciproco sulla responsabilità delle azioni sinora attuate dal M.A.R.”

Questa seconda parte è cancellata a mano e, infatti, non figura nelle segnalazioni inviate alle Questure.

Peraltro, il rapporto fra FUMAGALLI ed i Carabinieri era oggetto anche di circostanziate accuse del parlamentare socialista DELLA BRIOTTA al Colonnello dei Carabinieri MONICO (38).

Sempre a questo proposito, è interessante leggere l’appunto 5 luglio 1974(Dcpp) relativo alla vicenda ZICARI:

“Il maggiore avversario di ZICARI e di DI BELLA, in questo momento, è il ten. Colonnello ROSSI, il quale opera in stretta collaborazione con un colonnello di Firenze. L’obiettivo dei Carabinieri sarebbe quello di convincere il Magistrato che indaga sul M.A.R. ad emettere mandato di cattura contro lo ZICARI, nel convincimento che una volta arrestato lo ZICARI racconterebbe tutti i retroscena dei suoi rapporti con la Divisione Affari Riservati del Ministero, ma più ancora dei suoi vecchi rapporti con BENEFORTI e TOM PONZI. I Carabinieri, infatti, non vogliono che ZICARI parli del M.A.R. – del quale si sa già abbastanza – ma dei vecchi rapporti con BENEFORTI e PONZI, anche e soprattutto in relazione alla situazione MONTEDISON- CEFIS”.

Come si vede, i Carabinieri avrebbero avuto timore, già nel 1970 di un arresto di FUMAGALLI da parte della PS, per le rivelazioni che il capo del M.A.R. avrebbe potuto fare circa i rapporti con la stessa Arma.

Poi il processo di Lucca, come si sa, ebbe esito favorevole agli imputati, per cui la questione ebbe una momentanea schiarita, ma, quando FUMAGALLI venne nuovamente colpito da mandato di cattura, i timori tornarono e ben più gravi.

In particolare la questione si intrecciava con quella di ZICARI che stava facendo dichiarazioni sui rapporti FUMAGALLI-Carabinieri. Di qui l’intervento dell’Arma per fare arrestare ZICARI e portare il discorso sulla vicenda MONTEDISON (si noti la ricorrenza dei nomi di PONZI e BENEFORTI, nel frattempo coinvolti nello scandalo delle intercettazioni).

Altra riprova dei sonni inquieti dei Carabinieri sulla vicenda M.A.R., la si ha nella vicenda, ben posteriore, del falso passaporto di ORLANDO durante la sua latitanza in Venezuela.

A fornire il passaporto falso era stato tal BUCCIARELLI che, dopo essere stato arrestato a Caracas, pochi giorni dopo veniva rimpatriato, ma, a richiesta del SID, veniva fermato all’aeroporto di Fiumicino, in quanto si sarebbe presentato all’ambasciata italiana di Caracas come colonnello dei Carabinieri (Appunto del 21 maggio 1977 – Dcpp).

Un gruppo di funzionari ed agenti del SID e dell’Ispettorato Antiterrorismo si recava, quindi, all’aeroporto di Fiumicino, ma BUCCIARELLI rifiutava di sottoscrivere alcuna dichiarazione e chiedeva di poter conferire con il colonnello TRAVERSA (l’ufficiale dell’Arma che lo aveva consigliato di portare il passaporto ad Orlando), che, raggiunto telefonicamente, ne confermava il racconto. 
Nel corso dell’incontro all’aeroporto, BUCCIARELLI avrebbe fatto alcune rivelazioni sul conto del coinvolgimento di ORLANDO nel delitto OCCORSIO (magistrato romano ucciso da PIERLUIGI CONCUTELLI, terrorista di ORDINE NUOVO, nota g.m.) e fatto il nome di alcuni suoi finanziatori (tali VANNETTI e BALDASSINI).

Tuttavia, aggiunge l’appunto: 
“Dal colloquio conclusosi verso le 22.30 si è avuta l’impressione che il BUCCIARELLI fosse in possesso di altre notizie che desiderava riferire soltanto al colonnello TRAVERSA. Ha infatti aggiunto di aver appreso che uno dei finanziatori e certamente il più importante è il segretario di un personaggio italiano molto in vista, ma non ha voluto precisarne il nome. Si è riservato di comunicarlo al col. TRAVERSA”.

Della vicenda si perdono le tracce, mentre il SID sembra rispettare la volontà di BUCCIARELLI. Si noti, peraltro, che Traversa avrebbe confermato di aver autorizzato BUCCIARELLI a dare il passaporto falso a ORLANDO (M.A.R.).

Probabilmente il M.A.R., nelle vicende della strategia della tensione, ha avuto un ruolo maggiore di quello, pur rilevante, che le sentenze gli attribuiscono.

Ad esempio, il legame – ormai documentato anche fotograficamente – fra il capo del M.A.R. (Carlo Fumagalli) e LUCIANO LIGGIO (COSA NOSTRA), sin qui è stato considerato come un aspetto connesso al suo “secondo lavoro”, comunque qualcosa di estraneo al filone politico della vicenda. E ciò, oggi, alla luce di quanto va emergendo, fa sorgere legittimi interrogativi.

Infatti, LUCIANO LIGGIO risultava in rapporti anche con ETTORE CICHELLERO, il maggior contrabbandiere europeo degli anni sessanta e settanta, meritevole di qualche cenno.

Già dagli anni cinquanta CICHELLERO stabilì la sua residenza fra Bellizona, Lugano e Agno dove avrebbe avuto a disposizione un aereo, notoriamente simpatizzante dell’estrema destra, venne coinvolto nel sequestro di CRISTINA MAZZOTTI e alcune inchieste stampa lo accusarono di essere il riciclatore del denaro dei sequestri (39).

Visitando il fascicolo dell’istruttoria milanese a carico suo e dei suoi collaboratori, abbiamo rinvenuto tabulati bancari, dai quali si ricava un movimento di tre assegni – pur se di cifre assai modeste – fra l’avvocato di CICHELLERO e quello di NARDI, proprio poco dopo l’arresto di questi (40): un elemento molto probabilmente casuale, ma non indegno di qualche attenzione.
(Continua al Capitolo 8 – Alcune considerazioni finali)

NOTE AL CAPITOLO 7

38) Il che fa tornare in mente la nota successiva alla strage bresciana, per la quale negli ambienti socialisti si nutriva la convinzione che, l’inchiesta sull’evento, avrebbe portato al “fantomatico servizio” per il tramite di Fumagalli.
39) Campo nel quale risultò coinvolto anche il Mar di Fumagalli: ricordiamo il sequestro Cannavale.
40) Il primo dei tre assegni è di poche settimane dopo l’arresto per un traffico d’armi del noto neofascista, avvenuto, come si ricorderà, al valico di Brogeda. Qualche elemento, peraltro, fa pensare che Cichellero avesse interessi anche nel traffico d’armi.

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Quando Bannon definì ‘fascisti’ Fratelli d’Italia: continua il duello tra Report e la Meloni



Ormai è guerra aperta tra Giorgia Meloni e Report: dopo la puntata della settimana scorsa, in cui la trasmissione di Sigfrido Ranucci aveva mostrato la cosiddetta 'fabbrica dei troll' ossia una vera e propria organizzazione in Russia che aveva come compito quello di sfornare fake news e account fantasma per favorire l'ascesa dei partiti sovranisti europei, tra cui Fratelli d'Italia, notizia smentita dalla Meloni che ha minacciato querele, la puntata di stasera indaga sui rapporti tra l'ex stratega di Donald Trump, Steve Bannon, ideologo del sovranismo in Occidente, e il partito della Meloni.
In un frame del video di anteprima pubblicato su twitter da Report, Steve Bannon sostiene che "Fratelli d'Italia è uno dei vecchi partiti fascisti" italiani. L'attacco sembra essere proprio diretto alla Meloni, che probabilmente non tarderà a rispondere. 

Quando Steve presentando Giorgia a un giornalista del gli disse: "Fratelli d’Italia è uno dei vecchi partiti fascisti"
[audio inedito]

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CasaPound tornerà ad essere solo un movimento e non un partito


Di Salvatore Santoru

Il leader di CasaPound Italia, Gianluca Iannoneha recentemente annunciato che il movimento di estrema destra non sarà più un partito. Tale decisione sarebbe stata presa a seguita delle elezioni europee e, con essa, gli stessi vertici del movimento di matrice neofascista hanno affermato che continueranno ad essere un'associazione dedita alla 'battaglia sovranistaidentitaria'. 

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/politica/2019/06/casapound-ha-annunciato-che-non-sara-piu-un-partito-002938377.html

A Torino è stato denunciato il coordinatore di Forza Nuova per apologia


Di Salvatore Santoru

Recentemente il coordinatore della sezione torinese di Forza Nuova è stato denunciato per apologia del fascismo. Le indagini contro il militante forzanovista sono iniziate a seguito dell'operazione della Digos incentrata sullo striscione esposto da alcuni militanti del partito di estrema destra il 22 maggio 2019.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/politica/2019/06/torino-denunciato-il-coordinatore-di-forza-nuova-per-apologia-di-fascismo-002934835.html

Landini: 'Bisogna sciogliere i partiti che si rifanno al fascismo'


Di Salvatore Santoru

Recentemente l'attuale segretario della Cgil Maurizio Landini ha sostenuto che tutte le organizzazioni che si rifanno al fascismo dovrebbero essere vietate.Più specificatamente, il sindacalista ha dichiarato ciò nell'ambito di un'assemblea tenutasi a Genova e come risposta ad una domanda sui partiti di estrema destra Forza Nuova e CasaPound.

PER APPROFONDIRE:
ARTICOLO SU BLASTING NEWS

Come funziona il reato di “apologia di fascismo”



La procura di Torino ha fatto sapere che – in seguito a un esposto presentato dalla sindaca di Torino Chiara Appendino e dal presidente del Piemonte Sergio Chiamparino – la casa editrice Altaforte, vicina a CasaPound e finita in mezzo a contestazioni e polemiche per la sua presenza al Salone del Libro, è indagata per “apologia di fascismo”, il reato introdotto dalla famosa legge Scelba. Non sembra però affatto probabile che la casa editrice venga condannata, nonostante i suoi dirigenti si dichiarino fascisti. Contrariamente al nome, infatti, la legge si occupa di punire soprattutto chi tenta di ricostruire il vecchio partito fascista, piuttosto che chi lo difende o esprime opinioni favorevoli al fascismo.
La legge fu approvata nel 1952 per attuare la XII disposizione finale della Costituzione, che proibisce la ricostruzione del partito fascista. È composta da dieci articoli, il primo dei quali spiega che si verifica una “ricostruzione” del partito fascista quando:
«[…] una associazione, un movimento o comunque un gruppo di persone non inferiore a cinque persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza, o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, princìpi, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista»
La definizione appare già abbastanza ampia, ma negli articoli successivi veniva ulteriormente allargata. L’articolo 4, infatti, rende perseguibile anche il reato che ha finito con il diventare sinonimo della legge, l’apologia del fascismo (cioè letteralmente la difesa, a parole o scritta, del regime fascista). Chi «esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche», stabilisce l’articolo 4, rischia dai sei mesi ai due anni di reclusione.
Apparentemente la legge Scelba considera quindi reato anche soltanto parlare bene del fascismo o dei suoi esponenti: in base a una semplice lettura del testo dell’articolo 4 sembra che gridare «Viva Mussolini!» possa di per sé essere considerato reato. Varie sentenze della Cassazione hanno però rapidamente ridotto notevolmente il perimetro in cui applicare la legge Scelba.
Negli anni immediatamente successivi alla sua approvazione, infatti, la legge Scelba venne immediatamente utilizzata contro diversi esponenti del Movimento Sociale Italiano, il partito politico fondato nel 1946 da un gruppo di reduci del regime fascista. Nessuno di loro era accusato di cercare di ricostruire il partito fascista, in base all’articolo 1 della legge. Erano invece accusati di apologia del fascismo, in base all’articolo 4. Gli imputati dissero che l’articolo 4 della legge era in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione, che garantisce la libertà di espressione. Il tribunale di Torino, uno dei tre che si stavano occupando dei processi, trasmise il rilievo alla Corte Costituzionale.
La sentenza della Corte Costituzionale arrivò nel gennaio del 1957 e stabilì che la legge Scelba non violava la Costituzione. Ma contemporaneamente precisò il significato dell’articolo 4: per esserci una vera e propria apologia di fascismo non è sufficiente che ci sia «una difesa elogiativa» del vecchio regime, ma è necessaria «una esaltazione tale da potere condurre alla riorganizzazione del partito fascista». Non è reato difendere il fascismo a parole, ma solo se viene fatto «in rapporto a quella riorganizzazione, che è vietata dalla XII disposizione».
Due anni dopo, nel dicembre del 1958, una seconda sentenza della Corte Costituzionale fornì una simile precisazione anche per l’articolo 5 della legge Scelba, quello che proibisce manifestazioni fasciste e che, secondo alcuni, era in contrasto con la libertà costituzionale di riunirsi e manifestare. Anche qui la Corte stabilì che le manifestazioni erano vietate, ma solo nel caso in cui fossero propedeutiche alla ricostruzione del partito fascista.
Insomma, le interpretazioni della legge Scelba stabiliscono che fino a che un giudice non decide che è in corso un tentativo di fondare un nuovo partito fascista, è legittimo difendere Mussolini e il fascismo, fare il saluto fascista, vendere memorabilia del regime e manifestare con divise e bandiera fasciste. Un partito politico può anche definirsi neofascista, a patto di poter dimostrare di non stare ricostruendo l’antico partito fascista e di non avere i suoi obiettivi antidemocratici.
Per questa ragione movimenti esplicitamente neofascisti come Forza Nuova e CasaPound possono continuare a svolgere normalmente attività politica. Secondo i giudici, la legge Scelba non impone necessariamente lo scioglimento di un partito che dovesse usare il termine “fascismo” nel suo nome. Il movimento “Fascismo e libertà“, fondato nel 1991 da un senatore del MSI, è stato sottoposto a numerosi procedimenti per la legge Scelba, ma i suoi fondatori non sono mai stati condannati (il sito del partito stesso spiega abbastanza correttamente il perché).
Nel 1993 il governo tecnico di Giuliano Amato approvò un decreto legge che tentava di restringere le possibilità di fare propaganda ed esporre simboli fascisti. Il decreto è stato ribattezzato “legge Mancino”, dal nome dell’allora ministro dell’Interno, e da allora è diventata la principale legge italiana contro l’incitamento all’odio e alla discriminazione. La legge stabilisce le aggravanti per i reati commessi con finalità razziste o discriminatorie, e punisce «chi diffonde in qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi», proibisce di creare organizzazioni ispirate a questi valori e impone il loro scioglimento.
La legge stabilisce anche il divieto esibire bandiere, slogan o altri simboli di organizzazioni violente o discriminatorie durante gli eventi sportivi, e modifica l’originale legge Scelba per rendere più esplicito il divieto di fare propaganda al fascismo e ai suoi esponenti. La legge Mancino è fortemente avversata dai movimenti di estrema destra e nel 2014 la Lega ha proposto un referendum per abolirla (più di recente ha chiesto di fare lo stesso il ministro leghista Luciano Fontana).
Come la legge Scelba, però, anche la legge Mancino rischia di essere in contrasto con l’articolo 21 della Costituzione, che sancisce la libertà di espressione: per questo in realtà in Italia continua a rimanere possibile esibire simboli fascisti e nazisti. In caso di denuncia, sono i giudici a decidere caso per caso se applicare la legge Scelba, la legge Mancino o se stabilire che l’episodio sia tutelato dall’articolo 21.
Secondo alcuni questa situazione è troppo permissiva, e le possibilità di fare propaganda all’estrema destra andrebbero ristrette ulteriormente. Per questo nel 2017 il deputato del PD Emanuele Fiano ha scritto e fatto approvare alla Camera una legge che restringe significativamente la possibilità di fare propaganda al fascismo. La legge è composta da un unico articolo:
«Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, ovvero delle relative ideologie, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, ovvero ne richiama pubblicamente la simbologia o la gestualità è punito con la reclusione da sei mesi a due anni. La pena di cui al primo comma è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici»
La legge, che non è mai stata approvata dal Senato, avrebbe reso perseguibile la vendita di cimeli nazisti o fascisti, le manifestazioni con bandiere e saluti e avrebbe reso l’Italia molto più simile alla Germania, l’altro paese europeo ad aver dato origine a un regime totalitario di estrema destra. In Germania la “Strafgesetzbuch section 86a” (cioè l’articolo 86, comma a del codice penale) proibisce in modo categorico l’utilizzo di simboli, gesti e slogan di organizzazioni politiche considerate “incostituzionali” (a meno che il loro uso non sia per finalità artistiche o educative).

L’elenco comprende tutta la simbologia nazista, fascista e dell’estrema destra più in generale (sono vietati per esempio i simboli del Ku Klux Klan), ma anche quella dell’Unione Sovietica e comunista più in generale. Dopo la fine della guerra, gli Alleati che occuparono la Germania stabilirono di procedere a una “denazificazione” totale del paese. Questa decisione, presa nel 1946, insieme alla Strafgesetzbuch section 86a, ha fatto sì che in Germania siano completamente scomparsi tutti i simboli del nazismo. Le svastiche sono state cancellate dai monumenti, così come le scritte celebrative di Adolf Hitler. In Italia, invece, numerose scritte e altri proclami celebrativi fascisti sono ancora legalmente presenti su diversi monumenti.

Salone libro Torino, Salvini: “Escluso Altaforte? E’ censura”. Di Maio: “Polacchi provoca. Costituzione è antifascista”




Il Salone del libro di Torino diventa nuovo terreno di scontro per Lega eMovimento 5 stelle. Se Matteo Salvini ha definito “censura” l’esclusione dello stand di Francesco Polacchiindagato per apologia del fascismo, dall’altra Luigi Di Maio ha invece detto che quella dell’editore è una “provocazione per vendere libri”: “La nostra Costituzione nasce sui valori contro il fascismo”, ha dichiarato. Nei giorni scorsi Comune di Torino Regione Piemonte avevano presentato un esposto contro Polacchi per aver detto che il “male dell’Italia è l’antifascismo”. In tarda mattina è intervenuto anche il Capo dello Stato con un messaggio inviato al direttore del Salone Nicola Lagioia: “I valori che Primo Levi ha vissuto e trasmesso, specialmente la necessità di non dimenticare ciò che è avvenuto negli anni della Seconda Guerra Mondiale come tragica conseguenza del disprezzo dei diritti di ogni persona, costituiscono la base fondamentale per una società pacificate e una rispettosa convivenza sociale”. Il riferimento di Sergio Mattarella è a “le numerose iniziative” dedicate dalla kermesse a Primo Levi.

Lo stand di Polacchi è stato smontato ieri sera, a poche ore dall’inaugurazione della manifestazione. Lui è coordinatore di Casapoundin Lombardia e responsabile della casa editrice Altaforte che nei giorni scorsi ha pubblicato il libro-intervista a Matteo Salvini a firma Chiara Giannini. Il volume è secondo classifica ed è alla prima ristampa. “Siamo alla censura dei libri in base alle idee”, ha detto il ministro dell’Interno e leader della Lega, “non ha mai portato fortuna in passato il rogo dei libri. Alle idee si risponde con le idee alla faccia dei compagni che fanno i processi alle idee, sempre che ci siano delle idee, ma loro preferiscono urlare ‘fascista’”. Proprio questa mattina Polacchi si è presentato all’apertura della manifestazione e ha fatto una conferenza stampa in diretta Facebook: “C’è un attacco al ministro dell’Interno”, ha detto.

Diversa la posizione del vicepremier M5s Luigi Di Maio che, in mattinata, si è schierato in favore della decisione di far togliere lo stand dal Salone: “Il punto”, ha detto, “non è tanto che l’editore è di Casapound, ma che è andato a dire che l’antifascismo è il male assoluto quando la nostra Costituzione nasce sui valori contro il fascismo. E’ una provocazione per vendere libri, ma non possiamo farla passare”. Tutto il Movimento 5 stelle, fin dall’inizio delle polemiche, si era schierato contro la presenza di Altaforte al Salone del libro. Oggi è intervenuto anche il ministro dei Beni culturali Alberto Bonisoli: “L’Italia si merita di avere un Salone del Libro di livello internazionale, che sia il punto di riferimento per l’editoria del nostro paese e che si possa confrontare egregiamente con le più grandi mostre degli altri paese (Francoforte e Parigi). Devo fare i complimenti alla sindaca Appendino, al presidente Chiamparino e agli organizzatori, perché hanno dimostrato di saper superare le difficoltà e le polemiche con le idee comuni, di farle valere e dar loro un valore nonostante tutto. Personalmente, mi trovo d’accordo con le scelte fatte insieme dalle istituzioni e dagli organizzatori, le cose dette sono cose gravi e non si poteva fare finta di niente”.
La sindaca M5s Chiara Appendino, a margine dell’inaugurazione, ha specificato che l’esposto non è stato fatto contro il leader della Lega: “Il nostro esposto non è stato fatto contro Salvini, ma contro Polacchi e dichiarazioni che vanno contro lo spirito del Salone e gli ideali della città di Torino e del Paese intero”. E ha invitato il ministro al Salone: “Salvini può commentare come vuole, da parte nostra c’è il pieno supporto all’organizzazione per una decisione che andava presa. E c’è l’invito al ministro di venire al Salone, come fatto dal ministro Bonisoli proprio all’apertura della manifestazione. Il fatto di aver denunciato le frasi di Polacchi non collega le nostre azioni in contrasto al ministro Salvini, non è così. Le cose non sono collegate in alcun modo, non è stato un giudizio politico.”

All’inaugurazione era presente anche la vicepresidente M5s della Camera Maria Edera Spadoni: “Oggi tutti noi dobbiamo impegnarci per combattere con forza quella forma di revisionismo storico desideroso di riabilitare il periodo più buio e fosco del nostro Paese”, ha detto nel suo discorso. “Quel revisionismo che oggi non cita la censura, in primis di stampa, che ha portato a leggi che non permettevano la libertà di espressione che oggi diamo per assodata. E’ necessario lottare per la libertà e contro ogni totalitarismo di ieri come di oggi. E’ fondamentale educare i giovani al rispetto per l’altro, alla fiducia nelle Istituzioni contro ogni giustizia fai da te e contro ogni violenza”.

“O noi o l’editrice di CasaPound”: il museo di Auschwitz avverte Torino


Di Luca Ferrua

Volete Auschwitz o la casa editrice, vicina a CasaPound, Altaforte? Di provocazione in provocazione lo psicodramma del Salone del Libro di Torino mette gli organizzatori di fronte a un nodo che con il buonsenso non si potrà sciogliere. L’ultimo atto della vicenda risale a ieri sera, quando è arrivata la lettera firmata da Halina Birenbaum, sopravvissuta al lager, dal direttore del Museo Statale di Auschwitz-Birkenau, Piotr M. A. Cywiński, e dal presidente e dall’ideatore del «Treno della memoria» ovvero Paolo Paticchio e il torinese Michele Curto (coinvolto, peraltro, in un’inchiesta sulla gestione dei fondi destinati ai Rom).

Dalle lettera emerge una richiesta ferma, indirizzata al Comune di Torino come «istituzione e come azionista indiretto del Salone»: quella di scegliere tra avere al Lingotto Halina Birembaun e il museo di Auschwitz oppure lo stand della casa editrice Altaforte. Le parole non lasciano dubbi: «Non si può chiedere ai sopravvissuti di condividere lo spazio con chi mette in discussione i fatti storici che hanno portato all’Olocausto, con chi ripropone una idea fascista della società». E aggiungono: «Non si tratta, come ha semplificato qualcuno, del rispetto di un contratto con una casa editrice, bensì del valore più alto delle istituzioni democratiche, della loro vigilanza, dei loro anticorpi, della costituzione italiana, che supera qualunque contratto».
La sindaca ieri ha sottolineato che «Torino è antifascista e al Salone ci sarà perché le idee si combattono con idee più forti». Ma la lettera chiede di rescindere il contratto con Altaforte. E quella è un’altra storia.
Il contratto lo hanno stipulato gli organizzatori del Salone dicendo sì alla richiesta di una casa editrice che è stata accettata come tutte le altre e che ha già pagato il suo spazio ben prima di diventare un caso politico. I vertici del Comitato di Indirizzo che guida il nuovo Salone ieri sono stati riuniti fino a notte alta negli uffici del Circolo dei Lettori trasformato in bunker inviolabile. La loro posizione è sempre la stessa, anche di fronte alle ultime dichiarazioni del leader di Altaforte Francesco Polacchi che ieri evidenziava il suo sentirsi fascista: «Le dichiarazioni non spostano l’asse. Nessuna lo fa. Sappiamo che è una provocazione ma il Salone resta aperto a tutti».
L’esempio che circola nei corridoi dello storico palazzo del centro di Torino rende bene l’idea: «Non vogliamo fare la fine di Totti che è stato provocato da Poulsen per tutta la partita ma ha finito per essere lui l’espulso». Una posizione che mostra tutta la sua complessità, anche perché nel cuore del Salone c’è pure l’Aie casa di tutti - ma proprio tutti - gli editori la cui presa di posizione si può più o meno sintetizzare in questo concetto: «Chiunque ami i libri e la lettura ha nel proprio Dna la libertà di pensiero, di espressione e in particolare di edizione in tutte le sue forme».
Oggi alla luce della lettera firmata dal direttore di Auschwitz e delle continue provocazioni in arrivo da CasaPound è probabile che vengano prese in esame strade diverse, la situazione è in continua evoluzione. Solo ieri è arrivata la defezione di Zerocalcare, uno da folle oceaniche che al Salone mancherà e che in coda al post su Facebook con cui annunciava l’addio ha aperto forse il vero fronte di questa vicenda: «’Sta roba prima non sarebbe mai successa. Qua ogni settimana spostiamo un po’ l’asticella del baratro».
Il caso è divampato in un momento di profonde lacerazioni politiche e sta travolgendo un Salone che sull’onda dell’entusiasmo dell’edizione del rilancio non ha fatto in tempo a mettere in campo gli anticorpi per evitare di essere strumentalizzato da Altaforte, capace di conquistare una visibilità inimmaginabile fino a pochi giorni fa. Il Salone comincia giovedì ed è il momento delle scelte, ma il peso non può restare solo sulle spalle degli organizzatori. Città e Regione - che ieri hanno sottolineato il loro essere antifascisti - devono fare la loro parte, magari cominciando a rispondere alla lettera partita da Auschwitz.

Salone del Libro Torino, editore Altaforte: “Sono fascista, antifascismo è male dell’Italia”


Di Stefano Rizzuti

La polemica sulla partecipazione al Salone del Libro di Torino della casa editrice Altaforte, vicina a Casapound, non si placa e, anzi, viene animata dalle ultime dichiarazioni di Francesco Polacchi. L’editore rivendica, parlando con l’Ansa: “Io sono fascista”. E attacca: “L’antifascismo è il vero male di questo Paese”. Parlando della presenza di Altaforte al Salone del Libro aggiunge: “Eravamo pronti alle polemiche, ma non a questo livello allucinante di cattiverie. C’è addirittura chi sui social ha scritto che verrà a Torino per tirarci le molotov… Noi ci saremo perché ora è anche una questione di principio”. Polacchi ricorda, intervistato da La Zanzara, su Radio 24, di essere “un militante di Casapound, anzi il coordinatore regionale della Lombardia”.

E ribadisce di essere fascista: “Lo dico senza problemi”. Polacchi, responsabile della casa editrice che è già stata negli ultimi giorni al centro della polemica perché pubblicherà il libro-intervista di Matteo Salvini, continua: “Mussolini è stato sicuramente il miglior statista italiano. Se mi portate un altro statista come lui parliamone, però non credo ce ne siano. De Gasperi o Einaudi? Einaudi? Ma stiamo scherzando?”. Secondo Polacchi, ci si può dichiarare fascisti: “Sì, certo. Nessuno te lo impedisce, nemmeno la legge. Allora rinunciate a tutte le conquiste fatte dal fascismo. Ritengo che il fascismo sia stato assolutamente il momento storico e politico che ha ricostruito una nazione che era uscita perdente e disastrata dalla Prima Guerra Mondiale. Ha trasformato una nazione che era prevalentemente agricola in una potenza industriale. Anche con la dittatura? A volte servono le maniere forti. Poi, se vogliamo prenderci in giro, possiamo pure farlo”.

Il responsabile della casa editrice Altaforte esprime il suo giudizio sulla democrazia: “La democrazia è riuscita a raccogliere ciò che aveva seminato il Ventennio”. Poi, sul ministro dell’Interno Matteo Salvini e sul suo operato risponde: “La mia casa editrice è una casa editrice sovranista. Sull’immigrazione ha fatto benissimo Salvini. E anche sui rom. Ci sono poi delle sfumature diverse, però tutto sommato Salvini è uno che parla chiaro e tutto sommato mantiene le cose”. Non manca una polemica contro Torino, dove si svolge il Salone del Libro: “Credo che la città abbia problemi maggiori rispetto alla nostra partecipazione al Salone del Libro. È una città industriale senza lavoro, amministrata molto male da una sindaca che non fa nulla per portare investimenti”. Ancora, aggiunge: “Il problema dell'Italia sembra essere Casapound, mica la mafia, la camorra, la ‘ndrangheta. Casapound, lo ribadisco, esiste perché siamo in una democrazia”.

FONTE: https://www.fanpage.it/salone-del-libro-torino-editore-altaforte-sono-fascista-antifascismo-e-male-dellitalia/

Milano, scontri tra polizia ed estrema destra al corteo per Ramelli: due feriti. Poi trattativa e ‘passeggiata’ autorizzata


Scontri a Milano tra manifestanti dell’estrema destra e la polizia. Il gruppo, circa 300 persone e poi ingrossatosi fino a circa 1000, attorno alle 20.45 ha deciso di sfidare i divieti imposti dalla prefettura, e ha lasciato il presidio organizzato in ricordo di Sergio Ramelli per dirigersi verso il corteo antifascista, organizzato da alcune sigle della sinistra milanese. È stato però bloccato dagli agenti di polizia e carabinieri in assetto antisommossa a circa 300 metri da Piazzale Susa, punto di ritrovo dei militanti, con una carica di alleggerimento. Un manifestante è crollato a terra, probabilmente per un malore, ed è stato soccorso dall’ambulanza. Mentre altri due sono rimasti contusi negli scontri.
Il corteo è stato bloccato su viale Romagna per oltre due ore. Finita l’emergenza legata ai feriti lievi, si è cercato di evitare la prosecuzione del confronto faccia a faccia con il cordone di polizia trovando una soluzione per far proseguire la commemorazione. A chiederlo ai vertici dell’ordine pubblico sono stati i tre deputati di Fdi presenti, Carlo Fidanza, Marco Osnato e Carla Frassinetti, oltre al consigliere regionale della Lega Max Bastoni. Dalla folla alcuni manifestanti hanno urlato: “Fateci andare a onorare il nostro morto“. Alla fine è stato trovato un compromesso: i manifestanti non hanno marciato in corteo ma si sono limitati a una “passeggiata” sul marciapiede per approdare in via Paladini, sotto casa di Ramelli, assassinato 44 anni anni da alcuni esponenti di Avanguardia Operaia. Lì, attorno alle 23, i mille – molti dei quali appartenenti a CasaPound, Forza Nuova e Lealtà Azione – hanno commemorato il giovane con la deposizione di una corona di fiori ed eseguendo il saluto romano durante il rito del “presente”.

Pochi minuti prima, da piazzale Loreto, era partito il corteo antifascista promosso da centri sociali come Cantiere e Lambretta, dal comitato Milano antifascista, antirazzista, meticcia e solidale. Ad aprire la manifestazione lo striscione: “Milano 29 aprile, nazisti no grazie“. Il percorso del corteo è stato cambiato per volere della Questura, che ha motivato la modifica con la “troppa vicinanza” con il raduno di estrema destra, come hanno spiegato i promotori della manifestazione. Il 29 aprile “non deve diventare una data contraltare del 25 aprile, i neo fascisti non hanno diritto di parola – ha scandito al megafono uno dei promotori della manifestazione -. Il problema sono anche i partiti istituzionali che legittimano le forze neo fasciste. Come Salvini che ormai interpreta tutte le parole d’ordine della destra estrema. Noi diciamo no al 29 aprile come celebrazione del fascismo che in Italia è reato”

Bufera sul Tgr Rai per il servizio su Mussolini e Predappio. L’ad Salini avvia una verifica interna

Scoppia la bufera in merito al servizio sulla commemorazione di Mussolini a Predappio trasmesso nell’edizione del Tgr dell’Emilia Romagna. Dopo le polemiche l’amministratore delegato della Rai, Fabrizio Salini, ha subito fatto scattare la verifica interna, e rigorosa, sulla vicenda che vede interessata la Tgr dell’Emilia Romagna. A quanto apprende l’Agi da indiscrezioni, Salini ha dapprima visionato il servizio andato in onda ed ha quindi richiesto una relazione al direttore della Tgr, Alessandro Casarin, sui tempi, modalità e contenuti del servizio tv.
Da rilevare che in mattinata lo stesso Casarin si era dissociato dall’operato della Tgr dell’Emilia Romagna, ritenendola non consona con la linea editoriale della testata, ed aveva preannunciato che d’intesa con l’azienda sarebbe stati fatti gli opportuni passi e anche il comitato di redazione della testata emiliana si era dissociato dalla decisione del caporedattore della sede bolognese di far realizzare e mandare in onda il servizio su Predappio.
Per il direttore della testata, Alessandro Casarin - i contenuti del servizio trasmesso «non corrispondono alla linea editoriale» della testata. Linea editoriale «che, come ho illustrato alle 24 redazioni della Tgr, si basa sul principio di una informazione equilibrata, a garanzia di un contraddittorio in tutti i servizi, dalla politica alla cronaca. Equilibrio - dice Casarin - che deve rispettare la storia della democrazia italiana». E il direttore della Tgr preannuncia che «d’intesa con l’azienda saranno effettuate le valutazioni del caso».

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