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Pensioni, Fornero attacca il governo: "Operazione vigliacca"

Di Franco Grilli
Elsa Fornero torna a tuonare contro il governo e soprattutto contro la riforma delle pensioni che potrebbe introdurre nel nostro sistema la quota 100.
Ai microfoni di InBlu Radio, l'ex ministro attacca, senza usare giri di parole, l'esecutivo gialloverde: "La scommessa di mandare in pensione i lavoratori più ’anzianì per far entrare i giovani non ha funzionato in passato, non funziona negli altri Paesi e non si capisce perchè oggi dovrebbe funzionare". Poi, dopo aver smontato la riforma voluta dal governo, arriva l'affondo: "La personalizzazione delle campagne elettorali contro la mia persona - ha risposto l’ex ministro - è un’operazione cinica e vigliacca della politica. Io non parlo mai delle mie personali sofferenze però questo metodo è da politica vigliacca pronta a tutto per occupare il potere. Il governo precedente aveva avviato l’Ape social e volontaria. Erano due innovazioni che cercavano di introdurre un pò di flessibilità nel pensionamento badando soprattutto a chi lavora in condizioni di maggior disagio mettendo i costi di questo anticipo a carico della collettività, come è giusto, e dicendo ad altre persone ’se proprio vuoi andare in pensione e non sei in condizione di necessità l’anticipo te lo paghì. Questa era un’innovazione intelligente. Questo governo invece non fa una riforma ma una controriforma. Si poteva continuare con la precedente riforma ma ci sarebbe voluta una cosa che manca alla politica: l’onestà dell’intelligenza".
Un attacco durissimo quello della Fornero che di fatto tenta di screditare il nuovo sistema previdenziale voluto dalla Lega esaltando addirittura quello introdotto da Renzi. "Mi sembra che il governo - ha aggiunto la Fornero - manchi il punto centrale. Le riforme si possono correggere. Se la politica avesse spiegato la riforma l’avrebbe potuto aggiustare con calma. Quando si parla in maniera pacata, chiara e non tecnica le persone capiscono. Magari non sono contente ma capiscono. Se invece si alimenta la loro rabbia è un grosso guaio".

MIGRANTI E PENSIONI, LA LETTERA DI PAOLO SAVONA A BOERI

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Caro Boeri,
avevo letto le tue dichiarazioni sul ruolo degli immigrati nel sistema pensionistico italiano e le avevo cercate inutilmente nella Relazione annuale dell’INPS, ma le ho trovate solo negli estratti stampa di un tuo intervento in uno dei tanti inutili e confusionari incontri che si tengono in Italia.
Conclusi che la lettura delle tue dichiarazioni poteva essere oggetto di interpretazioni positive e ho lasciato perdere. Sei tornato sul tema e ho sentito ripetere nuovamente i concetti nel corso di una trasmissione radio nella quale sostieni che il tuo ruolo all’INPS è di fornire informazioni statistiche sullo stato del sistema pensionistico; sarebbe cosa meritevole, perché quelle che fornisci non sono sufficienti e sono devianti perché le accompagni con interpretazioni che inducono a una valutazione distorta della realtà.
Tu dici che gli immigrati che hanno trovato un lavoro hanno versato oneri sociali di rilevante entità che servono per pagare le pensioni degli italiani e concludi che sono perciò indispensabili. Così presentata l’informazione induce a ritenere che ogni opposizione all’accoglienza di immigrati che non tiene conto di questo vantaggio è errata, accreditando la politica fallimentare finora seguita in materia.
La prima obiezione, che conferma la natura di interpretazione delle statistiche che rendi pubbliche, è che, se al posto degli immigrati ci fossero stati italiani, il gettito contributivo sarebbe stato lo stesso perché il sistema pensionistico italiano è basato sul metodo distributivo: i giovani lavoratori pagano per gli anziani andati in pensione e se tra essi vi sono immigrati non è la loro nazionalità a dare un carattere particolare al contributo che essi danno al sistema.
Potresti tutt’al più obiettare che le nuove assunzioni avvengono sovente in deroga al versamento degli oneri sociali e, quindi, in prospettiva il sistema pensionistico peggiora. Questo sarebbe assolvere al proprio dovere.
Non so se i giornali abbiano riferito una tua frase dove sostieni che non tutti gli immigrati finiranno con beneficiare di una pensione, ma questa è stata l’interpretazione. Se l’andazzo del bilancio e del debito pubblico continua, probabilmente tutti gli immigrati, non solo gli italiani, non beneficeranno della pensione attesa.
Mi indigna il solo pensare alla possibilità di un’espoliazione o decurtazione di valore della pensione che gli immigrati attendono. Se l’affermazione fosse tua, ha tutti i tratti del colonialismo d’antan. Sono favorevole all’inclusione di immigrati regolari nel mondo del lavoro, ma sono contrario che essi provengano dall’immigrazione irregolare, la cui numerosità è enormemente sproporzionata rispetto a quella del suo assorbimento da parte dell’attività produttiva, creando ben altri problemi sociali.
Trovo inoltre giuridicamente devastante che, se l’immigrato trova lavoro regolare, il suo illecito diventi lecito, perché induce scontento nel migliore dei casi e scarso rispetto della legge da parte di chi quotidianamente lotta per adempiere alle incombenze di cittadino; esse sono piene di scadenze che, se solo vengono saltate di un giorno, generano ammende. Anche all’INPS. Si introduce nel corpo delle leggi il concetto di violazioni sanabili e non sanabili.
Ritengo inoltre socialmente ingiusto che un immigrante illecito venga preferito a un giovane italiano perché disposto a lavorare a un salario inferiore; ancor più considero economicamente errato che si assista l’immigrante illecito a condizione che non lavori. I giovani italiani costretti a emigrare pur essendo preparati, di cui parli nelle tue dichiarazioni, sono il risultato di questo stesso modo di intendere la cittadinanza ed essendo tu equiparato a un funzionario dello Stato devi rispettare il dettato costituzionale e le leggi ordinarie, non “interpretarle” come fanno in troppi.
Se vuoi combattere per un’idea che ritieni giusta, devi lasciare l’INPS ed entrare nella tenzone politica o metterti a predicare come faccio io, rifiutandomi di conformarmi alla volontà dei gruppi dirigenti.
Credo che il risanamento del sistema pensionistico passi attraverso la trasformazione del metodo per ripartizione in metodo per accumulazione. Il primo passo è il ricalcolo del valore della pensione sulla base dei contributi versati, per poter comunicare a ciascun cittadino quale sia la quota di cui ha diritto e quale l’assistenza pubblica che riceve. Non per tagliare l’assistenza, ma per chiarire i rapporti tra cittadino e Stato.
Il secondo passo è una buona legge di tutela del risparmio pensionistico, che oggi manca. Spero che lo farai, risparmiandoci in futuro altri giudizi equivoci.
Grato per l’attenzione.
Paolo Savona
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VISTA SU VARI SITI WEB:

Nel 2019 tagli sulle pensioni


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Di Luca Romano

Le pensioni nel 2019 saranno più basse. A determinare l'ennesimo taglio sull'assegno previdenziale sarà il coefficiente che va a definire il montante contributivo per il triennio dal 2019 al 2021.

Di fatto, secondo quanto riporta Italia Oggi, questo coefficiente introdotto nel 2009 determina la cifra annua della pensione a cui ha diritto chi lavora in base ai contributi versati. Facciamo un esempio: un dipendente con 100mila euro di contributi versati e 65 anni di età in questi ultimi anni ha dovuto fare i conti con un calo della pensione di circa 900 euro. Se nel 2009 percepiva ad esempio 6.136 euro, dal prossimo anno ne percepirà 5.245.

Ma c'è un altro aspetto che di fatto viene sottolineato sul coefficiente per il calcolo degli assegni: da quando è stato introdotto questo parametro ad ogni triennio la cifra dell'assegno pensionistico ha subito quasi sempre un livellamento al ribasso. Nel 2013-2015 c'è stato un calo del 3 per cento rispetto al 2010-2012. Poi con il taglio successivo l'assegno è stato decurtato un altro 2 per cento. Il totale,di fatto, nell'arco di ben nove anni fa registrare un taglio dell'11 per cento sulla pensione. Insomma con questo sistema si metteranno nuovamente le mani nelle tasche dei pensionati. A questo va aggiunto, come ha ricordatoilGiornale qualche giorno fa, che il governo ha già messo nel mirino tutti gli assegni oltre i 5000 euro netti annunciando una sforbiciata. I pensionati sono sempre più nel mirino della "forbice" di Stato.

Fonte: http://www.ilgiornale.it/news/economia/nel-2019-tagli-sulle-pensioni-1538671.html

Il Fondo Monetario Internazionale all'Italia: 'Non fate passi indietro sulle pensioni'. FMI contro abolizione della legge Fornero ?

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Di Salvatore Santoru

Recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha dato alcuni 'suggerimenti' sulla linea da seguire per gestire i conti pubblici italiani.
Tra questi c'è quello di di aumentare l'Iva e di fare la patrimoniale, come riportato in un articolo pubblicato sul sito web di Wall Street Italia.

Oltre a ciò, l'Fmi consiglia di non 'fare passi indietro' e, in tal modo, di non toccare la legge Fornero.

NOTE:

(1) https://www.informazioneconsapevole.com/2018/04/il-diktat-del-fondo-monetario.html

(2) http://www.wallstreetitalia.com/fmi-chiede-austerity-in-italia-iva-piu-alta-e-patrimoniale/

(3) https://www.imf.org/external/np/bio/eng/vt.htm

Scatta il mini-aumento per le pensioni: dopo 2 anni di blocco torna la rivalutazione degli assegni

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Per i pensionati arriva un piccolo aumento e per chi vuole smettere di lavorare diventano pienamente operativi sia l'anticipo pensionistico volontario, che dovrebbe scattare a gennaio, sia quello 'social' con i costi a carico dello Stato. Quest'ultimo si allarga a più categorie: anche a disoccupati e a chi assiste familiari invalidi o disabili. C'è poi un anticipo ad hoc, al massimo di 2 anni, per le mamme lavoratrici. Sono queste, in campo previdenziale, le principali novità che scattano con il nuovo anno.
SUBITO LA RIVALUTAZIONE: Con la rata di pagamento del 3 gennaio torna l'indicizzazione dei trattamenti, dopo due anni di blocco. Gli assegni saranno rivalutati in base all'inflazione del 2017 che è per ora provvisoriamente stimata pari all'1,1 per cento.
APE SOCIAL SI ALLARGA: Si allarga la platea di chi può accedere all'anticipo pensionistico - Ape social - a carico dello Stato. Una prima tranche di lavoratori ha già potuto accedere a questo strumento e ha appena ricevuto questa indennità. Ma ora si ampliano i confini di utilizzo. A beneficiarne possono essere 15 categorie di lavoratori (prima erano 11) che hanno svolto attività considerate gravose ma anche per coloro che hanno 63 anni e sono disoccupati, oppure invalidi, oppure impegnati nella cura di parenti disabili.
MAMME, L'APE SOCIAL GUARDA AI FIGLI: Per le mamme lavoratrici la possibilità di accedere all'anticipo pensionistico a carico dello Stato viene "pesato" in base ai figli. È previsto uno 'sconto' sull'età per andare in pensione pari ad un anno per ogni figlio, con un tetto complessivo di 2 anni.
APE VOLONTARIA IN RITARDO, MA ARRIVA: Doveva partire a maggio ma, con i ritardi accumulati, dovrebbe partire a gennaio l'ape volontaria, dopo la firma delle convenzioni con banche e assicurazioni. L'Ape volontaria è la possibilità di anticipare l'andata in pensione attraverso una sorta di prestito da restituire. Il meccanismo, che vale per tutti i lavoratori, funziona così: si può andare in pensione dai 63 anni ottenendo un reddito che poi va restituito in 20 anni a valere sulla futura pensione.
EQUIPARAZIONE UOMO-DONNA: si conclude nel 2018 il percorso iniziato sei anni fa che ha portato ad un allineamento dell'età per la pensione di vecchiaia tra uomini e donne che si attesta ora a 66 anni e 7 mesi per poi salire a 67 anni nel 2019. Il balzo è di un anno per le dipendenti del settore privato - che fino al 2017 potevano uscire a 65 anni e 7 mesi - mentre è di sei mesi per le lavoratrici autonome, che potevano uscire a 66 anni e 1 mese.

OCSE: 'I ventenni italiani di oggi andranno in pensione a 71 anni'

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Di Salvatore Santoru

Secondo le previsioni dell'OCSE gli italiani che oggi hanno vent'anni o poco più potranno andare in pensione a 71 anni.

Come riporta il Corriere Della Sera(1) tale stima è stata riportata nel Panorama sulle Pensioni dell’Ocse pubblicato a Parigi e come l'Italia è messa l'Olanda, mentre in Danimarca i giovani di oggi dovrebbero andare in pensione a 74 anni.

NOTA:

(1) http://www.corriere.it/economia/17_dicembre_05/allarme-dell-ocse-giovani-italiani-andranno-pensione-71-anni-077605e4-d9ad-11e7-97c8-2b2709c9cc49.shtml

Pensioni anticipate, il governo pensa a uno sconto per le donne con figli



Una riduzione fino a due anni dei requisiti contributivi per le donne lavoratrici che accedono all’Ape sociale, conteggiando sei mesi per figlio. È la misura che intende adottare l’esecutivo, illustrata ai sindacati dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti e dal consigliere economico di Palazzo Chigi Marco Leonardi. L’obiettivo è portare la percentuale delle domande presentate dalle donne per l’anticipo pensionistico dall’attuale 29% al 40%: tradotto in numeri, circa quattromila in più. Una proposta «riduttiva e minimalista» che non ha convinto i sindacati, secondo cui bisogna dare risposta a tutte le lavoratrici e non a quelle che appartengono alle categorie comprese dall’Ape sociale (precoci, disoccupati, che hanno svolto lavori gravosi). Per Cgil, Cisl e Uil occorre inoltre considerare non solo il requisito della maternità ma anche quello del lavoro di cura. 

Fonte e articolo completo:http://www.lastampa.it/2017/09/07/economia/pensioni-anticipate-il-governo-pensa-a-uno-sconto-per-le-donne-con-figli-IzfJ3rUL1lts5ofFqmnmiP/pagina.html

Foto:ANSA

Tito Boeri: la "generazione 80" rischia di andare in pensione a 75 anni

boeri

Di Salvatore Santoru

Durante un suo intervento al «Graduation Day» all’Università Cattolica, l'economista e presidente dell'Inps Tito Boeri ha sostenuto che la "generazione 80" rischia di andare in pensione a 75 anni.
  Secondo quanto riportato da "la Stampa"(1), durante l'incontro "è emerso che per un lavoratore tipo venga alla luce «una discontinuità contributiva, legata probabilmente a episodi di disoccupazione, di circa due anni". E secondo quanto dichiarato dallo stesso presidente dell'Inps, "il “buco” contributivo pesa sul raggiungimento delle pensioni, che a seconda del prolungamento dell’interruzione può slittare «fino anche a 75 anni".
Inoltre, Boeri ha dichiarato che con ciò :
"non voglio terrorizzare ma solo rendere consapevoli dell’importanza della continuità contributiva".  

NOTE:
(1)http://www.lastampa.it/2016/04/19/economia/boeri-la-generazione-rischia-di-andare-in-pensione-a-anni-jMLgvDfe1iooNPhkYqZd8J/pagina.html

FOTO:http://www.termometropolitico.it

Tito Boeri (Inps): "I trentenni di oggi in pensione a 75 anni e con assegno basso". Allarme anche da Ocse

BOERI
Di Giuseppe Colombo
Si può, anzi si deve, fare di più: l’Italia è avvisata. Sul banco degli imputati ci sono le pensioni. L'Inps avverte sul rischio povertà per i trentenni di oggi, che andranno in pensione a 75 anni e con un assegno mediamente più basso del 25 per cento. La raccomandazione, tutt’altro che benevola, arriva anche dall’Ocse: la sostenibilità finanziaria ha bisogno di “ulteriori sforzi” se si vuole mantenere il sistema in equilibrio. Tradotto: servono ancora riforme. Il lavoro fatto fin qui è stato importante sì, ma non è bastato: la spesa è a livelli record, il peso dei contributi sul lavoro dipendente non ha eguali in Europa, mentre le tasche dei pensionati sono sempre più vuote.
Oltre alla bacchettata dell’Ocse, un’altra spallata al Governo sul fronte della previdenza è arrivata dal presidente dell’Inps, Tito Boeri: i trentenni di oggi dovranno lavorare fino a 75 anni per avere la pensione e in tasca si ritroveranno assegni molto meno pesanti rispetto a quelli attuali. Uno scenario cupo, che per la ‘generazione 1980’ potrebbe aggravarsi ancora di più: per molti di loro, infatti, secondo Boeri, si profila il rischio della povertà assoluta, ovvero di non avere alcun reddito a causa dell’impossibilità di raggiungere “un certo ammontare di prestazione prima dell’età pensionabile” con le regole del sistema contributivo.
Nel rapporto Pensions at a glance 2015, l’organizzazione con sede a Parigi non lascia spazi a dubbi: l’analisi impietosa parla di una spesa pubblica per la previdenza che nel nostro Paese ha registrato un livello quasi doppio rispetto alla media Ocse. Tra il 2010 e il 2015 ha assorbito il 15,7% del Pil. Nessuno, tranne la Grecia, ha fatto peggio e avvicinarsi alla media per ora è solo una chimera dato che si attesta all’8,4% del prodotto interno lordo. Ancora record, sempre in negativo, sul fronte dei contributi previdenziali, che pesano come un macigno sul lavoro dipendente e quindi sulle retribuzioni.
Dall’Europa arriva un segnale chiaro: per le pensioni si spende molto. Troppo. E il progressivo invecchiamento della popolazione italiana di certo non aiuterà a invertire questo trend. C'è poi un altro elemento che renderà il percorso dell’Italia ancora più impervio: il costo dei rimborsi parziali che sono già partiti dopo la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato illegittimo il blocco della perequazione delle pensioni sopra i 1.500 euro al mese nel 2012-2013.
Un tema, quello dell’applicazione della decisione della Consulta, che sembrava assopito e 'risolto' e che ora ritorna invece prepotentemente in auge dato che l’Ocse sottolinea la necessità di trovare “ulteriori risorse” nel breve periodo per ridurre l’impatto sulle casse dello Stato, già gravate da una spesa eccezionale.
Problemi da risolvere subito. E anche grandi questioni che hanno un arco temporale più lungo, ma che non per questo possono essere affrontate in ritardo: l’ostacolo del sistema contributivo per i giovani. Le analisi dell'Ocse e dell'Inps sono in perfetta sintonia. Per l'Europa è un impianto che vede i giovani a forte rischio: "In futuro - spiega il rapporto - i trattamenti pensionistici saranno più bassi per molti lavoratori e per i più sfortunati tra i pensionati di domani, ovvero quei giovani che non riescono a entrare nel mercato del lavoro, le prospettive sono ancora più fosche”. Parole molto simili a
quelle pronunciate da Boeri: “Se l’economia italiana non cresce almeno dell’1% all’anno e non c’è un processo di maggiore stabilizzazione del lavoro iniziando con prospettive di carriera più lunghe, senza tutte le interruzioni che contraddistinguono spesso i contratti temporanei o precari, ci potrebbero essere problemi molto seri in futuro”.
Tempi bui per i pensionati. I margini di azione del Governo appaiono ristretti: interventi immediati per ridurre la spesa non sono al momento possibili, la flessibilità in uscita è stata rinviata al prossimo anno e il cantiere è tutt’altro che a buon punto. In pressing ci sono poi i sindacati, che chiedono modifiche alla riforma Fornero, e la stessa Inps, che ha suggerito più di una mossa a palazzo Chigi per togliere un po’ di castagne dal fuoco. Suggerimenti rimasti, però, inascoltati. E oggi Boeri è ritornato di nuovo a punzecchiare l’esecutivo, delineando uno scenario nerissimo, segno che i rapporti con palazzo Chigi sono tutt'altro che distesi.

Aumenta ancora l’età pensionabile: serviranno 66 anni e 7 mesi

Di Filippo Burla
A partire dal 1 gennaio 2016 per andare in pensione non basteranno più gli attuali 66 anni e tre mesi di età, ma bisognerà aspettare 66 anni e 7 mesi. Quattro mesi in più che fanno salire l’asticella dell’età pensionabile per la pensione di vecchiaia.
L’aggiornamento al rialzo dei requisiti è conseguenza di una legge del 2010, firmata dal governo Berlusconi (ministro Sacconi), che prevede ogni tre anni una revisione sulla base dell’aspettativa di vita: se questa sale, di conseguenza si innalza l’età richiesta per accedere ai trattamenti Inps. Una misura scelta come ennesimo aggiustamento per tentare di garantire la solidità delle casse dell’istituto di previdenza.
I 66 anni e 7 mesi sono il valore di riferimento per la maggioranza dei lavoratori, tutti quelli del privato e del pubblico, i lavoratori autonomi e le lavoratrici del solo pubblico. Per le lavoratrici del privato si sale invece a 65 anni e 7 mesi dai 65 e 3 mesi precedenti, mentre le lavoratrici autonome raggiungono quota 66 anni e 1 mese.
Questi requisiti saranno validi dal 1 gennaio 2016 al 31 dicembre 2017. Solo due anni quindi, in quanto la revisione triennale prevista dalla riforma Sacconi è stata limata al ribasso da Elsa Fornero, che l’ha portata a cadenza biennale. Con il risultato che, se la tendenza fosse confermata, nell’arco di cinque anni (dal 2012 al 2017) l’età pensionabile verrà ad aumentare di quasi cinque anni.
Secondo le previsioni della Ragioneria generale dello Stato, elaborate sulla base dei meccanismi della riforma Fornero, le stime da qui al 2050 portano l’età pensionabile ad un costante aumento che arriverà a toccare la soglia psicologia dei 70 anni, con i contributi che dovranno raggiungere i 46 anni e 3 mesi.

Eutanasia, Dolce Morte, Fine Vita: Primi Bug


A cura di Anticorpi.info

Come prevedibile ecco fiorire le prime assurdità intorno al fenomeno dell'eutanasia, da qualche tempo ribattezzata: fine vita, materia su cui molte istituzioni occidentali dall'alto della loro rappresentatività e saggezza hanno deciso di legiferare, formalmente per soddisfare delle 'improrogabili necessità' socio-burocratico-legali-filantropiche, ma in realtà - temiamo - per scopi di ingegneria sociale.

Il graduale ma deciso smantellamento del welfare attuato dalle odierne classi dirigenti mutanti, abbinato al graduale convogliamento della previdenza e della sanità verso un sistema privatistico, oltre a svuotare di senso il concetto di Stato democratico, sta per condurre all'innalzamento dell'età pensionistica, mossa che già di per se comporterà per ovvi motivi una cospicua riduzione del monte pensioni da erogare nel prossimo futuro.

La 'mission' portata avanti da questi osceni apparati collusivi è quella di massimizzare le 'entrate' rastrellando contributi e premi assicurativi, e al contempo minimizzare le 'uscite', sottraendo alla gran parte dei cittadini il diritto ad una tranquilla pensione dopo una vita di fatica ed accantonamenti previdenziali. 
Ciò detto, è assai forte il sospetto che per abbattere (termine appropriato) ulteriormente il numero dei futuri aventi diritto, ai piani alti stiano adottando altri accorgimenti anche di ordine culturale e persuasivo, tra i quali - per l'appunto - la diffusione della cultura della eutanasia.

Stanchi di vivere
"Exit, centro mondiale di eutanasia, ha avviato la realizzazione di un bel programmino: stecchire non solo coloro i quali sono malati terminali, sofferenti e desiderosi di porre fine ai tormenti terreni, ma anche gli anziani - diciamo pure vecchi - non più in grado per motivi ovviamente fisici di campare in modo soddisfacente." Fonte


Secondo quanto riportato sul suo sito (link): "Exit Svizzera Italiana è un’associazione svizzera costituitasi nel 2012 a Berna con lo scopo principale di poter assistere tutti i cittadini del Canton Ticino, affetti da patologie gravi ed irreversibili per garantire loro tutte le cure palliative necessarie ed eventualmente assisterli ed accompagnarli alla Morte Volontaria Assistita secondo quanto dettano le norme vigenti svizzere (Art. 115)."

Irreversibilità è una parola abusata dalla medicina mercantile. Come la mettiamo con quelli che rivolgendosi altrove siano 'inaspettatamente' guariti dopo che gli scienziati li avevano bollati come 'in fin di vita'? Sono tanti; basta cercare sul Web.
Non è tutto. Nell'assecondare questo loro irrefrenabile impeto compassionevole"i dirigenti di Exit hanno pensato di andare incontro alla domanda di estinzione prematura estendendo a vecchi inconsolabili, incazzati o stanchi di vivacchiare l'opportunità di schiattare, risparmiandosi il percorso doloroso preteso da madre natura." Fonte

Quindi, amici anziani e (tra non molto) meno anziani, nel caso in cui voleste risolvere definitivamente quel problema di unghia incarnita, sapete dove rivolgervi.

Meglio non dirlo a nessuno.
"Un ex magistrato calabrese, Pietro D'Amico, di 62 anni, di Vibo Valentia, è morto in una clinica di Basilea, in Svizzera, dove gli è stato praticato il suicidio assistito. La notizia è riportata dalla Gazzetta del Sud. I familiari di D'Amico hanno ricevuto la notizia della morte del congiunto, secondo quanto scrive il giornale, attraverso una telefonata della direzione della struttura sanitaria elvetica." Fonte


La cosa più inquietante è che l'uomo avrebbe portato a compimento l'intento suicida in totale riservatezza, senza avvertire i parenti, né altri congiunti o conoscenti. "A riferirlo è il cugino dell'ex magistrato: 'Non ci spieghiamo come sia stato possibile che nessuno dalla clinica di Basilea ci abbia avvertito della volontà di morire espressa da Pietro. Possibile che una semplice volontà di morire possa fare scattare la procedura del suicidio assistito? Pensavamo che fosse partito per uno dei suoi soliti viaggi." Fonte

In altri termini non esistono leggi che obblighino simili strutture ad avvisare i congiunti del 'paziente' prima che l'intento sia portato a termine. Una vera stranezza. Ci obbligano a rinunciare alla nostra privacy in cambio della sicurezza, ma a quanto pare il principio si applica a singhiozzo, dato che perde validità in materia di eutanasia, dove la privacy torna ad essere 'sacra.'
L'augurio è che il legislatore si adoperi per correggere al più presto questo lugubre bug nella giurisprudenza, che i soliti complottisti malpensanti potrebbero interpretare come un indiretto nulla osta al suicidio da parte delle istituzioni.

In nome della tracciabilità potranno pignorarvi la pensione

Di Mario Grigoletti
http://www.capiredavverolacrisi.com

Pochi giorni fa abbiamo pubblicato un articolo di Maurizio Mazziero sulla possibilità di una decurtazione sui titoli di Stato italiani in base ad un decreto del Ministero dell’Economia e  delle Finanze.

Con il passare del tempo e l’aggravarsi della crisi economica nei Paesi dell’UE, l’inviolabilità dei soldi e dei risparmi dei cittadini è sempre meno sicura e, come abbiamo visto in Grecia e a Cipro, l’adozione di leggi illiberali da parte degli Stato, sta diventando sistemica in tutti i Paesi colpiti dalla crisi del debito. Anche il nostro.

Un’ennesima riprova la si può ritrovare all’interno di quello che lo scorso dicembre è stato definito decreto “Salva Italia”. All’interno di questo decreto si legge che tutti i pensionati che subiscono un pignoramento della pensione rischiano di perdere tutta la rata mensile e non più solo un quinto di questa come previsto dall’art. 545 del codice di procedura civile; questa misura riguarda anche il salario mensile dei lavoratori dipendenti. Nella riforma, il Governo ha imposto all’Inps di versare le pensioni sopra i mille euro non più tramite le poste e quindi direttamente nelle mani dei pensionati, ma in un conto corrente bancario o postale o anche su un libretto di risparmio. Questa misura, oltre ad essere profondamente illiberale perché obbligherebbe le persone ad aprirsi un conto corrente, è stata, come ogni proposta sul limite dei pagamenti in contante, giustificata dall’obbligo di tracciabilità dei pagamenti superiori a mille euro. Quindi per motivi fiscali.

Questo cambiamento formale ha delle gravi conseguenze per i pensionati dal punto di vista pratico. In base all’art. 545 il creditore poteva pignorare la pensione, o i redditi da lavoro subordinato nella misura di un quinto; questo limite però aveva valore solo se il pignoramento veniva messo in pratica alla fonte cioè o all’Ente previdenziale o al datore di lavoro. Se invece il pignoramento viene effettuato presso la banca dove il pensionato o il lavoratore dipendente versa i suoi soldi, il creditore potrà pignorare tutti i risparmi che vi trova; dal momento che i soldi della pensione o del salario si mischiano con quelli già presenti sul conto corrente, anche se questo è costituito ad hoc per queste versamenti, sarà possibile pignorare non solo un quinto ma la totalità della pensione o del salario.

Rispetto al sistema precedente, dove a fronte di questa norma già in vigore il pensionato poteva esigere che il pagamento venisse effettuato a mano alle poste, il meccanismo attuale è diabolico, in quanto il creditore può bypassare l’Inps e il tetto del un quinto della mensilità aspettando un paio di giorni quando la somma viene versata sul conto, cosa resa obbligatoria al pensionato o il lavoratore, se vogliono ritirare la propria pensione o stipendio.

Nessuno mette in dubbio che i debiti vadano pagati, ma in questa maniera si cancella con un tratto di penna una norma che serviva a garantire un minimo sostentamento a pensionati e lavoratori, aggravando ulteriormente la loro già difficile situazione. Tutto in nome di finalità fiscali e tracciamento dei pagamenti alquanto discutibili, che non solo schiacciano i diritti dei cittadini ma anche la loro dignità.

Fonte:http://www.capiredavverolacrisi.com/in-nome-della-tracciabilita-potranno-pignorarvi-la-pensione/

http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=11732&mode=&order=0&thold=0

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