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Reclutamento personale docente- COMUNICATO CNDDU


Il Coordinamento Nazionale dei Docenti della disciplina dei Diritti Umani vuole esprimere alcune riflessioni
circa la situazione relativa alle criticità inerenti alla riapertura dell’anno scolastico e al reclutamento del
personale docente.

In particolare cominciano ad emergere alcune posizioni che rischiano di alterare profondamente le procedure
organizzative della pubblica amministrazione rispetto agli obiettivi costituzionali, fondamenta della nostra
democrazia.
Le impellenti esigenze che, nell’interesse del buon andamento dell’Amministrazione scolastica,
suggeriscono un necessario e urgente intervento di stabilizzazione dei precari storici della scuola e le
perplessità sulle modalità della riapertura non devono rappresentare occasione di ulteriori attriti di categorie.
La stabilizzazione non esclude la procedura concorsuale ma ne prevede specifiche caratteristiche che non
ostano al buon andamento e all’imparzialità della pubblica amministrazione né si pongono in contrasto con le
disposizioni contenute nell’art. 97 Cost.

Essa, anzi, è un rimedio che la Pubblica Amministrazione è chiamata a mettere in atto per ovviare alla
perdurante violazione dei principi costituzionali posti alla base dell'organizzazione e del funzionamento delle
amministrazioni (imparzialità e buon andamento) e mettere fine all’abuso del precariato fatto negli anni
passati con l’utilizzo del lavoro flessibile per esigenze permanenti legate al fabbisogno ordinario della
scuola.
Qualsiasi soluzione al precariato e alla carenza di personale docente, però, non può rappresentare occasione
per promuovere proposte anticostituzionali sul reclutamento tese all’ulteriore impoverimento di tutele e
garanzie nei confronti dei docenti della scuola pubblica italiana.

I docenti, come i dirigenti, sono assunti per concorso per garantire l’accesso diffuso, imparziale e meritevole
ai due ruoli e l’ “inciampo” sui concorsi dovuto ai ritardi, alle irregolarità e alle illegittimità è indice di
crescente esigenza di controllo e garanzia dell’imparzialità, della regolarità e della omogeneità delle
procedure di assunzione da parte dello Stato.
Esigenza incompatibile con l’affidamento esclusivo delle assunzioni alla discrezionalità del dirigente
scolastico.
Gli stessi dirigenti sono assunti per concorso e le cronache dell’ultima procedura non sono certo confortanti.
Non crediamo che il nodo sia il metodo concorsuale, bensì la sua gestione in coerenza con tutti i principi
costituzionali che costituiscono paradigma indefettibile di ogni agire della pubblica amministrazione.

prof.ssa Veronica Radici
CNDDU

Partiti ed Opere Pubbliche negli anni ’80: X Puntata


Di Giorgio Pirré

“… sors non est aliquid mali, sed res, in humana dubitatione, divinam indicans voluntatem” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

3. A Futura Memoria

Sulla base della ricerca effettuata si potrebbero individuare delle regole che evitino, per quanto possibile, la presenza di attori multifunzioni. La figura del general contractor (l’impresa capocommessa, anche privata, con compiti di responsabilità e funzione para-pubblica) è una delle soluzioni che vengono definite più efficienti. Perché tende ad imputare ad un soggetto unico, esterno alla Pubblica Amministrazione, la responsabilità di risoluzione dei problemi tecnici, gestionali, finanziari, ecc. Dalla nostra ricerca si è visto che questo ruolo è stato usualmente svolto da aziende pubbliche o a PPSS che, all’interno di un circuito decisionale garantito politicamente, svolgono contemporaneamente varie funzioni, comprese quella di moltiplicare le iniziali previsioni di spesa e di mediare tra gli interessi in campo. La soluzione non dovrebbe essere quella della moltiplicazione dei controlli per il duplice motivo che sarebbe inutile e probabilmente dannoso per l’allungamento dei tempi. Si potrebbe andare nella direzione indicata nel 1993 dall’allora ministro per la funzione pubblica Sabino Cassese: prevedere in ambito normativo e comunque formale dei limiti massimi di spesa per categorie di opere ed acquisti e far scattare controlli sostanziali a posteriori nei casi di sforamento. Il vantaggio potrebbe essere duplice perché si eviterebbero i controlli preventivi con grande risparmio di tempo e si garantirebbe a posteriori un controllo di qualità e di efficienza sulla spesa. Nulla esclude che le imprese aggiudicatarie possano essere quelle garantite politicamente ma almeno si eviterebbe un pactum sceleris tra chi eroga i fondi o bandisce un appalto e chi è tenuto ad eseguire l’opera. Finora ciò ha comportato la moltiplicazione delle spese, l’allungamento dei tempi di realizzazione, talvolta una pessima qualità dell’opera. Punto cruciale sarebbe la predisposizione dei limiti minimo-massimo di spesa. La proposta era quella di farli scaturire da un calcolo statistico medio dei costi storici. Si potrebbe aggiungere una postilla: verificare i costi analoghi per acquisti ed opere (quando possibile) effettuati da imprese private per privati. Tutto ciò per sottolineare che tutte le soluzioni regolative che si possono proporre rischiano di non essere risolutive perché il problema risiede nelle relazioni sistemiche tra attori (pubblici e privati) abituati a prassi di collusione.

3.1. Gli Indicatori di Policy

Tre sono le variabili logiche: 1) mercato; 2) pubblica amministrazione; 3) livello politico-discrezionale, che include gli interessi rappresentati. Le variabili sono una costruzione analitica del ricercatore che predefinisce delle funzioni. Queste, nella realtà esaminata, sono state spesso ritrovate frammiste nei singoli attori.

A) Il Mercato

La prima cosa da verificare è la sorte che potranno avere le aziende pubbliche o a PPSS. Si deve verificare, cioè, se continueranno ad esistere società capocommessa delegate al controllo totale della spesa, della progettazione, dei sub-appalti. La rinuncia a soggetti economici parapubblici sarebbe un segnale evidente che una parte della discrezionalità da noi illustrata tenderebbe a diminuire.[1]
Parallelamente, si deve verificare lo stato di efficienza e di competitività delle aziende private che agiscono nel settore; badando, in particolare, che non vengano espunte aziende estere. In realtà, all’interno di questo settore a problema si aggiunge problema: la dimensione media delle aziende europee che agiscono nel settore delle costruzioni è di gran lunga maggiore di quelle nazionali. La loro presenza rischia di mettere in difficoltà le ditte italiane ma dovrebbe essere salutata come occasione per gli attori-impresa di contribuire a creare quelle arene competitive di cui abbiamo constatato l’assenza. Non si vuole magnificare il codice etico comportamentale delle imprese estere ma non v’è dubbio che eventuali meccanismi protezionisti che venissero richiesti ed ottenuti dalle imprese italiane rischierebbero di ricreare, magari a diversi livelli, una situazione di conservazione dell’esistente.
Analogamente va verificata la quota parte dell’imprenditoria nazionale che progetta di (e riesce ad) inserirsi sui mercati esteri. Il moltiplicarsi di aziende valide porterebbe ad un ampliamento della concorrenza anche sul mercato interno, creando le premesse per imporre criteri di efficienza invece che di lottizzazione. Non ultimo ci sarebbe più spazio per una progettazione tecnica che abbia il posto dignitoso che merita.

B) La Pubblica Amministrazione

Il secondo importante indicatore è il ruolo che verrà dato all’amministrazione (statale e locale) per proceduralizzare le scelte; ma ancor più per tesaurizzare competenze stabili. Bisognerà valutare, cioè, se all’amministrazione sarà dato il compito di predisporre parte importante dell’agenda dei governi sulla base della pregressa e non risolta serie di problemi. L’amministrazione come memoria storica a garanzia che la discrezionalità decisionale non sia allo stesso tempo discrezionalità nello scegliere arbitrariamente i problemi da risolvere e magari inventarne di nuovi. Sul punto vale la pena di soffermarsi.
Mentre per quanto riguarda gli attori di mercato si può fare sempre riferimento ad un bacino europeo, per la pubblica amministrazione non abbiamo dei competitors internazionali. Le caratteristiche dell’attuale P.A., inevitabilmente, avrà conseguenze anche sulle vicende future. Appare difficile che in pochi anni le amministrazioni siano in grado di diventare, anche tramite le loro burocrazie tecniche, centri di riferimento per le scelte di programmazione e di pianificazione visto che sono delle arene dove altri soggetti operano in assoluta libertà. Una soluzione potrebbe essere quella di coinvolgere di più il mondo accademico e scientifico ne lavoro di progettazione. Anche se è evidente che non solo le idee ma anche gli interessi economici camminano sulle gambe degli uomini e delle donne, fossero anche universitari. 
Quale che sia la soluzione istituzionale adottata, è importante che: 1) siano assenti attori particolarmente forti (politici, sociali, economici) in grado di condizionare le scelte degli altri; 2) siano fissati limiti temporali tassativi per ogni fase decisionale; 3) siano previste sanzioni automatiche (per es. il decadere del finanziamento).

C) La Discrezionalità Politica

È difficile dettare regole di comportamento a soggetti discrezionali per definizione. Si può solo auspicare una rappresentanza palese di interessi sociali ed economici dato che la chiarezza dell’origine dell’input è di per sé elemento di democrazia. Per il resto, è evidente che l’agire politico assume le forme più varie. Però, si possono suggerire alcuni indicatori del dibattito nelle assemblee elettive per valutare la presenza di un atteggiamento da problem solving. Nella discussione su decisioni urbanistiche e di opere pubbliche: a) si sa o non si sa quanto denaro spendere? b) alla somma disponibile viene accoppiato un elenco preciso di opere? c) vengono ammesse deroghe? d) la discussione è volta a definire più i contenuti degli interventi o il meccanismo di decisione futuro?
Quanto maggiore sarà l’indeterminatezza della proposta e l’insistenza sulle regole di decisione futura, tanto più probabilmente ci troveremo di fronte ad un tipico atteggiamento da politics: lotta per il controllo delle risorse a scapito della volontà realizzativa.

3.2. Alcune Questioni di Metodo

L’approccio che abbiamo scelto è particolarmente utile quando: a) si ha interesse ad esaminare il comportamento di un certo numero di attori, predefiniti in relazione stabile tra di loro; b) si ipotizza che una certa arena o un certo tipo di decisioni (oggetti di decisione) siano influenzati da certi attori o da certe relazioni di attori e si vuole verificare la fondatezza dell’ipotesi.
Il rischio è che, esaminando un numero limitato di decisioni per un lasso di tempo non sufficientemente lungo, si dia qualità di “rete decisionale stabile” ad attori solo occasionalmente relazionati: il ricercatore, cioè, attribuirà valore obiettivo a definizioni ipotetiche iniziali che si auto-confermano. L’unico strumento di controllo che si può utilizzare è l’osservazione degli attori rispetto alla definizione dell’oggetto stesso. Si effettua cioè una doppia operazione logica: da un lato di definisce (ad opera del ricercatore) l’oggetto dell’indagine; dall’altro si osserva quale è la qualità del rapporto con questo oggetto-definizione da parte di una serie di attori intervenienti ed interagenti tra di loro. Facciamo un esempio. Nel caso palermitano il ricercatore di primo livello ha cercato di capire cosa sia successo attorno al problema del risanamento della costa di sud-est. L’esame degli avvenimenti che si sono svolti intorno alla definizione iniziale ha mostrato come la tendenza era quella di sviluppare, invece, un piano urbanistico, peraltro abbastanza consistente. In casi come questo conviene esaminare gli attori, gli interessi e le modalità che caratterizzano questo sostanziale spostamento dell’asse centrale della ricerca. Soprattutto quando, come in questo caso, il network di attori lascia di fatto insoluto il problema primario (la discarica a mare) che senso comune avrebbe voluto come il primo problema da affrontare e risolvere.

A) Il Sistema Oppositivo

Per le modalità logica della ricostruzione del network proponiamo la definizione di sistema oppositivo o sistema delle oppozioni. Si utilizza il termine “oppositivo” perché a livello logico l’affermazione di identità (l’attività più semplice e distintiva possibile) avviene sempre per opposizione e differenziazione rispetto a qualcosa o a qualcuno. Il metodo, cioè, tende ad isolare “oggetti” definitori (per come gli stessi attori ci hanno portato a definirli) semplici e per questo efficacemente esplicativi. Si può fare qualche esempio: si afferma di essere bianchi (si decide di dare l’informazione che si è bianchi, scegliendola tra le varie opzioni d’identità possibili) perché ci sono i neri che vengono così utilizzati per la propria definizione, oppositiva e differenziale, di identità. Oppure ci si definisce del nord rispetto ad altri che invece abitano al sud: nord\sud, bianco\nero diventano così categorie soggettive qualitative e non descrittive. 
Si può anche dare il caso che non sia possibile rilevare un’opposizione-differenziazione; in questi casi si constata un’identità logica. Cioè, l’ipotesi del ricercatore si sovrappone alla definizione data dagli attori, identificandosi con essa. In questi casi, tuttavia, corre l’obbligo di una doppia verifica allo scopo di eliminare un eventuale errore di prospettiva, dato che è difficile che l’ipotesi iniziale del ricercatore possa coincidere con quella che evince dalle dichiarazioni o dal comportamento degli attori. Si tratta di una scelta metodologica. È stato possibile verificare come nel corso delle ricerche sul comportamento degli attori e l’uso delle interviste in profondità tale approccio diventa indispensabile per evitare che il ricercatore sovrapponga proprie definizioni a quelle date dagli attori significativi. Si tende cioè a ricostruire, per quanto possibile, un universo logico tramite le definizioni ed i distinguo che vengono proposti dagli attori e che, nella misura in cui guidano effettivamente la loro condotta d’azione, costituiscono concreti elementi di realtà. Va aggiunto che è possibile studiare i comportamenti (quindi non solo le affermazioni di un’intervista) con lo stesso sistema ricreando in laboratorio un percorso logico che, nella sintesi, possa definire e descrivere i vari processi decisionali. Nell’analisi delle organizzazioni in questi casi si usa il termine di “mappe cognitive” a significare i flussi decisionali per come vengono descritti ed implementati da soggetti interni all’organizzazione: evidentemente a proposito di organizzazione informale che viene comparata con quella formale per apprezzarne differenze e logiche. Con un buon grado di approssimazione è possibile fare qualcosa di analogo con l’analisi delle decisioni nelle reti di attori: si individuano decisioni ricorrenti traducibili in percorsi logici: in base a questi è possibile interpretare e talvolta predire il comportamento futuro. Si tratta di un metodo che utilizza alternativamente la rilevazione empirica delle scelte effettuate e l’analisi delle dichiarazioni.
A ricerca effettuata, tendenzialmente, è possibile definire un sistema di lettura delle dichiarazioni in base alle quali predefinire i comportamenti futuri. Infatti le dichiarazioni ufficiali o anche le interviste in profondità tendono ad essere affermazioni d’identità, e cioè di ruolo, all’interno di una rete di attori con una valenza specifica e ben individuabile.

B) Universo Convenzionale

Si arriva quindi ad un universo convenzionale ricostruito tramite le definizioni ed i comportamenti degli attori in relazione all’oggetto e agli altri attori relazionati a quell’oggetto. Il riferimento epistemologico è a Claude Levi-Strauss che applicò la lezione di Roman Jakobson all’antropologia[2]: è un meccanismo logico che gli umani usano per separarsi e distinguersi tramite una serie di opposizioni logiche. Applicandolo al comportamento si osserva come l’attore, singolo o collettivo, concepisce una parte della realtà come negatrice di un lato fondamentale della sua identità costitutiva. Per questo motivo metterà in atto un comportamento oppositivo. Avrà, cioè, una strategia atta a ricreare la realtà iniziale per mantenere quell’equilibrio tra le sue componenti interne (omeostasi). L’individuazione da parte del ricercatore di questa dialettica degli attori con l’esterno porta a rilevare le loro componenti costitutive fondamentali, indispensabili per ricostruire strategie ed identità. La qualità delle relazioni stabili costituisce il network. Ci si ritrova con delle unità logiche ben definite ed appunto “opposte”. Un insieme di diadi (unità dotate di semantica autonoma; seppure temporaneamente solo nel rapporto reciproco) le quali possono essere organizzate in un universo di significati più ampio tramite un procedimento molto simile a quello utilizzato da Levi-Strauss per l’analisi dei miti amerindi.
Qualsiasi schema logico-semantico ha delle aporie interne; si fonda cioè su degli assunti di partenza non dimostrati[3]che possiamo chiamare “identità” perché presuppongono di classificare in maniera identica (isomorfa) una serie di elementi che secondo altre classificazioni possono essere invece considerati differenti[4]. Sulla base di questo assunto qualsiasi affermazione o rappresentazione della realtà può essere analizzata con tecniche che ne mettono in rilievo la peculiarità con la quale si organizzano concetti ed idee. Cioè: si stabiliscono le tassonomie e le classificazioni (formazioni di classi). Quindi, lavorando sulle unità di analisi (diadi di opposti) possiamo ottenere insiemi aggregati cui dare un significato coerente.
La presenza all’interno del procedere logico dell’uomo di “luoghi mitici” (cioè di indistinzione di elementi potenzialmente distinti) non risparmia ovviamente lo stesso scienziato. Il richiamo a Werner Karl Heisenberg [1991] vale per l’impossibilità di definire le caratteristiche del sistema se si appartiene a quel sistema. In altre parole, gli stessi strumenti di osservazione e di indagine del ricercatore tendono a predeterminare un sistema di variabili e di significati del lavoro di classificazione. Per lo scienziato sociale gli strumenti di osservazione sono costituiti dalle interviste e dal materiale documentario più vario. Ma vi sono altri due livelli: la issue indagata e le stesse categorie di classificazione della realtà, sub specie di disciplina scientifica[5]. Mentre per le interviste ed il materiale documentario valgono le generali regole di “trattamento”, per quello che riguarda la scelta del campo di osservazione (disciplina scientifica, issue) si può solo sperare di essere a conoscenza dei suoi limiti-caratteristiche in base a cui vengono selezionate ed organizzate le informazioni. Infatti, sia la scelta dell’oggetto che della disciplina scientifica predetermina la serie di opposizioni logiche (tra le tante possibili); esse, le opposizioni, emergeranno come risultato “naturale” attraverso lo strumento di osservazione.
Proviamo a spiegare quello che abbiamo detto ripercorrendo in poche righe l’andamento della ricerca. Abbiamo individuato alcuni attori che hanno avuto un comportamento di negazione/opposizione di altri attori (attuali o potenziali) di mercato creando così un luogo dove le interazioni non erano di mercato. Quindi in primo luogo abbiamo delle diadi oppositive reali (attori non di mercato\attori – veri o potenziali- di mercato). La frequenza di questi attori non di mercato nell’area di policy ha creato un luogo di non-mercato (discrezionalità politica): quindi siamo in presenza di una logica di sistema; di un frame che ci fa interpretare le strategie degli attori. Di quelli che rimangono nell’area possiamo inferirne l’identità, utile per eventuali e successive indagini ed interpretazioni: la loro strategia diventa co-estesa sul piano logico alla loro identità se (da verificare) manterranno lo stesso comportamento nel tempo. Tuttavia, dato che la libera concorrenza in quest’area di policy non c’era (e forse non c’è mai stata) l’inserimento concettuale (mercato\non mercato) si qualifica come proposta esterna da parte del ricercatore il quale, attraverso la sua griglia, sceglie un angolo visuale contribuendo a creare un sistema di relazioni. Cioè, in ultima analisi, lo stesso oggetto della ricerca.
Il nostro approccio ha un limite, evitabile a certe condizioni. Avendo ricostruito i processi decisionali tramite la rete degli attori intervenienti abbiamo ottenuto un “universo convenzionale” autoreferente sul piano logico perché, a valle, avrà espunto elementi esterni a quel sistema di relazioni. Siamo in grado, quindi, di seguire l’oggetto ed il suo parziale modificarsi ma non sempre di prevederne la scomparsa quando avviene per cause esterne. È un limite serio alla capacità predittiva. Nel nostro caso per es., siamo stati in grado di capire il sistema di relazioni attorno agli investimenti pubblici ma non avevamo colto i segnali di una loro crisi dovuta oltre che all’esaurirsi delle risorse finanziarie anche alla fine del sistema politico che le rendeva possibili; facciamo salvo ovviamente il possibile riprodursi delle stesse logiche, in forma diversa[6].
Un rimedio forse c’è. Poco sopra abbiamo citato “Il caso e la necessità” di Monod [1970]. Possiamo dire che l’approccio applicato in questa ricerca si colloca dal lato del “caso” perché registriamo i cambiamenti che intervengono nelle relazioni degli attori confidando che una diacronia ben progettata sia sufficiente a farci capire le costanti. Si tratterebbe allora di aggiungere delle ricerche sul versante della “necessità” individuando, quando possibile, i nuovi statuti di utilità (per tutti gli attori) che possono presentarsi a causa di un mutamento della realtà circostante. Ricerche che potremmo definire di ecologia del sistema. Il tema non è di facile gestione perché la questione principale (la definizione del sistema) presenta, come abbiamo visto, ostacoli epistemologici insormontabili dato che presuppone la capacità di rilevare le variabili esterne rilevanti e la loro possibile variazione nel tempo. Talvolta, però, un po’ di empiria può soccorrere. Probabilmente su questioni limitate lo studio incrociato delle caratteristiche degli attori e dell’ecosistema di riferimento può portare a risultati soddisfacenti.

Bibliografia

AAVV 1987, Livelli di realtà (a cura di Massimo Piattelli Palmarini), Milano: Feltrinelli
Bucher B. 1981, “Ensembles infinis et histoire-mythe. Inconscient structural et inconscient psycho-analytique”, in L’homme, XXI (1981).
Heisenberg W. 1991, Indeterminazione e realtà, Napoli: Guida Editori
Monod J. 1970, Il caso e la necessità, Milano: Mondadori

Note


[1] Nota del Dicembre 2019: Nei decenni successivi, per scelta politica, alle società capocommessa pubbliche e para-pubbliche, si sono sostituite quelle private. Il risultato negativo è stato analogo: costi eccessivi, tempi di realizzazione spesso non rispettati.
[2] “…Jakobson gli sarà d’aiuto per mettere a punto il suo metodo di indagine strutturalista, che sfocerà poi nella creazione dell’antropologia strutturale la quale si basa sul principio per cui i fenomeni socio-culturali sono funzione delle strutture inconsce che ad essi sottostanno, principio, questo, che è il risultato dell’osservazione di popolazioni tribali e dello studio strutturale dei loro miti e rituali, i cui elementi fondanti, come i fonemi di una lingua, danno origine, per trasformazioni binarie opposizionali, alla varietà storica delle culture, l’insieme di questi elementi costituendo quella “struttura” inconscia (invariante) che sta a fondamento comune di ogni istituzione sociale.”
[3] [1] Il XX sec. è stato dominato da questa consapevolezza epistemologica anche in campi diversi dalle scienze sociali; cfr. i “Teoremi di incompletezza” di Goedel: “In ogni formalizzazione coerente della matematica che sia sufficientemente potente da poter assiomatizzare la teoria elementare dei numeri naturali … è possibile costruire una proposizione sintatticamente corretta che non può essere né dimostrata né confutata all’interno dello stesso sistema.”
[4] È l’approccio di Matte Blanco. Ho trovato interessante l’articolo di un’allieva di Levi-Strauss [Bucher 1981] che ha applicato l’epistemologia dello psicoanalista cileno alla visione che gli europei del XVI sec. avevano degli abitanti del Nuovo Mondo sulla base dei loro (degli europei) pregiudizi; ne viene fuori una rappresentazione bizzarra.
[5] Questo è il senso di un bellissimo volume [AAVV 1987] che pubblica gli atti di un Convegno del 1978: studiosi di diverse discipline furono chiamati a definire la realtà attraverso gli strumenti della disciplina della quale erano specialisti. 
[6] Nota del Dicembre 2019: l’affermazione cautelativa contenuta nel rapporto del 1996 ha trovato riscontro nel comportamento delle imprese private che hanno acquisito le aziende pubbliche nei diversi settori, essendo venuti a mancare controlli e verifiche, anche se previsti, da parte di organismi pubblici. La Telecom privata ha dissanguato il ricco patrimonio accumulato dal monopolista pubblico ad esclusivo beneficio degli azionisti di riferimento che si sono succeduti; i concessionari autostradali hanno incamerato profitti ingenti trascurando la manutenzione; i proprietari dell’ex Italsider, e cioè dell’ex Ilva, hanno provocato ingenti danni ambientali ed alla salute trasferendo risorse finanziarie su conti correnti personali all’estero, ecc. Ciò significa che il campione era significativo e che la comparazione era stata in grado di individuare una logica di sistema che informava tutti gli attori, pubblici e privati.
[7]Traduz. frase apertura:”Il caso non è un male: è la manifestazione della volontà divina quando l’uomo è indeciso.” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) Alcuni temi della letteratura; b) I case-study esaminati; Bibliografia; Note).
II Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.1. Genova: le Colombiadi; 1.2. Roma Capitale; Bibliografia; Note).
III Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.3. Palermo: una costa lunga decenni; Bibliografia; Note).
IV Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.4. Torino: Il Palazzo di Giustizia; 1.4.1. Alcune comparazioni tra il caso torinese e quello palermitano; Bibliografia; Note).
V Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.5. Lo stadio di Cagliari; 1.6. Firenze: il caso Fiat- La Fondiaria; Bibliografia; Note).
VI Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.7. Alcune Considerazioni; 1.8. Italia ’90;Bibliografia; Note).
VII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1. Le caratteristiche dell’Area di Policy; 2.1.1. Aziende Pubbliche e PPSS;Bibliografia; Note)
VIII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1.2. La Società Civile; 2.1.3. I Partiti; 2.2.Politica, Economia, Identità Sociale; Bibliografia; Note)
IX Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione; Bibliografia; Note)
X Puntata (Capitolo 3. A futura memoria; 3.1. Gli indicatori di policy: a) il mercato, b) la pubblica amministrazione, c) la discrezionalità politica; 3.2. Alcune questioni di metodo: a) il sistema oppositivo, b) universo convenzionale; Bibliografia; Note)

Partiti ed Opere Pubbliche negli anni ’80: Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione


Di Giorgio Pirré

“… sors non est aliquid mali, sed res, in humana dubitatione, divinam indicans voluntatem” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione.

Guardiamo da un altro versante la questione della differenza tra le nazioni di cultura politica anglosassone e l’Italia circa la diversa legittimazione del successo politico e del suo uso. Giovanni Sartori distingue tra democrazie realiste (utilitariste) di tradizione anglosassone e democrazie di ragione (teleologiche) di tradizione continentale [Sartori 1993]. La distinzione si fonda non solo sui diversi valori diffusi all’interno dei differenti ordinamenti ma sul ruolo diverso della politica in relazione ai fatti economici e sociali ed alla loro regolazione. L’autore valuta più vicine al modello ideale di democrazia quelle utilitariste di derivazione anglosassone. Una riserva critica [Pasquino 1993] sembra essere il favore di Sartori per l’indipendenza del mercato da regole e restrizioni laddove invece avrebbe dovuto esserci una certa attenzione proprio agli aspetti ed ai soggetti destinati a regolarlo: Pasquino fa esplicito riferimento ad Anthony Downs [1988] ed alla sua teoria economica della democrazia come fonte del pensiero di Sartori.
Sembra riprodursi la differenza che evidenziavamo tra Lindblom ed Etzioni: interazione senza regole tra attori; o apposizione di regole alle interazioni? Rimanendo nel campo che ci è proprio ci sembra che la differenza attiene al diverso valore (e quindi alla supremazia) che viene assegnato all’un campo di regole rispetto all’altro: utilità ex ante (politica), utilità ex post (mercato).
La diversa origine dei sistemi politici nazionali rende ragione dell’utile distinzione operata da Sartori tra democrazie utilitariste e democrazie teleologiche. In Inghilterra lo Stato di diritto è nato di pari passo al capitalismo. Negli Stati Uniti l’intero edificio politico-istituzionale è costruito attorno alle attività economiche e l’azionariato diffuso è uno dei collanti che legittima i rapporti intra sistemici e ne qualifica l’interazione: quando le imprese decidono di quotarsi in borsa go public e cioè become a public company; e le compagnie assicurative svolgono un ruolo fondamentale nella definizione e la garanzia del tempo futuro attraverso le polizze vita e sanitarie. Se invece passiamo a considerare le democrazie continentali il primo pensiero va alla Rivoluzione Francese, alla Ragione, alla nascita della parola “sinistra”; se vogliamo, al periodo di Robespierre dove la riproposizione dei valori politici era ab-soluta eppure morale perché indirizzata a “valori più elevati”. Quindi, nel rapporto tra valore da assegnare agli spazi di mercato (utilità ex post) e valore da assegnare alla discrezionalità politica (utilità ex ante) sembra risiedere una delle differenze fondamentali tra democrazie occidentali. Ma anche, aggiungiamo, una delle più interessanti dialettiche da esaminare.
Si può utilizzare la qualità del rapporto con il mercato (il luogo dove i soggetti dovrebbero tendere ad avere comportamenti il più possibile efficienti e di concorrenza) come uno degli indicatori per qualificare partiti e sistemi politici. Quanto più le scelte politiche tendono a prefigurare le utilità migliori\auspicabili in un’arena (o in più arene) tanto più si tende a togliere spazio a soggetti economici che agiscono per utilità diretta ed immediata. La differente valutazione (meglio\peggio) dei due sistemi di valutazione (legittimità dell’utilità a monte dell’interazione; dell’utilità a valle) chiarisce le posizioni. Il mix tra i due estremi diviene un’altra delle variabili: per qualificare le posizioni del singolo attore, per valutare una interazione semplice, per valutare il risultato di un sistema di interazioni. Per questa via è possibile dire che la confluenza all’interno di soggetti formalmente solo politici di utilità direttamente economiche (tramite le imprese cooperative ed il sistema delle imprese pubbliche) tende a prefigurare soggetti con una ideologia tendenzialmente totalizzante, che mira cioè a coprire con le sue razionalità a priori quanti più ambiti sociali (e quindi logici; cognitivi) possibili.
Il maggior spazio che viene dato ai (o viene preso dai) soggetti economici che agiscono in regime di mercato concorrenziale corrisponderebbe ad una progressiva sottrazione degli spazi politico-discrezionali. Durante questa progressiva perdita d’importanza dell’etica a priori un indicatore importante è il ruolo che viene dato all’istituzione statale in qualità di soggetto terzo, in grado di far rispettare le regole del gioco ai contendenti. Nell’interazione tra politica ed economia l’amministrazione pubblica dovrebbe essere, in teoria, il soggetto in grado di regolare con procedure chiare ed evidenti il rapporto tra valori (tendenzialmente assoluti) ed utilità (necessariamente parziali). L’assenza di questo livello di garanzia porta, come si è detto, all’appiattimento delle scelte istituzionali su fini intra organizzativi, cioè dei partiti; e al potenziale uso discrezionale intra organizzativo di risorse formalmente pubbliche.
 Alcuni casi europei sembrano confermare l’assunto. Colpisce in particolare il caso della burocrazia francese. Tradizionalmente considerata tra le migliori del mondo, ha conosciuto negli anni ’80 un impoverimento tecnico e di legittimità, parallelamente all’estendersi della pratica della nomina politica e partigiana da parte del partito socialista. Nello stesso periodo in Francia sembra essersi diffusa sempre di più una cointeressenza tra mondo politico, mondo degli affari, amministrazione[1]. Diventa difficile dare giudizi di sintesi su questioni così complesse; tuttavia si può rilevare che la prassi del partito socialista francese, fondata sul controllo diretto di molte leve della burocrazia e dell’amministrazione, sembra aver posto le premesse per una generale impunità. Accentuata dalla dipendenza del pubblico ministero francese dall’esecutivo, dall’indipendenza da molte regole procedurali dei leader politico-istituzionali locali, dal periodo particolarmente lungo di presidenza mitterrandiana. Giudizi analoghi possono essere dati sul caso spagnolo anche se, ovviamente la costruzione della democrazia dopo il franchismo ha posto problemi di tipo molto diverso.[2]L’impressione, comunque, è che ogniqualvolta si tende a far prevalere le utilità ex-ante (discrezionalità politica) sulle procedure formali e visibili il pur nobile obiettivo di superare ostacoli ed impacci finisce col giustificare qualsiasi prassi che si autolegittima. Si può aggiungere che i fenomeni di appropriazione di risorse pubbliche sono tanto più dannosi quanto più legati ad organizzazioni in grado di esercitare una discrezionalità parecchio distorsiva delle curve di utilità degli altri attori. In questa direzione il parere di Matte Blanco[3] [1987] che rifletteva sul rapporto tra Polis e Psiche: sosteneva che la corruzione dei singoli (appropriazione di risorse altrui) fosse meno pericolosa perché meno distorsiva della allocazione delle risorse rispetto alla corruzione (sottrazione illecita di risorse) esercitata da soggetti organizzati. È la stessa logica sottesa alle normative antitrust che cercano di evitare le posizioni dominanti ed oligarchiche.
Pensiamo di poter leggere in questa direzione anche i risultati di ricerca di Putnam [1988] [1993]. L’autore statunitense sostiene che a prescindere dalle formazioni politiche e dai contingenti successi economici, le regioni italiane a maggior benessere economico sono quelle che hanno conosciuto nei secoli una regolazione sociale nel complesso più democratica, più suscettibile di far entrare nelle arene quanti più attori e logiche di azioni possibili; a garanzia di una ricchezza di scelte ed opzioni che permettono l’innovazione ed il cambiamento a beneficio di tutti. La questione può essere affrontata anche facendo riferimento ai modelli di simulazione delle interazioni sociali ed economiche riconducibili al tema della complessità. Sono tutti formulati in base al postulato che più è ampia e variegata l’interazione tra gli elementi in gioco maggiore è la possibilità dell’innovazione. Si tratta di un paradigma molto vicino alla logica darwiniana della selezione naturale ed alla conseguente epistemologia [Monod 1970], [Popper K. R. 1991]. Il presupposto è che i modelli vincenti sono il frutto di caso (variazioni casuali) e necessità: la variazione casuale si trova ad agire in un contesto dove si richiedono inaspettatamente proprio quelle qualità casualmente variate e che, a posteriori, vengono viste come necessarie perché sono le uniche che si sono adattate alle nuove esigenze. Il restringersi delle possibilità di variazione impedirebbe anche nel campo sociale, economico, culturale, scientifico che si sperimentino novità potenzialmente innovative e vincenti[4]Uno scenario ideale prefigurerebbe delle arene nelle quali l’interazione è un gioco a più voci in grado di arricchire l’universo delle possibilità: l’opposto di quando un attore controlla molte aree di incertezza o, che è lo stesso, assomma più funzioni.
Per questa via pensiamo che si possa evitare un errore scientifico. Quello di dover necessariamente sussumere all’interno del frame teorico dell’interazione non preventivamente regolata (come suggerisce Lindblom) un’ideologia sociale storicamente determinata (come suggerisce Sartori con il liberalismo di derivazione anglosassone): tale scelta, paradossalmente, presenta il rischio di una reductio ad unum perché predefinita. Se si sostenesse la superiorità naturale di quel modello si correrebbe il rischio di una modellistica sociale astratta perché sovrapposta a soggetti ed interazioni che potrebbero esprimere logiche diverse e con diversa origine. Tale posizione è legittima sul piano politico-discrezionale ma appare inconciliabile con un approccio di ricerca che voglia esaminare le interazioni ed i loro risultati evitando, per quanto possibile, posizioni pregiudiziali.
L’unica cosa che si può auspicare è una architettura decisionale che: a) tenda a distorcere il meno possibile la definizione dei problemi emergenti ad opera degli attori; b) tenda a processarli in modo tale da garantire una ponderata analisi di tutti gli interessi coinvolti. Si può fare un esempio. L’architetto Aldo Rossi in una intervista sosteneva che in Lombardia non era possibile effettuare una pianificazione “per città”. Ritenendo che ormai il bacino doveva essere regionale. Aggiungeva, inoltre, che si può effettivamente programmare in maniera efficiente ed efficace solo il sistema dei trasporti dato che dalla sua esperienza emergeva che quasi tutti gli sforzi di andare a forme di programmazione più radicali erano naufragati e quindi inutili. Non siamo in grado di dire se ha ragione l’architetto Rossi; possiamo osservare però che se fosse realmente così ed in presenza di attori forti particolarmente interessati non ai trasporti su base regionale ma per es. solo alle autostrade (è stato questo il caso dell’Anas in Italia ’90) la issue tenderebbe ad essere pericolosamente predefinita con un evidente effetto distorsivo.
La materialità delle costruzioni, anche attraverso gli stili architettonici, è un indicatore utilissimo del grado di integrazione sociale e comunitario; ed in ultima analisi dei valori diffusi e condivisi. Viene in mente una valutazione espressa a questo proposito da un storico italiano: “…il quarantennio repubblicano, mentre inurbava gli italiani e cementificava il territorio, ha avuto cura di non lasciare ai posteri alcun monumento … [le realizzazioni] mi pare si restringano alle autostrade ed agli stadi sportivi: non ho presente un solo auditorium, un ospedale, una biblioteca, un museo, una galleria d’arte, una piazza, una chiesa, una fontana che per cifra ideologica e personalità stilistica siano intesi espressamente a segnare l’età repubblicana … La vocazione anti-monumentale … ha radici profonde e reali: mancano, quei monumenti civili, non solo per un’apprezzata vocazione antiretorica, ma anche perché la gran parte delle loro funzioni tecnico-educative, assistenziali, repressive e di controllo è delegata alla “società”: alle “autonomie” e alle famiglie, alla solidarietà del popolo ed alla Chiesa, alla mafia ed ai partiti, al volontariato ed alla creatività delle private associazioni, insomma ai numerosi circuiti corporativi e della mediazione che la spesa pubblica nel frattempo è incessantemente impegnata a mantenere“. [Romanelli 1991].[5]
Opere urbanistiche ed infrastrutturali e modalità di interazione degli attori che le realizzano sono vere e proprie mappe logiche in grado di descrivere un contesto sociale.

Bibliografia

Bodei R. 1997, l’Ethos dell’Italia Repubblicana, in Storia dell’Italia repubblicana, vol. 3, L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, 2. Istituzioni, politiche, culture, Torino: Einaudi
Downs A. 1988- Teoria economica della democrazia Bologna: Il Mulino (l’edizione originaria era del 1957: An Economic Theory of Democracy).
Matte Blanco 1981, L’inconscio come insiemi infiniti, Torino: Einaudi
Matte Blanco 1987, Polis e Psiche, Micromega, n. 2.
Micromega 1993, n. 2- Corruzione e politica in Europa
Monod J. 1970, Il caso e la necessità, Milano: Mondadori
Pasquino G., 1993- La democrazia trionfante- La Rivista dei libri – Maggio
Popper K. R. 1991, Un universo di propensioni, Firenze: Vallecchi.
Putnam R. D. 1988, Rendimento istituzionale e cultura politica: qualche interrogativo sul potere del passato, Polis, n.3
Putnam R. D. 1993, (con R. Leonardi e R. Nanetti). Making democracy work: civic tradition in modern Italy. Princeton University Press.
Romanelli R. 1991, La Rivista dei libri, Giugno
Sartori G. 1993- Democrazia- Cosa è, Milano: Rizzoli
Weiner E. 2016 – La geografia del genio. Alla ricerca dei luoghi più creativi del mondo, dall’antica Atene alla Silicon ValleyMilano: Bompiani

Note


[1] Nota del Dicembre 2019: il riferimento era ad una serie di inchieste giudiziarie che riguardarono il Partito Socialista francese durante il doppio settennato del Presidente Mitterand.
[2] Per maggiori dettagli [Micromega 1993]
[3] Psicoanalista cileno autore di un innovativo manuale di epistemologia psicoanalitica [Matte Blanco 1981] utilissimo per esaminare le logiche cognitive e le loro aporie. 
[4] Nota del Dicembre 2019: Weiner [2016] ha rivisitato luoghi che nella Storia hanno prodotto innovazioni significative, dall’antica Atene alla Silicon Valley trovando delle costanti: multiculturalità etnica, facilità di incontri e scambi, assenza di estrema specializzazione, assenza di legami sociali vincolanti, estremo bisogno del cambiamento (per es. a seguito di catastrofi).
[5] Nota del Dicembre 2019: era dello stesso parere Remo Bodei [1997] che in un bel saggio dedicato all’”Ethos dell’Italia Repubblicana” parla di “Partito Etico” e di come gli italiani attribuiscano valore superiore alla “parte” rispetto ad altri valori (la nazione, la produzione economica).
[6]Traduz. frase apertura:”Il caso non è un male: è la manifestazione della volontà divina quando l’uomo è indeciso.” Sant’Agostino, ps 30, 16, enarr. 2, serm. 2.

Indice

I Puntata (Premessa; Introduzione: a) Alcuni temi della letteratura; b) I case-study esaminati; Bibliografia; Note).
II Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.1. Genova: le Colombiadi; 1.2. Roma Capitale; Bibliografia; Note).
III Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.3. Palermo: una costa lunga decenni; Bibliografia; Note).
IV Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.4. Torino: Il Palazzo di Giustizia; 1.4.1. Alcune comparazioni tra il caso torinese e quello palermitano; Bibliografia; Note).
V Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.5. Lo stadio di Cagliari; 1.6. Firenze: il caso Fiat- La Fondiaria; Bibliografia; Note).
VI Puntata (Capitolo 1. I processi decisionali; 1.7. Alcune Considerazioni; 1.8. Italia ’90;Bibliografia; Note).
VII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1. Le caratteristiche dell’Area di Policy; 2.1.1. Aziende Pubbliche e PPSS;Bibliografia; Note)
VIII Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.1.2. La Società Civile; 2.1.3. I Partiti; 2.2.Politica, Economia, Identità Sociale; Bibliografia; Note)
IX Puntata (Capitolo 2. Uno sguardo di sintesi; 2.3. Politica, Mercato, Pubblica Amministrazione; Bibliografia; Note)
X Puntata (Capitolo 3. A futura memoria; 3.1. Gli indicatori di policy: a) il mercato, b) la pubblica amministrazione, c) la discrezionalità politica; 3.2. Alcune questioni di metodo: a) il sistema oppositivo, b) universo convenzionale; Bibliografia; Note)

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