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Foggia, due stragi di braccianti migranti in tre giorni: s’indaga per caporalato. Conte: “Rafforzeremo i controlli”

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L’indagine per caporalato è stata estesa anche all’ultima strage di braccianti migranti. Diventa dunque una maxi inchiesta quella sui due gravi incidenti stradali avvenuti negli ultimi giorni in provincia di Foggia: 16 i morti, tutti lavoratori di origine africana, impegnati in queste settimane nelle raccolte stagionali, specialmente di pomodoro. Sull’incidente di sabato (4 morti e 4 feriti), avvenuto nei pressi di Ascoli Satriano, indaga la polizia di Stato, su quello di ieri (12 morti e 3 feriti), avvenuto nei pressi di uno svincolo della statale 16, indaga l’Arma dei carabinieri.
Oggi, intanto, in zona è arrivato Giuseppe Conte. “Sono qui per approfondire questi episodi che non possono essere considerati fatti occasionali: qui c’è qualcosa di più. Dietro queste morti non c’è dignità, c’era un lavoro sfruttato e non c’era dignità. Dobbiamo fare in modo che questo non accada”, ha detto il premier parlando con i giornalisti a margine del vertice in prefettura a Foggia. Conte ha incontrato una delegazione di braccianti agricoli extracomunitari, di rappresentanti sindacali del settore e le autorità, a seguito dei due gravissimi incidenti stradali verificatisi nella provincia nei quali sono morti 16 migranti africani e diversi sono rimasti feriti.

“Io conosco questa gente, come sapete, ha un gran cuore. Però dobbiamo creare anche i meccanismi affinché gli imprenditori agricoli siano incentivati a rinunciare a una parte di lucro per favorire condizioni lavorative nel massimo del rispetto della dignità dei lavoratori. Il prefetto mi ha elencato i dati. È chiaro che l’estensione dell’attività imprenditoriale agricola qui è tale che i controlli è difficile poterli assicurare in modo capillare. Sicuramente come ha anche anticipato il ministro e vicepremier Luigi Di Maiodobbiamo rafforzare i controlli dell’Ispettorato del lavoro ma dobbiamo anche incentivare la rete del lavoro agricolo di qualità. Quindi una serie di interventi che cercherò di mettere a punto per evitare che questo fenomeno del lavoro nero e sfruttato in totale violazione della dignità dei lavoratori vada avanti”, ha detto il premier. Che poi ha sottolineato: “C’è una legge da cui partiamo, la 199 del 2016”, cioè quella per il contrasto al caporalato approvata dal precedente governo guidato dal Pd. “Dobbiamo capire – ha aggiunto – perché quella legge non ha prodotto gli effetti sperati. Quindi si tratta di integrarla appieno”.
Conte ha incontrato anche il segretario della Uila Puglia, Pietro Buongiorno. “Su 27mila aziende agricole a Foggia e in provincia, che assumono manodopera, solo 80 sono iscritte alla rete del lavoro agricolo di qualità, la cui cabina di regia è presso l’Inps – ha detto il sindacalista – Il premier ci ha detto che ritiene che la legge 199 non sia sufficientemente idonea, noi riteniamo di no ma abbiamo dato la nostra disponibilità a cercare degli strumenti che possano renderla realmente applicabile” È previsto per l’intera giornata di domani, invece, lo sciopero proclamato dall’Unione sindacale di base. Sarà la marcia dei berretti rossi, come “i cappellini che i quattro braccianti morti e i quattro feriti sabato indossavano nei campi per proteggersi dal sole mentre si spaccavano la schiena per raccogliere pomodori alla vergognosa paga di un euro al quintale”, si legge nel comunicato. “È questa la nostra battaglia – ribadisce Aboubakar Soumahoro, del coordinamento lavoratori agricoli Usb – la tutela dei lavoratori e la rivendicazione dei loro diritti, negati in Puglia come in Calabria, in Piemonte o nel Lazio. Per questi diritti si batteva Soumaila Sackoucciso nella piana di Gioia Tauro il 2 giugno scorso, per questi diritti combattevano i braccianti morti, organizzandosi per sfuggire alla schiavitù del caporalato e alle vessazioni dei cosiddetti imprenditori agricoli”.

Le mani sul business dell’accoglienza di migranti, arrestato in Sicilia ex deputato Fratello

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Di Rino Giacalone

Le mani della politica del malaffare sull’accoglienza dei migranti diventata per alcuni un lucroso business. Politici trovati con le mani nella marmellata, spregiudicati nello sfruttare i drammi dei migranti. La scoperta è stata fatta nel Trapanese dai pm della Procura diretta da Alfredo Morvillo. I carabinieri l’hanno chiamata operazione «Brother» dal cognome del principale indagato finito stanotte in manette, l’ex deputato regionale dell’Udc, l’alcamese Norino Fratello: 55 anni, laurea in economia e commercio, ufficialmente funzionario dell’Inail di Trapani, ma in aspettativa da qualche tempo per una cattedra di insegnamento ottenuta presso l’Università di Salamanca. L’uomo è noto alle cronache giudiziarie siciliane. Nel 2006 mentre era deputato al Parlamento siciliano patteggiò una condanna a 18 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa. Poco tempo addietro ha ottenuto la riabilitazione.  
  

IL BUSINESS DEI MIGRANTI  
Una indagine quella odierna coordinata dalla Procura di Trapani, dai pm Morri, Tarondo e Urbani, che ha scoperchiato il business illegale dietro la gestione nel trapanese di alcuni centri di accoglienza per i migranti. Le accuse, che i pm hanno tratto da una voluminosa e documentata informativa dei carabinieri di Trapani, per l’ex deputato e altre nove persone in tutto, di cui tre raggiunti da misure cautelari, sono quelle di intestazione fittizia di beni e bancarotta fraudolenta. Centinaia di migliaia di soldi pubblici finiti inghiottiti da certe onlus e cooperative. Le sedi di queste associazioni anche in ex Ipab, i disciolti istituti di assistenza e beneficenza, finiti, come nel caso di un istituto di Castellammare del Golfo, nella disponibilità gratuita di una delle coop dell’onorevole Fratello. La coop non pagava affitto ma avrebbe percepito i rimborsi dalla prefettura.  

LE NUOVE INTERCETTAZIONI  
Il blitz dei carabinieri è scattato la scorsa notte, diretto dal comandante provinciale colonnello Stefano Russo e dal capitano Diego Berlingeri, comandante del nucleo operativo provinciale, al termine di indagini condotte per circa tre anni. Gli intrallazzi di Fratello nell’accoglienza dei migranti per la prima volta vennero fuori dalle intercettazioni sull’ex direttore della Caritas, don Sergio Librizzi, che si offriva per raccomandare i migranti in attesa di asilo politico in cambio di prestazioni sessuali. Intercettato all’epoca dai forestali della sezione di pg, don Librizzi, condannato nel frattempo a 9 anni, spesso fu ascoltato a parlare di immigrati e centri di accoglienza proprio con Fratello, il cui nome però non compariva mai in nessuna delle coop che gestivano i centri. Chiacchiere e discussioni che hanno squarciato uno scenario incredibile. Ci sono state nuove intercettazioni e sequestri di documenti, e così i carabinieri hanno approfondito in modo meticoloso gli affari in mano all’onorevole Fratello, scoprendo gli intrecci e rassegnando infine ai magistrati della Procura di Trapani un ulteriore e nuovo quadro di elevati profitti guadagnati, secondo le accuse, dalla cricca che faceva capo all’ex deputato, sulla pelle degli immigrati ospiti dei centri gestiti da cooperative talvolta farlocche, sfruttando i fondi messi a disposizione dallo Stato per l’accoglienza.  

LE COOP E I PRESTANOME  
Business ricavato dai drammi di centinaia di esseri umani, che sfuggiti allo sfruttamento nelle loro terre, da noi hanno ancora trovato altro sfruttamento, almeno quelli transitati per i centri di accoglienza gestiti dall’ex politico. L’operazione ha consentito di documentare le condotte illecite dell’ex deputato Fratello che però per i suoi precedenti giudiziari non gestiva direttamente le cooperative finite sotto inchiesta. L’escamotage utilizzato dall’ex onorevole è stato quello di intestare fittiziamente quote e cariche sociali nell’ambito delle cooperative per l’accoglienza di migranti, a lui riconducibili, a terzi soggetti, suoi prestanome, garantendosi il duplice vantaggio di occultare i proventi derivanti dalle attività economiche e di evitare di comunicare le variazioni patrimoniali, conseguenti a tali partecipazioni, come imposto dalla legge ai soggetti condannati per il delitto di associazione di tipo mafioso.  

LE MANI DELLA MAFIA  
Agli atti dell’indagine la confessione fiume di uno dei prestanome, Lorenzo La Rocca, un ex idraulico, che per un decennio ha gestito sulla carta una delle coop finita sotto indagine, la Letizia, una cooperativa che era già comparsa all’interno di quell’indagine antimafia che portò Norino Fratello a patteggiare la sua condanna, su appalti pilotati per la gestione di servizi di assistenza sociale, cooperative che gli servivano a comprare voti dalla mafia cui concedeva posti, assumendo soggetti indicati dalla cupola mafiosa locale. Cooperative, affari e politica nell’impegno mai fermatosi dell’onorevole Norino Fratello che nel 2008 non potendosi ricandidare alle regionali lanciò in pista il fratello, Salvatore, classe 1972: i volantini distribuiti in campagna elettorale ovviamente mancavano del nome di battesimo del candidato e per un pugno di voti Fratello jr non acciuffò il seggio. 

Palermo, traffico di migranti e armi dai Balcani: fermate 17 persone. Contatti con Cosa Nostra e paramilitari albanesi

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Fatto Quotidiano

Trasportavano i migranti dai Balcani fino in Svizzera in auto o li facevano arrivare in Sicilia grazie a finti contratti di lavoro. In cambio ogni profugo pagava tremila euro. È in questo modo che avveniva il traffico di essere umani l’Italia e la Germania, il Kosovo e la Macedonia. Sullo sfondo c’erano i contatti con Cosa nostra e il gruppo paramilitare albanese ‘Nuovo Uck‘, legato ad ambienti jihadisti. Una rete criminale che gestiva il passaggio dei migranti sulla rotta balcanica, ma anche la vendita di armi, è stata scoperta dalle indagini coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo. I carabinieri hanno fermato  17 persone accusate, a vario titolo, di associazione per delinquere transnazionale finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, al traffico di armi da guerra e al riciclaggio di diamanti, oro e denaro contante. In un caso il valore dei preziosi che cercavano di riciclare superava gli 11 milioni di euro.

Attraverso l’Italia, decine di persone hanno cercato di raggiungere la Svizzera e il nord Europa. La struttura criminale, che faceva capo ad indagati residenti a Palermo, ha sviluppato la sua operatività anche nelle provincie di Sondrio, Como, Pordenone e Siena, oltre che in Svizzera, Germania, Macedonia e Kosovo. I contatti tra esponenti di Cosa nostra e i trafficanti di esseri umani fermati all’alba di oggi sono stati documentati dai carabinieri del Comando provinciale di Palermo, guidati dal colonnello Antonio Di Stasio. L’inchiesta è stata coordinata dal procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi e dai pm Gery Ferrara e Giorgia Spiri

Kosovari e siciliani – Due le organizzazioni criminali scoperte dagli investigatori: uno aveva a capo alcuni kosovari, residenti sia in Italia sia in Svizzera, l’altro era composta da italiani e macedoni.  A capo dell’associazione di kosovari c’era Arben Rexhepi che reclutava i migranti da mandare, attraverso la rotta balcanica, verso l’Italia. Rexhepi durante la guerra nei Balcani, faceva parte di un gruppo paramilitare dell’Uck albanese. I complici – Driton Rexhepi, Xhemshit Vershevci, Franco e Tiziano Moreno Mapelli, Ibraim Latifi e la sua compagna Jlenia Fele Arena – portavano in auto i profughi in Svizzera. La seconda organizzazione criminale, gestita a Palermo da Fatmir Ljatifi e Giuseppe Giangrosso, reclutava cittadini slavi da far entrare in Italia con falsi contratti di lavoro. Il pregiudicato Dario Vitellaro aveva trovato una società compiacente in grado di assumere fittiziamente gli stranieri per fare avere loro un permesso di soggiorno per motivi di lavoro.


Il traffico di diamanti – Ed è proprio la costola palermitana della banda che si occupava anche di traffico di diamanti e di riciclaggio di dieci chili di oro e denaro incassato con le rapine. Il capo, Fatmir Ljatifi e uno dei suoi complici, Giuseppe Giangrosso, avevano messo su una fitta rete di affari, finalizzati a riciclare ingenti capitali illeciti. Ljatifi sarebbe in contatto con rapinatori che vivono nell’area balcanica, specializzati nella “ripulitura” di banconote macchiate di inchiostro indelebile, perché frutto di rapine o furti a sportelli bancomat. Grazie all’utilizzo di reagenti chimici, sarebbe possibile smacchiare le banconote. L’azione dei prodotti chimici utilizzati, avrebbe però come conseguenza il danneggiamento degli ologrammi impressi sulle banconote, rendendone, quindi, necessaria la sostituzione. Ljatifi li avrebbe acquistati per mesi a Napoli. Al momento il canale di fornitura si sarebbe interrotto.
Il riciclaggio di capitali – Il gruppo riciclava anche anche ingenti capitali provenienti da Hong Kong attraverso il sistema Electronic Banking Internet Communication Standard, che viene utilizzato principalmente per il trasferimento remoto dei dati, ad esempio per le transazioni di pagamento capitali, tra organizzazioni e banche. La struttura criminale poteva contare sulla complicità di aziende del nord-est d’Italia. La banda ha messo su una complessa e articolata trattativa finalizzata a riciclare una partita di diamanti di sicura provenienza illecita per un valore di circa 11 milioni di euro. La vicenda è emersa a settembre del 2017, quando è stata intercettata una conversazione all’interno dell’auto di Ljatifi. Dalla discussione è venuto fuori che alcuni kosovari lo avevano invitato nel loro Paese per acquistare diamanti rubati. Il compito dell’indagato era reperire dei compratori, già individuati in alcuni facoltosi cittadini di Bruxelles, grazie all’aiuto di complici turchi e svizzeri.
Le armi al Nuovo Uck e l’incontro col mafioso catanese – Ljatifi gestiva poi un fiorente traffico di armi. Per gli inquirenti aveva la disponibilità di kalashnikov e bombe che avrebbe venduto anche a una cellula di combattenti del gruppo paramilitare Nuovo Uck, protagonista nel 2015 di un attentato commesso nella cittadina macedone di Kumanovo.  Sette mesi fa Ljatifi è stato fermato dai carabinieri a Villabate di ritorno da un viaggio nel Kosovo. Il materiale che gli venne sequestrato – cellulari e pc – ha portato gli inquirenti a scoprire un traffico di armi e al riciclaggio di diamanti e di soldi bottino di furti e rapine. All’indagato sono stati sequestrati video dei diamanti commerciati, del denaro macchiato di inchiostro e delle armi commerciate all’estero.  Il 16 novembre 2016, il 27 settembre e il 20 ottobre 2017, inoltre, sono stati documentati tre incontri (due dei quali avvenuti all’outlet di Dittaino e uno a Palermo) fra Ljatifi, un altro fermato, Giuseppe Giangrosso, e unmafioso catanese indagato anche per rapina, traffico di stupefacenti e di armi. Il 16 novembre ai summit avrebbe partecipato anche il nipote del capomafia di Belpasso, Giuseppe Pulvirenti, detto “u malpassotu”.
I carabinieri: “Avevano contatti con Cosa nostra” – “Un importante risultato operativo, in primis, i vertici della struttura criminale oggi sgominata, hanno dimostrato di possedere concrete e pericolosissime capacità di relazione con Cosa nostra e con pericolosi elementi legati al gruppo paramilitare denominato Nuovo UCK, operante in area balcanica”, ha commentato il colonnello Di Stasio. “Proprio tale circostanza, accertata nel corso delle indagini, ha costituito l’elemento più allarmante e degno di approfondimento – ha aggiunto – Inoltre, mi preme evidenziare come, ancora una volta, da un input informativo proveniente da una stazione carabinieri si sia poi sviluppata, in sinergia con i reparti infoinvestigativi dell’Arma, un’indagine transnazionale che ha permesso di portare alla luce un’associazione per delinquere dai molteplici interessi criminali: dal traffico di clandestini al riciclaggio di danaro, dai diamanti alle armi da guerra”. E ancora: “La stazione carabinieri – quale secolare caposaldo della struttura territoriale dell’Arma ed efficace presidio di legalità e controllo del territorio – costituisce punto di riferimento per recepire e sostenere le istanze del cittadino. Ancora, altro dato che vorrei rimarcare, è il perfetto coordinamento tra l’Arma e le forze di Polizia e le Magistrature straniere (cui rinnovo la mia gratitudine) che hanno collaborato lungo tutto lo sviluppo dell’indagine al fianco dei carabinieri di Palermo, costituendo fattore determinante per il risultato operativo conseguito”.

Truffa, frode e maltrattamenti sui migranti: nuovo colpo ai 'furbetti dell'accoglienza'

Di Chiara Giannini
È stretta del Viminale sui furbetti che guadagnano illecitamente dalla gestione dei centri di accoglienza.
Il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, ha fatto capire a più riprese che la sua azione di governo va anche in questa direzione, parlando delle «cooperative che lucrano sui migranti». La politica salviniana è stata applicata con solerzia dalla polizia di Stato che ieri, a Latina, a 5 giorni appena dagli arresti di Benevento per lo stesso tipo di reato, ha fatto finire in carcere sei soggetti, responsabili di Onlus operanti nella gestione di numerosi Centri di Accoglienza straordinaria nel sud Pontino per i reati di falso, truffa aggravata, frode nelle pubbliche forniture e maltrattamenti nei confronti dei migranti. Sono stati gli agenti della Squadra mobile di Latina, in collaborazione con il commissariato di Fondi, a svolgere le indagini riscontrando, nel tempo, gravi situazioni di sovraffollamento, ma anche carenze di natura igienico-sanitaria.
Oltretutto, è stato rilevato che i gestori delle strutture violavano in maniera sistematica l'esecuzione degli obblighi assunti in sede di aggiudicazione delle gare di appalto. A finire in manette sono stati Luca Macaro, 35 anni, di Fondi, presidente della Onlus «La Ginestra», Luca Pannozzo, 40, presidente della Onlus «Azalea», Graziano De Luca, 38, di Terracina, socio occulto e finanziatore della «Azalea», Paolo Giovanni De Filippis, 39, di Fondi, e Erica Lombardi, 37, soci fondatori della stessa Onlus, e Orlando Tucci, 27, rappresentante legale e socio amministratore della Onlus «Philia», finito ai domiciliari. I reati di cui sono accusati, a vario titolo, sono maltrattamenti a carico dei migranti, frode nella pubbliche forniture, truffa aggravata e falso.
A quanto pare, le indagini della Polizia sono scattate in seguito alle proteste di alcuni ospiti delle strutture legate al ritardo nel pagamento del «pocket money». I responsabili della «Azalea», ad esempio, dichiaravano la disponibilità di una struttura per l'accoglienza migranti dove, in realtà, abitava la nonna del presidente Pannozzo e i richiedenti asilo venivano ospitati da un'altra parte. La stessa persona ha speso 2.500 euro destinati alla Onlus per il banchetto tenuto per il battesimo del figlio.
Gli inquirenti hanno, inoltre, rilevato che alla «Ginestra» si parlava di una capienza di oltre cento posti, quando in realtà ce n'erano solo 56. Inoltre, il presidente della stessa, nonostante la Prefettura avesse dato oltre 4 milioni per l'accoglienza dei migranti, ha violato più volte le imposizioni della convenzione, tenendo le persone in condizioni disumane e di sovraffollamento, con pasti scarsi e situazione igienica non idonee.
Macaro, invece, da uno stipendio di 1.500 euro al mese se ne attribuiva, lo scorso anno, 5.500 in maniera illegale, arrivando a percepire in 365 giorni oltre 100mila euro. Una situazione che fa pensare alle molte già scoperte nel tempo dalle forze dell'ordine. Una delle ultime è quella di Ragusa del marzo scorso, svela dalla Gdf, dove i responsabili della cooperativa «Il Dono» lucravano sulle spalle dei migranti.

Lucravano sui centri per migranti, cinque arresti a Benevento

 La Polizia di Stato di Benevento, i Carabinieri del Nucelo investigativo di Benevento e del Nas di Salerno hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Benevento nei confronti di cinque persone tra cui un funzionario pubblico, un impiegato del Ministero della Giustizia e un appartenente alle forze dell’ordine, accusati di truffa ai danni dello Stato per il conseguimento di erogazioni pubbliche, frode in pubbliche forniture, corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio.
L’indagine, partita nel novembre 2015 e coordinata dalla Procura di Benevento, ha avuto origine da un esposto e ha fatto luce su una serie di gravi comportamenti illeciti riguardanti la gestione dei centri di accoglienza per migranti della Provincia di Benevento. Nello stesso procedimento sono indagate altre 36 persone.
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LA SITUAZIONE CHOC DELLA STAZIONE CENTRALE DI MILANO: degrado, criminalità e sfruttamento dell'immigrazione di massa - VIDEO


Di Salvatore Santoru

Degrado,criminalità e sfruttamento dell'immigrazione di massa imperversano in Italia. Da tempo la stazione centrale di Milano,così come altre sparse per il resto dell'Italia, è al centro dell'attenzione per questo.

Il video pubblicato qui sopra è uno spezzone sul tema di una relativamente recente puntata del programma 'Di Martedì', in onda su La7.
In essa si è parlato del degrado e del clima di insicurezza che circonda la stazione del capoluogo lombardo, servizio arricchito dalle interviste a residenti e migranti che frequentano la stazione.

SICILIA,FERMATO UN GOMMONE DALLA TUNISIA: 15 TRAFFICANTI ARRESTATI,SUI BARCONI ANCHE SOSPETTI JIHADISTI

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Di Salvatore Santoru

La Procura di Palermo ha disposto il fermo di 15 trafficanti accusati di associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina e al contrabbando di tabacchi. 
Secondo l'indagine,l'organizzazione avrebbe trasportato dalla Tunisia a Marsala anche sospetti ricercati dalle autorità di polizia tunisine per ipotizzati collegamenti con organizzazioni terroristiche legate all'estremismo islamista.

NOTA:

(1)http://www.ilmessaggero.it/primopiano/cronaca/migranti_fermati_gommoni_sospetti_jihadisti_terrorismo_tunisia-2486083.html

LO SCANDALO DEL CARA DI CROTONE E IL CONTINUO SFRUTTAMENTO "UMANITARIO" DELL'IMMIGRAZIONE

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Di Salvatore Santoru

Due giorni fa vi è stato un blitz nel Centro di Accoglienza dei migranti di Crotone,blitz che ha portato all'arresto di ben 68 persone.
Questo scandalo è solo l'ultimo dei tanti che riguardano l'attuale pessima gestione dell'immigrazione di massa in Italia.
Pessima gestione che spesso si rivela anche uno sfruttamento "umanitario" della stessa immigrazione,sfruttamento che fa male agli stessi migranti e/o profughi così come ai cittadini autoctoni, verso cui ricadono i costi dell'accoglienza,di un'accoglienza che spesso nemmeno c'è e che oggi è gestita malissimo e viene "deviata" da determinati interessi ben poco chiari e spesso criminali.

PER APPROFONDIRE,ARTICOLO SU BLASTING NEWS:

http://it.blastingnews.com/opinioni/2017/05/il-caso-del-cara-di-crotone-e-il-continuo-sfruttamento-dellimmigrazione-001706021.html

Il prete-boss, i volontari e i mafiosi nel paese che sfrutta l’accoglienza


Di Francesco Grignetti

Il primo impatto è da urlo: lungo il corso, tre ragazzotti su un motorino scalcagnato, rigorosamente senza targa, e senza casco, fanno lo slalom tra le auto. E poi i soliti vecchietti, seduti sulle panchine in ombra. Infine, e questa è la nota nuova, a trotterellare lungo la strada ci sono tantissimi giovani immigrati, per lo più dell’Africa nera. Benvenuti a Isola di Capo Rizzuto. «Comune del sole e dell’accoglienza», recita il cartellone all’ingresso del paese, appena usciti dalla statale ionica. Un paese dove, secondo l’ultima inchiesta della magistratura, s’era formata un’immonda alleanza tra il parroco, il sindaco, il volontariato e la ’ndrangheta. Tutti assieme voluttuosamente ad abbuffarsi con i soldi che lo Stato spende per accogliere i richiedenti asilo, trasformando la cassa del Centro nel bancomat (la «bacinella») per la cosca.  

Il Centro per richiedenti asilo è un grande spazio recintato, con i soldati al cancello, poco fuori dal paese, dirimpetto a un aeroporto che esiste solo sulla carta e sulle note spese di qualche ente locale. Dentro, ci sono appartamentini prefabbricati e una grande sala per la mensa. Millecinquecento posti per migranti e quasi mai un letto vuoto. L’ingresso è sbarrato agli estranei. Ogni tanto si sente una voce dagli altoparlanti. È come nei camping, ma qui chiamano qualcuno alla visita medica, oppure a un colloquio, o perché lo trasferiscono da qualche altra parte.  

Ecco, il cartello dice bene: Isola di Capo Rizzuto è uno di quei paesi che hanno scoperto l’industria dell’accoglienza. Al popolo dei gommoni serve tutto, dai pasti alla biancheria pulita, all’assistenza sanitaria, ai vestiti. E qui a gestire le cose c’è una Misericordia, benemerita associazione di volontariato che in Italia esiste dal Medioevo, ma che a Isola di Capo Rizzuto pare avere assunto le vesti di un’arcigna ’ndrina. 

Nel 2014, il Centro è costato 14 milioni di euro. Quasi 100 milioni in otto anni. E su questi soldi si sono buttati in tanti. Il principale accusato si chiama Leonardo Sacco ed è il gestore da una decina di anni. La «sua» Misericordia nel frattempo è diventata il motore economico del paese: non soltanto fa lavorare 300 famiglie per i servizi accessori al Centro, ma gestisce il poliambulatorio, il centro anziani, un ex cinema che stanno trasformando in bar-ristorante, la polisportiva annessa al santuario della Madonna greca.  

La Misericordia era il braccio esecutivo del parroco, don Edoardo Scordio, il motore immobile che da quarant’anni tutto può e tutto muove a Isola di Capo Rizzuto. Bene lo sa l’ex sindaco, Carolina Girasole, schiantata per essere entrata in conflitto con don Edoardo quella volta che osò affidare alcune terre confiscate al clan Arena a una cooperativa di «Libera» e non ai soliti noti. Lei si mise di traverso. Ed è finita che fu arrestata e infangata con l’accusa di voto di scambio, salvo essere assolta al processo (ma ora pende l’appello).  

Gli Arena, poi, sono i potentissimi capimafia. Se si guarda agli spelacchiati prati del Centro di accoglienza, tutt’intorno si notano soltanto le immense pale di un parco eolico che loro, quelli del clan, avevano creato sui propri terreni e certo non per spirito di ecologismo. A ben guardare, poi, quei terreni sono coltivati con pregiati finocchi, melanzane, pomodori. È una terra ricca, quella di Isola Capo Rizzuto. Ma state sicuri che a rompersi la schiena c’è qualche immigrato.  

Loro, ultimo gradino della società, entrano ed escono dal Centro ad occhi bassi. Racconta Djabati Alassane, 23 anni, della Costa d’Avorio, in un francese stentato: «Nel mio paese, lavoravo come meccanico. Ora sono qui dal 24 dicembre. Non faccio nulla, non c’è nulla da fare: mangio e dormo, e poi di nuovo mangio. E poi dormo». Kibron Tsesuly, 29 anni, eritreo, parla inglese: «Non c’è lavoro per noi, io ho chiesto asilo politico e ho indicato come possibili destinazioni la Svizzera, la Germania e l’Olanda». La sua storia è come quella di mille altri. «Ho pagato in tutto 3 mila e quattrocento dollari per passare dall’Eritrea all’Etiopia, poi al Sudan, ho attraversato il Sahara, ho aspettato 4 mesi in Libia e finalmente mi hanno fatto imbarcare su una barca piccolissima di legno. Come mi trovo? Bene. Il cibo italiano è buono, mi piace. Mangio molto pollo».  

È su questi disgraziati che la ’ndrangheta faceva affari, spacciando pasti che non esistevano o comunque erano di qualità infima. E chi doveva controllare, era complice. Anche il parroco? «Noi non ci crediamo», dicono risolute Elisabetta, Pina e le altre signore del paese, all’entrata del Duomo. Al pomeriggio si sono riunite in fretta per pregare. «Lo facciamo per don Edoardo».  

In manette il parroco: soldi per l'assistenza spirituale dei migranti

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Di Sergio Rame

Ci sono anche il parroco di Isola Capo Rizzuto, don Edoardo Scordio (70 anni), e il governatore della Misericordia, Leonardo Sacco (38 anni), tra le 68 persone fermate nel corso dell'operazione "Jonny" contro la cosca Arena.
Al centro dell'indagine, ed anche del fermo dei due personaggi particolarmente noti, c'è il centro di accoglienza per richiedenti asilo di Isola Capo Rizzuto gestito dal 2012 dalla potente confederazione delle Misericordie.
La struttura "Sant'Anna", posizionata in una vecchia area militare, lungo la statale 106, è una delle più grandi in Italia ed è capace di ospitare oltre 1.600 migranti al giorno. Più volte, in questi ultimi anni, erano emersi possibili collegamenti tra la 'ndrangheta, la gestione del centro per l'accoglienza degli immigrati, collegamenti evidenziati nel provvedimento di fermo della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. "La cosca - spiegano gli inquirenti - per il tramite di Sacco si è aggiudicata gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione presso il centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto e di Lampedusa, affidati a favore di imprese appositamente costituite dagli Arena e da altre famiglie di 'ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all'accoglienza dei migranti". Secondo l’accusa degli oltre 100 milioni di euro assegnati alla struttura, almeno 30 sarebbero stati dirottati nelle casseforti dei clan. Don Edoardo Scordio, invece, avrebbe gestito 132mila euro per l'assistenza spirituale dei migranti ospitati nel Cara "Sant'Anna".
Don Scordio, indicato come "gestore occulto" della Confraternita della Misericordia, sarebbe stato organizzatore di un vero e proprio sistema di sfruttamento delle risorse pubbliche destinate all'emergenza profughi, riuscendo ad aggregare le capacità criminali della cosca Arena e quelle manageriali di Sacco. In questo modo si sarebbe aggiudicato gli appalti indetti dalla Prefettura di Crotone per la gestione dei servizi, in particolare quello di catering, relativi al funzionamento dei centri di accoglienza richiedenti asilo "Sant'Anna" di Isola di Capo Rizzuto e di Lampedusa, affidati in sub appalto a favore di imprese costituite ad hoc dagli Arena e da altre famiglie di 'ndrangheta per spartirsi i fondi destinati all'accoglienza dei migranti. In particolare, le indagini hanno documentato come le società di catering riconducibili ai cugini Antonio e Fernando Poerio, nonché ad Angelo Muraca, dal 2001 abbiano ricevuto, inizialmente con la procedura dell'affidamento diretto e successivamente in subappalto, la gestione del servizio mensa del centro di accoglienza di Isola la cui conduzione era stata ottenuta dalla "Fraternita di Misericordia". Dal 2009 in poi l'affidamento avveniva in via d'urgenza, in ragione dello stato di emergenza dovuto all'eccezionale afflusso di extracomunitari che giungevano irregolarmente sul territorio nazionale, poi grazie a tre gare d'appalto vinte.

L'ATTACCO DI BEPPE GRILLO: 'MIGRANTOPOLI DEVE ESSERE SMANTELLATA,ALFANO SI DIMETTA'

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Di Salvatore Santoru

La notizia sul recente scandalo del CARA di Crotone(1) ha riacceso i riflettori sullo sfruttamento dell'immigrazione di massa che avviene in Italia.
Duro il commento di Beppe Grillo,che dal suo blog(2) scrive che "Migrantopoli deve essere smantellata".
Inoltre, nell'articolo apparso sul blog di Grillo e su quello ufficiale del Movimento 5 Stelle(3)si chiedono le dimissioni di Alfano.

NOTE:

(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2017/05/crotone-smantellata-cosca-arena-68.html

(2)http://www.beppegrillo.it/m/2017/05/migrantopoli_deve_essere_smantellata_alfano_a_casa.html

(3)http://www.ilblogdellestelle.it/migrantopoli_deve_essere_smantellata_alfano_a_casa.html

Crotone, smantellata cosca Arena: 68 fermi. Clan controllava il Cara di Isola Capo Rizzuto: “Ai migranti il cibo che si dà ai maiali”

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Di Lucio Musolino

Ci sono il capo della Misericordia Leonardo Sacco, che gestisce il Cara di Isola Capo Rizzuto, e il parroco don Edoardo Scordio tra i fermati dell’operazione “Jonny” che stamattina ha stroncato la cosca Arena. Sacco e Scordio sono accusati di associazione mafiosa, oltre a vari reati finanziari e di diversi casi di malversazione, reati aggravati dall’aver favorito la ‘ndrangheta. Sono 68 in tutto le misure cautelari disposte dalla Direzione distrettuale antimafia ed eseguite dalla guardia di finanza, dai carabinieri e dalla polizia di stato. Nel provvedimento di fermo, firmato dal procuratore Nicola Gratteri, dall’aggiunto Vincenzo Luberto e dal sostituto Domenico Guarascio, sono finiti boss e gregari della potente famiglia mafiosa ma anche i responsabili del Centro di accoglienza più grande del Sud Italia.
L’inchiesta dimostra come la ‘ndrangheta si fosse infiltrata nella gestione del centro riuscendo ad avere rapporti con soggetti che, come era trapelato negli ultimi anni, erano in contatto con i vertici del ministero dell’Interno. Ed è proprio sondando questi rapporti che gli inquirenti si sono imbattuti sulla figura del capo della Misericordia Leonardo Sacco, diventato il grimaldello che ha consentito alla cosca Arena di infiltrarsi nel business dei migranti. 
Associazione mafiosa, estorsione, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, malversazione ai danni dello Stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale, tutti aggravati dalla modalità mafiose. I dettagli del blitz saranno illustrati alle 11 durante una conferenza stampa a Catanzaro.  La cosca Arena aveva imposto la propria assillante presenza non solo sul crotonese, ma anche sull’area jonica della provincia di Catanzaro con estorsioni a tappeto ai danni di esercizi commerciali ed imprese anche impegnate nella realizzazione di opere pubbliche.
Tra il 2015 ed il 2016 infatti, secondo i pm, una cellula degli Arena era particolarmente attiva a Catanzaro dove ha perpetrato una serie impressionante di danneggiamenti a fini estorsivi. Così è stato anche nei comuni di Borgia e Vallefiorita, di rilevante interesse imprenditoriale e turistico, dove invece operavano cosche satelliti della famiglia mafiosa di Isola Capo Rizzuto.
“Indagando sulla famiglia Arena – ha detto il procuratore Gratteri – siamo arrivati all’interno del Cara di Isola Capo Rizzuto. All’interno sono successe cose veramente tristi: un giorno sono arrivati 250 pasti per 500 migranti. Ebbene 250 persone hanno mangiato il giorno dopo. Non solo era poco, ma solitamente era un cibo che si dà ai maiali. Questi si arricchiscono sulle spalle dei migranti. Questa è un’indagine che abbraccia quasi 10 anni di malaffare all’interno del Cara gestito in modo mafioso dalla famiglia Arena”.
“Il Centro di accoglienza e la Misericordia sono il bancomat della ‘ndrangheta” è il commento del generale Giuseppe Governale, comandante del Ros, secondo cui è stata la cosca Arena a scegliere i suoi uomini: “E tra questi ci sono Sacco e il prete Scordio”.  “Quest’indagine – ha spiegato il procuratore aggiunto Vincenzo Luberto – è figlia di un lungo lavoro. Siamo riusciti ad avere addirittura le foto delle consegne di denaro ad alcune società che avevano fini di lucro da parte della Misericordia che aveva vinto l’appalto ma è una onlus. Su 100 milioni di euro, 32 sono andati alla cosca Arena. Pensate che il prete, solo in un anno, ha percepito 150mila euro per l’assistenza spirituale dei migranti. Emerge uno spaccato inquietante – ha aggiunto Luberto – di ‘ndranghetisti che gestiscono il monopolio di reperti archeologici. Ma anche il controllo del gaming che ha demandato alla famiglia Arena”.
L’indagine comunque continua. “Ancora non siamo appagati” ha avvertito il procuratore Nicola Gratteri che ha sottolineato come più avanti ” si vedranno i rapporti di Sacco con altri pezzi delle istituzioni”. Nei mesi scorsi erano comparse delle fotografie di Sacco addirittura con l’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano. Sul punto, Gratteri è stato chiaro: “Tutto quello che aveva una rilevanza penale è stato inserito nel provvedimento di fermo. Non vogliamo che si perda la serietà di questa indagine”. Gli fa eco il procuratore aggiunto Luberto: “Per quanto riguarda le istituzioni, se siamo arrivati a questo punto sicuramente ci sono state delle commissioni di controllo. Innanzitutto da parte della magistratura e di tutte quelle istituzioni che erano deputate al controllo”.

Migranti, il Cara in mano ai clan: così si spartivano i fondi europei

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Di Giovanni Neve
Associazione di tipo mafioso, estorsione, porto e detenzione illegale di armi, intestazione fittizia di beni, malversazione ai danni dello Stato, truffa aggravata, frode in pubbliche forniture e altri reati di natura fiscale, tutti aggravati dalla modalità mafiose.
Sono i reati contestati alle 68 persone arrestate la scorsa notte nella maxi operazione, denominata "Jonny", che ha impegnato oltre 500 agenti e ha consentito di smantellare la cosca che fa capo alla famiglia Arena (guarda il video). Nelle loro mani c'era anche la gestione del centro di accoglienza per migranti di Isola Capo Rizzuto.
I provvedimenti, emessi dalla Direzione distrettuale antimafia guidata dal procuratore capo Nicola Gratteri, a seguito di indagini coordinate dal procuratore aggiunto Vincenzo Luberto, hanno smantellato la storica e potentissima cosca di 'ndrangheta che fa capo alla famiglia Arena e che è da tempo al centro di articolati traffici criminali nelle provincie di Catanzaro e Crotone. Oltre ad avere interessi nelle attività legate al gioco e alle scommesse, secondo gli investigatori, la cosca Arena, "aveva imposto la propria assillante presenza anche sull'area ionica della provincia di Catanzaro dove, direttamente attraverso i propri affiliati", grazie anche a fiduciari, "aveva monopolizzato il business delle estorsioni ai danni di esercizi commerciali e imprese anche impegnate nella realizzazione di opere pubbliche". Tra il 2015 ed il 2016 infatti, in particolare a Catanzaro, una cellula, dipendente dalla cosca madre di Isola Capo Rizzuto ma radicata nel capoluogo, "aveva perpetrato una serie impressionante di danneggiamenti a fini estorsivi per fissare con decisione la propria influenza sull'area mentre cosche satelliti della famiglia avevano fatto altrettanto nell'area, di rilevante interesse imprenditoriale e turistico, immediatamente a sud di Catanzaro ricadente nei comuni di Borgia e Vallefiorita".
La cosca Arena lucrava sull'accoglienza dei migranti nel Cara "Sant'Anna" di Isola Capo Rizzuto grazie alla collusione con esponenti della "Fraternita di Misericordia", l'ente che gestisce il centro dell'isola lungo la statale 106. Dalle indagini è emersa un'infiltrazione del clan, da più di un decennio, in tutte le attività imprenditoriali connesse al funzionamento dei servizi di accoglienza del Cara. Secondo gli investigatori, il tramite era Leonardo Sacco, governatore della Misericordia, che ha permesso di aggiudicare a imprese create ad hoc dai mafiosi gli appalti indetti dalla prefettura di Crotone per le forniture dei servizi di ristorazione presso il centro di accoglienza di Isola di Capo Rizzuto e di Lampedusa. Gli Arena e altre famiglie di 'ndrangheta si spartivano così i fondi europei destinati all'accoglienza dei migranti. Secondo l’accusa degli oltre 100 milioni di euro assegnati alla struttura per accogliere oltre 1600 immigrati al giorno, almeno 30 sarebbero stati dirottati nelle casseforti dei clan. Nei guai è finito anche il parroco di Isola Capo Rizzuto, don Edoardo Scordio (70 anni).

GLI SCAFISTI IN AFFARI CON LA POLIZIA LIBICA: IL RAPPORTO DEGLI 007 SUL TRAFFICO DEI MIGRANTI – LA GUARDIA COSTIERA DI TRIPOLI FERMA I BARCONI E SE NON PAGANO IL PIZZO SEQUESTRA I MOTORI – IL PM DI TRAPANI CONFERMA ZUCCARO: LA MAFIA HA MESSO LE MANI SUI CENTRI D’ACCOGLIENZA


1. GLI 007: «FUNZIONARI LIBICI FAVORISCONO IL TRAFFICO DI MIGRANTI»

Valentino Di Giacomo per “il Messaggero”

Sono tre i principali gruppi di trafficanti di esseri umani attivi in Libia nel mirino degli 007 europei. Gruppi che riescono ad alimentare il flusso di migranti verso le nostre coste con la complicità della Guardia costiera del governo di Tripoli. Secondo fonti dell'intelligence austriaca, sarebbero queste connivenze, più che l'attività svolta in mare dalle navi delle ong, ad aver agevolato il recente flusso di sbarchi.

barconi in partenza da SabratahBARCONI IN PARTENZA DA SABRATAH
I contatti tra le Ong e gli scafisti, più volte documentati dalla Marina e dalle maggiori agenzie di sicurezza europee, è un fenomeno che è esistito, ma che, in base alle informazioni, avrebbe un impatto sulla quantità di sbarchi significativamente inferiore rispetto ai loschi rapporti imbastiti, sulla terraferma, tra scafisti e guardie libiche compiacenti.

LE ORGANIZZAZIONI
Un rapporto dell'Hna una delle tre agenzie d'intelligence austriache fa luce proprio sull'enorme giro di danaro tra i mercanti di uomini e i delegati del governo di Tripoli che, teoricamente, sarebbero preposti a tenere sotto controllo il flusso migratorio in partenza dalle coste nordafricane.

A Sabratah, la città a 80 chilometri a Ovest di Tripoli da cui salpano gran parte dei barconi, il capo del Dipartimento locale anti-migrazione irregolare, che opera sotto il ministero degli Interni del provvisorio governo Sarraj, appartiene a una potente tribù. È l'uomo che decide, in accordo con i trafficanti sotto un adeguato compenso, chi e quando deve partire. Secondo il rapporto, in questa città esistono due potenti organizzazioni che gestiscono il business dei migranti, la prima fa capo ad Ahmed Dabbashi, che nel 2011 si contraddistinse nella lotta all'ex regime di Gheddafi.
migranti in attesa di imbarcoMIGRANTI IN ATTESA DI IMBARCO

Grazie alla notorietà acquisita in battaglia Dabbashi ha messo in piedi una delle più potenti milizie locali che depreda e schiavizza i migranti prima di lasciarli partire sempre più spesso in accordo con i delegati libici verso l'Italia. L'altra organizzazione, specializzata nel business dei barconi, è gestita da Mussab Abu Ghrein, che si occupa prevalentemente di sudanesi e altri migranti subsahariani. Per i propri traffici Ghrein ha sfruttato invece i saldi rapporti di sangue tra la propria tribù d'appartenenza e quelle al confine con il Niger.

LA CORRUZIONE
Un giro di affari e connivenze, documentato da informative d'intelligence di più Paesi europei, mostra come i controllori (i delegati del governo) e i controllati (i trafficanti) anziché essere in conflitto, siano riusciti ad alimentare un sistema economico ben strutturato.

Libia Guardia CostieraLIBIA GUARDIA COSTIERA
È lo stesso fenomeno che avviene a trenta chilometri a Est di Sabratah, nella città di Ez Zauia dove si trova un altro hub del Mediterraneo. Anche qui i delegati del governo, che dovrebbero controllare la frontiera occidentale, fanno affari d'oro con i trafficanti e, quando invece non riescono a giungere ad un accordo, passano alle maniere forti. A Ez Zuia le organizzazioni degli scafisti sono costretti a pagare tangenti ai capi della marina libica, altrimenti, una volta partiti i barconi, gli uomini del governo fermano in mare le imbarcazioni e molto spesso si impossessano dei motori per poi rivenderli al mercato nero.

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Qui il capo dei trafficanti si chiama Abdurhaman Milad, da tutti conosciuto come «al-Bija» che ha parentele con chi gestisce il centro di detenzione per migranti della città. La «prigione degli stranieri», aperta lo scorso anno, è gestita dalla famiglia Nasser che appartiene alla tribù Abu Hamayra, la stessa di cui fa parte al-Bija. A Ez Zuia la situazione è ancora più paradossale: oltre al centro dei Nasser, c'era un altro campo dove venivano rinchiusi i migranti, quello di Abu Aissa sotto la diretta gestione del governo di Tripoli.

Ma gli uomini delle milizie di Nasser, grazie a continui raid armati di kalashnikov, hanno provocato la chiusura della struttura di Abu Aissa per accaparrarsi più migranti. E si ricorre a sparatorie ed esecuzioni anche tra le due potenti organizzazioni di Sabratah e quella di Ez Zuia che sono spesso in conflitto tra di loro su chi deve avere il controllo delle partenze. Il predominio viene risolto attraverso regolamenti di conti proprio come avviene tra clan della camorra o della mafia.

I VIAGGI
migranti 2MIGRANTI 2
Il dossier austriaco spiega che la maggior parte dei migranti arriva dalla Nigeria, dal Gambia, dalla Somalia e dall'Eritrea. I disperati fuggono da guerre e carestie affrontando ogni genere di sopruso pur di arrivare in Libia e poi giungere in Europa attraverso i barconi. I migranti sono motivati ad arrivare in Libia perché, prima della caduta del regime di Gheddafi, il Paese nordafricano era considerato uno Stato ricco e con buone possibilità per reperire mezzi di sostentamento da procurarsi prima di navigare verso l'Italia.


2. PM TRAPANI: ONG INDAGATE PER FAVOREGGIAMENTO ALL’IMMIGRAZIONE

Alessandra Ziniti per la Repubblica

"Alla Procura di Trapani risulta che in qualche caso navi delle Ong hanno effettuato operazioni di soccorso senza informare la centrale della Guardia costiera". Davanti ai componenti della commissione Difesa del Senato, il procuratore Ambrogio Cartosio da risposte secche e dirette pur non scendendo in alcun particolare dell'inchiesta aperta dalla sua procura sull'ipotesi di reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina  - ha precisato " che coinvolgono non le Ong come tali ma persone fisiche delle Ong".
ONG MIGRANTI2ONG MIGRANTI2

Il procuratore si è trincerato dietro il segreto istruttorio sul contenuto della sua indagine specificando solo che "la presenza delle navi delle Ong in un fazzoletto di mare potrebbe costituire, non da solo, ma con altri elementi, un elemento indiziario forte per dire che sono a conoscenza che in quel tratto di mare arriveranno imbarcazioni di migranti e dunque ipotizzare il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. Soggetti a bordo delle navi sono evidentemente al corrente del luogo e del momento in cui arriveranno i migranti.

Andrea TarondoANDREA TARONDO
“Ma - ha anche osservato il procuratore di Trapani - la risposta a questo quesito deve arrivare tenendo conto della legislazione italiana che prevede una causa di giustificazione. Se una nave qualsiasi viene messa al corrente del fatto che c'è il rischio che un'imbarcazione possa naufragare ha il dovere di soccorrerla in qualsiasi punto e questo principio travolge tutto. Insomma, per la legislazione italiana si potrebbe dire che viene commesso il reato di favoreggiamento di immigrazione clandestina ma non è punibile perché commesso per salvare una vita umana"

zuccaroZUCCARO
Il sostituto procuratore Andrea Tarondo ha poi riferito un recentissimo episodio che proverebbe il doppio gioco delle forze di polizia libiche. Due migranti algerini arrivati a Trapani il 28 marzo scorso hanno raccontato di essere saliti su un gommone in Libia scortati da un altro gommone con a bordo uomini in divisa con la scritta polizia. Dopo alcune miglia una nave della polizia libica avrebbe fermato le due barche sparando e ci sarebbe stata una lite in mare tra le due unita libiche. Probabilmente la nave che aveva fermato il gommone chiedeva soldi per lasciar passare i migranti scortati da un altro gommone della polizia evidentemente d'accordo con i trafficanti.

centri di accoglienza 8CENTRI DI ACCOGLIENZA 8
Il procuratore Cartosio ha quindi sottolineato che la sua indagine non ipotizza affatto comportamenti che possano far pensare a reati di associazione per delinquere e dunque non di competenza della Direzione distrettuale antimafia di Palermo.

A conclusione della sua audizione il procuratore di Trapani ha escluso di avere elementi per dire che i finanziamenti delle Ong possano avere origini illegittime è che le finalità dei soccorsi in mare delle navi umanitarie possano avere obiettivi diversi. Cartosio ha invece confermato le affermazioni del collega di Catania Zuccaro sugli interessi mafiosi nei centri di accoglienza. "Qui - ha detto - la cosa è ben diversa. Dalle nostre indagini è emerso che soggetti contigui alle organizzazioni mafiose erano inseriti nel business dell'accoglienza e in qualche caso le autorizzazioni sono state revocate".

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