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ZOPPOLA, Gesù sostituito con Perù in una canzone natalizia della scuola primaria

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Di Salvatore Santoru

Come riporta l'ANSA(1) in una scuola primaria di un paese della provincia di Pordenone si è eseguita una canzone natalizia utilizzando Perù al posto di Gesù.
Più specificatamente, tale scelta sarebbe stata motivata dalla volontà di non urtare la sensibilità dei bambini stranieri e il fatto è successo nella scuola primaria Beato Odorico di Zoppola.

NOTA E PER APPROFONDIRE:

(1) http://www.ansa.it/friuliveneziagiulia/notizie/2017/12/30/gesu-sostituito-con-peru-in-una-canzone-per-rispetto-dellislam_060424f1-20a9-49fa-9a9a-4df4cc932e99.html

Donald Trump contro la Cina: “Fornisce petrolio a Nord Corea”

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La Cina continua a fornire petrolio al regime di Kim Jong-un in barba alle sanzioni votate dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. L’accusa arriva dalla Casa Bianca, ed è corroborata dalle immagini dei satelliti Usa che mostrano una nave battente bandiera cinese che dal mese di ottobre almeno 30 volte ha rifornito al largo della penisola coreana un’imbarcazione di Pyongyang.
“Colti in flagrante”, ha scritto il presidente Donald Trump su Twitter, tornando a minacciare le maniere forti a scapito della via diplomatica. “Sono molto deluso che la Cina stia permettendo che il petrolio arrivi in Corea del Nord. Non ci sarà mai una soluzione amichevole se questo continua a succedere”.
E intanto il tycoon si appresta a lanciare una nuova sfida alla comunità internazionale. Dopo il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, infatti, il suo prossimo obiettivo è lo storico accordo sul programma nucleare dell’Iran. Il presidente americano – secondo le testimonianze raccolte da Politico – sta valutando di farne definitivamente carta straccia al suo rientro alla Casa Bianca dopo la pausa di fine anno. Cancellando così uno dei risultati più importanti raggiunti in politica estera da Barack Obama.
Che Corea del Nord e Iran siano le principali sfide in politica estera dell’inizio del 2018 lo conferma anche il segretario di stato Usa Rex Tillerson che, nonostante i noti dissapori col presidente, ribadisce in una lettera aperta al New York Times come Trump abbia buttato a mare la “fallimentare strategia della pazienza di Obama”.
Per quel che riguarda l’Iran in particolare, Trump il suo ultimatum lo aveva già lanciato a metà ottobre: se lavorando con il Congresso e con gli alleati non riusciremo a migliorare “il peggior accordo di sempre” questo sarà cancellato. Passati più di due mesi il presidente americano giudica nulli i progressi fatti e sarebbe più che mai determinato a mantenere quella che è stata una delle sue principali promesse elettorali. Anche a costo di dare un altro schiaffo all’Onu e ai principali alleati europei. E di far irritare Russia e Cina, anch’esse firmatarie dell’intesa con Teheran siglata nel luglio del 2015.
“Vuole uccidere l’accordo”, racconta chi gli sta vicino in questi giorni nella reggia di Mar-a-Lago, in Florida. E per farlo potrebbe approfittare di un paio di scadenze che gli si presenteranno davanti proprio all’inizio del nuovo anno. La prima è quella dell’11 gennaio, quando come ogni 90 giorni il presidente americano dovrà verificare se l’Iran stia rispettando gli impegni presi. Secondo gli ispettori inviati dalla comunità internazionale fino ad oggi non vi sarebbe alcuna seria violazione. Ma nonostante ciò Trump si è finora rifiutato di avallare questo giudizio, accusando Teheran di sostenere il terrorismo e di destabilizzare l’area.
La seconda deadline è quella tra il 12 e il 17 gennaio, quando Trump dovrà decidere se continuare a congelare quelle sanzioni verso Teheran che in base all’accordo non potranno essere eliminate ancora per molti anni. Finora è sempre stato fatto, ma il tycoon adesso potrebbe essere tentato dal reintrodurle. Per gli esperti sarebbe l’inevitabile rottura col regime degli ayatollah, che per rappresaglia potrebbe davvero far ripartire il programma nucleare.
Per questo tale opzione viene fortemente contrastata ai massimi livelli nell’amministrazione Usa: dallo stesso segretario di stato Rex Tillerson al capo del Pentagono James Mattis, passando per il consigliere per la sicurezza nazionale H.R.MacMaster. 

Rifiuti, l’Emilia Romagna salva Roma: li prenderà in quantità limitate per 40 giorni

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Quantità limitate e prestabilite, tassativamente non superabili e non reiterabili, inferiori rispetto ad analoghi interventi passati, e per un periodo limitato, poco più di 40 giorni effettivi. “Per solidarietà istituzionale e senso di responsabilità verso i cittadini e la collettività romana e per l’immagine del Paese a livello internazionale, visto che si parla della Capitale”. L’Emilia-Romagna ha deciso di accogliere la richiesta della Regione Lazio legata all’emergenza rifiuti a Roma chiudendo così la polemica che nei giorni scorsi aveva contrapposto il governatore emiliano alla sindaca della capitale Virginia Raggi.
In una propria delibera, la Giunta ha fissato limiti rigidi quanto a tempi e quantitativi: saranno i termovalorizzatori di Parma, Modena e Granarolo nel bolognese, individuati d’intesa con gli amministratori locali, a smaltire non più di 15mila tonnellate complessive (5mila per ogni impianto) di rifiuti indifferenziati provenienti dalla Capitale. Quantità che rientrano nelle capacità termiche già programmate per singoli impianti: vista la necessità espressa da Roma, smaltire 350 tonnellate giornaliere, l’impegno per l’Emilia-Romagna non supererà i 43 giorni pieni. In caso di giornate senza smaltimenti o con smaltimenti parziali, l’atto della Giunta fissa comunque in massimo 60 giorni effettivi l’impegno regionale a partire dal primo conferimento negli stabilimenti individuati.
“Una decisione non facile – affermano il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, e l’assessore all’Ambiente, Paola Gazzolo – Abbiamo comunque scelto di raccogliere la richiesta arrivata dal governatore Zingaretti per senso di responsabilità di fronte a difficoltà e a una emergenza che non possono continuare a ricadere sui cittadini di Roma e per solidarietà istituzionale, specie di fronte all’appello a sindaci e Regioni arrivato dallo stesso Zingaretti. Negli ultimi due anni abbiamo dato una mano, una sola volta all’anno, a chi aveva bisogno e non ci tiriamo indietro nemmeno stavolta, con tempi e quantitativi certi e non superabili. Sia chiaro, però, che è ora di dire basta, di cambiare e adottare ovunque misure strutturali che portino a una svolta, senza dover ricorrere all’intervento di altri territori virtuosi. In Emilia-Romagna siamo pienamente autosufficienti sullo smaltimento- proseguono Bonaccini e Gazzolo – e siamo tra le regioni più virtuose in Italia per la raccolta differenziata che quest’anno ha raggiunto il 62%. E con l’introduzione della tariffazione puntuale punteremo a superare il 70% nel 2020. Sono risultati frutto di scelte precise, a partire dalla legge per l’economia circolare che premia i comuni più virtuosi con sgravi sulle bollette. Nel 2018 aggiungeremo altri 2 milioni di euro per premiare ancora di più i cittadini che differenziano e per migliorare il rendimento dei territori, perché vogliamo che il riciclo aumenti. Dunque, si può fare e bene: le amministrazioni locali ancora indietro, passino dalle parole ai fatti, per passare dall’emergenza all’autosufficienza”.
Come spiega Repubblica, i costi di conferimento e le modalità di pagamento saranno pattuiti direttamente tra i gestori degli impianti di partenza e di arrivo dei rifiuti, in linea con i costi emiliano-romagnoli, con una quota “verde” aggiuntiva che sarà versata ai comuni di Parma da parte della società Iren Ambiente spa e di Modena e Granarolo (Bo) da parte della società Hera Ambiente spa, con il coinvolgimento diretto delle amministrazioni locali. Il trasporto dei rifiuti dovrà avvenire nel rispetto delle norme vigenti a salvaguardia dell’ambiente e sarà monitorato da Arpae, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale.
Sul tema è intervenuto anche il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti: “La soluzione trovata, emergenziale e dunque necessariamente limitata nel tempo, è utile a scongiurare l’ennesima situazione di crisi per Roma: si usi questo tempo e questa apertura istituzionale per individuare le soluzioni strutturali che da tempo mancano a Roma quando si parla di chiusura del ciclo integrato dei rifiuti”.

M5S, via libera alle nuove regole: gli indagati potranno candidarsi, maxi multa a chi lascia

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http://www.lastampa.it/2017/12/30/italia/politica/ms-via-libera-alle-nuove-regole-gli-indagati-potranno-candidarsi-maxi-multa-a-chi-lascia-pkFO0O3G3NmYx5TEfmMCRO/pagina.html

La corsa alle elezioni è partita, con tanto countdown: da oggi un timer segna giorni, ore, minuti e secondi che ci separano dalle elezioni del 4 marzo, almeno sul blog di Beppe Grillo.


I 5 Stelle si attrezzano con nuovo statuto e nuovo codice etico, cercando di fare tesoro delle lezioni del passato: multa di 100mila euro per chi abbandona il gruppo parlamentare o consiliare (risposta alle tante defezioni che si sono registrate in questi anni); incandidabilità solo per chi lede l’immagine del Movimento e non per chiunque venga raggiunto da un avviso di garanzia (e qui la mente va ai sindaci, come Virginia Raggi o Filippo Nogarin); obbligo, per i parlamentari eletti nelle fila M5s di votare a favore di qualsiasi fiducia posta da un eventuale, futuro presidente del Consiglio pentastellato.

Ma la prima, attesa novità riguarda le candidature alle parlamentarie. Di Maio, capo politico del movimento, annuncia che anche lui si sottoporrà all’esame della base. Assieme a lui, tutti coloro che sono nuovi e vecchi iscritti (questi dovranno rinnovare l’iscrizione accogliendo le nuove norme contenuto nello statuto e nel codice etico”. Per iscriversi o aggiornare l’iscrizione c’è tempo fino alle 12 di mercoledì 3 gennaio.

Nessuna apertura alla possibilità di candidare non iscritti, come da una ipotesi circolata nei giorni scorsi: quella dell’iscrizione al Movimento resta una condicio sine qua non per diventare “portavoce del Movimento”. A metà gennaio, poi, parola alla base con le `parlamentarie´.

A vigilare su tutto questo, c’è lui, Di Maio, nella sua veste di Capo Politico. Ma soprattutto c’è il Garante, Beppe Grillo, al quale spetta la prerogativa - qualora lo ritenga necessario - di sfiduciare lo stesso capo politico. Il garante, tra l’altro, è l’unico ruolo «a tempo indeterminato» previsto dallo Statuto e, dunque, si configura come il vero vertice del movimento. Un ruolo rafforzato ancora di più da questo nuovo statuto nel punto in cui ne enuncia «il potere di interpretazione autentica, non sindacabile» dello statuto.

Accanto a garante e capo politico c’è poi il Comitato di garanzia e quello dei Probiviri. Il primo, nello specifico, conta esponenti di primo piano del Movimento, tutti ultra ortodossi, come Giancarlo Cancelleri, Vito Crimi e Roberta Lombardi, quelli del secondo Paola Carinelli, Nunzia Catalfo e Riccardo Fraccaro: tutti `ultra ortodossi´ del Movimento.

Come annunciato da Di Maio, si fanno più serrate le regole per «difendersi dagli approfittatori» e, dunque, per chi ricopre cariche istituzionali, in primis per sindaci e presidenti di Regione. «In caso di espulsione del MoVimento 5 Stelle», chi ricopre cariche elettive è tenuto «a dimettersi dalla carica». Una norma che chiama in causa quasi esplicitamente il caso Pizzarotti, con il sindaco di Parma allontanato dal Movimento, ma che ha rifiutato di lasciare la carica al Comune.
Licenziati statuto e codice, non resta che trovare i candidati. Di qui l’appello di Di Maio: «Voglio fare un appello a tutti i cittadini di grande competenza ed esperienza, che sono stati esclusi dalla cosa pubblica perché al loro posto venivano piazzati i burocrati di partito. Queste persone vedano nel MoVimento una possibilità di partecipazione irripetibile per cambiare il Paese. A queste persone chiediamo di iscriversi al MoVimento, condividerne il programma votato in Rete, rispettare le nostre poche e semplici regole (due mandati e a casa, non essere iscritti a partiti ecc), di impegnarsi a tagliarsi lo stipendio se eletti, di accettare tutti i punti del regolamento per i candidati e di mettersi al servizio di un sogno». Il conto alla rovescia è partito.

Le bombe italiane impiegate nello Yemen

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Di Mauro Indelicato
‘A 4447’: è una sigla che, a prima vista, potrebbe anche non dire nulla ma che in realtà ha svelato alcuni dei più importanti retroscena di uno dei conflitti più cruenti degli ultimi anni, ossia quello dello Yemen. Questa sigla è stata ritrovata nei frammenti di diverse bombe cadute nel paese arabo in questi due anni di guerra; sono ordigni sganciati dai caccia sauditi: questa scritta è stata trovata, ad esempio, tra i detriti causati dallo scoppio di una bomba lanciata dai militari della famiglia Saud in pieno centro a Sana’a, oppure ancora a Der al Hajari l’8 ottobre 2016, in cui un bombardamento ha ucciso sei civili, di cui quattro bambini. La sigla A 4447 altro non è che un numero di matricola il quale indica la provenienza dell’ordigno; la lettera iniziale e le quattro cifre successive dimostrano come la produzione di queste bombe sia della tedesca RWM, la cui sede è però in Italia e precisamente in provincia di Brescia mentre la fabbrica, da dove escono tali armi, è nel cuore della Sardegna e precisamente nella cittadina di Domusnovas, nella provincia che ha Carbonia come capoluogo. In parole povere, gran parte degli ordigni lanciati dai sauditi sulle città yemenite sono di fabbricazione italiana.

L’inchiesta del New York Times

Nei giorni scorsi il quotidiano newyorkese più famoso ha pubblicato nel suo sito un reportage video; obiettivo dell’inchiesta è quello di svelare il tragitto che, dall’Italia, permette il trasporto in Arabia Saudita di migliaia di bombe destinate a caricare quei caccia pronti a sganciare il proprio carico di morte sulle città yemenite. Nel video viene seguito, in particolare, il tragitto della nave cargo ‘Bahri Jeddah’ battente bandiera saudita; salpata dal porto di Cagliari nello scorso mese di giugno, dopo qualche settimana la nave viene fotografata nel porto saudita di Jeddah: a bordo vi è un carico che, seguito quando il contenuto viaggiava ancora sulle strade sarde, veniva indicato come ‘pericoloso’ e scortato dunque anche dai Carabinieri. Secondo il NYT, sulla Bahri Jeddah vi erano gli ordigni con matricola A 4447 prodotti a Domusnovas presso lo stabilimento RMW Italia, società appartenente alla multinazionale tedesca Rheinmetall.
Da Jeddah poi, il carico del cargo saudita salpato dalla Sardegna viene quindi trasportato a Taif, lì dove vi è la sede di una delle basi della Royal Saudi Armed Forces; è da qui poi che il materiale viene assemblato e caricato sugli aerei militari di Riyadh, i quali poi entrano in azione nello Yemen. Dallo stabilimento delle campagne sarde quindi, le bombe arrivano a cadere nelle città del paese arabo alle prese, dal 2015, con la guerra con la quale i Saud sperava di battere gli sciiti Houti nel giro di poco tempo; in realtà il conflitto è in una fase di stallo con nessuna delle parti in causa che riesce a prevalere sull’altra e questo, tra le altre cose, sta portando al peggioramento della già precaria situazione umanitaria, con milioni di persone impossibilitate ad essere raggiunte da medicine e generi di prima necessità.

Un commercio che non conosce crisi

Ma il NYT non è il primo a documentare la vendita di armi italiane all’Arabia Saudita; già da anni associazioni e politici locali lamentano la complicità delle istituzioni nel dramma che sta vivendo lo Yemen, per via della produzione di migliaia di ordigni nella sede sarda della RMW Italia. Tra i primi a denunciare il fatto, è stato l’ex presidente della Regione Sardegna Mauro Pili, attualmente deputato del gruppo regionalista ‘Unidos’ ma eletto nel 2013 nelle liste del centro – destra; in più occasioni Pili ha documentato con filmati e foto la partenza, dall’aeroporto cagliaritano di Elmas, di bombe ed ordigni prodotti dalla RMW Italia a Domusnovas. Di recente, proprio Pili in un video ha mostrato la Bahri Jeddah mentre era ancorata al porto di Cagliari; in Parlamento, a fargli eco, è stato il deputato sardo grillino Roberto Cotti, il quale in commissione ha chiesto la legittimità del provvedimento che ha concesso l’autorizzazione alla vendita di armi ai sauditi. Anche numerose associazioni locali, nei mesi scorsi, si sono mobilitate per chiedere la fine della produzione delle armi nelle campagne di Domusnovas; diverse, in tal senso, sono state le manifestazioni operate all’ingresso dello stabilimento della RMW.
A livello giornalistico, il primo a mettere in risalto il ruolo del nostro paese nella guerra nello Yemen, è stato l’irlandese Malachy Brown di Reported.ly; nel suo reportage, tradotto in Italia da IlPost nel giugno 2015, il giornalista ha certificato il trasporto di Mk82 ed Mk84 prodotte dalla RMW dal porto di Genova a quello di Jeddah. Questo primo passaggio di armi dal nostro paese al porto saudita, è avvenuto il 12 maggio 2015 grazie ad una nave della compagnia ‘Jolly Cobalto’; in seguito, sono stati effettuati diversi volti da Cagliari fino all’aeroporto militare di Taiff, spesso di notte e documentati in parte dal sopra citato deputato Mauro Pili. Non sono mancati anche altri trasporti via mare, tanto dal porto cagliaritano quanto da quello di Olbia; spulciando i dati delle esportazioni delle armi italiane del 2016, è emerso come la RMW è la terza società con sede in Italia ad avere maggiori licenze dietro soltanto a Leonardo (ex Finmeccanica) e Ge Avio.
Il fatturato per la società che opera in Sardegna è stato di quasi cinquecento milioni di Euro, pari a poco più del 3% del valore totale delle esportazioni di armi italiane (Leonardo, da sola, assorbe una percentuale pari all’80%); gli affari dati dalla vendita di bombe all’Arabia Saudita sembrano quindi essere molto redditizi per la società italo – tedesca: testimonianza ne è il fatto che, nel mese di novembre 2016, la stessa RMW ha chiesto il permesso per ampliare il proprio stabilimento di Domusnovas, tra le polemiche delle associazioni e dei politici locali.

La vendita ai sauditi è legale?

La domanda dunque sorge spontanea: il commercio che dalla Sardegna porta le bombe della morte nello Yemen è conforme alle leggi italiane e comunitarie? Al di là dell’aspetto etico, certamente importante, le denunzie dei deputati sopra citati e delle locali associazioni ha una base giuridica? Se, dal canto suo, il Ministro della Difesa Roberta Pinotti appare tranquilla nel rispondere alla domanda di un cronista nel reportage del NYT, in cui la titolare del Ministero ha affermato che ‘Tutto viene fatto nel rispetto delle leggi’, da più parti sia in Italia che all’estero arrivano non poche perplessità. A favore di chi mette in discussione la legalità delle operazioni sopra descritte, vi è il richiamo alla legge 185/1990 che, in tema di controllo dell’esportazione dei materiali di armamento, cita testualmente come ‘L’esportazione ed il transito dei materiali di armamento, nonché la cessione delle relative licenze di produzione, sono vietati quando siano in contrasto con la Costituzione […] ed è altresì vietato (n.dr.) il transito, il trasferimento, intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento verso i Paesi in Stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 delle Carta delle Nazioni Unite’.
Ma non solo: anche spulciando il trattato sugli armamenti dell’UE la legalità del trasporto di armi in un paese in guerra, come l’Arabia Saudita, sarebbe contro le regole; pur tuttavia, il commercio prosegue senza interruzione e, soprattutto, senza conoscere la ben che minima crisi. L’Italia, di fatto, al di là del discorso meramente incentrato sulla legalità delle operazioni, è complice dei bombardamenti civili effettuati dai sauditi nello Yemen.

LIBRO: Strasserismo, storia e repressione della sinistra radicale del nazionalsocialismo



Di Salvatore Santoru

Venerdì 29 dicembre 2017 ho pubblicato un nuovo ebook basato sulla storia dello strasserismo, una corrente facente parte dell'ala di sinistra del movimento nazionalsocialista e che venne repressa dal regime nazista



Tale tematica è relativamente ancora poco conosciuta e con la pubblicazione di questo ebook spero di poter contribuire a generare interesse in chi vuole approfondire la storia degli aspetti meno conosciuti del nazismo e dell'ideologia nazionalsocialista.

Inoltre, leggendo tale ebook si potranno ricevere delle informazioni di base ed essenziali per una maggiore analisi e approfondimento dello strasserismo e della sua storia.

Quel tè cancerogeno dalla Cina che viene venduto anche in Europa

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Di Michele Crudelini
“La Cina è ora il secondo più grande partner commerciale dell’Unione europea”. Così afferma orgogliosamente il sito della Commissione europea nella sezione dedicata, appunto, al gigante asiatico.

Gli scambi tra Cina e Ue crescono di anno in anno

Bruxelles è fiera di questo rapporto commerciale che migliora di anno in anno. Poche righe più in basso si può leggere come la Cina sia “la più grande fonte di importazioni al mondo nell’area dell’Unione” e per favorire ancor di più questa relazione i due attori stanno lavorando da quattro anni a questa parte ad un Investment Agreement. Lo scopo è di favorire un libero accesso agli investimenti da entrambe le parti. Si sta dunque assistendo, come in qualsiasi processo di globalizzazione, ad una riduzione spaziale della distanza fisica tra due soggetti (Cina e Unione europea) con l’obiettivo di velocizzare e facilitare gli scambi commerciali.
Chi giudica il fenomeno della globalizzazione in chiave esclusivamente positiva descriverà quest’eventualità come un traguardo per la libertà d’iniziativa delle persone. Senza restrizioni costrittive da parte di enti, quali gli Stati, gli individui possono così esercitare liberamente la propria iniziativa. Qualsiasi fenomeno complesso, globalizzazione compresa, racchiude però in sé elementi contraddittori. In questo caso, per esempio, l’errore sta nell’interpretazione della parola “libertà” in termini assoluti. Quando si parla di globalizzazione, infatti, la libertà riguarda quasi esclusivamente l’aspetto economico della vita. E nel caso Ue-Cina si parla appunto di libertà commerciale.

Una confessione choc che mina la credibilità dei controlli europei

Purtroppo quando due soggetti si relazionano su aspetti prettamente economici l’interesse di entrambi sarà quello di massimizzare il proprio profitto. “Business is business” è la massima della cultura imprenditoriale e proprio come nel proverbio il business non guarda in faccia a nessuno, solamente a se stesso. Così si viene a scoprire che quella relazione commerciale tanto esaltata dalla Commissione europea ha invece un lato negativo per la salute di tutti i cittadini europei.
Lo ha rivelato un ex manager dell’industria agroalimentare francese, Christophe Brusset, all’interno del libro “Siete pazzi a mangiarlo!”, uscito nell’ottobre 2016 ed edito da Piemme. Il manoscritto rappresenta una sorta di confessione/denuncia fatta dall’autore contro l’industria dell’agroalimentare francese, ed in generale europea, che avrebbe chiuso più di un occhio sulla qualità delle importazioni cinesi proprio in nome del business sopracitato.
“Per quasi vent’ anni ho lavorato per grandi aziende del settore agroalimentare, molto note e tutte ampiamente fornite di certificazioni e marchi di qualità, ma la cui etica era solo di facciata. Per queste società, il cibo non ha nulla di nobile: si tratta unicamente di un business, di un mezzo per fare soldi, sempre più soldi. Potrebbero fabbricare altrettanto bene, o altrettanto male, pneumatici o computer”, così parla Brusset all’interno del libro, delegittimando in un colpo solo tutte le certificazioni di qualità che hanno rassicurato fino ad oggi i cittadini europei.

Il tè verde cinese imbottito di pesticidi e venduto liberamente in Europa

Nel libro ci sono poi esempi concreti come quello che riguarda il tè verde cinese. Si legge infatti come ben 300 tonnellate di questo tè, contenenti pesticidi ben al di sopra della soglia consentita, siano passate indenni ad un controllo dei funzionari francesi dell’antifrode. Come fu possibile? “La cosa più importante era non contrariare la Cina, perché continuasse a comprarci un po’ di aerei e non bloccare alle frontiere il vino francese, le auto tedesche e il formaggio olandese. Il problema era noto a tutti in Europa, ma nessuno voleva innescare una guerra commerciale con un partner così potente e irascibile”.
Voilà la spiegazione. 300 tonnellate di tè potenzialmente dannoso hanno dunque potuto circolare liberamente all’interno dell’Unione europea. Questo tè verde è stato comprato da cittadini europei, è arrivato nelle loro case, è finito sulle loro tavole ed è stato infine ingerito da uomini, donne e bambini.

Una rivelazione che mette tutti a rischio

Il libro parla di 300 tonnellate di tè, ma viene ora più di un sospetto circa i controlli effettuati da tutti gli Stati dell’Unione europea e c’è da chiedersi quanti prodotti cinesi potenzialmente nocivi siano liberamente in vendita in Europa. Tutti i Paesi del Vecchio Continente sono a rischio, Italia compresa. Una preoccupazione che aumenta se si guardano i dati sulle relazioni commerciali tra Cina e Italia.

Mattarella ha sciolto le Camere, il 4 marzo si terranno le elezioni

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Di Salvatore Santoru

Il 4 marzo 2018 si terranno le elezioni politiche italiane.
La data è stata decisa dopo lo scioglimento delle Camere effettuato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella(1).

NOTA:

(1) http://www.lastampa.it/2017/12/28/italia/politica/gentiloni-litalia-si-ripresa-dalla-pi-grande-crisi-del-dopoguerra-grazie-alle-famiglie-e-alle-imprese-Va1yAxNqeJ8FMoSMH0LaPJ/pagina.html

Con l’anno nuovo WhatsApp dice addio a BlackBerry 10 e Windows Phone 8


Di Lorenzo Longhitano

Cattive notizie per gli utenti WhatsApp rimasti affezionati ai loro vecchi smartphone BlackBerry e Windows: come ricorda la pagina web dedicata al supporto tecnico per la piattaforma di messaggistica, a partire dall’anno prossimo i dispositivi dotati delle versioni meno recenti di Windows Phone e dei sistemi operativi BlackBerry OS e BlackBerry 10 non saranno più in grado di sfruttare alcune funzionalità chiave dell’applicazione. Dal primo gennaio gli sviluppatori smetteranno infatti di lavorare sulle versioni delle app dedicate a queste piattaforme obsolete. 

La notizia non giunge inaspettata: il limite temporale del 31 dicembre 2017 era stato comunicato urbi et orbi da molto tempo da parte di WhatsApp, e anzi è il risultato di una proroga concessa dalla società rispetto a tempistiche che inizialmente erano anche più stringenti. Fortunatamente le piattaforme colpite sono ormai in uso presso una minoranza di persone. BlackBerry OS e BlackBerry 10 erano sviluppati dell’omonimo e leggendario ex produttore di smarpthone, prima che il software scelto per i propri gadget divenisse Android e prima che la produzione dei telefoni passasse nelle mani dei cinesi di TCL: gli ultimi smartphone prodotti con questi sistemi operativi risalgono al 2014. Windows Phone è ancora supportato (ma non lo sarà per molto) nelle versioni 8.1 e successive, il che vuol dire che gli unici telefoni condannati a rimanere a breve orfani di WhatsApp sono quelli di fascia bassa rimasti a Windows Phone 8

A usare l’app di messaggistica però restano comunque più di un miliardo di utenti : sarà inevitabile che qualcuno si trovi privato del servizio senza sapere cosa sia successo o aver avuto modo di acquistare un telefono più recente in tempo. Per questo motivo WhatsApp rimarrà comunque utilizzabile sui gadget colpiti dalla mannaia dell’obsolescenza per un breve periodo: semplicemente, avvisa la società, non sarà più possibile effettuare nuove iscrizioni né effettuare l’accesso ad account precedentemente aperti. Chiunque tenga alle proprie conversazioni dovrebbe dunque fare in tempo a esportarle (dato che i backup da una piattaforma a un’altra sono impossibili) prima che il servizio diventi irraggiungibile. 

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Proteste in Iran contro aumento dei prezzi e corruzione


Di Giordano Stabile

Migliaia di persone sono scese in piazza oggi in Iran per protestare contro l’aumento dei prezzi e la corruzione. I cortei più massicci sono stati osservati a Mashad, una delle città sante per l’islam sciita, dove la popolazione ha espresso la sua rabbia e gridato slogan contro il governo e contro il presidente Hassan Rohani: “Abbasso Rohani”, “Morte al dittatore”. 

Disoccupazione massiccia  
Secondo l’agenzia semi-ufficiale Ilna, altre manifestazioni si sono tenute nella città nella provincia di Razavi Khorasan, come Neyshabour e Kashmar. Anche qui i dimostranti hanno protestato contro la gestione dell’economia. Rohani è stato eletto per la prima volta nel 2013 con la promessa di un accordo con l’Occidente che mettesse fine alle sanzioni e migliorasse l’economia. L’intesa sul nucleare del dicembre del 2015 ha in parte realizzato il suo programma ma i progressi sono stati insufficienti. 

Promesse non mantenute  
La disoccupazione è ancora al 12,4 per cento, con un aumento di 1,4 punti nell’ultimo anno. Circa 3,2 milioni di persone sono senza lavoro, su una popolazione di 80 milioni. Il governatore di Mashad, Mohammad Rahim Norouzian, ha confermato le dimostrazioni ma ha precisato all’agenzia Isna che “anche se illegali, sono state gestite dalla polizia con tolleranza”. 

Risparmi in fumo  
Altre proteste si sono svolte davanti al Parlamento di Teheran, il Majlis, con circa duemila persone che hanno gridato: “Vergogna Rohani”, “Ridateci i nostri soldi”. Il gruppo di opposizione National Council of Resistance ha diffuso video della manifestazione. Le proteste sono esplose dopo che migliaia di risparmiatori hanno visto i loro conti bloccati dopo aver investito in istituzioni finanziare legate al governo ma ancora sotto sanzioni e in crisi di liquidità.  

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