Di Lucio Caracciolo
TROPPO piccola per dominare l' Europa, troppo grande per concertarne l'
equilibrio. La maledizione fondativa che segna la Germania non cessa
di irradiarsi su noi europei, tedeschi inclusi. L' agonia dell' euro lo
conferma. Con gli psicodrammi annessi agli inconcludenti vertici dello
pseudodirettorio franco-tedesco. Con le invettive germaniche contro i
"paesi della dolce vita" e le furiose tirate germanofobe di britannici e
francesi. Non limitate ai pur diffusi fogli da boulevard, ma
liberamente estese ai leader politici e di opinione. Così, dopo che il
capo dei deputati cristiano-democratici, Volker Kauder, aveva
trionfalmente annunciato al congresso del suo partito che «finalmente
l' Europa parla tedesco», i britannici hanno arricchito di un lemma il
loro vocabolario, coniando il verbo to kauder: «Portare il linguaggio
da birreria sulla scena politica europea» (Timothy Garton Ash). E
mentre Bild invocava «togliete l' euro ai greci», il Daily Mail,
sbattendo Kauder in prima pagina, lo apparentava non troppo velatamente
a Goebbels. Nel solco della demonizzazione degli "unni" - che Rudyard
Kipling portò agli onori letterari-e della propaganda di guerra
churchilliana. Con gli intimi, Nicolas Sarkozy, legato ad Angela Merkel
da reciproca insofferenza, si sfoga sui tedeschi che «sono sempre gli
stessi». Sulle tracce di Mitterrand, in pubblico quasi mellifluo con
Kohl, in privato ossessionato dalla paura della Grande Germania al
punto di suggerire un' alleanza anti-tedesca ai sovietici. Il tutto
nella tradizione antiprussiana coltivata a Parigi dopo l' umiliazione
del 1871, aggiornata nel secolo scorso da un germanista tolosano,
Hippolyte Loiseau, che ne coniò la versione standard: «Il tedescoè un
virtuoso della gaffe. Non sa proprio trovare il giusto mezzo tra l'
insolenza e la piattezza». Teoria del "carattere nazionale" più tardi
tradotta in geopolitica da Margaret Thatcher: «A partire dalla sua
unificazione sotto Bismarck, la Germania ha oscillato in modo
imprevedibile fra l' aggressione e l' irresolutezza». La crisi dei
debiti sovrani dell' Eurozona, partita dalla Grecia, con l' Italia in
posizione capitale in quanto dotata del potere di mandare all' aria l'
unione monetaria e con essa l' economia mondiale, tocca la Francia e
minaccia la stessa Germania. Ma non è solo moneta, né solo economia. È
un tornante psicologico. Crollano i freni inibitori. Del bon ton
europeista, deliziosamente ipocrita, si son perse le tracce. Non si
discetta più dei pedanti criteri di Maastricht, quando il ministro
delle Finanze tedesco Theo Waigel ammoniva che il limite del 3% nel
rapporto deficit/pil «significa 3,0», cui Guido Carli opponeva di non
vedere un salto quantico tra 2,9 e 3,1. In assenza di ricette
economiche e fiscali condivise, siamo all' etnomonetarismo puro. Non
valgono i conti, abbelliti o imbruttiti a seconda delle necessità, ma
chi sei (o sei presunto essere), confitto nel tuo destino genetico.
Così per Kauder non si sarebbe mai dovuto permettere ai greci di
accedere all' euro. Analogo giudizio sembra diffondersi in Olanda,
Austria e Finlandia anche riguardo a noi e agli altri paesi del "Club
Med". Abbiamo volutamente rimosso per anni il difetto strutturale dell'
euro: moneta senza sovrano, anzi con diciassette pseudosovrani, dotati
di economie, culture fiscali e monetarie assortite. Palesemente
incompatibili per chi non fosse accecato dal volontarismo o dalla fede
nella necessità storica della moneta europea. Sicché lo strumento che
doveva unire l' Europa l' ha divisa come nient' altro. Re euro è nudo.
Nella guerra dell' Eurozona riscopriamo la tabe originaria della
"nostra" moneta. Le virgolette sono d' obbligo, perché l' euro non è di
nessuno. Nemmeno di coloro che, adottandolo, avrebbero dovuto
allestire le istituzioni per governarlo.E oggi non sanno da dove
cominciare, o hanno idee opposte al riguardo. Ora in Europa tutti se la
prendono con la Germania. Denunciano l' ottusità della signora Merkel,
della Bundesbank, dell' establishment tedesco. Noi italiani ancora
sottovoce, perché con quasi 2 trilioni di debito ci sentiamo in colpa -
forse troppo, visti gli asset finanziari ed economici di cui
disponiamo e su cui i nostri partner elegantemente sorvolano - e
coltiviamo una vocazione al vincolo esterno che oggi rivela la sua
faccia truce: il commissariamento. Peraltro senza effettivo
commissario, giacché nessuno nell' Eurozona è in grado di sanzionarci
senza sanzionare se stesso. Il vincolo vale per tutti, debitorie
creditori, in Europa e nel mondo. E, com' è noto, oltre una certa cifra
il problema è dei secondi più che dei primi (ne sanno qualcosa i
cinesi rispetto agli americani). Finora la Germania ha cercato di
schivare le responsabilità che le derivano dalle sue dimensioni
economiche. Non vuole trasformare l' Eurozona in Transferunion, dove i
"virtuosi" pagano per i "peccatori". La pignoleria tedesca si ferma
peraltro alle porte di casa, perché quanto a trasgressione dei patti e
arronzamenti di bilancio la Germania non ha troppo da imparare dai
greci. I traumi del Novecento - due catastrofiche guerre mondiali,
Versailles, l' iperinflazione, il nazismo - non possono essere
metabolizzati in qualche decennio. Nemmeno da una democrazia vibrante e
da una società aperta, dinamica e libera come quella della nuova
Germania. Nel caso, i simpatici partner provvedono a ricordarle che
proprio "normale" la Bundesrepublik non è. Non perché non si senta
legittimamente tale, ma perché lo status di ciascuno, persona o Stato
che sia, non deriva dalla propria idea di sé ma dalle percezioni
altrui. Altrimenti la Germania occuperebbe da tempo un seggio
permanente al Consiglio di Sicurezza. Magari al posto della Francia o
del Regno Unito. Un giorno riusciremo forse a domare la crisi dell'
euro. O a seppellirlo con tutti gli onori, almeno noi meridionali,
lasciando a tedeschi e affini il piacere di battezzare il loro "neuro"
(euro del Nord). In ogni caso, avremo pagato un prezzo altissimo a
questo singolare esperimento, giocato sulla pelle degli europei in nome
dell' Europa. Lo pagheremo noi italiani. Lo stanno tragicamente
pagando i paesi della fascia Sud, ormai dentro il baratro cui cerchiamo
di sottrarci e dal quale possiamo forse salvarci solo con un
formidabile impegno civile e patriottico, da Napolitano e Monti fino
all' ultimo cittadino. Ma nessuno in Europa uscirà più forte dalla
tormenta. L' essenziale è salvare il salvabile delle nostre democrazie,
dei nostri valori, della nostra civiltà. Impedire che le devastazioni
della finanza fuori controllo, le deficienze strutturali dell' euro e
la delegittimazione della politica riproducano i mostri del razzismo
autoritario. Contro i quali non esistono vaccini eterni. L' ex ministro
dell' Economia Giulio Tremonti amava descrivere la crisi scoppiata a
Wall Street e poi dilagata nel mondo con l' immagine del videogame, in
cui elimini un mostro e subito ne riappare un altro. La metafora era
economica. Vediamo di evitare che si applichi alla politica.
Da Repubblica
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