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Lega, Bossi tuona: "Salvini non può imporre nulla"


Di Luca Sablone
Applausi scroscianti e interminabili hanno accolto Umberto Bossi in occasione del Congresso straordinario della Lega presso l'hotel Leonardo Da Vinci di Milano.
Il Senatur ha utilizzato toni critici nei confronti di Matteo Salvini, che vorrebbe avere la possibilità di cambiare il simbolo del movimento: "Deve raccogliere le firme". Questa è un'occasione per dare la possibilità di avere il doppio tesseramento: "Sarà possibile essere iscritti alla Lega e alla Lega per Salvini". E ha duramente aggiunto: "Questo glielo possiamo concedere, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone. Salvini non può imporci un c****, lo diciamo con franchezza. Le cose imposte non funzionano".
Il Congresso ha approvato per alzata di mano il nuovo Statuto: ora il movimento da federalista diventa sovranista. I 500 delegati hanno inoltre dato il via libera alla nomina di Presidente Federale a vita di Umberto Bossi; nell'articolo 1 si mantiene ancora la parola "Padania". Nessun cambio per il simbolo con Alberto da Giussano, né per la sede che resta a Milano in via Bellerio.
Il padre fondatore del Carroccio si è detto tranquillo: "Siamo fortunati, non vedo liti. Litigare è quello che vogliono gli altri. La Lega è un partito nazionale dei popoli del Nord. Penso che ormai sia passato il concetto". Inoltre ha voluto precisare, mostrando il dito medio: "Oggi non si chiude nessun partito. Non c'è nessun funerale alle porte nella Lega. Si fanno discussioni come in ogni partito. Serviranno altri congressi della Lega". Ha annunciato che il prossimo sarà incentrato "sulle idee e sul futuro e tutti avranno voce".

"Non abbiamo ancora vinto"

Bossi ha spronato tutto il mondo leghista: "Qui non abbiamo ancora vinto, Matteo è uno di quelli che vuole combattere ancora. Ci siamo anche noi. Il Palazzo non dà niente, dobbiamo avere tanti parlamentari. Non ci darà l'autonomia". Proprio sul fronte dell'autonomia "non siamo riusciti a ottenere niente" e perciò questa rappresenta "una battaglia" che deve essere portata ancora avanti. Ha fatto però affidamento all'ex ministro dell'Interno: "È uno di quelli che vuole combattere ancora".
Al centro delle battaglie della Lega ci sarà comunque sempre l'obiettivo di "cambiare le cose, il centralismo, fare in modo che il Paese diventi davvero democratico". L'intento principale è che la "nostra gente del Nord possa vivere tranquillamente e pagare meno residuo fiscale di 100 miliardi di euro". Contestualmente ha aggiunto: "Mi sembra giusto aiutare il Sud sennò straripano come l'Africa". Successivamente è stato toccato pure il tema del caso Gregoretti: "Vogliono processare Salvini. Ma questa è la prova che il partito è importante. Non ho mai visto un segretario della Lega essere in pace".
Il senatur è poi intervenuto sul movimento delle sardine: "Il palazzo spontaneamente non dà niente, bisogna essere forti politicamente. Bisogna avere una spinta sociale forte da fuori. Le sardine sono una operazione intelligente, non vanno sottovalutate". A suo giudizio "non diventeranno un partito" in quanto "il partito c'è già, si chiama Pd". Dunque "aumenteranno il consenso del Pd". Per ottenere risultati importanti "non basta andare in Parlamento, ma bisogna avere una spinta sociale continua, quotidiana".

Turingia e Umbria, due elezioni con analogie significative


Di Domenico Moro- laboratorio-21.it

Domenica si sono tenute due elezioni regionali in Germania e Italia. Le due elezioni hanno interessato regioni piccole, la Turingia e l’Umbria, che hanno rispettivamente due milioni e 900mila abitanti su una popolazione complessiva di 80 e 60 milioni. Ma, malgrado le dimensioni e il fatto che i due Paesi appaiano diversi sotto alcuni aspetti, il risultato delle elezioni rivela interessanti analogie e qualche altrettanto interessante differenza. In generale si può dire che le due elezioni sono significative della crisi politica che investe l’establishment politico europeo. Una crisi che sembrava sventata dai risultati delle elezioni europee, che avevano registrato una tenuta maggiore di quanto ci si aspettasse dei partiti filo-austerity facenti parte dei gruppi del Partito popolare europeo e del Partito socialista europeo.

In primo luogo, va osservato che i partiti che detenevano da lungo tempo la leadership nelle due regioni l’hanno persa cedendo molti voti ad altre forze politiche. A essere penalizzate sono le forze che fanno parte delle coalizioni di governo a livello nazionale e che storicamente si sono fatte promotrici delle politiche di austerity europee. A guadagnare voti, invece, sono soprattutto le forze di estrema destra cosiddette euroscettiche. Il risultato appare, quindi, una bocciatura dei rispettivi governi e delle politiche di austerity e filo-europeiste che stanno mettendo in atto.

In Umbria, regione storicamente rossa, per la prima volta dagli anni ’70 la sinistra non è più al governo.  La sconfitta della coalizione tra Pd e M5s, che avrebbe dovuto replicare su scala locale la coalizione che sostiene il governo Conte bis, è una vera débacle: ben venti punti percentuali (57,55%) separano la neo-governatrice leghista dal candidato di centro-sinistra (37,48%). Ugualmente significativi sono i risultati dei singoli partiti: il Pd scende dal 37,76% al 22,4% e il M5s addirittura dimezza i voti, passando dal 14,55% al 7,4%.

Anche in Germania a perdere sono i partner della coalizione di governo, la Cdu e il partito socialdemocratico (Spd). In Turingia la Cdu di Angela Merkel, già primo partito, scende al terzo posto, passando dal 33% al 21,8% dei voti e la Spd cala dal 12,4% all’8,2%.

A guadagnare, sia in Italia che in Germania sono le forze di estrema destra. In Italia, in un contesto in cui peraltro aumenta la partecipazione al voto, è la Lega di Salvini che si impone, più che raddoppiando i voti dal 13,99% del 2015 al 37% del 2019. Al risultato leghista si aggiunge quello altrettanto positivo di Fratelli d’Italia, che passa dal 6,23% al 10,4%. Anche in Turingia, è l’Afd, partito xenofobo e di estrema destra a più che raddoppiare i propri voti, passando dal 10,6% al 23,4%, e diventando così il secondo partito, scavalcando la Cdu.

Ma esiste una importante differenza tra la Turingia e l’Umbria. Mentre in Umbria la sinistra vera, che non sia quella liberaldemocratica del Pd, è stata del tutto assente, in Turingia le elezioni hanno fatto registrare un ottimo risultato del partito di sinistra radicale, Die Linke, che è addirittura cresciuto dal 28,2% al 31%, posizionandosi al primo posto. Questo significa che c’è spazio per la sinistra, purché questa in Italia come in Germania porti avanti con coerenza le sue posizioni e contrasti il neoliberismo.
Non è un caso che mentre la Spd, che da anni è junior partner della Cdu nei governi tedeschi e di fatto sta implementando le politiche neoliberiste europee, non riesce ad arrestare il calo dei suoi consensi.

Il risultato elettorale in Italia è sicuramente figlio anche della delusione dell’elettorato grillino per il fatto che il M5s si è presentato in coalizione con il Pd, cioè con il partito il cui ultimo governatore era stato costretto alle dimissioni per uno scandalo relativo alla sanità. Per un partito che aveva fatto dell’onestà uno slogan centrale si è trattato di una contraddizione che non ha mancato di avere il suo effetto. Ma non si tratta solo di questo. L’Umbria è la regione del Centro-Nord che si trova più in difficoltà sul piano economico e meno lontana dai bassi livelli economici del Mezzogiorno con un Pil pro capite di appena 24.500 euro contro i 28.500 della media nazionale. Stesso discorso, ma in modo anche più accentuato si può fare per la Turingia, che è una regione dell’ex Germania est. A distanza di trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, di cui si è celebrato l’anniversario pochi giorni fa, i divari tra la parte occidentale e orientale della Germania non sono stati colmati. Le enfatiche celebrazioni del crollo del muro sono del tutto fuori posto. Infatti, si vede a tutt’oggi come l’unificazione sia stata un vera e propria annessione economica da parte della Germania occidentale della Germania orientale, come è stato ben documentato da Vladimiro Giacché in un libro di qualche anno fa e ora riedito. Basti, inoltre, ricordare che Eurostat certifica che il tasso di persone a rischio povertà o esclusione sociale in Turingia è uno dei maggiori della Germania, essendo pari al 22,3% contro una media nazionale del 19%, mentre il Pil pro capite è di 28.900 euro contro i 39.600 della media nazionale.

La crisi delle forze tradizionali del bipolarismo/bipartitismo, che si regge sul centro-sinistra e sul centro-destra, è tutt’altro che terminata. Anzi, il rallentamento economico che sta interessando tutta l’Europa, compresa la Germania, oltre a dimostrare che la crisi strutturale del capitale non è terminata ma si sta ripresentando, dimostra anche che le politiche che l’Europa sta portando aventi sono fallimentari. La crisi politica manifestatasi con le elezioni regionali in Turingia e Umbria è figlia della crisi economica strutturale del capitale e del modo in cui le forze politiche principali stanno affrontandola.

La Lega, così come la Afd, hanno avuto buon gioco a portare avanti la loro propaganda in un tale contesto. L’estrema destra non può essere fermata limitandosi ad agitare lo spettro del fascismo, perché sono le azioni dei governi, e in particolare delle forze della sinistra tradizionale (Pd e Spd), a fornirgli il migliore brodo di coltura per svilupparsi. In questo senso, la pessima manovra economica italiana è caduta a proposito per dimostrare l’incapacità del governo ad affrontare la situazione di grave peggioramento delle condizioni economiche e sociali.


Report, parla Sigfrido Ranucci: 'La nostra inchiesta ha risvegliato la politica'


Di Salvatore Santoru

Sta facendo discutere la recente puntata di Report incentrata sui presunti fondi russi alla Lega Nord.
Come riporta il Foglio(1), sulla vicenda è intervenuto anche il conduttore del programma Sigfrido Ranucci.

Più specificatamente, lo stesso Ranucci ha sostenuto che con la puntata di Report si è risvegliata la politica.

Entrando nei dettagli, durante la puntata del programma di RAI 3 si è parlato del caso Savoini e dei legami della Lega Nord con due note personalità russe come l'uomo d'affari Konstantin Malofeev e il filosofo Aleksandr Dugin e, inoltre, con una parte della destra cristiana statunitense più o meno vicina a Steve Bannon.

NOTA:

(1) https://www.ilfoglio.it/televisione/2019/10/23/news/l-inchiesta-di-report-su-salvini-ha-risvegliato-la-politica-parla-sigfrido-ranucci-282476/

Radiografia di una crisi di mezza estate


Di Andrea Muratore
L’Osservatorio ha voluto “radiografare” la crisi, le sue cause e i potenziali sviluppi in ambito politico, economico e internazionale per fornirne una lettura a tutto campo che è risultata mancante in diversi settori dei media tradizionali. Per ragguagliare analisti e osservatori interessati sulle conseguenze a lungo termine del duello politico. Ma anche per aggiornare in maniera completa chi, tra riposo e vacanze, non ha potuto sino ad ora seguire in maniera continuativa le discussioni politiche e istituzionali.
Il dado è tratto: Matteo Salvini e la Lega hanno deciso di ritirare il loro appoggio al Governo Conte e presentato una mozione di sfiducia al Presidente del Consiglio. Il Senato ha calendarizzato per il 20 agosto le comunicazioni a Palazzo Mada del Presidente del Consiglio, frustrando il tentativo leghista di accelerare il voto sulla mozione di sfiducia a prima di Ferragosto. Lo strappo del Carroccio dopo il voto contrastante di Lega e Movimento Cinque Stelle nelle mozioni sulla TAV ha funto da catalizzatore per una serie di reazioni in campo politico ed economico, aprendo diverse questioni di grande importanza sul futuro del Paese. La Lega invoca nuove elezioni forte della crescita di consensi certificata dal trionfo alle Europee, ma il percorso che punta al ritorno alle urne è intervallato da ostacoli: lo scioglimento delle Camere porrebbe fine alla più breve legislatura della storia repubblicana, garantirebbe un voto autunnale per la prima volta in un secolo ma, soprattutto, può essere decretato solo dal Quirinale. Che ora aspetta le mosse della macchina politico-istituzionale messasi in moto, di cui la Lega è solo una parte: per meglio orientarsi nel migliore dei modi nella ridda di dichiarazioni, ipotesi e voci che stanno interessando il dibattito politico l’Osservatorio Globalizzazione ha deciso di pubblicare questa radiografia della crisi per permettere a lettori e analisti di meglio comprenderne cause, sviluppi e conseguenze nei principali ambiti in cui essa si svilupperà.

Conte tra la Lega, il Movimento e il Quirinale

Innanzitutto, è doveroso sottolineare un’anomalia: la Lega è divenuto il primo partito della storia repubblicana ad annunciare una mozione di sfiducia contro un governo di cui è membro senza, al contempo, procedere al ritiro della sua compagine ministeriale. Secondo quanto ricostruito da Il Sussidiarioil regista dell’operazione concretizzata da Salvini è stato il sottosegretario di Palazzo Chigi e stratega politico della Lega Giancarlo Giorgetti, con il pretesto di frenare le modifiche imposte, giorno dopo giorno, da Conte ai progetti di autonomia regionale: “senza l’autonomia regionale, ovvero, senza la normativa che avrebbe permesso alle Regioni del Nord di trattenere e gestire in loco un vero e proprio “malloppo” di risorse aggiuntive (roba da miliardi di euro), la delegazione della “Lega Nord” capeggiata dal sottosegretario Giorgetti avrebbe lasciato l’esecutivo sancendo di fatto e platealmente quella spaccatura che da mesi alberga in via Bellerio. Per Matteo Salvini ed il suo progetto di “Lega nazionale” un vero e proprio ultimatum a cui il ministro dell’Interno ha dovuto far buon viso a cattivo gioco”, senza però arrivare all’estremo della rinuncia al Viminale che rappresenta una fucina di consenso per il segretario leghista.
Un’altra interpretazione, non necessariamente alternativa alla precedente, assegna un ruolo al rifiuto leghista di sostenere la manovra economica in via di definizione da parte del Ministro dell’Economia Giovanni Tria e di voler scaricare su altre formazioni la necessità di reperire le cospicue risorse (23 miliardi di euro) necessarie per sterilizzare le clausole di salvaguardia IVA.
Fatto sta che il mancato ritiro della compagine leghista dall’esecutivo ha fornito all’inquilino di Palazzo Chigi spazio di manovra per architettare la sua “parata e risposta”: nella serata dell’8 agosto in cui la crisi è precipitata Giuseppe Conte ha risposto a distanza a Salvini, invocante le urne in un comizio a Pescara, rivendicando la volontà di parlamentarizzare la crisi e scaricando sul Ministro dell’Interno la responsabilità di spiegarne, in sede istituzionale, le cause. Conte ha preso dimestichezza nel suo ruolo e lo esercita con un margine di discrezionalità sempre crescente, forte dell’ancoraggio costruito in sede istituzionale (tra Quirinale, ambienti euroatlantici, Vaticano e grande impresa pubblica) e delle prerogative del suo ruolo. Conte potrebbe dimettersi solo se dal dibattito parlamentare uscirà chiara e inequivocabile la volontà della maggioranza dei membri di Camera e Senato di interrompere attraverso la sfiducia l’esperienza di governo. Ma raffreddando i toni e guadagnando tempo, con la sponda dei Presidenti di Camera e Senato, Conte potrebbe chiudere finestre elettorali cruciali per Salvini. Dando tempo ai suoi avversari, e in primo luogo al Movimento Cinque Stelle, tempo per riorganizzarsi.
La rottura con la Lega ha inaspettatamente garantito nuovo slancio all’azione politica del Movimento. Che si è mosso su uno schema con tre punte: Luigi Di Maio si è detto disponibile al ritorno alle urne ma solo dopo l’approvazione del Ddl costituzionale Fraccaro sul taglio dei parlamentari, che aprirebbe la strada al referendum approvativo e rimanderebbe le urne al 2020 (ipotesi a cui lo stesso Salvini ha aperto nel suo intervento in Senato del 13 agosto), Roberto Fico ha ribadito la centralità del Parlamento e della Camera da lui presieduta nella discussione sulla crisi e Beppe Grillo, sceso nuovamente in campo, ha sfidato Salvini duramente sul piano comunicativo. Una scossa che rimette in moto l’azione di quello che, nonostante le recenti delusioni elettorali, rimane comunque il maggior partito in Parlamento, con oltre 320 tra deputati e senatori.
Per Giuseppe Conte, secondo quanto dichiarato dal nostro direttore Aldo Giannuli, potrebbe aprirsi un ampio spazio di manovra proprio alla guida politica del Movimento nel caso in cui il precipitare degli eventi portasse al ritorno alle urne. Oppure, e questo è il secondo scenario più plausibile, un ruolo da guida di un governo di transizione o di tregua che incassi la legge di bilancio autunnale. Quel che è sicuro è che l’avvocato e docente universitario pugliese non progetta nell’immediato futuro una carriera lontana dalla politica: l’elevato tasso di consenso accumulato e la dimestichezza acquisita con il potere lo hanno convinto a non demordere. Del resto, non ha certamente valore solo simbolico la visita che il Presidente del Consiglio, nel pieno della crisi politica, ha compiuto alla figlia di Alcide de Gasperi, Maria Romana. Ne ha parlato Francesco Bechis, giovane e preparato articolista di Formichecon la diretta interessata: “Il presidente fa poche domande, preferisce ascoltare, “con l’umiltà di una persona normale e la gentilezza di chi mi conosce da sempre”. Racconta Maria Romana, che di De Gasperi è stata a lungo segretaria personale, dai tempi della guerra fino agli ultimi giorni: “gli ho raccontato la storia di un uomo solo, che è stato perseguitato prima e durante la guerra, che ha saputo rialzarsi”. I simboli, nei momenti di crisi, hanno un valore che è tangibilmente concreto…
Molto, in ogni caso, dipenderà dalle scelte che faranno le opposizioni sconfitte al voto del 2018, ma legittimissimi attori in sede parlamentare, col Partito Democratico diviso inizialmente tra il segretario Nicola Zingaretti e l’ex premier Matteo Renzi, disposto a un governo di solidarietà nazionale, prima di ritrovare coesione interna e non chiudere all’opzione del patto coi Cinque Stelle, Forza Italia pronta al ritorno alle urne solo sotto condizione di un’esplicita alleanza con la Lega e Fratelli d’Italia sicura di poter fungere da sostegno utile al Carroccio.
Ogni calcolo non potrà però prescindere dalle decisioni del decisore di ultima istanza, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Su cui si concentreranno, nelle prossime settimane, le principali aspettative e prerogative decisionali.

Mattarella medita in silenzio

Mentre la “nebbia di guerra” delle dichiarazioni politiche si intensifica, sul colle più alto della Repubblica tutto tace. Sergio Mattarella, infatti, non ha modificato il suo programma che prevedeva, prima di Ferragosto, la breve vacanza in Sardegna, precedente il suo ritorno al Quirinale necessario a seguire da vicino l’esito del dibattimento: tutti i contendenti hanno, sino ad ora, utilizzato parole al miele nei confronti del Presidente della Repubblica, che dovrà però usare una forte dose di discrezionalità una volta che la crisi di governo si sarà perfezionata.
“Se la domanda di non avere questo governo alla guida del Paese in campagna elettorale si levasse da più parti, come già alcuni partiti hanno cominciato a chiedere, si potrebbe valutare l’ipotesi di dar vita in tempi rapidissimi a un esecutivo elettorale, per sciogliere le Camere comunque in tempi brevi”, scrive l’Agi; “la composizione dell’esecutivo a quel punto dovrebbe essere il più possibile condivisa da tutte le forze politiche e potrebbe avere una guida istituzionale”, possibilmente Conte stesso. “Su questo il Quirinale non ha ancora abbracciato alcuna ipotesi, tutto dipenderà dal dibattito in aula al Senato e dalle decisioni che assumerà Conte: quando il Presidente sentirà il dibattito parlamentare e consulterà i partiti, se qualcuno porrà ufficialmente la questione la affronterà. Il Presidente infatti non anticipa decisioni prima che la situazione non sia chiara e troppe sono ancora le incognite, sul piano istituzionale, politico ed economico”.
L’ipotesi di una mancata realizzazione della finanziaria e dell’apertura della strada all’aumento dell’Iva potrebbe condizionare, in tal senso, la scelta finale di Mattarella. Il quale, tuttavia, ha implicitamente dettato le linee guida, ricostruite da Marzio Breda per Il Corriere della Sera, riguardanti l’organicità che un governo successivo all’esecutivo gialloverde dovrà avere: prospettive di lunga durata, programma organico e coerenza politica. In altre parole, un esecutivo che non unifichi esclusivamente forze desiderose di porre un argine all’ascesa della Lega di Salvini ma abbia ambizioni di lunga durata.

Economia, Europa, nomine

I 23 miliardi delle clausole Iva rappresentano solo la punta dell’iceberg in campo economico: il Paese ha bisogno di una serie di politiche coraggiose per rilanciare crescita e occupazione in una fase che vede soffiare, sempre più forti, la buriana della recessione globale, con il crollo della produzione industriale in Francia e Germania, l’aumento del debito privato negli USA, la crisi del sistema bancario europeo (Deutsche Bank in testa), la guerra dei dazi e il rischio di una Brexit senza accordo.
L’ex ministro degli Affari Europei Paolo Savona l’anno scorso, aveva lucidamente invocato una manovra espansiva fondata su un piano corposo di investimenti pubblici per prevenire il rischio recessione: così non è stato, e viene da rispondere a chi evoca il fantasma di un governo tecnico alla Monti/Cottarelli quale austerità resterebbe da compiere in un’Italia che ha tagliato all’inverosimile i principali determinanti della crescita nell’ultimo decennio.
Non scrivere la manovra finanziaria e accettare aumento dell’Iva ed esercizio provvisorio sarebbe una scelta politicamente pesante di cui chi ha accelerato la crisi di governo dovrà prendersi la responsabilità nel venturo 2020, specie considerato il fatto che a questo si unirebbe la perdita dello strategico commissariato alla Concorrenza negoziato da Conte in sede comunitaria e da cui, nell’ultimo quinquennio, sono partiti dalla danese Vestager duri attacchi al nostro sistema bancario che il Paese ha incassato con difficoltà.
Altro tema non preso in considerazione dai fautori di un immediato ritorno alle urne è quello della governance economica degli enti a guida o partecipazione pubblica che rappresentano un comparto strategico dell’economia nazionale, nonché di authority di garanzia che svolgono un ruolo di scrutinio essenziale. L’esecutivo, infatti, deve completare entro il 31 dicembre la nomina di una settantina tra amministratori e funzionari d’alto rango che vanno dai vertici di Agcom Anac alla scelta del nuovo Garante della Privacy. “C’è poi da risolvere il pacchetto di nomine legate a Cassa Depositi e Prestiti, che dovrebbe arrivare sul tavolo a fine agosto”, scrive Il Sole 24 Ore. Le pedine più importanti? Nelle settimane a venire Sace, Ansaldo Energia, Cdp Immobiliare, Cdp Investimenti e il Fondo Nazionale Investimenti; nell’anno venturo, dopo l’approvazione primaverile dei bilanci 2019, la sfida cruciale per quaranta poltrone nelle sei grandi partecipate: Eni, Enel, Leonardo, Poste Italiane, Terna ed Enav. Scegliere se andare ad elezioni o proseguire con diverse esperienze di governo condizionerà in senso decisivo gli indirizzi di società fondamentali per la rotta dell’interesse nazionale in materia geoeconomica e strategica.

La crisi e il contesto geopolitico

La crisi di governo avviene in una fase delicata non solo per l’economia internazionale ma anche per le dinamiche geopolitiche di ampio respiro. Risulta interessante, dunque, capire quali possano essere le ambizioni e le aspettative delle principali potenze internazionali di fronte alla crisi italiana.
Chi ha sicuramente osservato la situazione con interesse sono gli Stati Uniti. L’amministrazione Trump aveva inizialmente stabilito un profondo feeling con l’esecutivo gialloverde, ritenendolo il più allineato ai desiderata di Washington tra quelli prevalenti nell’Eurozona. Tra 2018 e 2019, tuttavia, la divergenza tra le anime interne al governo ha portato l’Italia a prendere posizioni dissonanti rispetto alle richieste statunitensi su dossier come il Venezuela, l’Iran e, soprattutto, la Cina. La visita a Roma di Xi Jinping e la stipulazione del memorandum sulla “Nuova Via della Seta” hanno rappresentato per gli Stati Uniti un punto di svolta: da allora in avanti l’amministrazione Trump, principalmente per mezzo del Segretario di Stato Mike Pompeo, ha iniziato a vedere nella Lega, ritenuta maggiormente più allineata, il cavallo su cui puntare.
La Lega, in questo senso, sconta i limiti di una storia politica mai caratterizzata da reali ragionamenti sull’interesse nazionale e del passato regionalista. Allineata a Washington ma socio di minoranza nel governo, critica della Cina ma partito a cui fa riferimento il sottosegretario Michele Geraci che ha negoziato il memorandum, aperta alla rimozione delle sanzioni alla Russia ma anche ai dossier più dirimenti per Washington (golden power sul 5G, F-35, riconoscimento di Guaidò in Venezuela), la Lega è stata discontinua nelle dichiarazioni e ancor di più nella prassi. Tuttavia, in chiave geopolitica per il Carroccio sembra essersi disegnata la traiettoria di un’alleanza con Washington, specie se un ritorno alle elezioni dovesse spianare la strada al ritorno al governo del centrodestra. “L’Italia governata dalla destra non ha la possibilità di allearsi con gli altri europei che contano, in particolare Francia e Germania”, sottolinea Carlo Pelanda in un’intervista a StartMag. “Pertanto, deve accordarsi con l’America facendo uno scambio su punti molto concreti come gli F-35, la stazione d’ascolto globale Muos in Sicilia e, soprattutto, una posizione d’interferenza dell’Italia contro il tentativo di creare in Europa una difesa post-Nato. L’Italia diventerebbe dunque il grimaldello statunitense per evitare il distacco totale tra Europa e Usa”.
In campo europeo, invece, l’ipotesi di un governo istituzionale richiamerebbe in causa la “coalizione” che ha sostenuto l’elezione di Ursula von der Leyen a giugno, perlomeno nella componente pentastellata e di centro-sinistra. Tale opzione avrebbe la conseguenza di comportare, con ogni probabilità, la perdita del commissario europeo che la Lega aveva inizialmente intestato dopo il successo elettorale di maggio e la continuazione della sinergia creata da Conte in sede comunitaria. Sinergia che però sarebbe, una volta di più, non supportata da una reale volontà politica per un’azione diretta a una maggiore incisività dell’Italia sul piano internazionale, trattandosi di opzioni governative dettate dal fronte interno.
Il nodo Cina è, tra tutti, quello più difficile da sciogliere. La firma del memorandum ha creato un precedente politico di notevole spessore: la Repubblica Popolare intende le relazioni con alleati e partner in maniera a lungo raggio, trascendente l’alternanza degli esecutivi. Nella politica italiana è risultata carente negli ultimi anni la capacità di sistematizzare la relazione con Pechino, e se il governo Conte firmando il memorandum ha certificato l’interesse per la “Nuova Via della Seta” e aperto all’operatività bilaterale di aziende come Cdp ed Eni, dall’altro non ha provveduto a leggi cruciali sul controllo pubblico degli asset strategici, sul riordino del sistema portuale per organizzare gli investimenti a Genova e Trieste e su un piano infrastrutturale per rafforzare la connettività interna. Proseguendo nell’ambivalenza degli esecutivi precedenti. Un rollbackcompleto di questa linea, in caso di governo post-elettorale di centrodestra, sarebbe ancora più indigesto per Pechino, specie se guidato dal partito che ha, tecnicamente, espresso il principale negoziatore del memorandum, ma anche un governo di scopo, “del Presidente” o di tregua dovrà mettere nella sua agenda di politica estera una definizione di un’agenda cinese credibile. Nella calda crisi agostana, la situazione politica italiana è incandescente sia vista dal Quirinale che dalla Città Proibita.

L'attivista dell'associazione Cara Italia: 'Facebook avrebbe rimosso certi contenuti della Lega'


Di Salvatore Santoru

Il presidente dell'associazione antirazzista Cara ItaliaStephen Ogongo, ha affermato che alcuni contenuti presenti nella pagina della Lega sarebbero stati rimossi. Intervistato dall'agenzia Dire, Ogongo ha sostenuto che ciò è avvenuto a seguito delle segnalazioni partite da un membro della sua associazione.

Lo stesso Ogongo ha sostenuto che il suo desiderio sarebbe quello di arrivare alla chiusura delle pagine social della Lega e, d'altronde, dello stesso Salvini.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/politica/2019/07/facebook-ha-rimosso-alcuni-post-della-lega-nord-sullimmigrazione-002956349.html

Il dialogo ritrovato tra 5 Stelle e Lega. Di Maio: «Nessuna discussione sul rimpasto»



Per l’ultimo giorno di campagna elettorale, in vista dei ballottaggi del 9 giugno, sembra essere tornato il fair play nel governo giallo-verde. Tutti concordi nel «non-vivacchiare». Questa mattina in radio Luigi Di Maio ha usato la stessa l’espressione utilizzata dal premier Conte durante la conferenza stampa di lunedì: «Con Matteo Salvini ci siamo detti chiaramente che se si va avanti si va avanti sugli obiettivi che ci siamo dati, per combattere e non per vivacchiare o tirare a campare». E ha poi aggiunto: «Non abbiamo discusso di ruoli e rimpasti» sottolineando però che bisogna «nominare assolutamente il ministro delle politiche Ue», cioè il successore di Paolo Savona e i nuovi sottosegretari dopo le dimissioni di Armando Siri e Edoardo Rixi.

L’incontro tra i due vice-premier

Primo dettaglio inusuale di ieri: dopo l’incontro a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio e Matteo Salvini erano usciti in silenzio, senza fornire dettagli ai cronisti ma rimandando a una nota ufficiale. Ma l’incontro era avvenuto a Palazzo Chigi, senza il “padrone di casa”, che era ancora in Vietnam. Il premier Giuseppe Conte, ha precisato però Di Maio, «sapeva che ci saremmo visti ma era all’estero con le imprese e non poteva partecipare ma era necessario incontrarci per fare ripartire tutto, le tante promesse da mantenere, dal salario minimo all’abbassamento delle tasse, dobbiamo metterci al lavoro prima possibile».

Il prossimo Consiglio dei ministri

Il Consiglio dei ministri (in cui il leader leghista vorrebbe far approvare il decreto Sicurezza-bis) ci sarà la prossima settimana dopo il secondo turno delle Amministrative: probabilmente martedì. I due vice premier hanno intanto avviato una riflessione sulla squadra di governo: si potrebbe arrivare a mettere in discussione la guida del ministero dell’Infrastrutture, su cui siede il pentastellato Danilo Toninelli, e la poltrona vacante delle Politiche europee.
Riguardo all’indicazione del componente italiano nella prossima commissione europea, Di Maio e Salvini sarebbero d’accordo sul fatto che il nome che il governo indicherà dovrà essere quello di un politico e non di un tecnico.

Le inchieste


Ma ci sono altri comportamenti degli alleati di governo, da tenere sotto osservazione: dopo le dimissioni ritirate da parte del sindaco leghista di Legnano(ora ai domiciliari) a commentare erano stati solo i consiglieri regionali M5S, mentre qualche settimana fa era stato il capo politico 5 Stelle Di Maio a parlare di una nuova Tangentopoli. Dopo l’indagine della Corte dei Conti nei confronti del viceministro all’Economia Massimo Garavaglia, nessuna preoccupazione è stata espressa dagli alleati pentastellati per quasi 24 ore. Poi Luigi Di Maio, a Radio 24, ha detto: «Prima di tutto auguro a Garavaglia di essere innocente. Se non dovesse essere così auspico quello che è successo con Rixi, cioè un passo indietro del diretto interessato». Quanto al sindaco leghista di Legnano, il capo politico M5S ha detto che «un caso come questo non sarebbe mai avvenuto nel Movimento 5 Stelle. Ne abbiamo avuto uno in 10 anni, lo abbiamo espulso e deve stare lontano da noi per chilometri».

Legnano, il sindaco agli arresti domiciliari ritira le dimissioni. Lega: “Giusto non attendere i tempi lunghi della giustizia”



E’ ai domiciliari con l’accusa di corruzione, turbativa d’asta e corruzione elettorale, ma ha deciso di ritirare le dimissioni da sindaco di Legnano. Il leghista Gianbattista Fratus ha cambiato idea. Se subito dopo essere stato arrestato aveva scelto di farsi da parte, oggi ci ha ripensato: vuole tenere la poltrona anche se per il momento non potrà nemmeno andare in consiglio comunale. E non è solo: in suo sostegno sono accorsi il segretario della Lega Lombarda Paolo Grimoldi, e tutti i sindaci, i consiglieri regionali e i parlamentari leghisti del territorio e della provincia del Ticino. “Non sarebbe giusto”, è la motivazione, “un passo indietro e attendere i tempi troppo lunghi della giustizia, neppure nei confronti dei cittadini di Legnano che con il loro voto hanno scelto Fratus come loro sindaco”. Per Fratus fare il sindaco però non sarà per niente semplice, visto che, proprio oggi la sua avvocata Maira Cacucci ha fatto sapere che il giudice per le indagini preliminari ha rigettato l’istanza di revoca della misura cautelare.

L’indagine che ha portato all’arresto di Fratus ha travolto la città simbolo per la Lega ed è stata un vero trauma per il Carroccio alla vigilia delle elezioni Europee: Legnano è il luogo storico dove Alberto Da Giussano e la Lega lombarda arrestarono l’esercito di Federico Barbarossa sotto l’insegna del Carroccio. Insieme al sindaco sono stati arrestati il dimissionario vicesindaco Maurizio Cozzi, in carcere, e l’assessora Chiara Lazzarini, anche lei ai domiciliari. I tre, unitamente ad altri indagati, sono accusati di aver predisposto concorsi per posti dirigenziali in aziende a partecipazione pubblica, perché venissero scelte persone a loro congeniali.

Poco importa per i compagni di partito che, seppur per ora solo a livello locale, si sono schierati in sua difesa e hanno scritto un vero e proprio manifesto: “Diciamo e ripetiamo a gran voce”, si legge nella nota, “che siamo tutti con Giambattista Fratus e sposiamo la sua scelta di ritirare le dimissioni”. In queste settimane, continuano, “tutta la Lega, dai suoi vertici alla sua base, ha ripetutamente manifestato la sua totale fiducia e la sua stima immutata per il primo cittadino. Per questo oggi siamo tutti con lui, e non solo a parole, e non possiamo che sostenerlo senza se e senza ma in questa sua decisione di buon senso di ritirare le dimissioni da sindaco di Legnano. È la miglior decisione. Abbiamo piena fiducia nella giustizia, siamo certi che verrà fatta totale chiarezza sulla posizione di Fratus e che non resteranno ombre su di lui. Vai avanti Fratus, per la Lega, per Legnano”.
Chi protesta nel silenzio generale dei leader nazionali è il Partito democratico locale. Lo stesso Pd che solo qualche settimana fa ha dovuto affrontare la farsa della governatrice Umbra Catiuscia Marini che, seppur indagata nell’ambito dell’inchiesta sui concorsi truccati in sanità, si è prima dimessa e poi ha votato contro le sue stesse dimissioni per poi infine confermarle. Ora la segretaria metropolitana Silvia Roggiani se la prende con Fratus: “Il leghista Fratus, dopo aver ‘truffato’ le istituzioni giudiziarie”, ha dichiarato, “ritira le dimissioni temporanee e, pur agli arresti domiciliari, torna in carica come sindaco. Per evitare che il ricorso al Tar venisse accolto ha presentato delle dimissioni fittizie. Un comportamento indegno e inqualificabile, l’epilogo peggiore per il segretario provinciale del Carroccio, già delegittimato dalla sua maggioranza e poi dalle accuse di corruzione da parte della magistratura”. Poi Roggiani ha concluso, “un politico incapace di ammettere il suo fallimento istituzionale, per non deludere il suo capo. Non i cittadini di Legnano, ma Matteo Salvini”.

Proprio sulle dimissioni del sindaco si era consumato l’ennesimo scontro interno alla maggioranzaLuigi Di Maio aveva parlato di “nuova tangentopoli” e aveva chiesto fin da subito, insieme ai vari esponenti M5s, il passo indietro del primo cittadino. Alla richiesta dei partner di governo aveva risposto lo stesso Matteo Salvini limitandosi a dire: “Ho fiducia nei miei uomini e nei magistrati”. Fratus aveva poi scelto di essere dimissionario, ma evidentemente era solo una strategia passeggera.

Spese pazze in Liguria, Rixi condannato a 3 anni e cinque mesi. Salvini: “Accetto le sue dimissioni”



Di Matteo Indice

Il tribunale di Genova ha stabilito che l’attuale viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi è colpevole per le spese della Lega nel consiglio regionale ligure fra il 2010 e il 2012 e lo ha condannato a 3 anni e 5 mesi, superando la richiesta dell’accusa. L’esponente del Carroccio avrebbe rischiato in automatico di perdere il seggio in Parlamento, ma non la nomina a vicario del grillino Danilo Toninelli e si sarebbe aperto uno scenario come nell’affaire Siri: senza dimissioni volontarie, doveva essere il premier a portare in Consiglio dei ministri la revoca delle deleghe.

E però la Lega ha bruciato i tempi. Rixi ha preparato le dimissioni, rimettendo a Matteo Salvini l’ultima parola. E il vicepremier del Carroccio gli ha dato via libera. «Le accetto per tutelare l’esecutivo», le parole dello stesso Salvini. Rixi ha poi ribadito: «Sono tranquillo, ho sempre agito per il bene degli italiani. Conto sull’assoluzione perché non ho mai commesso alcun reato, ma per l’amore che provo per l’Italia e per non creare problemi al governo ho consegnato nelle mani di Matteo Salvini le mie dimissioni». A quel punto il capo della Lega ha dato l’ok, disinnescando la potenziale bomba per l’esecutivo.


Disinnescata la minaccia di tenuta per il governo
È necessario fissare alcuni paletti. Il procuratore aggiunto Francesco Pinto aveva chiesto per Rixi la condanna a 3 anni e 4 mesi, addebito di peculato e falso, per cinque capi d’imputazione. Il politico risponde di esborsi per oltre 30 mila euro sostenuti perlopiù dai suoi ex colleghi Maurizio Torterolo e Francesco Bruzzone (il secondo è oggi senatore), approvati in qualità di capogruppo. Tra le spese sospette figurano pranzi e cene in giorni festivi, in Costa Azzurra oppure – e di queste a Rixi si chiedeva conto in prima persona – per partecipare a raduni a Pontida. In altri frangenti sarebbero stati fatti passare come pagati dai consiglieri, e poi vidimati sempre da Rixi, scontrini in realtà di collaboratori esterni al partito, che quindi non avevano diritto al risarcimento.

Tangenti Milano: arrestati sindaco Lega di Legnano, suo vice di Forza Italia e un assessore. Accusa di corruzione elettorale



Gli arresti tra Milano e Lombardia si allargano alla Lega. I finanzieri del Comando Provinciale hanno arrestato il sindaco di Legnano, il leghista Gianbattista Fratus, il suo vice Maurizio Cozzi di Forza Italia e l’assessore alle opere pubbliche Chiara Lazzarini. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal gip di Busto Arsizio nei confronti dei tre, indagati a vario titolo per turbata libertà degli incanti, turbata libertà del procedimento di scelta del contraente e corruzione elettorale.
Il sindaco del Carroccio, così come l’assessore, si trovano agli arresti domiciliari. Il forzista Cozzi, vicesindaco e assessore al bilancio, si trova invece in carcere. Gli arresti e una serie di perquisizioni sono stati eseguiti su disposizione della Procura del Tribunale di Busto Arsizio nell’ambito dell’operazione denominata Piazza Pulita.

A fine marzo scorso la giunta Fratus era stata sfiduciata, con le dimissioni di massa dei consiglieri di minoranza e di alcuni dissidenti leghisti, tra cui Federica Farina e Antonio Guarnieri. Uno scontro interno alla maggioranza che si era consumato su alcune scelte del sindaco del Carroccio. L’ultima era stata proprio la nomina ad assessore alle opere pubbliche di Chiara Lazzarini, già presidente della società partecipata Amga Spa e coinvolta in vicende giudiziarie relative alla gestione della stessa società. Situazione su cui deve ancora esprimersi la magistratura, in sede civile. In sede penale invece è già stata prescritta.
Il 19 marzo scorso la minoranza aveva presentato una mozione di sfiduciacontro Lazzarini, per “evidenti ragioni di incompatibilità politica e di possibili conflitti di interesse istituzionale” visto che Amga, la municipalizzata che si occupa di rifiuti, pulizia strade, infrastrutture e manutenzione, “è una società controllata dal Comune, che ne detiene la maggioranza delle quote”. La mozione però non era stata approvata. Il 26 marzo lo scontro aveva comunque portato alle dimissioni dei consiglieri  ma tre settimane dopo, il 18 aprile, il consiglio era tornato operativograzie alla surroga di un consigliere e al parere espresso dal Tar che aveva respinto al richiesta di sospensiva urgente.

La giunta Fratus era quindi tornata al lavoro, ricevendo nel frattempo l’appoggio del segretario nazionale della Lega Lombarda, Paolo Grimoldi, e dei parlamentari Massimo Garavaglia, Fabio Boniardi e Fabrizio Cecchetti. “Un’amministrazione  che fin dal primo giorno del suo insediamento ha lavorato per il bene della città. Siamo pertanto solidalicon il primo cittadino e con la sua squadra, rinnovando loro il totale e incondizionato sostegno da parte nostra e di tutta la Lega”, si legge in una nota del 7 aprile scorso.
L’operazione Piazza Pulita arriva pochi giorno dopo l’inchiesta della Ddache il 7 maggio scorso ha portato all’emissione di 43 misure cautelari e che ha portato all’arresto tra gli altri del vicecoordinatore regionale di azzurro Pietro Tatarella e il sottosegretario all’area Expo della Regione Lombardia Fabio Altitonante. Questa settimana la Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati anche Lara Comi, eurodeputata di Fi, e Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia.

I dettagli dell’operazione odierna – in cui sono impegnati oltre 50 finanzieri – saranno illustrati nell’ambito di una conferenza stampaindetta dalla Procura di Busto Arsizio alle ore 11.30.

Ballottaggi in Sicilia, rivincita M5s e Pd


Di Fabio Albanese
Ai ballottaggi siciliani l’unica sconfitta sembra essere la Lega di Salvini. Vincono i cinquestelle che conquistano Caltanissetta, patria del grillismo in salsa sicula, e Castelvetrano, nel Trapanese, la città del superlatitante Matteo Messina Denaro. Vince il Pd che, con la parte di Forza Italia che fa capo al presidente dell’Ars Gianfranco Miccichè, riconquista Gela dopo cinque anni di esperimento, andato a male, di M5S. Vince il governatore siciliano Nello Musumeci che con il suo movimento Diventerà Bellissima fa eleggere sindaco di Monreale il suo candidato. E in qualche modo vincono pezzi di centrodestra e centrosinistra a Mazara del Vallo dove la spunta un candidato civico “trasversale”. Insomma, se la Sicilia doveva essere il laboratorio del salvinismo nel meridione, ieri non è andata bene. L’unico candidato sindaco dichiaratamente leghista era stato eletto al primo turno a Motta Sant’Anastasia, piccolo comune del Catanese, ma era pure un uscente riconfermato. Per il resto, Salvini dalla tornata elettorale siciliana incassa piazze piene di entusiasmo ma scarsi risultati. Il Movimento 5 Stelle, che ha perso due importanti città dove governava, Gela e Bagheria, si rifà con due città altrettanto importanti: l’unico capoluogo alle urne, Caltanissetta, e una città-simbolo come Castelvetrano, comune sciolto per mafia, per la quale, come unico suo impegno elettorale nell’isola, si era speso al primo turno pure il segretario Pd Zingaretti.
A Caltanissetta è sindaco l’M5S Roberto Gambino, che incassa il 58,85 per cento dei voti, ribaltando l’esito del primo turno quando era indietro rispetto al candidato del centrodestra Michele Giarratana. Nel pomeriggio è atteso in città il leader Di Maio per i festeggiamenti, con il capo siciliano del M5S, Gianfranco Cancelleri, originario proprio di Caltanissetta. A Castelvetrano il cinquestelle Enzo Alfano ha avuto il 64,67 per cento dei voti, sbaragliando il suo avversario, il candidato civico Calogero Martire.
A Gela, la città dell’ex governatore Crocetta divenuta cinque anni fa grillina, passa Lucio Greco, 52,45 per cento, sostenuto dal Pd, da altri gruppi di centrosinistra ma anche dai forzisti di Micciché; la sconfitta di misura è per il candidato di Lega e altri pezzi di centrodestra, Giuseppe Spata. A Mazara, sindaco è stato eletto Salvatore Quinci, 52,41 per cento, sostenuto da parte di centrosinistra e di centrodestra, contro il candidato leghista Giorgio Randazzo.
Infine Monreale, nel Palermitano, dove Alberto Arcidiacono, uomo del governatore Musumeci, con il 55,73 per cento scalza l’uscente centrista Piero Capizzi.
Affluenza alle urne in calo. Nei cinque comuni al ballottaggio ha votato il 43,60 per cento degli elettori. Erano stati il 15 per cento in più al primo turno. Peggio di tutti ha fatto Gela, dove ha votato appena il 40,49 per cento.

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