Breaking News

3/breakingnews/random
Visualizzazione post con etichetta pacifismo. Mostra tutti i post

Stop vendita armi all'Arabia, l'annuncio viene da Di Maio


Di Salvatore Santoru

Stop vendita armi all'Arabia Saudita e agli Emirati. Lo ha annunciato il vicepresidente del Consiglio italiano Luigi Di Maio. In tal modo, stando allo stesso politico dei 5 Stelle, verrebbero meno anche alcune cause degli attuali flussi migratori di massa.

La questione della vendita delle armi italiane all'Arabia era diventata recentemente importante anche presso l'opinione pubblica mainstream, specialmente a causa della guerra in Yemen.

BAN THE BOMB: "PEACE BOAT" PORTANO ALLA CONFERENZA DI CAGLIARI GLI HIBAKUSHA


I SOPRAVVISSUTI ALLA BOMBA ATOMICA DI HIROSHIMA E NAGASAKI PRESSO SEMINARIO ARCIVESCOVILE DI CAGLIARI


Un bel pomeriggio solatio e caldo, ci accoglie in quel di Cagliari, all'ingresso della sala per la conferenza dei sopravvissuti nel Seminario Arcivescovile ci accolgono giovani ragazze e ragazzi intenti a distribuire dei rotolini di carta colorata ben confezionati, aprendolo abbiamo trovato scritto un pensiero.


L'ONG giapponese, che ha portato ad organizzare l'evento con l'ausilio delle associazioni sarde  è , “Peace Boat”, impegnata a far conoscere la verità sul fallout nucleare di cui sono stati vittime sacrificali gli abitanti di Hiroshima e Nagasaki, ecco l'importanza di invitare i reduci sopravvissuti alla bomba H gli   Hibakusha  per partecipare ad un viaggio per i porti del mondo a portare e raccontare la propria testimonianza ai cittadini che incontrano nella loro strada, per chiedere la messa al bando e la distruzione degli arsenali nucleari. 

Ora questa testimonianza diretta che abbiamo udito e che ci ha commosso , nel sentire tutte le sofferenze subite dai sopravvissuti ci deve indurre a chierìdere a viva e forte voce  che l’Italia percorra finalmente  la strada del disarmo verso il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari, trattato già firmato da 58 Stati alle Nazioni Unite. 

Vogliamo rammentare a tutti che il Premio Nobel per la Pace del 2017 è stato assegnato alla ICANInternational Campaign to Abolish Nuclear Weapons, campagna cui aderiamo e chiediamo a tutte le persone sensibili e di buona disposizione di aderire e diffonderne  le idee e motivazioni , importante è non arrendersi mai , come ha consigliato un sopravvissuto in risposta all'intervento del responsabile del Comitato No Nuke una Risata Sardonica vi Seppellirà, Valter Erriu, comitato che ha dato l'input alla formazione di un forte movimento di associazioni e comitati e partiti che ha portato alla vittoria del referendum sul nucleare in Sardinya.

La sala che contiene oltre un un migliaio di persone era quasi completamente piena , indice che i cittadini sardi sono attenti a queste problematiche così gravi , e come ha ricordato il Comitato No Nuke ,non bisogna mai perdere la vigilanza e la immediata mobilitazione in caso il governo italiota imponesse lo stoccaggio delle scorie radioattive in Sardinya.

All'uscita si è fatta la fila per firmare l'appello a al governo italiano a firmare il Trattato sulla Proibizione delle Armi Nucleari poi nell'aria di festa che si è creata c'è stato un riconoscere persone perse di vista da tempo , abbracci si vedevano ovunque e nell'uscita si distribuivano colorate gru origami,  da sapere che in Giappone la gru è il simbolo della longevità e della buona salute ed è convinzione comune che chi realizza nella vita mille gru con gli origami vive a lungo.

Si l'origami gru è un buon auspicio anche per noi tutti che abbiamo partecipato all'evento e  sarà proficuo se estenderemo la nostra conoscenza dei racconti degli Hibakusha a tutti gli amici e parenti.

Poiché solo il valore umano è la giusta strada che porta a non dovere sempre inchianrsi ai prepotenti al potere sapendo dire di NO quando è necessario come nel caso di invasione con scorie potenzialmente tossiche e cancerogene per molte generazioni avvenire, ecco il caso in cui la nostra  dignità che ci viene in soccorso per dimostrare con la forza dell'intelligenza e della perseveranza la richiesta di cambio di paradigma dal nucleare e tutte le tossicità e corruzioni correlate  con un sistema nuovo libero rispettoso dell'ambiente e di tutte le genti.

VI GIRIAMO I VIDEO CHE ABBIAMO FILMATO ANCHE SE NON SONO COMPLETI DI TUTTO L'EVENTO PER SOPRAGGIUNTI PROBLEMI TECNICI

.

Siria: una soluzione diplomatica per arrivare alla pace

Ecco il testo dell'intervento alla Camera di Giulia Grillo sulla questione siriana 
Signor Presidente del Consiglio,
Onorevoli Colleghe e colleghi,
innanzitutto il contesto istituzionale in cui ci troviamo oggi, con un governo dimissionario ed in carica per l’ordinaria amministrazione, che informa le Camere su una questione delicatissima come la crisi siriana, ci mette davanti a una evidenza. Questo Paese ha urgentemente bisogno di un nuovo Esecutivo – nella pienezza delle sue funzioni - che sia espressione delle scelte degli elettori italiani dello scorso 4 marzo.
Detto questo, l'attacco di Douma ci ha riportato davanti agli occhi uno scenario che in realtà si protrae ormai dal 2011.
In Siria c'è una guerra che perdura da 7 anni. Sono morte quasi 500mila persone. Secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, si contano circa 7milioni e 600mila sfollati interni ed oltre 5milioni di rifugiati all'estero.
Insomma, quella in corso non è una tragedia politica ed umanitaria cominciata oggi.
Nè con Douma, nè con l'attacco missilistico di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna.

Risultati immagini per Siria: una soluzione diplomatica per arrivare alla pace

Da tempo sentiamo infatti parlare di guerra per procura, poiché sul territorio siriano operano compagini specifiche, attori specifici che da una parte, come nel caso di Washington e Riad, chiedono le dimissioni di Assad e dall'altra, come nel caso di Teheran e Mosca, chiedono che Assad resti al potere.
Su questo martoriato popolo si stanno ingiustamente e pervicacemente scaricando le tensioni politiche e militari del mondo intero: Stati Uniti, Arabia Saudita, Russia, Israele, Iran, Francia e Regno Unito, con i relativi apparati di intelligence.
In altri termini, in Siria si stanno contrastando due blocchi: Usa, sauditi e Israele da una parte, Russia, Teheran e Assad dall'altra. Si contrastano in una partita dall'esito tutt'altro che già scritto. E dalle alleanze non chiaramente decifrabili.
Sulla scena siriana risultano, pertanto, protagonisti definiti ed altri attori si sono autoinvitati, rendendo la questione delicatissima e complicatissima nell’ambito internazionale.
La principale vittima di tutto questo caos è stato ed è ancora oggi il popolo siriano.
Per questo riteniamo necessario che siano immediatamente incrementati i canali di assistenza umanitaria.
Ma al contempo, riteniamo necessario che in Siria si percorra la strada che porti rapidamente a una soluzione diplomatica e di pace.
Perché, pur manifestando la volontà di voler restare sotto l'ombrello dell'alleanza atlantica, l'articolo 11 della nostra Costituzione recita solennemente: «L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
In questa cornice, ci auguriamo anche che l'Unione europea sappia mostrarsi coesa e compatta ma che soprattutto l'Onu continui ad essere il tavolo al centro del quale portare le controversie internazionali ed individuare le rispettive risoluzioni.
Che, ripeto, devono essere diplomatiche, non militari. Di pace, non di guerra.
L'utilizzo di armi chimiche in Siria è semplicemente abominevole e, a tal proposito, ribadisco che la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche costituisce per noi uno dei pilastri fondamentali su cui si fonda il sistema di disarmo e di non proliferazione delle armi di distruzione di massa.
E’ un dovere, politico, civile e – soprattutto – morale che sia lasciato campo libero agli ispettori dell'Opac affinché verifichino sul terreno la veridicità e l’oggettività dei fatti, individuando i responsabili degli attacchi. Questo lo dobbiamo ai nostri popoli, alle nostre democrazie e, soprattutto, al popolo siriano.
Sia monito, tutto questo, anche per indirizzare finalmente il mondo e non solo la Siria verso un disarmo completo e di non proliferazione delle armi di distruzione di massa, secondo quanto stabilito dalla Convenzione di Parigi sulla proibizione delle armi chimiche.
Concludo Presidente, e onorevoli colleghe colleghi, sottolineando quanto ribadito al principio del mio intervento.
L'Italia, alla luce dei rapidi sviluppi in corso in Medio Oriente, ma non solo, penso anche al Mediterraneo ad esempio, ha un improcrastinabile bisogno di un governo legittimato che riporti il nostro Paese al centro dell'agenda internazionale, restituendogli quel ruolo – politico e geostrategico - che in questi anni ha sempre mancato di mostrare: ovvero quello di ponte (ed anche di speranza) tra l’Oriente e il nostro Occidente.
Grazie.

LE GUERRE DIMENTICATE NEL MONDO, DALLO YEMEN AL DONBASS PASSANDO PER LA SOMALIA

Risultati immagini per FORGOTTEN WAR YEMEN HD

Quelle guerre dimenticate

Di Fausto Biloslavo
http://www.occhidellaguerra.it/
Dalla guerra che non fa notizia nello Yemen alla carneficina nel Sud Sudan fino all’Afghanistan, la Somalia e il Donbass, nel cuore dell’Europa, non sono pochi i conflitti che abbiamo volutamente dimenticato. Un silenzio tombale dettato da motivazioni politiche, sdegno a senso unico in nome di un falso buonismo o semplice disinteresse.

LO YEMEN NON FA NOTIZIA

La pietà dell’Occidente, che si riflette su giornaloni e tv, talvolta è spudoratamente a senso unico. La tragedia di Aleppo riaffiora sempre in prima pagina, ma la feroce guerra dei sauditi nello Yemen non fa notizia. Dal marzo dello scorso anno, con l’inizio della campagna saudita contro i ribelli Houti spalleggiati dall’Iran, sono morti 12mila yemeniti. Gli sfollati sono più di tre milioni e metà della popolazione sopravvive grazie agli aiuti umanitari. La guerra censurata nello Yemen è un fronte dello scontro più ampio fra gli sciiti filo iraniani e i sunniti sponsorizzati dalla monarchia di Riad. Solo le Ong, come Medici senza frontiere, denunciano i crimini di ambo le parti nel disinteresse generale. Lo Yemen non vale i fiumi di lacrime da coccodrillo versate per la Siria nonostante vengano colpiti in egual maniera ospedali e funerali; dei 500 feriti curati solo in un mese a Taiz il 23% erano donne e bambini. Anche se la guerra è volutamente dimenticata, l’importanza strategica dello Yemen non sfugge ad Al Qaida e allo Stato islamico, che si contendono il primato di attacchi kamikaze.

SOMALIA, CAOS DIMENTICATO

Il 29 dicembre, la Somalia dovrebbe avere un presidente, dopo tre rinvii e decadi di guerra civile e anarchia. A patto che gli Al Shabab, i talebani del Corno d’Africa, non lo facciano saltare subito per aria. Nelle ultime settimane i loro «martiri» hanno colpito ripetutamente, nel cuore di Mogadiscio, al volante di macchine minate. L’attacco suicida più sanguinoso è avvenuto all’ingresso del porto con un furgone bomba che ha ammazzato 29 civili e ferito cinquanta persone. Nessuno ne ha parlato nonostante le vittime siano quasi tre volte superiori alla strage del mercatino di Natale a Berlino. Nell’aeroporto della capitale somala hanno la loro base 110 paracadutisti italiani al comando del generale Maurizio Morena. L’Italia guida la missione di addestramento europea dello scassato esercito somalo, ma anche l’impegno nazionale interessa poco.
Pure la guerra dei trecento uomini dei corpi speciali americani con l’appoggio di droni e caccia bombardieri viene combattuta in silenzio. Gli specialisti del Navy Seal team 6 affiancano le truppe dell’Unione africana e quelle somale nella caccia ai terroristi. Quest’anno le operazioni Usa sono aumentate a 5-6 raid al mese. La minaccia è diventata duplice: da una parte il grosso degli Al Shabab legati ad Al Qaida a dall’altra una fetta impazzita che ha giurato fedeltà al Califfato. I 21mila soldati dell’Unione africana avrebbero bisogno del doppio degli uomini per spazzare via definitivamente i militanti islamici annidati soprattutto sulle coste. Nel nord, le forze della regione semi autonoma del Puntland hanno scalzato le bandiere nere dalla città portuale di Qandala. Però il loro capo, Abdiqadir Mumin, non si arrende e sogna che la Somalia diventi una provincia del Califfato.

SILENZIO SUI CRIMINI IN BIRMANIA

Vi ricordate l’eroina birmana, Aung San Suu Kyi? Il premio Nobel per la pace, simbolo della resistenza democratica al regime dei generali ha finalmente preso il potere nel Myanmar. E cinque mesi dopo le associazioni dei diritti umani, che l’hanno sempre difesa a spada tratta, l’accusano di chiudere un occhio sulla «pulizia etnica» in corso nell’ovest del paese ai danni dei Rohingya, una semi sconosciuta minoranza musulmana. Human Rights Watch ha presentato come prove delle immagini satellitari, che dimostrano come i militari abbiano raso al suolo i villaggi degli islamici. Orribili testimonianze parlano di stupri di gruppo della soldataglia birmana, torture ed esecuzioni sommarie. Il governo di Aung San Suu Kyi prima ha taciuto e poi ha smentito con stizza, ma la zona è off limits per giornalisti e osservatori dei diritti umani.
Dal 9 ottobre al 2 dicembre 21mila musulmani sono fuggiti davanti «al genocidio», come ha denunciato Najib Razak, primo ministro malese. I Rohingya sono appena 800mila e non hanno diritto alla cittadinanza su una popolazione di 50 milioni di birmani con minoranze di vario genere, anche cristiane. Dal 2012 almeno centomila persone sono state cacciate dalle loro case e costrette a vivere in squallidi campi presidiati dalla polizia. Se fosse capitato in Siria per mano di Assad, i giornali di tutto il mondo avrebbero denunciato l’ennesimo orrore in prima pagina, ma dei crimini della lontana Birmania, con il nuovo corso dell’eroina dei diritti umani, non si parla.

SUD SUDAN, L’ORRORE SCONOSCIUTO

L’ultimo paese diventato indipendente, appena cinque anni fa, è sprofondato in una paurosa guerra civile. Il Sud Sudan è dilaniato dallo scontro politico ed etnico fra il presidente, Salva Kiir e il suo ex vice, Riek Machar. I due leader rappresentano le diverse anime del Movimento per la liberazione del popolo sudanese, che ha portato alla nascita del nuovo stato dopo decenni di lotte contro gli arabi del nord. Ribelli e governativi si sono macchiati di atrocità nei confronti dei civili. In novembre è stato denunciato l’ultimo massacro. Un convoglio di auto di civili in fuga dalla città di Yei, nel sud del paese, è stato attaccato dai ribelli. Non solo hanno aperto il fuoco senza pietà, ma dato alle fiamme un camion bruciando vivi gli sfollati. Dall’altra parte della barricata le forze governative vengono accusate di stupri, arresti arbitrari e sparizioni. Una pagina di orrore silenziata dai grandi media. In ottobre 3.500 persone al giorno scappavano dalle loro case per evitare di venire massacrate. Dall’inizio del conflitto, tre anni fa, sono stati reclutati a forza 17mila bambini soldato, da tutti e due i contendenti, ma l’Africa rosso sangue non fa notizia.
Il generale keniota Johnson Mogoa Kimani Ondieki, che comandava un esiguo contingente dell’Onu, è stato silurato per non avere protetto i civili durante i combattimenti esplosi questa estate a Giuba, la capitale. Il 15 dicembre sono arrivati 250 militari giapponesi. Per la prima volta dalla seconda guerra mondiale i soldati del Sole levante vengono impiegati all’estero con l’ordine di usare le armi per difendere i civili. Purtroppo, però, Adama Dieng, consigliere speciale delle Nazioni Unite, ammette che «l’Onu non dispone dei mezzi adeguati per fermare le atrocità di massa».

GUERRA SCORDATA IN AFGHANISTAN

Dopo quindici anni di intervento alleato, mezzo trilione di dollari spesi e 150mila morti, ci siamo dimenticati dell’Afghanistan, dove la guerra continua e i talebani avanzano. Cinque capoluoghi di provincia sono minacciati dagli insorti del defunto mullah Omar. Uno è Farah, nell’ovest dell’Afghanistan, dove i soldati italiani hanno sputato sangue e sudore per garantire la sicurezza. Adesso sono rimasti solo 900 nella grande base di Herat, ma con compiti soprattutto di addestramento e monitoraggio delle forze armate afghane. I talebani quest’anno sono entrati due volte nel capoluogo Kunduz, nel nord del paese e hanno ripiegato solo grazie ai massicci raid dei caccia americani. Le truppe Usa, che la Casa Bianca voleva ritirare del tutto, sono oramai ridotte a diecimila uomini. Non è una sorpresa che i talebani abbiano il totale controllo di 33 distretti su 400 e circondano le forze governative in altri 116. E ancora più grave è la crescita della bandiere nere, soprattutto nell’Est del paese. Il Califfato afghano conta su 2-3mila uomini in armi, ma il conflitto al crocevia dell’Asia è uscito dai riflettori dei media.

IL BUCO NERO DEL DONBASS

La guerra nel cuore dell’Europa, nell’est dell’Ucraina filo russo, continua, ma non ce ne accorgiamo perché il Donbass è stato relegato in un buco nero. Sia i russi sia gli occidentali hanno preferito congelare l’attenzione su questo fazzoletto di terra controllato dai separatisti e circondato dall’esercito ucraino. In teoria dovrebbe essere in vigore una tregua, ma in realtà si spara e si tirano cannonate ogni giorno. E il processo di soluzione politica previsto dai secondi accordi di Minsk è nato morto. Il Donbass è tormentato da un conflitto a bassa intensità, che fino a oggi è costato, secondo le Nazioni Unite, trentamila morti e feriti. L’ennesima guerra dimenticata.

Lettera che una lavoratrice della fabbrica di Ghedi scrisse ai colleghi della fabbrica di Domusnovas



Pubblico questa lettera del 2001 periodo in cui la fabbrica di Domusnovas si riconverti dalla fabbricazione di esplosivi per uso civile ad uso militare. La lettera mi sembra molto attuale, segue un breve resoconto dei passaggi di questa fabbrica .

LETTERA DA FRANCA FAITA
AI COLLEGHI DELLA "SARDA ESPLOSIVI" (SEI SpA)
AGLI AMICI ED AMICHE DELLA SARDEGNA
...mi presentò una cassetta piena di mine dicendomi: "Le conosci?" Risposi di sì, le conoscevo. "Ma tu sai cosa fanno?" "Servono a difendere il territorio dal nemico", risposi. "Cara Franca, queste mine stanno provocando tantissime vittime civili, che con la guerra non c’entrano, non c’entrano con la difesa del territorio. La famosa Valmara 69 è quella più bastarda: ce ne sono a migliaia nel Golfo e in tutto il mondo..." Tornando a casa, ho incominciato a pensare che dovevo fare qualcosa. Il primo pensiero è stato quello di licenziarmi. Ma se io andavo via, la Valsella avrebbe continuato a produrre le mine, e la SEI avrebbe continuato a riempirle. Da quel giorno, la mia vita è cambiata. Ho incominciato a parlarne con tutte le maestranze, a spiegare.....
.....dal 1994, la Valsella non ha più prodotto mine, non per volontà dell’azienda, ma per la forza nostra e di chi ci ha aiutato, per la tenacia di chi ha lottato fino a far approvare la legge 374 del 1997. Io voglio dire a tutti voi, che le bombe della SEI SpA hanno già fatto troppi danni e troppi morti. E’ molto meglio non farne più. Fate di tutto perché non se ne producano più. Se posso aiutarvi in questa vicenda, ditemelo. Lo farò con molto piacere. E farò anch’io tutto il possibile perché i soldi pubblici non vengano usati per produrre bombe, né alla SEI di Brescia né alla SEI di Domusnovas.... 

14 febbraio 2001


LA DENUNCIA DELLA GUERRA E DELL'IMPERIALISMO DA PARTE DI GIUSEPPE UNGARETTI: VIDEO



Di Salvatore Santoru

In questo video si parla della denuncia degli orrori della guerra dell'imperialismo che fece il poeta e scrittore italiano Giuseppe Ungaretti.
Ungaretti visse sula propria pelle visto che durante la Prima Guerra Mondiale si arruolò volontario nel 19º Reggimento di fanteria della Brigata "Brescia.

PER APPROFONDIRE:

https://it.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Ungaretti#Tra_le_due_guerre

Risultati immagini per giuseppe ungaretti

GIUSEPPE UNGARETTI CONTRO LA GUERRA E L’IMPERIALISMO

Risultati immagini per giuseppe ungaretti

Da http://www.laricostruzione.it/

Nel breve video che proponiamo è contenuta un’accorata denuncia del poeta Giuseppe Ungaretti contro la guerra. La voce gli si spezza addosso e ad ogni parola si gonfia della rabbia e della frustrazione di chi, avendo toccato l’orrore bollente della guerra, non può accettare che si continui a sparare per ammazzare. Le parole di Ungaretti hanno dunque un valore altissimo.
La sua è anche un’autocritica spietata nei confronti della sua generazione che, a suo tempo, ha creduto che la prima guerra mondiale potesse affrancare l’uomo dalla guerra stessa. Lo stesso accade oggi, quando c’è chi giustifica o addirittura reclama la guerra come strumento di pace o di “democrazia”. La guerra, lo dice chiaramente Ungaretti, non libera, ma nascendo dalla “necessità di dominare” non può che rigenerare oppressione e distruzione. E, come sempre è accaduto, a farne le spese sono i lavoratori e le masse popolari. Quanti lavoratori sono morti nei campi di battaglia? Quante famiglie sono state spezzate? Quante vite sono state irrimediabilmente segnate? A quanti e quali sacrifici, quotidianamente, sono sottoposti coloro che vivono sotto le bombe? Nulla di tutto ciò, data la sconfinata vastità, si potrà mai calcolare. Eppure, quelli che ieri hanno armato gli eserciti e con la guerra hanno gonfiato le loro tasche sono ancora qui, vicini a noi.  Non ci resta che far tesoro della voce, della consapevolezza e del volto inquieto di Giuseppe Ungaretti, perché la lotta per la pace è oggi un impegno irrinunciabile.

“L’uomo, nella guerra, manifestava i suoi peggiori istinti. Anche se quella guerra, quando c’eravamo entrati, quando l’avevamo voluta, ci sembrava che fosse l’ultima guerra, che fosse la guerra per liberare l’uomo dalla guerra. La guerra non libera mai l’uomo dalla guerra. La guerra è e rimarrà sempre l’atto più bestiale dell’uomo. E purtroppo, la storia ci insegna, anche in questi giorni, che l’imperialismo, che la necessità di dominare gli altri attraverso la violenza, non è cessato”.


FONTE:http://www.laricostruzione.it/?p=1081

INVIO DI SOLDATI ITALIANI NEL 2018 PER ESERCITAZIONI NATO AL CONFINE CON LA RUSSIA, FORTE CRITICA DI BEPPE GRILLO: 'QUEST'AZIONE E' CONTRO GLI INTERESSI NAZIONALI, VOGLIAMO LA PACE'

Risultati immagini per GRILLO RUSSIA

Di Salvatore Santoru

La ministra della Difesa italiana Roberta Pinotti ha sostenuto(1) che nel 2018 un contingente di soldati italiani sarà mandato in Lettonia nell'ambito del programma di rafforzamento dei confini baltici della NATO.
L'annuncio è stato fortemente criticato da Beppe Grillo, che nel suo blog(2) e in "Blog Delle Stelle"(3) ha scritto che "Questa azione è sconsiderata, è contro gli interessi nazionali, espone gli italiani a un pericolo mortale ed è stata intrapresa senza consultare i cittadini. L'Italia non ci guadagna nulla e ci perde tantissimo. In termini di sicurezza nazionale questa missione rischia di esporre il nostro Paese al dramma della guerra. Ci riporta indietro di trent'anni ed alza nuovi muri con la Russia, che per noi è un partner strategico e un interlocutore per la stabilizzazione del Medio Oriente. " 
Inoltre, Grillo ha anche scritto che "Adesso vogliono schierare i nostri uomini per provocare i russi e trascinarci nell'assurdità della guerra. Un altro fronte, oltre a quelli già aperti in Iraq, in Afghanistan, in Libia con i disastri che hanno creato. Renzi e Napolitano chinano la testa, ma l'invio di 150 uomini in Lettonia è inaccettabile."
Il leader del Movimento 5 Stelle ha concluso l'articolo scrivendo che "I  cittadini vogliono pace e prosperità, questo governo di pavidi ci trascina verso la guerra e il disastro economico. 
Nessun soldato italiano con il MoVimento 5 Stelle al governo sarà inviato al confine con la Russia, ma nel frattempo nessuno ha il diritto di giocare con la nostra pelle: #IoVoglioLaPace. Facciamoci sentire!"

NOTE:

(1)https://informazioneconsapevole.blogspot.it/2016/10/pinotti-soldati-italiani-saranno.html

(2)http://www.beppegrillo.it/m/2016/10/no_ai_soldati_italiani_al_confine_con_la_russia_iovogliolapace.html

(3)http://www.ilblogdellestelle.it/no_ai_soldati_italiani_al_confine_con_la_russia_iovogliolapace.html

MARCIA PER LA PACE PERUGIA-ASSISI, LA BENEDIZIONE DI PAPA FRANCESCO: 'LA GUERRA DISTRUGGE SEMPRE'

MARCIA PACE

Di Salvatore Santoru
La   Marcia della pace e della fraternità è partita da Perugia ed è arrivata alla Rocca Maggiore di Assisi. 
Stando agli organizzatori e  secondo quanto riportato dall'Huffington Post(1) vi è stata la partecipazione di circa cento mila persone e anche Papa Francesco"ha inviato un saluto e la sua benedizione ai partecipanti auspicando che "la manifestazione contribuisca a suscitare sempre più viva la consapevolezza che la guerra distrugge sempre e con essa si perde tutto".
NOTE:

Storia della pace e dei diritti umani: il libro di Peacelink è on line

La bandiera della pace

Di Alessandro e Daniele Marescotti
http://www.peacelink.it/

Centodieci milioni di persone il 15 febbraio 2003 hanno manifestato nel mondo per la pace. Questo soggetto storico può contare seprende coscienza di sé e della propria storia. E’ venuto pertanto il momento di ricercare nel passato – e in modo sistematico -le radici culturali e ideali di questo movimento. Ogni soggetto collettivo che cambia la storia prima o poi scrive la sua storia.
Questa storia della pace è stata iniziata nel 1991 e poi diffusa nel 1999 in occasione dell'anno mondiale per la cultura della pace suhttp://www.peacelink.it/pace2000
La nuova versione (ora corretta, arricchita, aggiornata, ampliata e dotata di un indice ipertestuale e con cornici storiche introduttive) è stata annunciata nel febbraio 2004 su "Strumenti Cres" di Mani Tese con due articoli consultabili su http://www.manitese.it/cres/stru36/marescotti1.htm
Purtroppo in Italia non esiste ancora una ricerca disciplinare sistematica di "Peace History". Ci auguriamo che questa lacuna della ricerca storica italiana venga al più presto colmata.

Commercio internazionale e sviluppo: due misure efficaci contro ogni guerra

Di Lorenzo Piersantelli
Questo 2015 sta finendo e, come accade ogni anno in questo periodo, si inizia a tracciare un bilancio dell’anno quasi concluso e qualche aspettativa per quello in arrivo. Sicuramente dal punto di vista internazionale di quest’anno saranno ricordata due gravi questioni che si confermano essere sempre più basilari per la stabilità diplomatica globale: in primis, il dramma dei migranti e dei quasi sessanta milioni di rifugiati in fuga da guerre e persecuzioni di ogni genere. Come aveva documentato lo scorso 18 Giugno un rapporto dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, o Unhcr [visionabile al linkhttp://www.unhcr.org/2014trends/], i livelli di migrazioni forzate hanno raggiunto il massimo livello nella storiadell’umanità: dei “59,5 milioni di profughi alla fine del 2014, rispetto ai 37,5 milioni di dieci anni fa. Più della metà sono bambini.” Numeri impressionanti e resi ancor più preoccupanti da una recente stima dell’Unhcr,secondo cui il 2015 si concluderà con più di sessanta milioni di profughi in tutto il mondo.
La seconda problematica ricordata, anche perché di sicuro non prossima alla risoluzione, sarà quella inerente ai tanti, troppi conflitti che insanguinano una grande fetta dell’intero pianeta e che è strettamente correlata allo spaventoso incremento di migranti, provocato soprattutto dagli almeno quindici conflitti scoppiati o “riattivati” negli ultimi quindici anni: “otto in Africa (Costa d’Avorio, Repubblica Centrafricana, Libia, Mali, nordest della Nigeria, Repubblica Democratica del Congo, Sud Sudan e quest’anno Burundi); tre in Medio Oriente (Siria, Iraq e Yemen); uno in Europa (Ucraina) e tre in Asia (Kirghizistan, e diverse aree della Birmania e del Pakistan). Solo poche di queste crisi possono dirsi risolte e la maggior parte di esse continua a generare nuovi esodi forzati.”
Inutile negare che gran parte di queste guerre in Medio Oriente ed in alcune regioni asiatiche, così come gran parte delle instabilità politico-diplomatiche che caratterizzano importanti aree dell’Africa, sono dettate dalla cresita a dismisura e con un’impressionante rapidità dell’intensità e dell’estensione del terrorismo islamico. del terrorismo di matrice islamica. Citando un articolo recente del giornalista britannico Will Hutton, ex direttore del settimanale e giornalista dellObserverdell’8 Novembre 2015 [consultabile al linkhttp://www.theguardian.com/commentisfree/2015/nov/08/egypt-plane-crash-tourists-can-stay-clear-unlike-those-living-with-terror e tradotto in italiano a pag. 36 del n. 1128/1nno 23 del 13/19 Novembre 2015 del settimanalInternazionale], notiamo come un vastissimo territorio che va dal Maghreb al Medio Oriente, inglobando anche Iran ed Afghanistan, stia diventando sempre più un’area off limits: la “progressiva erosione della fiducia”, con la questione della sicurezza negli aeroporti che diventa un tema sempre più attuale. Un quesito evidenziato da Hutton sembra descrivere alla perfezione un dubbio che si insinua sempre più in tutti noi: “Nei paesi dove lo stato di diritto è poco solido, la trasparenza è minima e la democrazia è inesistente, come si fa a fidarsi dei controlli?” Va inoltre evidenziato che da questi paesi non sono in fuga soltanto i turisti, ma anche gli abitanti del tutto estranei al fondamentalismo islamico che caoticamente cercano asilo politico in Europa, mettendo così l’UE “davanti alla più grande emergenza umanitaria dai tempi della Seconda guerra mondiale.” Come reagire, dunque, in modo efficace, a questa minaccia? Nel suo articolo che considero una delle più puntuali ed obiettive analisi sulla situazione attuale, Hutton propone una soluzione basata su quanto egregiamente e realisticamente documentato da due saggisti di fama mondiale:
La nostra reazione deve partire da due presupposti, sostiene Karen Armstrong nel suo libro ‘Fields of Blood‘.Prima di tutto dobbiamo riconoscere che nell’Islam non c’è nessun elemento intrinseco che spinga i credenti verso la violenza. Armstrong sottolinea che molti terroristi non hanno avuto una vera istruzione religiosa: vengono dai margini della società e non hanno mai compreso davvero la fede nel nome in cui agiscono. In secondo luogo dobbiamo comprendere che il terrorismo è alimentato dalla povertà e dall’ingiustizia. L’economista Paul Collier ha identificato cinquanta paesi dove un miliardo di persone vive con un reddito stagnante o in calo, e non stupisce che molti siano terreno fertile per il reclutamento di terroristi. In ‘The bottom billion‘, Collier propone un grande piano per generare sviluppo economico, creando stati solidi basati sullo stato di diritto che abbiano un accesso preferenziale ai mercati occidentali, concentrando gli aiuto allo sviluppo verso i paesi più poveri e usando la forza, se necessario, per imporre la pace. ‘Il terrorismo-scriveva Collier prima che gli eventi in Libia e in Siria gli dessero ragione- nasce dal circolo vizioso in cui la violenza produce altra violenza. Per spezzarlo l’Occidente deve costruire stati, ristabilire la pacee stimolare quell’interdipendenza tra settore pubblico e privato che ha caratterizzato tutti i miracoli economici del passato, dall’Europa del Dopoguerra all’Asia di oggi. Eppure un’idea così realistica sembra impraticabile. La Commissione europea prevede che nel 2017 arriveranno tre milioni di migrantie il terrorismo islamico continua ad avanzare. L’Europa deve cominciare a pensare a un monumentale piano di aiuti, commercio e consolidamento delle istituzioni in Medio Oriente e convincere Israele a cambiare atteggiamento. Parlare di pace non è più sufficiente. Tutto questo potrebbe non bastare, ma il disimpegno è una garanzia di sconfitta.”
Lo sviluppo, dunque: l’incipit per la propedeutica stabilizzazione istituzionale e di uno stato di diritto, provvedendo così a contrastare efficacemente la minaccia terroristica e, di conseguenza, il generarsi e/o il consolidarsi di conflitti armati. Una tesi che sembra essere confermata anche da uno studio curato da due ricercatori della Stanford UniversityMatthew O. Jackson e Stephen Nei e recentemente pubblicato sul portale dei “Proceedings of the National Academy of Sciences of USA”, o PNAS [visionabile al linkhttp://www.pnas.org/content/112/50/15277].
Jackson e Nei hanno analizzato la frequenza delle guerre scoppiate tra il 1820 e il 2000, scoprendo un significativo dato: nel periodo compreso tra il 1950 ed il 2000, nonostante il più alto numero di stati riconosciuti dall’ONU, il numero di conflitti tra coppie di paesi coinvolti è stato parti ad un decimo di quello tra il 1820 ed il 1949. E’ importante precisare che questa analisi di dati numerici è stata resa possibile grazie ad un modello matematico adottato dai due ricercatori: anziché prendere il esame le coalizioni tra paesi, sono state considerate le varie reti di alleanze militari. Una metodologia che ha portato ad integrare nel modello matematico adottato anche i dati inerenti l’import e l’export per ogni coppia di stati, i benefici in termini militari di queste “reti” e, naturalmente, i danni ed i benefici causati dalle guerre. La scoperta dei due ricercatori è stata sorprendente: la stabilità e la politica di pace adottata dai network di alleanze militari è strettamente connessa agli scambi commerciali tra i paesi coinvolti, non tanto in termini di volumi assoluti di scambi ma di partecipazione internazionale. L’elevato livello di commercio tra un determinato paese ed i suoi alleati implica, inoltre, un ridotto coinvolgimento nei conflitti, sia con i propri alleati che con altri paesi. A tal proposito, un esempio calzante di tutto ciò è dimostrato da quanto accadeva durante la Guerra fredda: la partecipazioni a reti commerciali rappresentava un importante vantaggio in termini di stabilità tra le due “galassie” di paesi avversari, la NATO e il paesi filo-sovietici.
Il concetto base che Hutton rimarcava nel suo articolo precedentemente citato è non solo pienamente confermato dal pregevole lavoro di Jackson e Nei, ma anche troppo spesso vanificato da un’amara constatazione della realtà: “La cosa peggiore è che questa scelta apparentemente semplice sta diventando sempre più difficile.” A rendere difficile tutto ciò è il filo conduttore che unisce le politiche internazionali in Medio Oriente e nelle aree nevralgiche delle guerre in essere, costantemente influenzate dagli interessi di sovrastrutture e da eterne mire, identificabili tranquillamente come geopolitica. Una geopolitica miope, o meglio interessata che si discosta quasi totalmente da una visione globale di stabilità e crescita per lasciare spazio ad una pianificazione di benefici riservati “a pochi”. D’altronde, cos’altro crea davvero quella marginalità socio-economica e, prima ancora, culturale, che offre il terreno più fertile per il proliferare di certi interessi insanguinati?

Se ci fosse rispetto tra tutte le religioni le guerre non esisterebbero



Di Silvia Franceschini

I conflitti religiosi sono sempre esistiti, a partire dalle crociate fino
ai giorni nostri; basti guardare l'Irlanda del Nord tra nazionalisti
cattolici ed unionisti, in Bosnia tra i croati cattolici e i serbi 

ortodossi (tant'è che una delle ultime partite di calcio venne sospesa a causa degli scontri violenti tra le due tifoserie), in Ucraina tra cattolici ed ortodossi, in Iran e in Iraq tra sciiti e sunniti, in Kenya tramusulmani e cristiani, nello Sri Lanka tra buddisti e indù, in Palestina tra ebrei ed arabi musulmani...fino all'ISIS (religione inventata). 

C'è chi dice che se non ci fossero le religioni le guerre cesserebbero...io invece affermo che se ci fosse rispetto tra tutte le religioni le guerre non esisterebbero.
Il fatto poi che questi conflitti religiosi vengano sfruttati, utilizzati come pretesto dai poteri forti per i propri scopi economici è una mera conseguenza. 


FONTE:http://silviafranceschini.blogspot.it/2015/11/se-ci-fosse-rispetto-tra-tutte-le.html

FOTO:http://bradblog.com

NEWS, SITI CONSIGLIATI & BLOGROLL

VISUALIZZAZIONI TOTALI

Follow by Email

Contact Me

Nome

Email *

Messaggio *