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Depistaggio via d’Amelio, il pm Petralia: “Contrada e i servizi collaborarono alle indagini. In ufficio pure l’Fbi e il Bka tedesco”



Sulla strage di via d’Amelio non indagò solo la procura di Caltanissetta e i poliziotti di Arnaldo La Barbera. No, c’erano anche Bruno Contrada, il Sisde, ma pure l’Fbi e persino il Bundeskriminalamt tedesco. A raccontarlo è stato l’attuale procuratore aggiunto di Catania, Carmelo Petralia, all’epoca dei fatti tra i pm che a Caltanissetta indagarono sull’autobomba che il 19 luglio del 1992 uccise Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta. “Mi spiace dirlo ma la presenza di Bruno Contrada negli uffici della Procura di Caltanissetta” dopo le stragi mafiose del 1992 “mi evocava qualcosa di sinistro“, ha detto Petralia, deponendo al processo per il depistaggio Borsellino a Caltanissetta. Alla sbarra ci sono tre poliziotti, Fabrizio Mattei, Mario Bo e Michele Ribaudo, i funzionari di polizia che facevano parte del pool di investigatori che condusse l’inchiesta. Petralia, che non ha dato il consenso alle riprese, si sarebbe potuto avvalere della facoltà di non rispondere in quanto indagato di calunnia aggravata insieme alla collega Anna Palma, nel procedimento connesso a quello nisseno, aperto a Messina. Palma è stata sentita alla scorsa udienza.

Al pm Stefano Luciani ha raccontato le indagini a cui ha partecipato del periodo post stragi dell’estate del 1992: “Oggi è relativamente facile cogliere le criticità di quell’indagine. Ma allora c’erano i poliziotti che portavano elementi che avevano suscettibilità di sviluppo investigativo. Loro ci credevano e io non avevo gli strumenti per sospettare una malafede”, ha spiegato Petralia. Sottolineando che dopo le stragi mafiose del 1992 “l’Italia è stata molto scossa”. Ecco perché alle indagini parteciparono anche investigatori da altri paesi. “In ufficio c’era mezzo mondo ogni giorno. Tra questi c’erano l’Fbi e anche il Bundeskriminalamt tedesco. Mancava solo il Mossad…”. Ad aiutare gli investigatori non erano solo americani e tedeschi. “C’è stato un concorso di contributi incredibile – ha aggiunto Petralia – c’era anche la presenza di appartenenti al Sisde, che si concentrava in una venuta di funzionari, tra cui Bruno Contrada. Io lo vidi per la prima volta e mi colpì la sua faccia”. Cioè il superpoliziotto che nel dicembre del 1992 venne arrestato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il magistrato ha ricordato di un pranzo all’hotel San Michele con magistrati e funzionari e tra i presenti c’era anche Contrada: notizia di quel pranzo era stata data dal fattoquotidiano.it nel 2018. Alla domanda del pm se Petralia fosse a conoscenza di indagini su Contrada da parte della Procura di Palermo, dice: “No“. Però poi aggiunge: “La sua presenza mi evocava qualcosa di sinistro”. Perché “mi riferivano del rapporto di scarsa stima che Giovanni Falcone aveva nei confronti di Contrada“.

Alla domanda se l’allora procuratore di Caltanissetta avesse “rapporti diretti” con Contrada Contrada Petralia risponde: “Non posso dire che Tinebra li avesse ma il primo contatto era certamente con il procuratore capo”. Però poi dopo che il pm Luciani legge in aula una serie di appuntamenti di Contrada con gli inquirenti nisseno estratti dalla agenda di Contrada, aggiunge: “Il rapporto del Sisde da parte dei magistrati, e ci metto oltre me anche Ilda Boccassini e Fausto Cardella, non c’era. Se questo rapporto c’è stato, come i dati estratti dall’agenda lo attestano, era un rapporto cn il Procuratore capo”, cioè Giovanni Tinebra.

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Peter Gomez

PIAZZA FONTANA, IL CASO DEL COMMISSARIO JULIANO: POTEVA FERMARE LA STRAGE MA FU FERMATO DAI SERVIZI SEGRETI


Di Salvatore Santoru

La strage di piazza Fontana è stata considerata come la 'madre di tutte le stragi' che insanguinarono l'Italia durante gli anni della 'strategia della tensione'.
Inizialmente la strage fu attribuita, tramite alcuni depistaggi, agli anarchici ma in seguito si scoprì essere opera di alcuni individui legati al terrorismo di matrice neofascista.

Più specificatamente, si trattò di esponenti legati al gruppo Ordine Nuovo del Veneto che agirono con la copertura e una certa supervisione di alcuni settori dei servizi segreti, in modo particolare dell’ufficio Affari Riservati.
Nel 2005 la Corte di Cassazione ha stabilito che l'evento criminoso fu opera di alcuni membri dell'organizzazione eversiva formata a Padova nell'ambiente di Ordine Nuovo, capitanata da Franco Giorgio Freda e Giovanni Ventura.
Tra gli aspetti meno conosciuti della vicenda, riporta La Luce News(1), ci sono quelli che riguardano la fase di preparazione dell’attacco e la possibilità di sventarlo. 

Entrando nei dettagli, nel 1969 il poliziotto del commissariato di Padova Pasquale Juliano aveva fatto partire un'indagine a seguito di un ennesimo attacco terroristico all’Università di Padova.

Tale indagine individuò lo stesso gruppo di Ordine nuovo capeggiato da Franco Freda che, tra l'altro, era coinvolto nel traffico di esplosivi e di armi.
Lo stesso Juliano fece intercettare il telefono di Freda e riuscì ad incastrare l'organizzazione, dopo aver fatto appostare la sua squadra d'investigazione sotto la casa dell'estremista neofascista Massimiliano Fachini, il quale era ritenuto essere l’armiere della cellula veneta.
La polizia riuscì ad intercettare un giovane esponente neofascista appena uscito dall’abitazione di Fachini con un pacchetto che conteneva una rivoltella e, sopratutto, dell’esplosivo.Allora Iuliano fece disporre l’arresto di Fachini che, però, fu scagionato dalle accuse.
In seguito un testimone che poteva avere la possibilità di scagionare Juliano, Alberto Muraro, morì in circostanze misteriose e lo stesso commissario fu sospeso dal servizio e venne accusato di aver costruito prove false.
Alla fine, Juliano venne assolto da tutti i capi d’imputazione e ci vollero 10 anni per dimostrare la sua innocenza.

Piazza Fontana, lo speciale di Atlantide sulla strage che inaugurò la ''strategia della tensione''



ANTIMAFIA DUEMILA

Mezzo secolo. Tanto è passato da quel pomeriggio di dicembre del 1969 in cui tutta l’Italia si paralizzò per la tragica esplosione di un ordigno piazzato nella Banca Nazionale dell’Agricoltura, nel cuore della città di Milano. La strage di piazza Fontana provocò 17 morti e 88 feriti e fu il primo atto di una lunga serie di attentati eversivi che caratterizzarono la famosa “strategia della tensione”.


Un eccidio del quale ancora oggi, a distanza di 50 anni, emergono pezzi di verità. Una pagina nera del Paese. "Neri" erano gli autori dell'attentato appartenenti a cellule del movimento neo-fascista di Ordine Nuovo(collegati a doppio filo ai servizi segreti del SID), e "neri" erano i vari omissis, depistaggi e segreti di Stato posti in essere sul complesso lavoro d’indagine. 
Ciò che emerse dalla strage fu che l’Italia non avesse ancora fatto fino in fondo i conti con gli uomini del regime fascista. Un sentimento diffuso negli apparati dei servizi, dell’esercito e dei carabinieri. I servizi segreti alleati infatti si sono serviti dei nostalgici del Duce per il loro obiettivo: soffocare la minaccia comunista nel mediterraneo come avvenne in Grecia con la Dittatura dei Colonnelli e in Spagna con il regime di Francisco Franco


Su questa linea parve chiaro solo col passare del tempo che quella tragedia avvenne proprio in quel contesto che vede l’Italia, una delle potenze uscite sconfitte dalla seconda guerra mondiale, come una democrazia a sovranità limitata da accordi militari e alleanze strategiche dipendenti dall’egemonia statunitense. 
Il giornalista Andrea Purgatori, nello speciale di Atlantide “Piazza Fontana, la strage”, ha riavvolto il nastro della storia passando per le trame nere di quegli anni, rivelandone, con interviste esclusive, gli aspetti più oscuri di quella che ormai appare chiaro essere stata una “Strage di Stato”.

Su Piazza Fontana sappiamo tutto, o quasi. Malgrado un'infinità di depistaggi


Di Andrea Purgatori

Molte teste, e non solo italiane. Molte mani. E un’infinità di depistaggi che per decenni hanno coperto una verità che ormai oggi conosciamo. La bomba di Piazza Fontana – in realtà quel 12 dicembre 1969 gli ordigni piazzati furono cinque, due a Milano e tre a Roma, e il bilancio avrebbe dovuto essere ben più spaventoso dei 17 morti e 88 feriti nella sola Banca Nazionale dell’Agricoltura – fu il parto di un combinato disposto tra istituzioni deviate e terroristi di Ordine Nuovo, tra servizi segreti e neofascisti. Una strage pianificata con l’obiettivo di trascinare il Paese verso un colpo di stato mascherato da una condizione di necessità. Un golpe che avrebbe militarizzato l’Italia, mettendola sotto tutela “atlantica” come già lo erano la Spagna franchista e la Grecia dei colonnelli.
Era tutto pronto e previsto. Le carte da far firmare all’allora presidente del Consiglio, il democristiano Mariano Rumor, per dichiarare lo stato d’emergenza e sospendere ogni garanzia costituzionale. E i colpevoli da consegnare in pasto all’opinione pubblica e sbattere sulle prime pagine dei giornali: gli anarchici. Ma il piano funzionò solo a metà. Perché Rumor, per opportunismo o per paura, si rifiutò di firmare. E si dice che lo fece dopo aver visto la folla di operai, studenti e semplici cittadini che aveva riempito piazza del Duomo nel giorno dei funerali. Una folla muta e composta, ma determinata a non farsi usare né ingannare.
Per quel passo indietro dell’ultimo minuto, Rumor doveva essere punito con la morte. Lo racconta l’ex militante di Ordine Nuovo Vincenzo Vinciguerra, che ancora sconta un ergastolo per la strage di Peteano (1972, tre carabinieri uccisi da un’autobomba), al quale i neofascisti avevano dato il compito di ucciderlo nella sua casa di Vicenza, d’accordo con i servizi e la stessa scorta di Rumor. Ma anche quest’operazione fallì, perché Vinciguerra si rese conto che subito dopo l’esecuzione avrebbe fatto la stessa fine del leader democristiano: “La scorta si sarebbe distratta quando sarei entrato, ma non quando sarei uscito”. Così, nella micidiale trappola di Piazza Fontana rimasero incastrati soltanto gli anarchici.


La notte del 15 dicembre, tre giorni dopo la bomba, il ferroviere Giuseppe Pinelli volò dalla finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, al quarto piano della questura di via Fatebenefratelli. Di fatto, la diciottesima vittima innocente di quella strage. E poche ore dopo, il ballerino Pietro Valpreda fu indicato come esecutore materiale dell’attentato. Colui che aveva portato la valigetta imbottita di esplosivo nel salone della Banca dell’Agricoltura, mentre alle quattro e mezza del pomeriggio erano in corso le contrattazioni. E lo avrebbe fatto facendosi trasportare in taxi per soli cento metri, dalla Scala a Piazza Fontana, a bordo di un taxi il cui conducente Cornelio Rolandi disse di averlo riconosciuto durante un confronto all’americana i cui contorni sono rimasti per sempre oscuri.
Ci sarebbero voluti più di vent’anni per capire cosa si celava dietro la strage, grazie all’inchiesta del giudice Guido Salvini che fu capace di riprendere i fili delle indagini condotte prima tra depistaggi e omertà. Ma nonostante lui, perché le prove che avrebbero potuto inchiodare i responsabili, arrivarono sempre un minuto dopo le sentenze delle decine di processi che si svolsero, nessuno ha mai pagato il conto. Né i neofascisti di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale (Freda, Ventura, Maggi, Digilio…). Né una delle menti che sono emerse dietro il complotto, il capo dell’Ufficio Affari Riservati del Viminale, il prefetto piduista Federico Umberto D’Amato. Né gli uomini del Sid, il Servizio Informazioni della Difesa, a cominciare dal generale Gianadelio Maletti, fuggito in Sudafrica.
Quanto a Giuseppe Pinelli, l’incredibile conclusione a cui arrivò la procura di Milano con l’inchiesta guidata dal giudice Gerardo D’Ambrosio, fu che sarebbe precipitato nel cortile della questura a causa di un “malore attivo”. Mentre Luigi Calabresi, che al momento della morte di Pinelli non era nel suo ufficio, fu vittima di una feroce campagna di stampa che si concluse nel 1972 con il suo assassinio, per il quale furono condannati molti anni dopo quattro esponenti di Lotta Continua: il reo confesso Leonardo Marino (sulle cui dichiarazioni restano ombre e sospetti), Adriano Sofri, Giorgio Pietrostefani e Ovidio Bompressi.
Fu l’inizio della cosiddetta strategia della tensione. Di altre bombe e altre stragi (Piazza della Loggia, Italicus…) e di un decennio di piombo, morti e terrore che attraversò il Paese fino al delitto di Aldo Moro. Ma affermare che di quell’incipit sanguinoso che il 12 dicembre 1969 fece perdere al paese la sua innocenza non sappiamo nulla, sarebbe un clamoroso errore. Perché sappiamo tutto o quasi. E sappiamo che alla fine la nostra democrazia ha tenuto. Non è affatto poco, se non si vanificherà lo sforzo di non perdere la memoria di quei giorni e di quegli anni.

Piazza Fontana, il nuovo libro del giudice Salvini rivela l'esistenza di una cinepresa segreta utilizzata durante l'attacco


Di Salvatore Santoru

Nel suo nuovo libro intitolato "La maledizione di Piazza Fontana", il giudice Guido Salvini ha riportato alcuni inquietanti fatti e verità relative alla strage di Piazza Fontana, avvenuta a Milano il 12 dicembre del 1969.

Nel libro, edito da Chiarelettere e scritto con Andrea Sceresini(1), Salvini ha rivelato che la strage è stata ripresa in diretta grazie ad una cinepresa segreta.
Il film girato in diretta è stato, riporta Claudio Bernieri su un articolo di Affari Italiani ripreso anche dal sito del progetto Ecn Antifa(2), realizzato probabilmente con la complicità di alcuni agenti del Counter Intelligence Corps statunitense di stanza in Germania.

NOTE E PER APPROFONDIRE:

(1) http://www.affaritaliani.it/milano/piazza-fontana-nuovo-libro-rivela-cinepresa-segreta-ha-ripreso-lo-scoppio-635099.html?fbclid=IwAR3UrEOdh6ukTdQ7PIpDQIwOVFu5RpNC-42NxEFDN6WtpefMsKj_kr4hLPo

(2) http://www.ecn.org/antifa/article/6202/piazza-fontana-nuovo-libro-rivela-cinepresa-segreta-ha-ripreso-lo-scoppio

Strage di Ustica, il presidente della Camera Roberto Fico: 'Ancora troppi dubbi sulla vicenda, dobbiamo arrivare alla verità'


Di Salvatore Santoru

Durante la giornata dell'anniversario della strage di Ustica sono intervenute le più alte cariche dello Stato, tra cui Sergio Mattarella e il presidente della Camera Roberto Fico. Lo stesso Fico ha sostenuto che vi è la necessità di giungere ad una maggiore trasparenza e verità.

Inoltre, il politico dei 5 Stelle ha sostenuto che la vicenda è ancora ricca di dubbi e interrogativi da chiarire.

PER APPROFONDIRE- https://it.blastingnews.com/politica/2019/06/strage-di-ustica-fico-perseguire-la-verita-vi-sono-ancora-molti-interrogativi-002937969.html

Caso Moro, l'ex boss Raffaele Cutolo: 'Lo potevo salvare ma fui fermato da dei politici, diversamente da come accade con Cirillo'


Di Salvatore Santoru

Nel 2016 l'ex 'super boss' della camorra Raffaele Cutolo aveva fatto delle dichiarazioni molto interessanti sul caso Moro, caso tutt'ora ricco di misteri irrisolti. Le frasi del fondatore della 'Nuova Camorra Organizzata' sono state recentemente rese note dal Mattino. 


Come riporta l'Huff Post, in un verbale inedito di un interrogatorio Cutolo dichiarò che ebbe un decisivo ruolo nella liberazione dell'assessore Ciro Cirillo, rapito nel 1981 dalle Brigate Rosse guidate da Giovanni Senzani. 

Inoltre, lo stesso ex boss affermò che avrebbe potuto aiutare la liberazione di Aldo Moro ma che ciò gli fu impedito da dei politici. 

Per approfondire sulla vicenda, di seguito un video di febbraio 2019 del giornalista Sandro Rutolo per 'Fan Page' dedicato alla vicenda.



Ustica, pm aspettano via libera Usa per l’audizione di un ex marinaio. Mattarella: “Continuare il cammino verso la verità”

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Fatto Quotidiano

Trentotto anni. Tanti ne sono passati dalla strage di Ustica, avvenuta la sera del 27 giugno 1980 quando l’aereo Dc9 dell’Itavia venne abbattuto da un missile provocando la morte di 81 persone. Quasi mezzo secolo di attesa per una verità “conclusiva e univoca”, per riprendere le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella pronunciate in occasione dell’anniversario, che ancora tarda ad arrivare. Ma ora le indagini dei magistrati di Roma sul disastro aereo – avviate dopo anni di depistaggi, sentenze contraddittorie e attualmente a carico di ignoti – sembrano essere vicine a una svolta: manca soltanto il via libera delle autorità americane affinché i pm procedano con l’audizione dell’ex marinaio Brian Sandlin, imbarcato sulla portaerei Saratoga all’epoca dell’incidente e considerato un testimone chiave dell’inchiesta.


Il cittadino americano, infatti, in un’intervista rilasciata su La7 lo scorso dicembre ha dichiarato di aver visto due caccia della squadriglia “Fighting 103” decollare dalla portaerei durante la notte dell’incidente per una missione di combattimento contro due Mig libici. Al loro rientro, però, sostiene l’ex marinaio, gli aerei non avevano più armamenti sotto le ali. I sostituti procuratori Maria Monteleone ed Erminio Amelio hanno quindi inviato una rogatoria negli Usa nei mesi scorsi per poter svolgere l’audizione. L’ipotesi è che i caccia libici usarono il Dc9 dell’Itavia per non essere individuati dai radar ma furono comunque intercettati dai caccia militari (francesi, secondo l’allora presidente del Consiglio Francesco Cossiga, americani stando alle parole di Sandlin). L’aereo di linea partito da Bologna Borgo Panigale e diretto a Palermo Punta Raisi rimase quindi coinvolto nello scontro e precipitò in mare tra le isole di Ponza e Ustica.

Fonte e articolo completo: https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/06/27/ustica-pm-aspettano-via-libera-usa-per-laudizione-di-un-ex-marinaio-mattarella-continuare-il-cammino-verso-la-verita/4455310/

Ilaria Alpi, si va avanti con le indagini

 Nuove indagini sull’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin, uccisi in un agguato il 20 marzo del 1994 a Mogadiscio, in Somalia. È quanto ha deciso il gip Andrea Fanelli, che ha respinto la richiestadi archiviazione avanzata dalla Procura, disponendo ulteriori accertamenti da compiere entro 180 giorni.
In particolare, accogliendo le istanze degli avvocati della famiglia Alpi, Carlo Palermo e Giovanni D’Amati, il magistrato ha dato mandato alla Procura di fare luce sul ritardo nella trasmissione a Roma delle carte provenienti da Firenze in merito a un’intercettazione tra somali e di sentire come testimoni due di loro per capire “da chi è partito l’ordine di versare 40mila dollari all’avvocato Douglas Duale”, difensore di Omar Hashi Hassan, unico imputato di questa vicenda condannato definitivamente a 26 anni di reclusione e poi assolto nel processo di revisione a Perugia, e da chi è partita l’informazione “che Ilaria Alpi era stata uccisa da militari italiani”.
Il gip Fanelli ha disposto anche l’audizione dello stesso avvocato Duale “al fine di accertare se effettivamente gli sia stato corrisposto del denaro dal governo somalo o da altri soggetti per la difesa di Hashi e, in caso affermativo, quale fosse la ragione di tale elargizione”.
La Procura dovrà inoltre sentire “la fonte confidenziale citata nella relazione Sisde del 3 settembre 1997, previa nuova richiesta al direttore pro tempore in ordine all’attuale possibilità di rivelarne le generalità”. (adnkronos)
In quella vecchia relazione del Sisde, cui ha fatto riferimento il gip Fanelli, “emergerebbe il coinvolgimento dell’imprenditore Giancarlo Marocchino nel duplice omicidio nonché in traffici di armi”. Già il gip Emanuele Cersosimo, con ordinanza del 2 dicembre 2007, aveva chiesto alla Procura che venisse ascoltata la fonte confidenziale dell’allora servizio segreto civile ma “il Ministero dell’Interno aveva risposto, con nota del primo aprile 2008, che perduranti esigenze di tutela della fonte stessa non consentivano di fornire elementi atti a rivelarne l’identità. A distanza di oltre 10 anni – è scritto nel provvedimento di 14 pagine del giudice Fanelli – appare utile verificare la persistenza delle ragioni di segretezza addotte dal Sisde”. (agi)
Paola Nugnes (M5S): “Ora una Commissione d‘inchiesta per trovare la verità”

Paola Nugnes
“Il respingimento in merito alla richiesta di archiviazione per l’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin – afferma la senatrice Paola Nugnes (M5S) – è una speranza per raggiungere la verità su chi ha ucciso e per quale motivo i due giornalisti, dopo 24 anni di omissioni e depistaggi. Abbiamo depositato un ddl in Senato, che porteremo presto in commissione Ambiente, per chiedere l’istituzione di una commissione d’inchiesta sull’omicidio di Ilaria Alpi”.
“Nella sentenza di assoluzione per Hashi Omar Hassan, ingiustamente detenuto per oltre 20 anni per il duplice omicidio, il tribunale di Perugia – sottolinea Nugnes – ha scritto a chiare lettere che il processo Alpi è stato costellato di depistaggi. Ci impegneremo in ogni sede per trovare la verità sui traffici internazionali e sulle morti tragiche che non hanno trovato ancora risposte”. (giornalistitalia.it)
Walter Verini (Pd): “ Una vittoria per chi si batte per la verità”

Walter Verini
“La decisione del Gip di Roma di non archiviare e di aprire nuove indagini sull’uccisione di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin è una vittoria dell’Italia che si è sempre battuta per la giustizia e per la verità”. Il comment è del deputato Walter Verini (Pd), componente della Commissione Giustizia della Camera.
“In questo momento – aggiunge Verini – penso a Luciana, la mamma di Ilaria che proprio qualche giorno fa ci ha lasciato senza avere avuto modo di conoscere questo esito per il quale si è battuta con straordinario coraggio. Ora anche in suo nome siamo certi che la giustizia italiana saprà dare l’impulso necessario perché le nuove indagini facciano luce su motivi, mandanti, esecutori, depistaggi, false testimonianze che hanno avvolto questo caso fin da quel giorno in cui Ilaria e Miran vennero ammazzati per il loro coraggio di giornalisti”. (giornalistitalia.it)
La Fnsi valuta la possibilità di costituirsi parte civile
 “Chi in questi mesi ha continuato a chiedere di non archiviare le indagini relative all’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin non può che accogliere con soddisfazione la decisione del gip Andrea Fanelli di richiedere ulteriori accertamenti”. Lo afferma la Federazione Nazionale della Stampa Italiana annunciando che, nelle prossime ore, “valuterà, d’intesa con i propri legali, la possibilità di costituirsi parte civile”. (giornalistitalia.it)

Giovanni Falcone, il buco nelle agende elettroniche e il mistero del viaggio negli Usa: tutti i rebus 26 anni dopo la strage

 L’autore ha studiato per otto anni le agende elettroniche del giudice, entrate e uscite troppo rapidamente dai processi sulla strage di Capaci, nonostante le richieste di approfondimento dei due consulenti che se ne occuparono, le cui perizie furono depositate nel 1992. Sono l’ingegnere Luciano Petrini (assassinato nel 1996, il colpevole non è mai stato preso) e il vicequestore aggiunto Gioacchino Genchi.
Dall’analisi delle agende, l’autore rivela un particolare inquietante inerente il marzo del 1992, quando una “circolare dei prefetti” allertava su un piano di destabilizzazione volto a colpire l’Italia, con attentati (puntualmente avvenuti) tra marzo e luglio. La notizia era emersa il 18 marzo (dopo il delitto di Salvo Lima del 12 marzo) giorno in cui Falcone si trovava a Palermo con Paolo Borsellino e con il presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Ma stranamente entrambe le agende elettroniche del giudice, su cui era annotato ogni suo impegno (perfino successivi alla sua morte) solo nel mese di marzo 1992 risultano completamente vuote. Nell’intero mese di marzo, quello dell’allarme sulla destabilizzazione dell’Italia, Falcone non risulta aver annotato nulla (nemmeno l’impegno con Cossiga e Borsellino) in alcuna delle sue inseparabili agende. E dire che il giudice rimase molto colpito dall’assassinio di Lima, tanto da scrivere su La Stampa: “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”. Eppure sui suoi diari elettronici non appuntò nulla. Perché? E cos’accadde?

Ma non solo. Perché l’autore ricostruisce come Genchi e Petrini avessero recuperato l’appunto di un impegno a Washington di Falcone, datato tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 1992. L’episodio fu sempre seccamente smentito dal ministero della giustizia nonostante diversi testimoni italiani e americani ne avessero parlato ben prima che i consulenti recuperassero l’appunto. Dal confronto tra le agende elettroniche e le dichiarazioni in aula dei testimoni, l’autore ha scoperto tuttavia come nessuno sappia ancora dire dove si trovasse Falcone tra fine aprile 1992 e i primi giorni di maggio, quando i suoi cellulari non chiamarono né ricevettero telefonate. Sullo sfondo spunta l’ipotesi di un incontro con Tommaso Buscetta perché, tempo dopo, il pentito, dal suo rifugio negli Stati Uniti fu in grado di profetizzare le stragi del 1993 al patrimonio artistico italiano prima ancora che i corleonesi decidessero di attuarlo. Cosa sapeva Buscetta? E perché lo sapeva? Era al corrente di un piano di destabilizzazione dell’Italia e ne aveva messo al corrente il giudice?

I MISTERI DEL CASO MORO

Risultati immagini per uccisione di aldo moro

Di Roberto Tartaglione

L'agguato

 
La verità "processuale" ha accertato quali brigatisti hanno partecipato all'operazione in Via Fani per rapire Aldo Moro. Ma quel giorno, all'operazione parteciparono (almeno!) altre due persone. Su una grossa moto infatti c'erano due uomini che fiancheggiavano il commando brigatista. Quando poco prima dell'azione passa un piccolo scooter con a bordo l'ingegner Marini, testimone oculare del fatto, i due uomini gli sparano una raffica di mitra. Lui cade dal motorino e si nasconde.
Di questi due uomini non si sa nulla: mai trovate le armi, spariti i bossoli dei colpi sparati, negata la loro presenza dai brigatisti arrestati.
Nel 2009 a un giornale arriva la lettera anonima scritta da un poliziotto prima di morire:
"Quando riceverete questa lettera, saranno trascorsi almeno sei mesi dalla mia morte come da mie disposizioni. Ho passato la vita nel rimorso di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto e cioè raccontare la verità su certi fatti. Ora è tardi, il cancro mi sta divorando. La mattina del 16 marzo ero su di una moto e operavo alle dipendenze del colonnello Guglielmi; con me alla guida della moto un altro uomo proveniente come me da Torino; il nostro compito era quello di proteggere le Br nella loro azione da disturbi di qualsiasi genere."



Il colonnello Guglielmi è un funzionario dei Servizi Segreti che la mattina del 16 marzo era proprio in via Fani, il luogo del rapimento. Interrogato sul motivo della sua presenza sul luogo della strage dichiara che stava andando a pranzo a casa di un amico.
Il "comitato speciale" e la P2

Nel Comitato Speciale voluto da Cossiga per gestire "l'affare Moro" quasi tutti i componenti (generali, dirigenti dei servizi segreti, collaboratori) erano membri della P2, la loggia massonica che, parecchi anni dopo, sarebbe stata scoperta e giudicata eversiva.
La P2 era in sostanza un organismo segreto che aveva come sua ragion d'essere impedire che il Partito Comunista prendesse il potere e favorire la deriva autoritaria o fascista dello Stato. Il suo capo (Gran Maestro) era Licio Gelli.


Il covo di Via Gradoli
Uno dei "covi" delle Brigate Rosse, forse il più importante a Roma, quello più frequentato da Mario Moretti, capo delle BR, era in Via Gradoli 96.
Ora, a parte la stranezza che un gruppo di terroristi stabilisca il suo covo in un edificio in cui quasi tutti gli appartamenti sono di proprietà dei Servizi Segreti italiani; a parte la sorpresa nello scoprire che in un appartamento vicino al covo abita un compaesano di Mario Moretti e suo ex compagno di scuola (il rischio di essere riconosciuto è altissimo); a parte che nell'appartamento di fronte al covo vive Lucia Mokbel, sorella di Gennaro Mokbel, imprenditore di estrema destra coinvolto in scandali di ogni genere, in rapporti poco chiari sia con i servizi segreti sia con la banda della Magliana; a parte queste stranezze su via Gradoli ci sono un mare di misteri.
1
 - Subito dopo il rapimento il palazzo di Via Gradoli viene perquisito dalla polizia (una segnalazione, forse). Tutti gli appartamenti vengono perquisiti. Tutti escluso uno! Quando la polizia ha bussato alla porta del covo BR infatti
nessuno ha risposto e gli agenti sono andati via.
2
 - Romano Prodi (che in futuro diventerà Presidente del Consiglio) dichiara che in una seduta spiritica in cui si chiedevano informazioni sulla prigione di Aldo Moro, è uscito il nome "Gradoli". La polizia organizza allora una intera giornata di perquisizioni in un paese non lontano da Roma che si chiama appunto Gradoli. La moglie di Moro chiede alla polizia se a Roma non ci sia una strada che si chiama Gradoli, ma la polizia risponde di no. La perquisizione del paese di Gradoli, naturalmente, non dà nessun risultato.
3 - Il giorno 18 aprile la signora che abitava in via Gradoli al piano di sotto rispetto all'appartamento dei brigatisti, chiama i pompieri. Dal piano di sopra arriva infatti una infiltrazione d'acqua. I pompieri entrano nell'appartamento e scoprono che in bagno la doccia è stata "dimenticata" aperta. Con l'aiuto di una scopa il getto d'acqua della doccia è indirizzato proprio verso una fessura nel muro, in modo tale che l'acqua vada direttamente al piano di sotto.
Nel covo BR vengono trovate armi, volantini, soldi.
La notizia della scoperta del covo viene subito diffusa e quindi i brigatisti che tornavano tutte le sere in quell'appartamento sono riusciti a scappare.
Il falso comunicato n. 7

Lo stesso giorno in cui viene "scoperto" il covo di Via Gradoli, arriva il comunicato n. 7 delle Brigate Rosse.
Secondo il comunicato Moro è stato ucciso e il suo corpo gettato nel lago della Duchessa, un lago ghiacciato su una montagna tra Lazio e Abruzzo, a 1700 metri di altezza.
Il comunicato è evidentemente falso: diversa la lunghezza, diverso lo stile, diversa la grafica del foglio. Ma la polizia passa un'intera giornata a scandagliare il fondo del lago.


In seguito si scoprirà che il falso comunicato è stato "costruito" da un falsario, Antonio Chichiarelli, membro della malavita romana con grosse relazioni con la banda della Magliana, con la mafia e con i servizi segreti.
Steve Pieczenik, agente della Cia e membro del Comitato Speciale di Cossiga, dichiara che il falso comunicato è stato ideato da lui in collaborazione con lo stesso Cossiga, per valutare le reazioni dell'opinione pubblica alla notizia della morte di Moro. Più probabilmente la contemporaneità fra la "scoperta" del covo di Via Gradoli e l'annuncio del lago della Duchessa fa pensare alla volontà di impegnare le forze dell'ordine per permettere qualche spostamento delle BR in un momento di scarsi controlli.
Antonio Chichiarelli, pochi anni dopo, è il capo di una banda che farà una grandiosa rapina alla Brink's Sekurmark di Roma. La rapina frutta l'enorme cifra di 35 miliardi di lire. C'è chi sostiene che la relativa facilità con cui Chichiarelli porta a termine il colpo sia  "il premio" che i servizi segreti gli danno per l'aiuto avuto ai tempi del rapimento Moro. Comunque nel 1984 Chichiarelli viene assassinato e i responsabili dell'omicidio non sono mai stati scoperti.
Il vero comunicato n. 7 arriva il 20 aprile.



La prigione di Moro e le dichiarazioni dei brigatistiTutti i brigatisti catturati hanno sostanzialmente ammesso le loro colpe, si sono presi la responsabilità del delitto e hanno perfino dichiarato di considerare ormai chiuso il periodo della "lotta armata". Ma nonostante questo, ancora oggi (che molti di loro o sono tornati liberi o sono in "regime di semilibertà") nessuna loro dichiarazione ha permesso di chiarire definitivamente alcuni punti.
Chi ha sparato realmente ad Aldo Moro?
In un primo momento si è autoaccusato Prospero Gallinari; poi Mario Moretti ha detto di essere stato lui a premere il grilletto, e infine anche il brigatista Maccari ha dichiarato di aver sparato alcuni colpi.
Dove è stato realmente tenuto prigioniero Moro?
La verità "processuale" indica il covo BR in Via Montalcini, a Roma. Eppure sul corpo di Moro sono state trovate tracce che indicherebbero la permanenza in un posto di mare (ma i brigatisti dichiarano di aver sprizzato acqua salata sul corpo di Moro proprio per depistare le indagini). E la mattina del 9 maggio 78, è possibile che i brigatisti abbiano trasportato in macchina il corpo di Moro da Via Montalcini fino in Via Caetani, in pieno centro a Roma, rischiando di essere fermati a uno dei tanti posti di blocco della polizia?
Perché le BR non hanno diffuso tutte le carte con le dichiarazioni fatte da Moro durante il "processo del popolo"?
Nei loro comunicati in effetti promettevano di non tenere nascosto niente. Mario Moretti dice che i nastri registrati sono stati distrutti e che loro stessi non si rendevano conto dell'importanza di alcune dichiarazioni. Per questo molto materiale è andato disperso.
Chi ha partecipato alla strage di Via Fani?
I brigatisti hanno ammesso solo la partecipazione di quelle persone che erano già state arrestate. Su altri partecipanti, che pure dovevano esserci, nessuna rivelazione.

Le carte di Moro e il covo di Via Montenevoso

Dopo la morte di Moro, nell'ottobre del 1978, le forze dell'ordine antiterrorismo, guidate dal Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, scoprono un covo BR in Via Montenevoso, a Milano. All'interno decine di fotocopie, pagine dattiloscritte degli interrogatori di Moro. Alcune di queste pagine spariscono, altre vengono pubblicate. Gli originali però non si trovano e comunque si ha l'impressione che dietro quegli scritti si nascondano altri misteri.
Incredibilmente, 12 anni dopo, quando un nuovo proprietario dell'appartamento di Via Monte Nevoso lo fa ristrutturare, dietro un pannello di gesso sotto la finestra, vengono ritrovate altre carte: si tratta dei manoscritti del memoriale Moro, in parte uguali ai dattiloscritti trovati nel 78, in parte "nuovi". Anche stavolta però è chiaro che le pagine più rilevanti mancano.
Esistono gli originali? Esistono i nastri con le registrazioni di quello che Moro ha detto? Nessuno può rispondere con sicurezza. È certo che chiunque si sia avvicinato troppo all'originale del memoriale è morto.
Morto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa ("ufficialmente" assassinato dalla mafia nel 1982). Morto il giornalista Mino Pecorelli che aveva annunciato rivelazioni sensazionali sul memoriale (assassinato il 20 marzo del 1979). Morto a luglio dello stesso anno anche il generale Varisco che probabilmente di Pecorelli era informatore.

La figura di Mario Moretti
Mario Moretti è stato spesso indicato come il "capo delle Brigate Rosse". In una intervista lui ha tenuto a precisare che era solo un dirigente e che nelle BR non c'era una struttura gerarchica e quindi non c'era un capo.
I sospetti che si tratti di un "doppiogiochista" sono molti: ripercorrendo la storia delle Brigate Rosse infatti più volte si trovano episodi in cui quando appare Mario Moretti alle sue spalle ci sono i Servizi Segreti. Ma non solo complottisti o giornalisti hanno notato queste coincidenze. Lo stesso Franceschini, uno dei capi storici delle BR della prima generazione, in un suo libro lancia numerosi segnali in questo senso. E che Moretti fosse una "spia" lo dice quasi chiaramente.
Né c'è da sorprendersi troppo se si sospetta che all'interno delle BR ci fossero infiltrati.
Giovanni Galloni, importante esponente della Democrazia Cristiana fra gli anni 50 e 70, rivela che lo stesso Moro, prima del suo rapimento, gli aveva confessato la sua perplessità sul fatto che la Cia avesse all'interno delle BR anche dei suoi uomini.
Moretti del resto era uno di quelli che ruotavano intorno alla scuola di lingue Hyperion, a Parigi. Scuola di lingue che, si è poi scoperto, era la copertura di una delle centrali di spionaggio fra le più importanti d'Europa, in cui confluivano gli interessi di Cia, Kgb, Mossad e di numerosi gruppi terroristici la cui esistenza poteva far gioco a chi aveva interessi a destabilizzare la situazione di alcuni paesi europei.

Tutto quanto abbiamo scritto in questa pagina non è
necessariamente quello che noi pensiamo.
Si tratta solo di elementi che inducono a sospettare che
in questo delitto le cose non siano andate così come sono state descritte.
Per quanto riguarda misteri e ambiguità, infatti,
non ci è difficile associare questo crimine ai grandi enigmi
della storia moderna e in particolare
all'omicidio Kennedy avvenuto nel decennio precedente.
Tuttavia, per un quadro molto più preciso e completo
di questa storia consigliamo vivamente il libro qui sotto:




FONTE E ARTICOLO COMPLETO: http://www.scudit.net/mdmoro_misteri.ht
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