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La tratta degli schiavi irlandesi, una storia dimenticata

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Di Pierfrancesco Caira

Quando si parla di schiavitù vengono subito alla mente le atroci sofferenze patite dalla popolazione africana durante il periodo coloniale, ma la schiavitù è un fenomeno nato molti secoli prima, praticato ancora al giorno d’oggi in forme più subdole e di certo non fa distinzioni riguardo al colore della pelle degli schiavi.

 Il commercio di uomini dall’Irlanda ebbe inizio sotto Re Carlo I Stuart e andò avanti per oltre due secoli; in seguito al Proclama Reale del 1625, prigionieri politici irlandesi vennero trasportati oltreoceano per essere venduti come schiavi ai coloni delle Indie Orientali. Verso la metà del 1600 gli schiavi irlandesi erano i più presenti ad Antigua e Montserrat (qui componevano oltre il 70% della popolazione locale). Fu così che l’Irlanda divenne rapidamente la fonte primaria di forza lavoro per la Corona: fra il 1641 e il 1652 oltre mezzo milione di irlandesi perse la vita e altri 300.000 furono ridotti in schiavitù. Il numero degli abitanti dell’Isola Smeralda scese drasticamente da 1.500.000 circa a poco più di 500.000 e poichè venivano deportati solo gli uomini, la rimanente popolazione era formata in gran parte da donne e bambini senza più una casa. La soluzione degli Inglesi fu semplice: vendere anche loro ai coloni.

Ed infatti, sempre nel decennio centrale del XVII secolo, oltre 1000.000 bambini di età compresa fra i 10 e i 14 anni furono sottratti ai propri genitori e mandati come merce nelle Indie Orientali, in Virginia e nel New England; altri 52.000 schiavi, per la maggior parte donne e bambini, vennero acquistati dai coloni dell’isola Barbados e altri 30.000 irlandesi inviati nel Nuovo Mondo e venduti al migliore offerente. Nel 1656 Cromwellordinò la spedizione di 2.000 bambini dall’Irlanda in Giamaica. In quel periodo il commercio di uomini dall’Africa era agli inizi e agli schiavi africani, non macchiati dall’onta del cattolicesimo e molto più costosi dei loro colleghi irlandesi (50 sterline contro 5), veniva riservato un trattamento decisamente migliore dai propri padroni; uccidere uno schiavo irlandese non era nemmeno considerato reato e presto i padroni presero ad ingravidare le schiave irlandesi non solo per piacere personale ma soprattutto per motivi di profitto. I figli divenivano ovviamente schiavi a loro volta e le madri eventualmente emancipate non avrebbero mai scelto di abbandonare la prole.
Stando alle cronache la tratta degli schiavi in America e Australia andò avanti anche dopo laRivolta irlandese (Èirì Amach) del 1798, fino a quando l’Inghilterra decise, nel 1839, di porvi fine.

L’argomento è quasi un tabù nell’odierno Regno Unito tanto che i testi di storia non ne parlano o preferiscono etichettare gli irlandesi costretti alla traversata transoceanica come “servitù a contratto”. Per maggiori approfondimenti sul tema si consiglia la lettura di“White Cargo” degli autori Don Jordan e Michael Walsh.

Fonte: http://www.corrieredellepuglie.com/index.php/2013/07/la-tratta-degli-schiavi-irlandesi-2/

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