La basilica di Collemaggio:il tempio della Luce

giu 7, 2015 0 comments

Di Michele Proclamato
Ne ha fatta ragionare di gente.
E quanta ne ha fatta innamorare? …lasciamo perdere.
Eppure, da quando la conosco, soffre.
È uno dei luoghi più importanti della terra per accedere davvero ad un altro livello conoscitivo, direi ad un altro mondo, pur rimanendo in questo, ma non c'è nulla da fare, passano i secoli, tuttavia essa, pur dando tutto, non riceve quasi nulla, anzi.
Di nuovo, oggi, dopo il terremoto, a causa dei grandi danni subiti è chiusa, in attesa di un fantomatico restauro finanziato dall'Eni, che probabilmente terminerà nel 2016.
Chiusa da un anno a causa dei suddetti restauri. Eppure nulla si è mosso.
Qualche rilevamento, alcuni carotaggi sul pavimento tristemente offeso in questi anni - molti, tra l'altro, hanno portato via delle parti essenziali a livello simbolico -  e poi silenzio.
Inattività totale.
E, quindi, dal prato antistante, oggi di nuovo verde, la osservo, e so con certezza che è ferita, ma se fosse possibile parlarne in termini fisici, direi che ad essere offese non sono le sue parti murarie, quanto il suo cuore.
Questo luogo ha dato amore, sempre, così come volle il suo costruttore Celestino V, ma ancora non ha raccolto ciò che gli è dovuto, ciò per cui è nato, ciò per cui sono nati tutti i luoghi solari e sacri.
Ed io, fermo su questo prato, che anni fa fu sede della mia ri-nascita, non posso far altro che riandare alla memoria, per rivivere quegli istanti in cui, per la prima volta, la visitai, ricevendone un dono, oggi fondamentale per il mio vivere, e a quanto sento ripetere, per il vivere di molte persone.
Ad essa devo molto, e chi se ne frega se esagero, direi che le devo tutto, tutto ciò che oggi sono.
E se dovessi definirmi, direi che il marasma di contraddizioni che indefesse mi caratterizzano ancora, i marasma di io che continuo a scoprire in me, tutto e tutti sono legati da un unico collante, quello sentito a Collemaggio, un collante che forse dovrei definire …divino.
Si, quando entrai a Collemaggio ero solo umano, quando ne uscii, ormai era troppo tardi, avevo, senza saperlo, già intrapreso la via del Pellegrino, la via delle Stelle, la via speranzosa verso un divino, che spero costantemente di riscoprire, anche attraverso lo studio, ma soprattutto tramite l'intuito.
Quell'intuito che prepotentemente otto anni fa mi fece codificare il Rosone Centrale di Collemaggio.
Un intuito che, col tempo, maturando, sembra essere diventato più una preghiera, che un atto dell'anima.
Ma al di là delle mie elucubrazioni, come al solito fin troppo personali, questa occasione di scrivere del mio Tempio, vorrei metterla a frutto cercando di chiarire e chiarirmi un aspetto che, per anni, nei miei studi dedicati a questa basilica, è rimasto quasi celato, conscio di come avrebbe potuto rivoltarsi contro di me.

Il mausoleo dell'appartenenza
Fig. 2 Mausoleo di Celestino V
Quando ancora si poteva visitare e, laconica, si concedeva a tutti, questa basilica ospitava il mausoleo, oggi anch'esso transennato, di Celestino V.
La prima volta che lo vidi non mi colpì in modo particolare per la sua bellezza - piuttosto consueta in questa Italia di capolavori - e neppure le spoglie del Papa, da secoli discusso, ebbero su di me un effetto degno del mio stupore.
Invece mi incuriosirono molto due medaglioni in marmo posti a destra e a sinistra nella parte inferiore del mausoleo stesso che raffiguravano rispettivamente: Re Davide e Re Salomone.
Fig. 3 Medaglione Re Salomone
Neanche lontanamente ero giunto a capire, tantomeno ad immaginare, quale fosse il filo d'oro che nei millenni aveva tenuto unito le volontà bibliche dei due Re giudei a quella papale di Celestino V.
Semplicemente la cosa mi lasciava interdetto.

Poi, a distanza di tempo, capii come era possibile far condividere a quei tre soggetti lo stesso complemento oggetto.
Capii come quella trina tutta, avesse condiviso un unico fondamentale compito: "La costruzione del Tempio".
Capii come Celestino V, fondamentalmente, appartenesse a quella catena conoscitiva che mai si era completamente spezzata nei millenni, garante di una regalità, resa divina da un sapere forse mai completamente sviscerato dagli stessi iniziati che ne facevano parte.
Da qui il "mio" rosone, da qui quel pavimento coperto di rombi, da qui la tridimensionalità geometrica dell'altare, da qui, soprattutto, il Labirinto, quei Tre Otto che, in pratica, mi lanciarono, appena ne scrissi, in questo circoscritto, ma enorme mondo della Prisca Sapientia, come avrebbe detto Newton, altro esponente della regalità giudea.
Fig. 4 Labirinto di Collemaggio
Su quei Tre Otto si accesero spesso, da allora, i riflettori dell'interesse speculativo di molti.
Valsero il mio battesimo di fuoco, furono e sono il mio biglietto da visita ovunque io sia.
Ebbene, sono proprio le Tre Ottave, il contesto nel quale e sul quale spesso medito e continuo a meditare trascurando volutamente un particolare che, anni fa, avrebbe potuto completamente delegittimare ogni mia iniziale elucubrazione geometrico-numerica riguardante il loro significato.
Avevo, infatti, come descrissi nel mio primo libro: "Il Segreto delle Tre Ottave" illogicamente misurato i diametri e la lunghezza di quel luogo fortemente simbolico, nella speranza, ripeto illogica, di evincere informazioni in grado di spiegarmi perché, il 21 Giugno, giorno del solstizio d'estate, il Rosone Centrale, proprio in quel luogo, si palesa attraverso un settimo cerchio fatto solo di "LUCE".
Fig. 5 Solstizio a Collemaggio
Avevo misurato, infatti, un luogo nato e simbolicamente costruito settecento anni prima con un'unità di misura - il metro - che, storicamente, in quel periodo, non poteva esistere.
Eppure, incredibilmente, i riferimenti ottenuti mi riportarono immediatamente in Egitto, mi rimandarono a tremila anni prima di quella misura improbabile, dandomi la possibilità, più unica che rara, di "parlare" del Soffitto di Semnut, con una cognizione di causa assolutamente inaspettata.
E questo perché?
Semplicemente perché tutti i diametri dei cerchi del Labirinto, dimostravano avere una misura in cm, pari al numero dei raggi presenti nelle 12 ruote di Semnut.
Fig. 6 Soffitto di Semnut
Da allora, lo stesso riferimento numerico - 288 - lo incontrai spessissimo, in tutti i campi del sapere davidico, non esclusi i Cerchi nel Grano, chiaramente.
Vi faccio un esempio classico: all'Aquila, la Perdonanza, voluta da Celestino V, si festeggia il "288" di ogni anno.
Per Otto anni ho accantonato questo piccolo mistero, quasi vergognandomene, convincendomi che questa insolita catena di indizi fosse solo dettata dal caso, dimostrando così ben poca fiducia nei Padri del sapere dell'Ottava.
Fino a quando, sulla scorta di un magnifico ed unico libro tradotto dal francese, di un autore misconosciuto, molto probabilmente coinvolto come me da molteplici ritorni in questo luogo, dove spesso, come dice qualcuno di mia conoscenza, la "Vita è Amara", sono venuto a sapere che i Templari, cioè i Guardiani/Costruttori del Tempio, rispettando i dettami costruttivi del sapere iniziatico egizio, costruivano le loro basiliche utilizzando un'unica e fondamentale Unità di Misura Divina dettata semplicemente dalla: "Luce".
Oggi, che il nostro percorso conoscitivo sulla velocità della luce, ufficialmente, si è chiuso, definiamo con queste parole la modalità con cui l'uomo a "ri-scoperto" il metro:
"Un metro è definito come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un intervallo di tempo pari a 1/299 792 458 di secondo."
Ora, essendo Celestino V, un iniziato al Sapere del Tempio, al quale, sicuramente, certe conoscenze templari non mancarono, né tantomeno certi appoggi templari, direi che, e concluderei che:Tutto, come giusto che sia, a Collemaggio è Luce, come assolutamente le sue misure.
Mi sentirei quindi di asserire che anni fa non fu il caso ad indicarmi la mia strada conoscitiva, ma un sapere che con assoluta certezza, non solo sa cosa nasconde la Luce, ma soprattutto sa cosa è la Luce. 

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