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Intesa Sanpaolo, Unicredit, Goldman Sachs, Jp Morgan. Chi investe in bitcoin e blockchain

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Intesa Sanpaolo, Unicredit, Goldman Sachs, Jp Morgan. Chi investe in bitcoin e blockchain
Di Marta Gobbi
La corsa alla luna, mai sospesa nel mondo della financial technology, fa rotta stavolta sulla digitalizzazione dei sistemi di pagamento e sulle monete virtuali sostenute da architetture tutte nuove. L’obiettivo? Transazioni iperveloci all’insegna della tracciabilità garantita dalla criptografia, da inserire nel trading quotidiano. Se ci si interroga ancora sull’affidabilità delle monete virtuali stile bitcoin o ethereum, i big della finanza, anche italiani, strizzano invece senza dubbi l’occhio e il portafoglio ai sistemi di digitalizzazione vera e propria.
I DUBBI A SINGHIOZZO SUL BITCOIN DI JP MORGAN
Il bitcoin non è altro che una “frode”, destinata a “fare una brutta fine”. Il CEO di Jp Morgan, Jamie Dimon, si è mostrato lapidario. “Se avessimo personale che fa trading di Bitcoin, lo licenzierei in un secondo”, ha commentato il CEO specificando che la moneta “è contro le regole” della banca. Per spiegare il suo scetticismo Dimon è ricorso alla metafora dei tulipani in Olanda nel 1600, quando gli speculatori fecero salire i prezzi dei bulbi dei tulipani a livelli inimmaginabili, dando il via alla bolla dei fiori. E per il bitcoin, stando alle parole del manager, potrebbe essere lo stesso.
Ma il trading recente del Gruppo americano racconta una storia diversa. Nel momento in cui le dichiarazioni del CEO hanno messo faccia a terra il valore dei bitcoin, con perdite di oltre il 20% del suo valore, JP Morgan ha fatto registrare acquisti importanti di bitcoin nei sistemi finanziari europei, e, nel dettaglio, sul sistema Exchange Traded Note quotato alla borsa di Stoccolma, che replica l’andamento del sottostante cambio tra bitcoin e dollari. Manipolazione del mercato o incoerenza nella gestione dei fondi dei clienti del Gruppo, l’attenzione della banca al momento non ha spiegazioni chiare.
IL SISTEMA BLOCKCHAIN
Chiaro è, invece, il focus dei più grandi colossi internazionali in tema di fintech, se non direttamente in bitcoin. La parola chiave da stampare in mente infatti è blockchain, il complesso sistema di algoritmi e registri distribuiti che consente a criptovalute come bitcoin di essere scambiate e verificate elettronicamente attraverso un network di computer, senza passare da un “autorità centrale”. La sua complessità e la sua perfezione algoritmica l’hanno resa una delle tecnologie più promettenti degli ultimi anni.
La blockchain può essere considerata un libro mastro, condiviso da tutta la rete Bitcoin, in grado di contenere tutte le transazioni che sono state elaborate, permettendo al computer degli utenti di verificare la validità di ogni transazione. L’autenticità di ogni transazione è protetta da firme digitali che corrispondono all’indirizzo del mittente, permettendo a tutti gli utenti di avere pieno controllo sui bitcoin inviati dai loro indirizzi personali. Il sistema della blockchain è quello che, di fatto, permette lo scambio della moneta virtuale attraverso il web.
Basterebbe un numero per capire quello che potrebbe accadere nei prossimi anni e l’impatto che avrà nell’economia globale: secondo un sondaggio del World Economic Forum, entro il 2025 oltre il 10 per cento del Pil mondiale riguarderà attività registrate attraverso una tecnologia che si basa sui principi della blockchain.
L’ENDORSEMENT DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE
In una nota di uno staff meeting del giugno 2017, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) suggerisce alle banche di investire sempre più in tecnologia digitale. Secondo il team del FMI, composto tra gli altri, dagli economisti Dong He, Ross Leckow e Vikram Haksar, “i progressi rapidi nel campo della tecnologia digitale stanno trasformando il panorama dei servizi finanziari”, creando nuove opportunità per consumatori, provider e legislatori anche in termini di fiducia, sicurezza e privacy.
L’analisi del FMI si concentra sui labili confini del mondo della fintech. “Le barriere all’entrata stanno cambiando” con una minore definizione dei confini tra intermediari, mercato e provider a causa di tecnologia, monete virtuali e pagamenti cross border. Dei paletti che non sono necessariamente indeboliti, ma anzi, escono da questa tormenta tecnologica rafforzati in caso di grandi network chiusi a scarsa competitività.
Secondo gli autori del Fondo monetario internazionale, le nuove policy finanziarie dovranno essere agili, sperimentali e cooperative, e le autorità di regolamentazione dovranno impegnarsi per mitigare i rischi di cyberattack, riciclaggio di denaro sporco e terrorismo, senza intaccare il processo di ammodernamento legato al mondo delle monete virtuali. Uno sforzo necessario per un approccio di successo del sistema bancario con le criptovalute.
I BIG SIX
Ed è proprio la tecnologia del blockchain ad attrarre le banche con la prospettive di tenere presto in mano la rete su cui rimbalzano le varie criptovalute. Sei delle più grosse banche mondiali hanno deciso di lanciare insieme un progetto per creare una nuova forma di denaro digitale. Come riportato dal Financial Times, Barclays, Credit Suisse, Canadian Imperial Bank of Commerce, HSBC, MUFG e State Street si sono unite per lavorare al progetto “Utility Settlement Coin” creato dalla svizzera UBS per rendere più efficienti i mercati finanziari. Un programma che adesso punta ad aprire un tavolo di discussione con le banche centrali per il rafforzamento della data privacy per implementare nuovi sistemi di protezione cyber security.
Scettici inizialmente a causa delle preoccupazioni in materia di frode, le banche stanno studiando come sfruttare la tecnologia per accelerare i sistemi di liquidazione di back-office e liberare miliardi di capitali legati al trading sui mercati globali. La “utility settlement coin”, sviluppata da Clearmatics Technologies, mira a permettere ai gruppi finanziari di fare pagamenti o acquistare di titoli, ad esempio obbligazioni e azioni, senza aspettare che i trasferimenti di denaro tradizionali siano completati. Le società potrebbero invece utilizzare monete digitali direttamente convertibili in denaro presso le banche centrali, riducendo il tempo, il costo e il capitale richiesti nelle fasi post-trading.
INTESA E UNICREDIT TRA I 22 TESTER
A testare il sistema, un gruppo di 22 banche mondiali, tra cui anche Intesa Sanpaolo e Unicredit. Lavorando in modo indipendente, le banche (tra cui anche ABN AMRO, Banca ABSA, Banco Bilbao Vizcaya Argentaria, China Construction Bank, China Minsheng Banking, Commerzbank, Deutsche Bank, Erste Group Bank, FirstRand Bank, JPMorgan Chase Bank, Lloyds Bank, Mashreq bank, Nedbank, RaboBank, Santander, Société Générale, Standard Bank of South Africa, Standard Chartered Bank, Sumitomo Mitsui Banking Corporation e Westpac Banking Corporation) avranno il ruolo di gruppo di convalida dell’applicazione della blockchain, valutandone la performance.
L’APPLICAZIONE NEL QUOTIDIANO
Ad intuire la forza della rivoluzione blockchain è stata anche una delle principali banche d’affari americane, Goldman Sachs, che ha messo a disposizione 50 milioni di dollari nello sviluppo della blockchain.
Potenzialità in cui crede anche la società tecnologica americana Chain che nel 2015 ha raccolto finanziamenti per 30 milioni di dollari da investire su una piattaforma per lo sviluppo della blockchain al servizio delle imprese. I donatori?  Colossi come Visa, Nasdaq, Citi Ventures, Capital One, Fiserv e Orange, interessata per esempio alle potenziali ricadute sui sistemi di pagamento attraverso i cellulari e i dispositivi mobili in generale. La criptografia, insomma, è pronta ad entrare nelle nostre tasche.
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