L’invito a Haftar irrita Sabratha. Le milizie inondano il mare di barconi


Di Francesco Semprini

Sabratha non ci sta e i barconi riprendono il mare. Il consiglio militare della città della Tripolitania condanna l’invito dell’Italia a Khalifa Haftar, per il quale il generale è atteso a Roma il 26 settembre per incontrare il ministro della Difesa Roberta Pinotti, e alcuni alti ufficiali dello Stato maggiore. «Denunciamo l’invito giunto specie perché la Corte penale internazionale ha chiesto ripetutamente l’arresto degli affiliati (del generale) colpevoli di aver commesso crimini di guerra», spiega in una nota il Consiglio militare di Sabratha. Questa la reazione ufficiale di Sabratha. Venerdì intanto, il Mediterraneo centrale si affollava di gommoni come non accadeva da tempo: 15 interventi di salvataggio in poche ore, cui si devono aggiungere alcuni del giorno precedente e altri di ieri: circa 1800 persone salvate nel fine settimana, con l’aiuto delle navi militari e di quelle delle poche Ong rimaste davanti al mare della Libia e il coordinamento della Guardia costiera italiana. Oltre agli «sbarchi fantasma».  

«I due accadimenti non sono affatto slegati», spiegano fonti libiche a La Stampa secondo cui questa è la reazione «non ufficiale» di Sabratha alla notizia del «peggiore degli sbarchi» quello di Haftar a Roma, trapelata ad arte già prima del fine settimana da Bengasi. La città costiera è considerata l’hub per eccellenza del traffico dei migranti diretti in Italia, da qui sono partite le decine di migliaia di persone in fuga dal «serbatoio africano». Poi, a un tratto, il flusso è stato interrotto, in parte con la nuova missione italiana a sostegno della Guardia costiera libica. In parte con gli accordi «sotto traccia» tra italiani e figure di spicco che controllano quel tratto di costa (e di conseguenze i traffici che ospitano). «I Dabbashi hanno riaperto i rubinetti dopo aver saputo dell’invito», ci spiegano in riferimento alla «famiglia» che controlla Sabratha.  

Rispondono ad Ahmed Al Dabbashi, detto Al Amnu (lo zio), a cui sono legate la Brigata Anas Al Dabbashi (nome di martire di famiglia) che fa capo al ministero della Difesa, e la Brigata 48 che fa capo agli Interni. Da loro dipende anche la sicurezza esterna dell’impianto libico dell’Eni di Mellita. Sono loro a fare il bello e il cattivo tempo a Sabratha come La Stampa ebbe modo di constatare, nell’aprile del 2016, incontrando proprio a Sabratha Fitouri El-Dabbashi, nipote dello zio che ebbe ruolo attivo nelle operazioni contro i rapitori dei quattro dipendenti italiani della Bonatti sequestrati dall’Isis.  

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