Thailandia, ripresi i soccorsi alla grotta di Tham Luang: paura per la forte pioggia. Testimonianza: cosa hanno mangiato laggiù

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Attesa febbrile davanti alle grotte di Tham Luang in Thailandia dove otto piccoli calciatori e il loro allenatore sono ancora bloccati nelle viscere della terra: le operazioni di soccorso sono riprese quando in Italia era l'alba, dopo che alla vigilia sono stati tratti in salvo quattro ragazzini. E dopo qualche ora sono arrivati a otto. La forte pioggia, però, ostacola il lavoro dei soccorritori. E le ricerche ripartiranno domani 9 luglio.
Sui nomi e sulle condizioni dei ragazzini salvati, le autorità thailandesi continuano a opporre un «muro» di no comment: «Non sono domande sagge dafarsi» rispondono a chi chiede come stanno. Si sa solo che ne hanno salvati quattro e che tutti sono stati portati all’ospedale per cure e controlli. Uno sarebbe in condizioni peggiori degli altri.
Quanto ai loro nomi, bisogna stare alle indiscrezioni del giornale locale Daily Beast che cita fonti ufficiali. Sarebbero: Nattawut Thakamsai, 11 anni, soprannominato «Tle», attaccante dei «Cinghialetti»; Pipat Bodhi, 15 anni: portiere, detto Nick; Pipat non gioca abitualmente con i «cinghialetti», si era unito al gruppo solo per stare con un amico nell’allenamento del 23 giugno, Prajak Sutham, 14 anni: portiere, il suo nomignolo è Note, a volte gioca anche a centrocampo; Peerapat Sompiangjai, 16 anni, soprannominato Night, ala destra. Proprio Supaluk Sompiengjai, madre di Pheeraphat ha dichiarato all’AFP. «Abbiamo sentito che quattro ragazzi sono fuori ma non sappiamo chi sono, molti genitori sono ancora qui in attesa, nessuno di noi è stato informato di nulla». Ma ha aggiunto che era ovviamente «felice» di sapere che il suo ragazzo dovrebbe già essere in salvo.
Ovvio, comunque, che sorgano problemi di comunicazione e che si voglia mantenere un certo riserbo su un’operazione davvero complicata (sono coinvolti novanta sommozzatori professionisti di cui 50 arrivati da tutto il mondo e uno ci ha già rimesso la vita), che deve essere portata a termine, per diversi motivi (le condizioni meteo e quelle dei ragazzi, la mancanza d’aria in certi punti, l’oggettiva difficoltà del percorso) nel più breve tempo possibile. La grotta di Tham Luang non è lontana dal centro abitato ma si trova comunque in una zona dove tutto (strade, rifornimenti, comunicazioni) è più difficile. Molti si sono chiesti, come mai l’operazione di soccorso sia così difficile e delicata. Eccola spiegata in dieci punti.
1) I dodici ragazzi (tra gli 11 e i 16 anni) si trovano su una lingua di terra piuttosto scoscesa e rimasta quasi all’asciutto a circa tre chilometri di distanza e 800 metri di profondità dall’ingresso della grotta.
2) Sono stati rintracciati dopo nove giorni grazie alla pervicacia di un gruppo di sostenitori quando le speranze di trovarli vivi erano quasi tramontate.
3) Per nove giorni hanno bevuto acqua piovana, mangiato probabilmente insetti e (forse) pipistrelli e leccato le pareti di roccia ricche di sali minerali.
4) Una volta trovati sono stati raggiunti da rifornimenti, curati, rifocillati e messi in condizioni di tentare il percorso inverso. L’idea che dovessero restare quattro mesi là dentro in attesa che le caverne si svuotassero dalle acque delle piogge monsoniche, è stata scartata quasi subito. Abbandonata anche la speranza di scavare un tunnel che potesse portare alla superficie per una via più breve.
5) A quel punto, è stato necessario fare tre cose: a) continuare ad aspirare acqua e pompare aria nelle caverne; b) attrezzare il «percorso» con cavi, sensori, luci, bombole di riserva e punti di soccorso; c) insegnare ai ragazzini minimi rudimenti di nuoto subacqueo e a utilizzare respiratori ed erogatori d’aria.
6) Il percorso dal punto dove sono i bambini fino alla «Camera 3» dove c’è la base dei soccorsi, presenta alcuni «laghi» da attraversare in immersione, alcuni passaggi complicati e stretti che non si possono fare con le bombole in spalla; altri in cui si può camminare carponi o addirittura in piedi;
7) Per ogni bambino c’è una squadra di due sub esperti (e probabilmente altre di «riserva»). Uno «guida» tenendosi al cavo che è stato teso dalla «Camera 3», porta in braccio la bombola di ossigeno a cui è collegato il bambino che è legato a lui da una corda abbastanza corta. L’altro sub segue, aiuta il ragazzino, lo spinge, evita che sbagli strada, faccia pericolose deviazioni, sbatta nelle rocce, sia preso dal panico.
8) Nei punti più difficili, tutto si ferma. Il bambino viene fatto passare anche con l’aiuto di altre persone sparpagliate lungo tutto il percorso. Ma bisogna fare in modo che, se necessario, continui a respirare dalla bombola e che i soccorritori possano fare lo stesso.
9) Ogni imprevisto è stato calcolato, per quanto possibile. Le caverne sono «attrezzate» per qualsiasi occorrenza. Eppure, la faccenda rimane piuttosto pericolosa. Per l’intero percorso ci vogliono alcune ore.
10) Una volta arrivati a «Camera 3» le condizioni dei ragazzini vengono valutatecon un primo controllo. Da lì all’uscita il cammino è abbastanza facile. Una volta fuori, i ragazzini vengono caricati su ambulanze e portati di corsa all’ospedale per cure e accertamenti.

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